Giovedì, 25 Aprile 2019
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Simone Algeri, 25 anni, è l’ex coordinatore dei Giovani di Forza Italia di Voghera. Tessera azzurra in tasca da quando aveva 14 anni, dal 2011 al 2017 ha guidato il gruppo giovanile, nel 2015 si è candidato al ruolo di consigliere comunale e ad oggi risulta il primo dei non eletti a Palazzo Gounela nonché l’under 30 più votato. Dal 2016 ha lentamente abbandonato la politica per “volare” - letteralmente - dietro al suo sogno: quello di diventare pilota di linea. La passione per la politica però non l’ha persa così come il senso critico.

Ultimamente è intervenuto spesso sui social per pubblicizzare tra i concittadini i suoi tentativi di chiarire alcune magagne connesse ad Asm Voghera. Non lesina critiche al “suo” sindaco Carlo Barbieri e lancia qualche frecciata all’”ambizioso” leghista Pierfelice Albini.

Algeri, andiamo per ordine. Iniziamo dalle critiche lanciate ad Asm. Non ne ha lesinate sui social, dal caso bollette alla gestione della raccolta differenziata. Cosa non funziona secondo lei?

«Secondo me c’è stato un grande caos. Per quanto riguarda il caso bollette non mi capacito di come, da un giorno all’altro, si sia creato questo disastro e soprattutto non capisco come questa situazione non sia stata ancora risolta.  Tutto ciò è ancora più strano ed imbarazzante dato il costoso supporto ottenuto dalla società che fornisce il software usato per il calcolo delle bollette. Per quanto riguarda la raccolta differenziata penso che sia la metodologia stessa a non funzionare ed i tantissimi sacchetti abbandonati di fianco ai cassonetti mi danno ragione. Purtroppo l’impegno degli operatori dell’igiene urbana non può bastare a sopperire alla situazione creatasi».

Lei crede che non ci si abituerà mai del tutto al nuovo metodo?

«Onestamente temo che questa metodologia di raccolta, nonostante i costi altissimi sostenuti per l’acquisto dei cassonetti “intelligenti”, non avrà vita lunga. Meritano invece una menzione a parte i responsabili di ASM Vendita e Servizi che, in più occasioni ed anche su questo giornale, hanno sostenuto di potere decidere come e quando pagare i rimborsi dovuti a causa dei ritardi delle bollette».

Non è così?

«No e ne approfitto per ricordare a tutti gli utenti, e pure ai dirigenti di ASM Vendita e Servizi, che il contratto stesso prevede che il rimborso debba essere corrisposto nella prima fattura utile. Quello che dico si può facilmente evincere leggendo gli articoli 18.9 e 23.7 del contratto».

C’è chi l’ ha accusata di “fare casino” su internet... non ha cercato di rivolgersi all’amministrazione in maniera più diretta?

«Con i social ho solo cercato di informare i vogheresi riguardo i disservizi di ASM, e ho esercitato il mio diritto di critica come comune cittadino. Ho anche esposto direttamente le mie perplessità alla società. Nel novembre 2018 mi rivolsi ad ASM Vendita e Servizi, in ragione del dovere di trasparenza, per avere dei documenti riguardanti alcune spese che ritenevo poco chiare. Mi hanno risposto a febbraio 2019 domandandomi quale sia la legge che mi da il diritto di fare queste domande, io ho prontamente risposto ed ora attendo che, finalmente, mi diano ciò che a mio diritto ho richiesto. Nel frattempo ho segnalato alcune spese effettuate dalla società alla Procura Regionale della Corte dei Conti di Milano perché gli organi competenti facciano le dovute verifiche nel primario interesse del cittadino».

Da quando ha lasciato i giovani di Forza Italia il suo atteggiamento nei confronti dell’amministrazione è sempre stato molto critico. Che cosa non le piace della gestione Barbieri?

«Premetto che in realtà non ho lasciato i giovani di Forza Italia, anzi ad inizio 2019 ho rinnovato nuovamente la mia tessera di partito. Purtroppo però a Voghera non si è fatto molto, diciamo che specialmente dopo il commissariamento la Giunta é stata abbastanza immobile e, devo ammettere, che si è fatto poco o nulla di quanto previsto e promesso in campagna elettorale. Questo immobilismo mi ha davvero deluso, per me la coerenza e l’onestà devono essere alla base di ogni azione».

Torniamo all’esperienza con i giovani di FI. Come mai lasciò l’incarico? Solo “impegni personali” oppure qualche dissapore più profondo?

«Dopo aver firmato la candidatura nel 2015 comunicai al gruppo giovanile che, comunque fossero andate le elezioni, dopo le elezioni stesse mi sarei dimesso. In quel momento ritenevo che il mio percorso di coordinatore fosse giunto all’apice e volevo che altri meritevoli prendessero le redini del gruppo. Le mie dimissioni vennero congelate in attesa del ballottaggio bis svoltosi poi nel 2017. Dopo quella data organizzammo una serie di riunioni per scegliere il nome del nuovo coordinatore».

Albini della Lega ha dichiarato che nel 2020 FI potrebbe anche “non esistere più”. Solo una provocazione o secondo lei c’è qualcosa di vero?

