Giovedì, 20 Giugno 2019

«L’OLTREPÒ: TANTE UVE, TANTA UVA, TANTI VINI, UN GRANDE CASINO…MUOIONO ANCHE GLI ELEFANTI, MORIRANNO PURE I VECCHI BABBIONI DELL’OLTREPÒ. BISOGNA SCRIVERE DELLE NUOVE LINEE GUIDA»

Tutto quello che c’era da scrivere di Walter Massa è già stato scritto. Ma tutto quello che c’era da dire, lui non l’ha ancora detto. L’uomo, il vignaiolo, l’anima di un intero territorio non ha bisogno di grandi presentazioni. Per i viticoltori dell’Oltrepò è il vicino di casa che ce l’ha fatta con il suo talento, con la sua intuizione: quella di far rifiorire il territorio tortonese con un vitigno a bacca bianca autoctono, il Timorasso, e di metterlo in bottiglia. Il resto è storia. È partito da un territorio che fino al giorno prima vivacchiava quasi con il solo rosso sfuso, e nel quale si sono poi creati nuovi spazi prima impronosticabili - prontamente riempiti da decine di altre aziende, sulla scia dell’oracolo di Monleale. È stato premiato, pochi giorni fa, con l’Oscar del Vino di A.I.S. per il suo Derthona Timorasso Costa del Vento 2016.

Ci siamo chiesti se avesse qualcosa da dire anche all’Oltrepò. Domanda retorica. Lui, se interrogato, risponde. Sempre.

Oggi siamo qui per parlare, principalmente, di Oltrepò. Vuole raccontarci che rapporto ha con questo territorio?

«Da sempre l’Oltrepò è più casa mia che non il Gaviese. Andare a Casteggio, Salice Terme, Rivanazzano o Voghera è molto più rapido da Monleale che andare a Novi, Gavi, Tassarolo o Serravalle. Frequentavo le discoteche di Salice, oppure il Tucano, lo Sporting, la Foresta. E quando ho scelto di correre in moto mi sono tesserato al Motoclub di Voghera, anche perché in Lombardia il clima era molto più competitivo e divertente. Erano gli anni in cui stava nascendo l’astro di Fabio Fasola. Ci siamo tolti tante soddisfazioni, insieme a persone come Spairani, Miranda, Zelaschi, i fratelli Quarleri…».

I suoi ricordi in Oltrepò, tuttavia, vanno al di là della passione per le moto…

«Dopo le scuole medie mi sono iscritto ad enologia, ho frequentato Voghera con i primi tre anni al Gallini e poi gli altri tre di specializzazione ad Alba. Lo stesso percorso che hanno fatto tanti addetti ai lavori in Oltrepò, Aldo Venco, Vittorio Portinari, molti produttori... Questo coacervo, questo mix di rapporti con persone e territori limitrofi ma diversi, ti dà la forza ‘‘del bastardo’’, che è più forte rispetto a chi si è trovato la pappa facile».

E da lì come è arrivato a diventare Walter Massa, il vignaiolo indipendente?

«Quando ti vuoi inserire nel mondo del lavoro, inizi a guardarti intorno. Si comincia a pensare: cosa vedi da Monleale? Vedi quattro cose. Vedi il Po, dove confluisce il Tanaro – o meglio ‘‘TanaPo’’, che sarebbe di 50 chilometri più lungo del Po. L’Appennino, che è incontro di territori, dove c’è la cultura delle 4 provincie, valli bellissime, difficili, sottoconsiderate. Ad est vedi l’Oltrepò: tante uve, tanta uva, tanti vini, un grande casino. A ovest vedi il Gavi: un’uva, un vino, un successo. Io mi ritrovavo nel Tortonese, dove bottiglie con un certo appeal non se ne facevano, si vendeva l’uva, il vino semilavorato, al massimo damigiane di rosso, e i primi tentativi di produrre un bianco con il Cortese. Che ho provato a fare anche io».

E come è andata?

