AVIS BRONI, IL PRESIDENTE: «MI ASPETTAVO UN CROLLO, COSÌ NON È STATO»

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Un 2020 positivo per l’Avis bronese, che rispecchia l’andamento dell’anno precedente. è quanto emerge dalle dichiarazioni di Roberto Calatroni, presidente dell’associazione, che traccia un punto della situazione.

Presidente, nonostante l’emergenza sanitaria i dati in vostre mani sono positivi. È così? «Con tutto quello che è successo possiamo dare subito un dato buono: il 2020 è andato come il 2019. Abbiamo perso qualche donazione nei mesi più critici, perché la paura ha fatto sicuramente un po’ di danno, ma poi ci siamo ripresi molto bene in luglio, con un più venti donazioni rispetto al 2019, che ci ha praticamente riportato in pari. Non mi posso assolutamente lamentare, perché il trend annuale è positivo. Anzi, devo fare una considerazione…».

Dica pure…«Il fatto che i media su giornali e televisioni dicevano che serviva il plasma per curare il virus, ha fatto registrare iscrizioni, più dell’anno scorso. Un dato forse da prendere con le pinze, perché forse, come dicevo prima, le persone sono state stimolate da notizie esterne… però è comunque da tenere in considerazione. Abbiamo invece perso qualche donazione in aferesi, rispetto all’anno scorso: qui a Broni non abbiamo la macchina per fare questo tipo di donazione (che permette di estrarre dal sangue solo alcuni componenti selezionati, come plasma o piastrine) e bisogna recarsi a Pavia o Voghera… in quei momenti, spostarsi in quegli ospedali, che erano Covid, non era facile, quindi il calo ci sta. Ma anche qui stiamo recuperando e attualmente parecchie persone hanno fatto prenotazioni per fare questo tipo di donazione, con lo spirito che, se il loro plasma contiene già l’immunità per il Covid, possa servire a qualcuno».

Chi sono stati i più restii? «Sicuramente sono state le persone più anziane. C’era un po’ di timore a presentarsi negli ospedali, anche se poi in realtà Broni non è stato un ospedale con reparto Covid, ma il possibile contatto con le persone li ha fatti un po’ desistere e ha fatto dimenticare la donazione, privilegiando la sicurezza personale».

è un anno cruciale per associazioni come la vostra «Sinceramente mi aspettavo un crollo, devo dirlo. Ce lo aspettavamo un po’ tutti. Su tutti i social, anche Avis nazionale e provinciale, però, continuavano a ribadire l’importanza di accogliere nuovi donatori perché c’era una reale necessità. Questo, forse, è servito da stimolo per tanti donatori che sono venuti a donare comunque, nonostante il periodo molto tosto. Ad aprile avevamo 33 donazioni in meno rispetto all’anno precedente e qui ci siamo un po’ spaventati, poi abbiamo ricominciato a salire, come dicevo prima».

Il bisogno di nuovi donatori, però, è costante, vero? «è fondamentale. La gente non capisce che il sangue è qualcosa che, per ora, non si può creare in laboratorio. Con il sangue non si può fare come una volta che, quando serviva, si dava intero a chiunque: adesso il sangue viene suddiviso nelle varie frazioni e dato solo quello che manca al ricevente. Per esempio, se a una persona mancano i globuli rossi, gli si danno quelli, ad un’altra mancano i globuli bianchi e gli si danno quelli e così via…in modo tale da sfruttare al massimo tutte le sacche di sangue. Questo, però, non basta e soprattutto nella nostra Provincia, che è un po’ meno sensibile delle altre. Per esempio, le province di Mantova e Brescia sono autosufficienti, cioè producono di più di quello che serve ai loro ospedali. Noi, come provincia, abbiamo una fortuna e una sfortuna».

Vale a dire? «Abbiamo ospedali davvero di eccellenza, dove arrivano da tutta Italia a farsi curare. Questo implica che la quantità di sangue che serve è maggiore rispetto ad altre province con minori necessità: noi siamo in difetto, perché a livello provinciale non riusciamo a raccogliere tutto il sangue che serve per soddisfare il fabbisogno. Il sangue può salvare la vita: la donazione è qualcosa di volontario che ‘fa bene’, è davvero un benessere per il donatore e naturalmente per chi lo riceve».

I giovani vengono a donare? «Su questo abbiamo un grosso problema, che è un problema generalizzato in tutta Italia. I giovani, quando li contattiamo, non sentono la necessità di fare la donazione e dicono che hanno paura dell’ago. Quello che noi chiediamo sempre è: ma se avessi bisogno di riceverlo il sangue un piccolo buco te lo faresti fare? E la risposta è sempre sì. Percentualmente però i più giovani sono restii, poi dai 30 anni fino a 45/46 c’è il boom delle donazioni. Poi dopo i 50 anni comincia ad arrivare magari qualche problemino e qualche donatore si perde per strada. L’età migliore per la donazione è dai 36 ai 45 anni».

Secondo lei come si potrebbero convincere i giovani? «Non è facile. Andiamo nelle scuole, ma notiamo che interagiscono molto di più gli studenti delle elementari e delle medie, rispetto a quelli del liceo o degli istituti superiori. Probabilmente è un’età particolare ed è difficile dialogare con loro. Qualcuno arriva, ma scappa presto, perché non è cosa che probabilmente ‘attrae’. E si fa anche fatica a trovare qualcuno che venga a dare una mano nei giorni di donazione: siamo un’associazione con più di 500 donatori… ma trovare quattro persone che, nella giornata di donazione, vengono a fare servizio è dura. è vero che si tratta di volontariato, ma fare del bene fa stare bene. Fa stare bene il fatto di avere aiutato qualcuno».

di Elisa Ajelli