C’era una volta l’Oltrepò…”Äl Gärsunê’… giovane garzone. Di Giuliano Cereghini

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L’aria sulla stradina che da Poggio Ferrato porta a Oramala, era fresca, pungente. Graffiava le gambette nude di Peppino e le sue guance smunte. Al termine della salita e dopo un pochetto di strada in falso piano tra i boschi, il ragazzino intravide la sagoma scura del castello di Oramala. L’alba schiariva all’orizzonte chiazzando di ombre scure la ghiaia della strada che cantava sotto i sandaletti consunti. Il bambino seguiva il passo svelto del padre or corricchiando per raggiungerlo, or seguendolo come un’ombra sobbalzando ad ogni pur piccolo rumore. Gridolini d’uccelli, rametti spezzati dalla brezza mattutina, latrati lontani nella notte o lo stesso ansimare pesante del padre, segnavano di paura il cammino che il giovanetto sapeva d’aver iniziato ma non ne conosceva la meta. Scendendo verso Varzi, la luce intensa del sole che nasceva e il vociare che si udiva lontano, lo tranquillizzavano in parte: restavano lunghe e minacciose le ombre che si stagliavano sulle stradine, sulle siepi e persino, sui primi muretti delle case lungo il percorso. Piazza della Fiera. Peppino era esterrefatto dal vociare e dallo sciamare di tanta gente, animali, carretti e ceste di frutta e dal gesticolare delle poche donne col vestito nero e le camicette fiorate o a righe. Guardava attorno quasi a tentare di capire cosa muovesse quella moltitudine di assatanati, capire le ragioni del vociare, la ragione del correre e del richiamare con urla e qualche bastonata le povere bestie che conducevano alla cavezza. Come lui, era la prima volta che uscivano dalla stalla e, come lui, stupivano di tanto trambusto senza ragione. Il tempo e i fatti avrebbero convinto lui e le bestie, che una ragione c’era nella fretta della gente e che il mercato, oltre ad essere un lieto luogo d’incontro di uomini e donne d’affari, era il triste luogo ove si consumavano violenze e soprusi su animali e giovani mandati a garzone. Le povere bestie avevano lasciato di buon mattino, stalle confortevoli, mamme e fratelli, per essere vendute al mercato. Stalle immense, maleodoranti, piene di animali sconosciuti, avrebbero atteso a giorni complicati dalle legnate della doma. Per i ragazzi come Peppino, dai sei agli otto anni, il mercato era il luogo ove si “trattava” la loro messa al servizio di “padroni” spesso violenti e arroganti. Una vera e propria contrattazione con cessione finale del ragazzino a chi offrisse le migliori condizioni non per il poveretto, ma per la famiglia da cui proveniva. Non tragga in inganno la brutalità dell’operazione o la mancanza di cuore di un genitore: era la disperazione, la fame, il numero smisurato di bocche da sfamare. Suo padre aveva sei figli e il pane per uno. Si era sposato ereditando una casupola decrepita, l’aveva sistemata e, in attesa della televisione che avrebbe distratto le sue notti, con l’attiva collaborazione di mamma Maria, sfornava un pargolo ogni quattordici mesi. Il granturco era però lo stesso, il frumento pure e la magra vacchetta varzese mal alimentata, spesso produceva il latte per il vitellino e poche settimane dopo, andava in asciutta per sopravvivere. La poca farina bianca era preziosa per la pasta e quella gialla, di granturco, era primo, secondo, pietanza e companatico non solo nei due pasti canonici ma, spesso, persino alla colazione del mattino per grandi e piccini, con un pochino di latte quando c’era. A mezzodì e a cena, quando erano fortunati, una saracca sotto sale pendeva da un filo legato alla vecchia trave del soffitto. I commensali attingevano alle sue squamette un tempo lucide con un pezzo di polenta: era però vietato trattenere la saracca con l’altra mano, solo la polenta doveva sfiorare il pesce conservato, riportarne gli aromi e i gusti più nella fantasia che nella pratica, traballare sopra la tavola di legno seguita dagli sguardi concupiscenti dei presenti. Un uovo in due, un brodino di pollo se ammalati, la carne due o tre volte l’anno, qualche funghetto, molte castagne e una meletta (pum träväiê) o una pera invernale (per cävgiô). Il primo dell’anno si festeggiava con musino di maiale (müsê äd gugnê, lenticchie (lentìgia co’i fons) e l’uva conservata in un sottotiretto del comò (l’ùga däl segrét däl vistè). Vita grama, fame, pellagra e “fastidi” e figli che continuavano a nascere. La soluzione era portarli a sei anni, mandarli a scuola un anno o due e quindi, cederli a garzone.