«È andata che quando ho finito di leggere i giornaletti, smettendo di ascoltare ciò che si ‘‘predicava’’ nei bar e ho iniziato a leggere il territorio ho capito che proporre un vino di 11 gradi nel territorio tortonese era un vilipendio. Le vigne del tortonese, come tutte le vigne del mondo, quando sono lette e coltivate con i giusti parametri danno dei risultati molto superiori alle volontà dell’uomo. Qualità, sanità, durata, stabilizzazione. Ho avuto la forza per capire che il mio Cortese non era fatto per la mia bocca… non mi è mai piaciuto, ero obbligato a farlo, io che il vino ho sempre preteso di ottenerlo. Non ho mai fatto parlare di me per quel vino. Ho sempre pensato alla Barbera come chiave di svolta del nostro territorio, e non ho mai abbandonato questa idea».

È opinione diffusa che i Colli Tortonesi siano un territorio meno vocato rispetto all’Oltrepò Pavese, quanto a grandi vini. Lei cosa risponderebbe a chi propone questa lettura?

«Chi sostiene una tesi come questa mi fa scappar da ridergli in faccia e di dirgli: poverino. L’Oltrepò ha quattromila anni di storia e i Colli Tortonesi anche. Ci divide un rio che con il KTM attraverso anche a gennaio. Abbiamo le medesime problematiche di peronospora, oidio, flavescenza, le stesse condizioni edafiche. Sono solo cambiate le linee politiche, dettate dagli uomini più o meno illuminati. La storia (the History) la racconta la storia, le ‘‘balle’’ (The Story) le cacciano gli uomini».

Lei è noto per adottare strategie ‘‘non convenzionali’’; ma anche per rifuggire in alcuni casi le denominazioni di origine (anche se il nome ‘‘Massa’’ vale tanto e anzi più di una denominazione di origine). Le chiedo, anche con riferimento all’Oltrepò: oggi che valore hanno le denominazioni? Sono necessarie o un mero fardello, per chi veramente punta in alto?

«Le denominazioni di origine necessitano di una parola: rispetto. Rispetto per la denominazione, per l’Enotria terra, rispetto per chi produce il vino. Ma oggi le regole vessatrici non rispettano i paladini dei territori. Ciò a breve darà grandi grattacapi ai ministeri competenti in quanto il consumatore colto, quello che paga, beve, gode e detta le linee guida per il vino nel mondo, di fascette e certificazioni non sa cosa farne. Noi dai francesi abbiamo copiato le cose più stupide. Meglio: abbiamo importato i loro vitigni, ma non copiato la loro cultura. Non abbiamo imparato a vendere il territorio in maniera differenziata. C’è differenza fra Pouilly-fumé e Sancerre, c’è differenza tra Côte de Nuits e Côte de Beaune. Noi invece facciamo di tutta l’erba un fascio. Abbiamo un nome che tira, e se potessimo lo metteremmo anche sulle bambole gonfiabili… perché sono sicuro che c’è qualche fabbricante di bambole gonfiabili che vorrebbe chiamare i suoi prodotti, Etna, Irpinia, Valpolicella, magari pure Barolo o Montalcino. Da lustri sulle bottiglie dei vini francesi viene indicato se è stato messo in bottiglia da un ‘‘vignaiolo’’, ‘‘negoziante’’, ‘‘cantina sociale’’: da noi manco a parlarne. Così mai vi sarà il rispetto per i ruoli e continueremo a scaricare responsabilità».

Quale la risposta (alle esigenze del territorio, non ai fabbricanti di bambole gonfiabili)?

«Bisogna credere nelle radici, credere nelle origini, credere nella natura, credere in noi stessi. E chiamare il vino con il nome dell’areale da dove proviene. Ma non solo per il vino. Per tutti i prodotti di un territorio. Vale la stessa cosa anche per cipolle, patate, carote. È inutile scrivere ‘‘pesche di Volpedo’’ sulle pesche che si fanno a Volpedo. Anche un cieco capisce che è una pesca. Basta ‘‘Volpedo’’. E Volpedo potrebbe essere un brand mondiale, perché Volpedo lo dice benissimo anche un giapponese o un coreano».

