CASTEGGIO – ALLA SCOPERTA DEL MUSEO CHE NON SI “ARRENDE”

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È una delle istituzioni culturali più attive della provincia di Pavia, nonché la vera memoria storica dell’Oltrepò: il museo archeologico di Casteggio non ha mai smesso, nei mesi della pandemia, di farsi in quattro per mantenere accesi i riflettori su di sé, cercando di raggiungere virtualmente gli utenti che non potevano di persona fare visita alle sue sale. Nato nel 1974 per volontà di un gruppo di appassionati locali e dell’amministrazione comunale dopo l’importante ritrovamento di due tombe romane in via Torino, il museo è oggi diretto dall’archeologa Valentina Dezza, con cui ha intrapreso negli ultimi anni un percorso di crescita e rinnovamento.

Direttrice, tra i nostri lettori ci sarà anche chi non ha mai visitato il museo di Casteggio. Possiamo raccontare loro perché (quando si potrà) varrà la pena farlo? «Io partirei dall’esterno, perché il nostro museo è ricavato all’interno della meravigliosa Certosa Cantù di Casteggio, un luogo che di per sé vale una visita. Edificata fra il 1700 e il 1705 dai monaci seguaci di San Brunone, passò a privati nell’Ottocento e fu lasciato in eredità al comune del suo ultimo proprietario, il prof. Luigi Cantù. Restaurata di recente, è il fulcro della cultura casteggiana, perché ospita anche la biblioteca. Detto questo, se già si presenta bene da fuori, dentro è ancora meglio: il nostro museo è piccolo ma ricchissimo di curiosità, una vera bomboniera in cui è conservato il passato antico del nostro territorio. Le prime due sezioni sono quella geologica e paleontologica (che raccoglie le testimonianze delle forme di vita, sia marine che terrestri, che hanno preceduto l’arrivo dell’uomo in Oltrepò, pervenuteci attraverso resti fossili di animali e vegetali) e quella preistorica e protostorica, con cui si va dal IV millennio a.C. (e cioè dal Neolitico) fino all’arrivo dei popoli celtici nel II secolo a.C., passando per l’età del Rame, del Bronzo e del Ferro con vasi in ceramica, strumenti in pietra e oggetti in bronzo che documentano i primi insediamenti umani in Oltrepo Pavese. La parte però più ricca è quella romana, tardoantica e medievale: in questa sezione sono esposti reperti che attestano l’arrivo dei Romani nel III secolo a.C. in Oltrepo. Numerosi, in particolare, i corredi funerari provenienti dallo scavo della necropoli dell’Area Pleba, riportata alla luce nel 1987 in via Torino a Casteggio. Particolarmente significativi alcuni oggetti in vetro, tra i quali spiccano un calice di produzione renana, un pregiato vassoio realizzato a stampo e un bellissimo specchietto in vetro e stagno. Una ulteriore parte del museo è invece dedicata alle collezioni: ne fanno parte materiali donati da privati cittadini al comune di Casteggio»

Da dove provengono tutti questi reperti? «Da tutto l’Oltrepò Pavese, vale a dire in un’area grossomodo compresa fra Varzi e Stradella. Passeggiando tra le sue sale è possibile dunque farsi un’idea precisa delle popolazioni che vi hanno abitato nel corso dei secoli, scoprendone le abitudini e le caratteristiche. Ma non solo, ci sono anche tante curiosità come la “testina barbata” di epoca celtica, un oggetto tanto minuscolo quanto curato nei dettagli che doveva essere l’immanicatura di un coltello o di una spada e che testimonia (anche se rinvenuta in un contesto di scavo di età romana di Casteggio) il passato di Clastidium come centro, molto probabilmente, della tribù gallica degli Anares. Tra i rinvenimenti più bizzarri anche una arcaica “scacchiera” (che noi archeologi chiamiamo tavoletta lusoria) con tanto di pedine e una singolare canocchia in osso smontabile per filare la lana. E poi i bronzetti in miniatura di Giove e Mercurio davanti a cui si pregava, o un calice e una coppa di vetro colorato provenienti addirittura dalla Renania. Per non parlare ovviamente delle tombe (a Casteggio nel 1987 è stata rinvenuta un’intera necropoli, di cui sono state catalogate 33 tombe, di cui due sono state portate proprio qui, dentro il museo, con un certosino lavoro di ricostruzione) e di una foglia di vite in bronzo di piccole dimensioni, significativo per testimoniare quanto antica sia la cultura del vino in Oltrepò. Ma la vera star del museo si trova al piano terra, ed è il nostro Dolium. Si tratta di un’anfora alta oltre un metro e trenta, ritrovata nel 1996 nel giardino di una casa privata a Broni. Si tratta di un contenitore che i romani tenevano interrato, e che serviva a contenere derrate alimentari di diverso tipo. Ciò che lo rende particolarmente prezioso è il fatto che sia del tutto integro».