Peppino aveva frequentato la prima elementare, la seconda sino ad aprile e poi era stato avviato a una poco redditiva attività che aveva il vantaggio di non dovergli più dar da mangiare. Era robusto per i suoi sette anni e prometteva di saper lavorare bene, suo padre ottenne tre marenghi per il primo anno ed uno in più per quelli a venire, vitto e alloggio e i capelli tagliati con la scodella e un paio di forbici arrugginite. Il nuovo padrone, bontà sua, promise un paio di pantaloni a manica lunga, una camicina e un maglioncino di lana confezionato dalla nonna, ad ogni Natale. Di scarpe non se ne parlò: in inverno avrebbe usato due grandi zoccoli di legno ad uso promiscuo (suclö) e nelle altre stagioni i piedini nudi la cui pianta, presto, sarebbero diventata cuoio temprato e indistruttibile. Dopo il contratto, con il marengo ottenuto in acconto, ordinò una bottiglia da litro di vino rosso, ne offrì al piccolo che rifiutò sdegnoso, la scolò in pace, dette un buffetto sulla guancia al piccolo e una scarmigliatina ai cespugliosi capelli e, senza guardarlo, si allontanò inbucando traballante la via del ritorno. Il piccolo rimase con il padrone che, prima del ritorno, stava avidamente mangiando una trippa con fagioli. Si accorse che il ragazzino lo guardava e gli chiese: “Hai fame?” Non aveva fiato e coraggio ma rispose di sì con il capo.

Un piatto e un mestolo di legno, un pochino della trippa del padrone travasata davanti a lui e gli occhi illuminati dalla voluttà di una “cosa” nuova e gustosa. Il padrone era un ometto sulla cinquantina, piccolo brutto come la tempesta, con due cespugli sopra gli occhi, il naso grande e bitorzoluto. La bocca era piccolina e il grande mestolo che ritmicamente introduceva, segnava di sugo un mento ossuto e pronunciato. Di tanto in tanto, un rapido movimento della mano, puliva o tentava di farlo, i residui dell’ingordigia dell’uomo. Il fondo della bottiglia da litro di quello buono e un rutto gigantesco, segnarono la fine del pasto dell’omino. Si alzò di scatto, pagò, ebbe un retro sospiro di piacere e con un perentorio “dùma” (andiamo) rivolto a Peppino, prese barcollando leggermente, la via di casa. Camminarono per un’oretta, or salendo or costeggiando un torrente ricco d’acqua della primavera. Giunsero in vista di un’abitazione non grandissima ma slanciata nel cielo terso del pomeriggio. Una donna alta e dal viso buono, molto più giovane del padrone, li accolse sull’aia.