Parlavamo dei francesi…

«Dai francesi abbiamo copiato un sacco di stupidaggini… la macerazione carbonica, il novello - che si produce dalla Valtellina alla Sicilia, quando invece i francesi fanno il Beaujolais, il novello mondiale, soltanto in una zona ben definita. Guardiamo ad esempio in Sicilia. Gli inglesi ci hanno insegnato a fare un grande prodotto, che è il Marsala, e noi italiani siamo riusciti a farlo all’uovo… Dallo stesso punto di inquadramento vediamo il casino che si sta facendo nel nostro Paese nell’interpretare quel grandissimo vitigno di Borgogna che si chiama Pinot noir, che in Italia a parte poche microaree solitamente dà risultati mediocri».

Perché parla di risultati mediocri?

«Non è il suo ambiente, mai l’uomo scriverà pagine di geografia. Di storia, solitamente brutta, son pieni i libri».

Non tutti la pensano così…

«Digli di provare a produrre due grappoli di Croatina in Borgogna e di vedere cosa succede».

Il lavoro di cantina viene in soccorso, però.

«I vini devono essere sicuramente buoni, ma possibilmente orgasmotici. L’altissima qualità nel vino non lo fai in cantina. Lo ottieni con tanta fortuna in vigna: staccare al momento giusto, avere la maturazione al momento giusto, avere le piogge al momento giusto, avere il portinnesto giusto per quell’andamento meteoclimatico. I tempi di macerazione, di affinamento, di messa in bottiglia, tappi naturali di sughero non inquinati e strapazzati da lavorazioni irrazionali, il tempo di evoluzione in bottiglia. Poi è ovvio che il vino va avanti in cantina, ma la cantina non deve essere quella di uno scienziato. È difficile che l’enologo faccia un vino orgasmotico. Anzi, è impossibile: come pensare che un chirurgo estetico possa realizzare Miss Universo. A meno che non corrompa la giuria. Mai quella donna farà ‘‘sangue’’ al pari di una donna come mamma l’ha fatta. I nostri nonni chiamavano il mese di settembre ‘‘Vendemmiaio’’. È lo stesso ‘‘Vendemmiaio’’ in Alsazia, nella Valle del Reno, in Borgogna e in Italia, dalle Alpi all’estremità sud dell’Appennino. Non si vendemmia prima di ferragosto: è un insulto all’umanità. Caso mai ad ottobre».

Questo ci riporta al suo pensiero sul Novello, un vino che in Oltrepò ormai viene prodotto e sponsorizzato su larghissima scala da oltre un decennio. Il tentativo anche di andar dietro a un certo mercato; cosa che lei non ha mai fatto - cercando di farlo, il mercato, piuttosto che di seguirlo.

«Partiamo da un presupposto. Con l’uva puoi fare quello che vuoi. Se fossimo una nazione che rispetta il mondo agricolo e i suoi prodotti dovremmo poter fare anche l’aceto. Perché se potessimo fare legalmente l’aceto nella nostra cantina, oggi noi posizioneremmo a livello mondiale dell’aceto di uva Verdicchio, Nero d’Avola, Barbera, Timorasso, Negramaro, Croatina, Tazzelenghe, Glera, Sangiovese, Lambrusco, Aglianico e Corvina, a prezzi pari a quelli del vino. Che coerenza c’è fra avere un olio di alto livello e un aceto industriale, insignificante, per condire l’insalata?».

Scusi: si tratta di una suggestione del momento o è un tema sul quale ha lavorato, in qualche modo?

«Io ci credo da matti. Basta fare un’azione in parlamento e far sì che la legislazione consenta di fare l’aceto non industriale».

Se la Toscana del vino è quella che conosciamo oggi è anche perché, a metà degli anni ’80 quando il mercato non era certo al top (sovrapproduzioni dovute a contributi europei per nuovi impianti, vini a scaffale per poche migliaia di lire – come la bonarda di oggi), è arrivato poi lo scandalo del metanolo a distruggere tutto ciò che c’era prima e, nonostante la batosta, ad aprire nuovi orizzonti. Intanto: condivide questa lettura? Pensa che i recenti scandali in Oltrepò possano fare altrettanto da apripista? Spoiler: finora pare tutto cambi perché nulla cambi