Il museo è particolarmente legato ai suoi utenti, e in questi ultimi mesi lo ha dimostrato attraverso i suoi canali social.

«Dover chiudere ci ha senz’altro rattristato, ma non ci siamo lasciato abbattere. In primavera siamo approdati su Facebook e abbiamo realizzato diversi video destinati soprattutto alle scuole, con interventi incentrati di volta in volta su argomenti che potessero essere collegati alle nostre collezioni. Si è parlato di diritto, di storia, di costume, di ogni aspetto della vita antica. Quanto a questo autunno, invece, ci siamo mossi soprattutto su Instagram, dando il via a una comunicazione social ricca di curiosità e approfondimenti. Ogni martedì compaiono sul nostro profilo clip video in cui si raccontano le novità del museo, mentre il giovedì mattina (tra le 10.30 e le 11) vanno in onda anche delle brevi dirette pensate per mantenere saldo il legame con il pubblico. Il fermo ci ha obbligati a familiarizzare con gli strumenti social, che offrono la straordinaria opportunità di dialogare con le persone pur non potendo tenere aperte le porte dei nostri musei. Un aiuto ci viene dal consigliere Alessandro Fraschini, che in quanto delegato al museo e alla biblioteca sta collaborando attivamente con me per produrre quanti più materiali possibili da postare online, così da non perdere la continuità che si è finalmente stabilita. I social, comunque, sono utili anche per stringere legami con le altre realtà simili alla nostra presenti in Italia: siti archeologici come quelli del Colosseo o di Pompei ci seguono attivamente, e chissà che un domani non si possano instaurare delle vere e proprie collaborazioni».

Tornando al pubblico negli ultimi anni siete stati anche molto attivi sul versante scuola, con visite e laboratori in museo. «E non solo, era appena partito un progetto bellissimo con il liceo scientifico Golgi di Broni (che fa parte delI’istituto Faravelli di Stradella, di cui è preside il professor Roberto Olivieri) che a causa della situazione attuale abbiamo dovuto interrompere. Si chiama “Archeoliceo” ed è stato presentato lo scorso 26 ottobre nell’aula magna della scuola: vero demiurgo dell’iniziativa è il prof. Enrico Corti, docente di latino del liceo il quale ci teneva a far nascere un indirizzo del liceo scientifico con caratteristiche che possiamo definire archeologiche, perché incentrato sulla multidisciplinarietà. Rivolto ai ragazzi delle prime e delle seconde, mira a far capire come le discipline archeologiche siano veramente trasversali, perché richiedono l’intervento di tanti diversi esperti. Quando si effettua uno scavo archeologico intervengono il chimico (che fa le analisi sui contenuti ancora di carattere biologico che sono stati ritrovati), il fisico (a cui spettano altri tipi di prospezioni, come quelle magnetiche), lo storico (che analizza le fonti), l’architetto (il quale si dedica ai rilievi) e così via, in una catena in cui ogni anello è collegato all’altro. Insomma è tutto un insieme che va a ricostruire un mosaico, ed è questa la realtà con cui vorremmo che familiarizzassero i giovani, sensibilizzandoli al contempo verso le antichità del territorio. Sono coinvolti nel progetto anche il professor Stefano Maggi, archeologo dell’università di Pavia direttore dello scavo archeologico di Rivanazzano Terme e il professor Ferroni, fisico. Purtroppo abbiamo dovuto sospendere le attività, ma non vediamo l’ora di poterle riprendere per rinsaldare quel rapporto con i giovani che è la chiave per la sopravvivenza del museo»

Anche se è rimanete chiusi al pubblico, però, i lavori all’interno proseguono… «Nei limiti delle possibilità che abbiamo sì. In questi giorni stiamo rifacendo tutte le didascalie delle vetrine, stiamo lavorando a un nuovo sito e all’applicazione dedicata al nostro museo, ma stiamo anche progettando nuovi allestimenti in cui collocare la collezione Giulietti (donataci dal pronipote del celebre esploratore casteggiano) e la collezione Civardi (con opere del noto scultore). L’idea è che quella di sfruttare questo periodo di fermo per rinnovare un po’ l’aspetto generale del museo, così da renderlo più fruibile e accattivante».

di Serena Simula