I tre figli, tutte femmine, corsero incontro al papà che portava il nuovo garzone e si intenerirono nel vedere i suoi pochi anni. La padrona apostrofò il traballante marito attribuendogli le peggiori nefandezze che avesse mai udito e concludendo con “co’i ciuc äs pö mia pärlà” (con gli ubriachi non si ragiona). Salì una ripida scala di legno, entro e si trovò in un antro nero, affumicato con al centro un grande tavolaccio di legno rustico, sedie impagliate, un grande camino acceso e una stufetta a lato della stanza. Due luminose finestrelle, con tendine ricamate, nere ma ricamate, rallegravano la stamberga. Una grande porta socchiusa, lasciava intravvedere la camera da letto con due grandi pagliericci contrapposti. Il piccolo pensò di dover dormire con le ragazze ma la suadente voce della sua nuova padrona lo disilluse: “tu dormirai al piano di sotto o nel fienile o nella stalla, come vorrai, noi non ti imponiamo nulla. Si sentì mancare ma non lo diede a vedere. Mangiò una fetta di polenta pensando “anche qui polenta!”, con una grattatina di formaggio casalingo stagionato. Scese con la luce del giorno, due magre vacchette ed un vitellino erano legate alla greppia. Nella mangiatoia un poco di paglia e poca erba secca, l’odore dell’ammoniaca contenuta nei liquami, era forte, acre ed i fumi arrossavano gli occhi. Non ebbe dubbio alcuno, si accovacciò nel fienile retrostante e, con le lacrime che tentava inutilmente di vincere, si addormentò sfinito dalla stanchezza e dagli avvenimenti. A notte fonda si svegliò gelato mani e piedi e battendo i denti dal freddo. Al buio cercò riparo agli spifferi di una primavera ancora troppo fredda, nel calduccio della stalla. Al diavolo, la puzza, al diavolo gli occhi rossi, almeno si dormiva al caldo.

Si accovacciò su una balla di paglia e riprese sonno immediatamente. La stalla divenne per lui lavoro, ricovero e pensatoio. Quando voleva pensare in pace ai suoi fratelli, alla mamma e alla sua casa, la stalla e la compagnia degli animali, erano luogo e compagni dei suoi sfoghi con o senza lacrime. Il lavoro era accudire le bestie, strigliarle, dar loro paglia e fieno secondo gli insegnamenti del padrone, preparare il secchio e lo sgabello per la mungitura. Se ne occupava la signora, sedeva sul barcollante seggiolino a tre gambe, lavava la tettarella della mucca, appoggiava la testa sul fianco della bestia che spesso non si girava neppure ed iniziava la mungitura con gesti dolci ma precisi, con il fluire del latte che prima segnava il fondo del secchio con un rumore metallico e cristallino, poi si attutiva nella bianca schiuma che increspava la superfice liquida. A volte la lunga veste della padrona intenta nella ritmica operazione di mungitura, saliva sin sopra il ginocchio e Peppino, senza darlo ad intendere, lanciava occhiate assassine al ginocchio scoperto e su, su sino al nero elastico che sorreggeva le calze. Un paio d’ore all’alba e una al tramonto erano dedicate alla stalla, il resto della giornata ora aiutava la padrona a scendere al ruscello con le cestine dei panni da lavare, ora il padrone nel bosco, nei due praticelli di proprietà o a tagliare la legna per l’inverno. Lavori massacranti per la sua età ma, tant’è, era la sua vita, il suo destino gramo e perverso. Il peggio capitava la domenica: le bestie andavano accudite ma i lavori in campagna o nel bosco, erano sospesi. Il vecchio satrapo dopo il desinare, si metteva sulle spalle una mantellina, in estate e in inverno, e scendeva all’osteria del vicino paese. Non si lavorava ma lui e le donne vivevano l’incubo del ritorno dell’uomo.

