Cantina di Canneto: la politica vitivinicola dell’Oltrepò Pavese continua a fare acqua (non vino) da tutte le parti

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La vicenda in cui si dibatte da mesi la Cantina sociale di Canneto Pavese è l’emblema di un profondo e irrisolvibile malessere che affligge un settore e con esso 150 soci viticoltori che si apprestano a una vendemmia 2021 in bilico, con tanti soldi in arretrato che forse non arriveranno più. Gli incontri che si sono svolti nel corso dell’ultima settimana di luglio e nei primi giorni di agosto con i soggetti interessati alla gestione della cooperativa oltrepadana, infatti, non sono stati sufficienti a concludere la trattativa in maniera positiva. Mentre andiamo in stampa si tratta con i vertici di un grosso gruppo vitivinicolo di fuori regione, che dovrebbero rivelare i loro piani e la loro volontà o meno di avviare una partnership con Canneto. La Cantina di Canneto, che ora sembra il Titanic che affonda, aveva cercato nei giorni scorsi una collaborazione con Torrevilla che sulle prime, per bocca del suo presidente Massimo Barbieri, aveva annunciato che non c’erano le condizioni per la collaborazione. L’unica speranza per far ripartire la trattativa con questo soggetto interno al territorio è quella di mettere sul tavolo le garanzie commerciali che Torrevilla vorrebbe per riuscire a vendere il vino ritirato da Canneto. Si è detto che a giocare contro è anche il tempo, visto che ormai la vendemmia è alle porte e, se non si riuscirà a organizzare i conferimenti delle uve, i soci non sapranno dove portare il raccolto. In tutta questa vicenda il Consorzio Tutela Vini Oltrepò Pavese e l’assessorato Agricoltura di Regione Lombardia sembrano, nel percepito e nel pratico, forza assente.

Sembra quasi che nella terra del monopolio di Terre d’Oltrepò, alla politica importi poco la storia e l’identità di una cantina che ha sempre rappresentato un’alternativa per i viticoltori di una vasta e vocata porzione di territorio vitivinicolo oltrepadano. La Cantina di Canneto, da sola, dovrà anche affrontare una gravosa crisi finanziaria: oltre a ritirare il vino sfuso in giacenza, per far posto ai mosti della vendemmia 2021, il partner dovrebbe garantire l’acquisto delle uve 2021 per dare garanzie ai soci, molti dei quali devono ancora ricevere i pagamenti dei conferimenti arretrati di due o più vendemmie. La speranza dei vertici della cantina è di riuscire a chiudere la questione in pochi giorni, in modo da riuscire ad informare i soci dello sviluppo delle trattative. I numeri colpiscono: circa 40mila quintali di uve da conferire, per un valore di 2 milioni di euro, inoltre la cooperativa ha i serbatoi ancora pieni di vino sfuso e circa 6 milioni di debiti verso i soci conferitori: 5 milioni della vendemmia 2019, che saranno pagati in 5 anni a partire da marzo 2022 e 800mila ancora da pagare per la vendemmia 2020. In questi ultimi mesi, comunque, la cantina ha continuato a lavorare e dal 2 luglio è partito un importante contratto in Norvegia, con il posizionamento di una Barbera Igt su oltre 200 scaffali di punti vendita del Paese scandinavo. L’azienda prova ad andare avanti ma dal mondo politico e vitivinicolo locale il silenzio è assordante, in barba al principio della sussidiarietà che dovrebbe ispirare la cooperazione e del prestare aiuto a un territorio ferito che dovrebbe guidare le scelte politiche. “Le solite lobby”, dicono nei bar di Santa Maria della Versa.

di Cyrano de Bergerac

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