«No. Gli scandali arrivano quando dietro ci sono i poteri forti che coprono. Però a un certo punto le questioni scoppiano. Questa è storia. Abbiamo visto di tutto, non solo nel mondo del vino, ma in tutto il mondo agrario, anche con le problematiche di igiene e sicurezza, soprattutto nel campo degli allevamenti. Quando c’è troppa gente dietro che ha interessi meschini, e noi contadini non abbiamo la forza di reagire perché siamo vessati o siamo ricattati, comunque prima o poi il bubbone scoppia. E quando scoppia non porta benefici a nessuno, perché come hanno coperto prima, hanno la forza di coprire dopo. La forza della Toscana sono le famiglie commerciali col cervello fino, cominciando con gli Antinori per andare avanti con tutte queste casate che operano da secoli nel mondo del vino di qualità e che hanno contribuito a tirare la volata anche alle realtà più piccole».

Queste realtà in Oltrepò sono assenti, storicamente, almeno a quei livelli. Se lei possedesse un’azienda in Oltrepò che linea le imprimerebbe?

«Proverei a fare una Croatina frizzante col nome Bonarda, come quella che ha sempre fatto Riccardo Albani di Casteggio e come quelle ‘‘vere’’ che continuano a fare tanti altri. Perché quello è il primo cavallo di battaglia dell’Oltrepò. Un prodotto unico nell’universo del vino. Che ha solo la sfortuna di non essere di caratura internazionale, ma che con l’alta qualità, ripeto: alta qualità, e con una comunicazione ben fatta sarebbe ben accolto nel salotto buono».

Mi permetta: forse è un po’ tardi.

«Non è mai troppo tardi!».

Ma si trovano Bonarde sugli scaffali a meno di due euro… e c’è a chi va bene così, evidentemente. L’Oltrepò è troppo grosso per mettere tutti d’accordo. Le esigenze degli imbottigliatori, per esempio, non saranno mai le stesse dei produttori che invocano certe qualità. Come vede questi rapporti? Per esempio: che rapporto avrebbe con gli imbottigliatori?

«Non ti curar di lor ma guarda e passa. La risposta che ha dato Virgilio a Dante quando è entrato nell’Inferno. Perché una categoria che non ha l’umiltà e l’onestà di rinunciare a un pugno di dollari per dare dignità internazionale a un vino fatto dalla storia che si chiama Buttafuoco, la naturale risposta territoriale al Barolo, ma che a mio avviso deve essere rigorosamente di una sola tipologia sicuramente ‘‘fermo’’ è gente che non merita il mio rispetto e con la quale non mi voglio neanche interfacciare. Loro che vadano pure nella loro strada, che diventino pure i più ricchi nel cimitero. La banda di scalmanati, sani, etici, giovani che ci sono in Oltrepò può farne a meno. Poi bisognerebbe avere il coraggio di registrare qualche nome…».

A cosa si riferisce?

«Per esempio: Iria. Il nome storico di Voghera, che non evocherà una grande storia, ma… chissenefrega? Iria è un nome breve, legato alla storia, legato alle nostre radici, che potrebbe portare in giro per il mondo un vino, ripeto una sola tipologia di vino, non una serie di vini, perché non ci dovranno essere l’Iria Bonarda, l’Iria Cortese, l’Iria Pinot Nero. L’Iria deve essere solo un vino. E posso dirvi che Iria è già un marchio registrato da un produttore di un vino dell’Oltrepò che io stimo in maniera totale, come uomo e come vignaiolo».

Ci saranno altre possibilità…

«Se non piace la parola Iria, possono esserci degli altri nomi, a cominciare da ‘‘Riccagioia’’. Ma pensate: potrà mai esistere nome più bello di ‘‘Ricca’’, come ‘‘ricchezza’’; ‘‘Gioia’’, come ‘‘felicità’’, ‘‘serenità’’. ‘‘trasparenza’’? Non dimentichiamo di ridare dignità a Riccagioia, è vera e sana vendetta nei confronti di chi ha continuato a prenderci in giro per oltre quarant’anni, e oggi è ospite delle patrie galere. Oggi avendo la fortuna di avere un alleato fautore o facitore di democrazia che si chiama web, nel giro di pochissimo tempo, gratuitamente, qualsiasi nome condiviso da una trentina di produttore etici e con le idee chiare farà il giro del mondo. E la visione che potrà dare questo fantastico territorio comincerà a essere un’altra».