Alle ore tarde della sera, compariva traballante in fondo al vialetto di casa, ubriaco come una bertuccia ed arrabbiato con Dio e con gli uomini iniziava ad inveire contro la povera donna, le figlie che piangevano e il povero Peppino che non sapeva a che Santo votarsi. Traballando riempiva di schiaffi, di calci e di graffi chiunque fosse vicino al suo incedere precario. Cadeva, bisognava aiutarlo a rialzarsi, lo si accompagnava sulla ripida scala e finalmente, in casa. Si trascinava sul pagliericcio e, volendolo il buon Dio, si addormentava ululando nel sonno come un mantice non oliato. Sbuffi, soffi, rutti giganteschi e retro sospiri liberi, ammorbavano la stanzetta convincendo spesso la sposa “adorata” ad accoccolarsi con le figlie vicino al camino e lì trascorrere la notte. Peppino raggiungeva il fienile d’estate e la stalla nelle altre stagioni, felice di aver scampato le cinghiate che spesso si abbattevano sulle sue giovani membra, pensava, canticchiava o semplicemente rimirava la valle con le ombre della notte che si allungavano ad avvolgere tribolazioni, miseria e disperazione. Si addormentava a volte disperato, altre pensando che c’era di peggio nella vita come diceva l’ubriacone. Lui, fino in fondo non capiva, cosa ci fosse peggio della sua vita non lo immaginava, ma si sforzava di crederci, di sperarlo. Oltre al lavoro, alle botte, rare per la verità, capitava spesso quando era ubriaco, la vita si trascinava seguendo il susseguirsi delle stagioni. Erano ormai passati tre anni da quella mattina a Varzi, non era mai andato a vedere o salutare i fratellini e la mamma. Papà saliva a novembre ad intascare i tre marenghi diventati, con il passare degli anni, quattro e poi cinque. Controllava a suo dire che il bambino stesse bene, beveva una bottiglietta di vino che il mio nuovo padrone gli offriva e se ne andava. Peppino lo inseguiva di corsa per un tratto, raccomandandogli di dare un bacio a mamma ed uno ai fratellini. L’ultima domanda la gridava da lontano: “quando torno a casa?” la risposta era un laconico segno con la mano del padre, senza voltarsi, senza salutarlo.

A sera, nella stalla, ricordò di non aver neppure detto che la prima delle figlie dell’ubriacone, nei tempi morti della giornata, gli dava lezioni sulle materie che lei aveva appreso andando regolarmente a scuola. Si lavorava molto e si mangiava poco: polenta, polenta, polenta, sembrava che il buon Dio avesse mandato sulla terra solo la polenta! Poco companatico, la solita saracca appesa al trave sopra la tavola, qualche grattatina di formaggio vaccino stagionato, un cucchiaio di funghi trifolati e, nelle grandi occasioni un pezzetto minuscolo di baccalà con una montagna di cipolle. Le varianti erano, mezzo uovo sodo, una invisibile fettina di salamino cotto o crudo, qualche minestrone lungo, lungo d’estate, patate e verze declinate in tutte le possibili varianti culinarie partorite dalla sagace mano della padrona di casa. Giornate speciali, allietate da specialissimi menù, erano Natale, Pasqua, Carnevale e il giorno del Santo Patrono: qualche giallo risotto, ravioli di stufato, polli arrosto e cacciagione allietavano le mense di quei poveretti. Specialissima poi era la festa della trebbiatura. Il padrone non coltivava frumento ma scendeva da solo a valle con la falce messoria (m’suria) per tagliare il frumento a giornata e a Varzi e dintorni, per una quindicina di giorni e a trebbiare. Durante l’assenza del padrone il ragazzo si impegnava molto nelle attività della stalla e del cortile. La Signora una sera, mentre mungeva, con noncuranza si asciugò il sudore della fronte con la lunga gonna tirata sin sopra le ginocchia. Peppino trasalì alla vista delle nude gambe della donna, ma non commentò. La donna lo chiamò e usando i lembi sollevati della gonna a mo’ di ventaglio, lo apostrofò “cosa fai, ti spaventi, non hai mai visto nulla?” Il ragazzo, turbato, scappò nel prato confuso e imbarazzato. Aveva undici anni e nessuno aveva mai accennato a questioni che non fossero di lavoro o di servizio. Il seguente pomeriggio le tre ragazze partirono su un traballante biroccio alla volta di “casa di nonna” come gli dissero, per una visita di qualche giorno.

