BRONI – “ARTICOLI E SERVIZI FOTOGRAFICI CHE AVEVANO COME PALCOSCENICO UN LUOGO DI MORTE, LA EX FIBRONIT” Lettera al Direttore

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“Poche righe, che ritengo doverose e dovute ai miei cari, morti di mesotelioma. Non potevo esimermi dopo che il Sindaco di Broni Antonio Riviezzi, ha avuto giorni di ribalta sui social e sulla stampa locale grazie ad una serie di articoli e servizi fotografici che avevano come palcoscenico un luogo di morte quale è stato la ex Fibronit. Mi permetto di scrivere perché nel leggere gli articoli, ma soprattutto nel vedere il reportage fotografico del Sindaco Riviezzi nella “Fibronit Liberata” (e sul liberata mi permetto di nutrire seri dubbi) laddove molte famiglie hanno visto morire i loro cari, mi sento tirata in causa. Mio nonno materno ha lavorato tutta la vita in Fibronit ed è morto di mesotelioma, mia zia materna pur non avendo mai lavorato in Fibronit è morta per lo stesso male e non aveva ancora compiuto 60 anni. Ora, passi la notizia della “Fibronit Liberata”, ma non accetto di vedere il primo cittadino che si fa fotografare all’interno dell’area per strumentalizzare un fatto e ricavarne un personale consenso alla vigilia delle elezioni. Ricordo per chi non lo sapesse che dal 1994 ad oggi a Broni sono morte circa 700 persone, ex operai e non. Si moriva, si continua a morire e il trend è indubbiamente in crescita. Ad annunciare il triste primato, è uno studio pubblicato nel 2016 sulla rivista di Medicina del Lavoro e realizzato dai ricercatori del Dipartimento di Medicina Preventiva Fondazione IRCCS Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico, Milano, in collaborazione con l’Università di Milano e quella di Firenze…quindi non è finita qui!!! Chiedo rispetto di coloro che non possono replicare, evitando altre strumentalizzazioni macabre. Nella foto più suggestiva che ha immortalato il sindaco si scorge l’ombra allungata del fotografo.. ma io ho visto tutte attorno anche le ombre dei morti. Ricordo che mio nonno mi diceva che le fibre di amianto erano dovunque, le aveva sulla tuta, erano nelle case depositate sulle tende e persino nei freni dell’auto. Mi raccontava che d’estate vedeva la polvere di amianto in mezzo ai raggi del sole. Mi diceva che il reparto peggiore era quello di produzione dei manicotti, dove lavoravano quasi solo le donne, prima senza protezioni e poi con semplici e inutili mascherine di carta. Oggi le donne che producevano manicotti sono tutte morte. Chissà se i loro cari hanno gradito che il Sindaco Antonio Riviezzi abbia strumentalizzato il luogo della morte per uno sperato consenso alla vigilia delle elezioni. “Lettera firmata dalla nipote di due vittime dell’amianto””

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