Le pongo una domanda che ha a che fare con la sua storia. A Riccagioia esiste una collezione di vitigni autoctoni non ancora conosciuti dai produttori; alcuni potrebbero essere vinificabili con successo. Non le chiedo la bontà di un progetto simile perché non c’è purtroppo occasione di saggiare le caratteristiche - anche se c’è chi ha iniziato a farlo - però le chiedo, in linea di massima, se pensa sia possibile ripetere in qualche modo, con queste basi, l’operazione Timorasso.

«La storia del vino l’han sempre fatta le cantine grosse, che non vuol dire le grandi cantine. Quando uno pensa al lambrusco pensa a Giacobazzi, nessuno pensa a Cinque Campi, Podere Saliceto, Paltrinieri o a Cristian Bellei. Oggi le grosse cantine che operano nel mondo del Lambrusco, quelle da qualche milione di bottiglie all’anno hanno anche delle linee di alta qualità. E il Lambrusco negli ultimi 10 anni ha cambiato la sua storia. La storia l’hanno fatta le grosse cantine. La mia storia è irripetibile e consiglio - non per egoismo, ma per altruismo - a tutti di non copiarla. Intanto, dal 1978 io ho operato in un territorio dove non c’è mai stata un’etichetta di riferimento e dove è sempre esistita solo una cantina sociale, che non ha mai fatto brillare il territorio ma al territorio non ha mai fatto danni. I danni, dagli anni Settanta, li ha arrecati solamente ai suoi conferenti».

Cosa farebbe per quanto riguarda le riforme dei disciplinari?

«La prima cosa che farei con forza è quello che hanno fatto in Franciacorta qualche anno fa. Utilizzare il nome o per il vino classico o per lo spumante. Hanno tolto il nome Franciacorta dai vini classici e lo hanno tenuto solo per lo spumante. Quando tu offri un aperitivo, bevi un Franciacorta. Poi, se sei a cena sul Lago di Garda e vuoi bere il territorio, puoi berti un bianco o un rosso di Curtefranca».

In effetti la questione del brand Oltrepò è un tema dibattuto, ma non si è mai trovata, finora, una visione condivisa.

«I diritti acquisiti? Bisogna aver la forza di andarci sopra, lasciare che scadano in maniera fisiologica. Muoiono anche gli elefanti, moriranno pure i vecchi babbioni dell’Oltrepò. Bisogna scrivere delle nuove linee guida. Con coraggio si può studiare un nome legato al territorio, con un’azione altamente qualitativa - e quando c’è la volontà da parte di un gruppo di 20 aziende, i volumi contano relativamente. E andare a imporre nel mercato un brand (come è stato fatto in questi anni in quasi tutte le regioni italiane) diventa un gioco molto divertente».

Cosa cambierebbe per lei avere un vicino di casa - l’Oltrepò - con queste caratteristiche?

«Non mi cambierebbe assolutamente niente, perché la mia identità è chiaramente legata solo a vini classici, trainati da un bianco col nome Derthona, e a due rossi oramai definiti sulla barbera e sulla croatina ferma. Ci sarebbe un territorio limitrofo a me che potrebbe avere l’orgoglio dell’appartenenza come ce l’ha il Gavi. Mentre invece, oggi, ha solo l’orgoglio della confusione».

Cosa pensa, invece, del Timorasso in Oltrepò - peraltro già presente, seppur in quantità molto limitate?

«Sarà buonissimo, l’importante è che sappiate non si chiamerà mai Derthona. Come il vostro metodo classico non si chiamerà mai Champagne.»

Durante questa intervista sul tema dell’Oltrepò non è venuto fuori il nome di un suo amico: Lino Maga.

«Non posso fare un’intervista a due teste. Lino, sono certo avallerà tutte queste mie ‘‘castronerie’’ in tempo reale, la storia con 22 anni di differenza, ossia nel 2041, gli stessi anni che ha dovuti impiegare Lui per spiegare alle istituzioni come gira e come dovrà girare il mondo, se non vogliamo finisca troppo presto, pure la storia avallerà queste tesi».

di Pier Luigi Feltri

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