A sera la Padrona dopo aver munto, preparò una buona cena, la servì al ragazzo in silenzio, guardandolo lungamente: aveva undici anni ma s’era fatto un ragazzone alto e prestante, sempre sorridente. Al termine della cena disse al ragazzo: “questa sera non scendi nel fienile, dormi con me e mi fai compagnia. A Peppino parve non tornare tutto ma, in assenza del padrone, quello che diceva Lei era legge. Si coricò e, stanco com’era, si addormentò come un sasso. La donna dopo aver sbrigato le faccende di casa, s’era spogliata e coricata vicino al ragazzo. A notte fonda, svegliò sentendo una mano sulle gambe, si spostò nel letto e riprese a dormire. Si risvegliò sentendo la stessa mano risalire pian, piano. Si allontanò girandosi, sentiva il leggero ansimare della donna che dormiva, il suo profumo, la sua mano leggera che superava il fianco cercando nel buio. Balzò di lato sulla sponda del letto, cadde con un tonfo sordo sul pavimento di legno, si rialzò e, senza proferir parola, infilò di corsa la scala, in mutande con la brezza della sera che gli mordicchiava le gambette nude. Il mattino seguente la perfida donna nulla disse ma lo guardò sorridendo. In occasione della trebbiatura, per fortuna, il padrone si portava il garzone che impegnava a preparare, tendendolo su di un cavalletto, il fil di ferro per la pressa. Non che quest’ultima operazione fosse pagata, ma per il pupo, c’era l’invito a pranzo e cena. Al vecchio satrapo nulla importava della fame del piccolo ma, se mangiava a Varzi, non mangiava a casa. Per Peppino erano i giorni più belli dell’anno: é pur vero che il fil di ferro anneriva e rovinava le già rustiche mani del giovane, che l’attrezzo per tendere il fil di ferro era spesso nei pressi delle macchine e la polvere che queste sollevavano trebbiando e il caldo dell’estate, soffocavano la gola e incendiavano gli occhi degli astanti ma, si mangiava, tre volte al dì, si mangiava a crepapelle, quasi a scoppiare. I ricchi proprietari dei covoni, sapevano della pesantezza dei lavori di trebbiatura sotto un sole accecante e immersi in un polverone micidiale, dalle quattro del mattino alle nove di sera, con due brevi soste per la ricca colazione e il pranzo. Per questo motivo le padrone di casa (ärsädùr) preparavano pentoloni di bolliti, spesso carni di vacche di dieci o dodici anni, tacchine, oche o galline riproduttori ormai esausti. Zuppe con i ceci anche a colazione al mattino alle otto, spesso attinte con abbondante aggiunta di vino nel piatto, minestre, minestroni, formaggi vaccini, spesso con i vermicelli che fuggivano sulla tovaglia, il famoso formaggio nisso (formaggio nìsso o furmag c’hä brusa). Rare volte compariva qualche fetta di salame o di coppa, spesso pancette dell’anno prima profumate dalla lunga stagionatura in vecchie cantine. Si mangiava e si dormiva sulla paglia nel cortile davanti casa, tra uomini ronfanti ed ubriachi che, prima del giusto riposo, avevano intonato qualche canto alpino. Cinque lunghi anni di servile schiavitù, mangiare poco, lavorare molto e qualche volta, cinghiate, sberloni in faccia o calci nelle parti nobili. A novembre del quinto anno, babbo venne a ritirare i cinque marenghi, mi annunciò che aveva affittato una grossa proprietà nei pressi di Casteggio e che sarei servito a casa. A fine anno lasciai il mio servizio: ero arrivato che ero un gärsunê, me ne andavo grande e grosso ma sempre garzone ero, cambiavo solo padrone! Le storie raccontate sono realmente accadute nei primi anni del dopo guerra. Chi le ha riferite vuole conservare l’anonimato, ma garantisce sull’assoluta verità delle vicende specchio di un mondo dominato dalla povertà e dalla fame.    

di Giuliano Cereghini

*Foto di repertorio

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