«Più che una provocazione direi la speranza di colui che ambisce ad essere il candidato sindaco leghista. Sicuramente l’amico Albini ha moltissime doti, l’ambizione in primis, ma ha anche qualche difetto, per esempio ha la memoria corta. Occorre ricordargli che lui si è candidato con Barbieri e lo ha sostenuto con fermezza fino alla nomina della giunta post ballottaggio 2017. Sinceramente sembrano strane le tempistiche con cui attacca la maggioranza ed i partiti che ha sostenuto fino a pochi mesi fa. In definitiva mi viene da rispondere che non so se dopo le elezioni del 2020 Forza Italia esisterà ancora, ma sono certo che esisterà ancora la sua ambizione di diventare sindaco».

E lei? Si impegnerà politicamente nel 2020?

«Assolutamente no. Gli impegni di studio e di lavoro mi porteranno ad essere sempre meno presente in città e per di più, al momento, non vedo nessun progetto politico per cui valga la pena impegnarsi».

Come vedono gli occhi di un giovane il futuro politico della sua città?

«Onestamente male. Non vedo in nessun partito la volontà di lavorare con serietà. Prendiamo ad esempio il caso ASM: La maggioranza tace, il PD ha organizzato una piccola raccolta firme di protesta e ha fatto qualche interpellanza, la Lega ha fatto qualche comunicato stampa e pochissime interpellanze, il movimento 5 stelle ha completamente taciuto, alla resa dei conti nessuno ha fatto nulla».

di Christian Draghi

Daniele Passerini, 41 anni, agronomo specializzato in enologia e viticultura, è titolare dell’azienda agricola “Il Molino di Rovescala”. Da sempre promotore di un “vino rosso fermo autoctono”, dopo l’istituzione da parte di Ersaf dei “Tavoli di denominazione” è stato nominato coordinatore di quello relativo alla Doc Bonarda.

Il Molino di Rovescala, un’azienda con diversi anni di storia…

«La nostra famiglia è proprietaria da tre generazioni, ma tramite alcune ricerche effettuate da storici, abbiamo scoperto alcune tracce che dimostrano che la nostra azienda produceva vino sin dal ‘500. è composta da una trentina di ettari dedicati alla coltivazione della vite, da cui produciamo circa tremila quintali di uva. Da questi tremila quintali ne selezioniamo mille per la vinificazione, destinandone i rimanenti al marcato delle uve».

Come si diversifica la vostra produzione?

«Negli anni passati producevamo una maggior quantità di sfuso ma da alcuni anni abbiamo aumentato la quantità di bottiglie prodotte, riducendo notevolmente lo sfuso. La nostra produzione si divide in due gamme: quella classica e quella riserva».

Come commercializzate la vostra produzione? In quali canali di vendita?

«Ci occupiamo direttamente noi della vendita, senza alcun soggetto esterno. Commercializziamo la nostra produzione solo in ristoranti, bar e privati. Niente grande distribuzione, per scelta dato che non ci interessano i grandi numeri. Al momento siamo attorno alle trentamila bottiglie, commercializzate ad un prezzo adeguato».

Siete soci di qualche cantina sociale?

«Siamo stati soci anni fa di “La Versa”, poi vista la situazione abbiamo preferito lasciare. Al momento non siamo associati di nessuna cantina sociale».

Siete associati a qualche ente o consorzio vitivinicolo?

«No, anche se il Consorzio negli ultimi sei mesi sta lavorando molto bene. Se continua in questa direzione e conferma i buoni propositi che sta dimostrando penso proprio che ci assoceremo. L’unico scetticismo rimane per il passato del Consorzio, non per come è ora».

La situazione attuale dell’Oltrepò vitivinicolo è decisamente caotica. Consorzio e Distretto del vino sembrano aver sepolto l’ascia di guerra. Come vede la situazione attuale?

«La vedo molto positiva. Nei tavoli di gestione delle Doc c’è molta collaborazione e positività, sia da parte del Consorzio soprattutto, ma anche da parte del Distretto, anch’egli ben rappresentato. Ad oggi si sta lavorando in modo positivo. Naturalmente è un equilibrio di cristallo, perché dopo tanti anni di rotture non è semplice. Purtroppo il Consorzio, per le scelte passate, fino a sei mesi fa non era più rappresentativo. Non c’era una soluzione diversa: o saltava o si cambiava. La scelta intelligente è stata quella di ridiscutere con le aziende e convincerle a rientrare, cambiando completamente rotta. Il Consorzio stavolta non ha promesso, ma ha ascoltato realmente le aziende e sta provando realmente a fare qualcosa insieme a loro».

A proposito di “Tavoli di denominazione”: come sono strutturati?

«I tavoli di denominazione sono composti da una quindicina di aziende, alcuni anche da meno. Servono da supporto all’Ersaf (Ente Regionale per i Servizi all’Agricoltura e alle Foreste, ndr) e all’assessore Rolfi a creare un progetto per ogni denominazione, al momento sei. La composizione è interessante, dato che sono composti da alcuni rappresentanti “storici” del Consorzio di Tutela, alcuni del Distretto del Vino, alcuni del Consorzio del Buttafuoco Storico e alcuni produttori indipendenti, come me. Tutte persone competenti, non disinteressate. Altra cosa interessante è che ogni testa vale un voto, il grosso produttore vale come il piccolo produttore. Ognuno dice la sua, ha diritto a discutere le proprie idee e ci si confronta insieme. Naturalmente siamo agli inizi, non ci vorrà un minuto per ottenere qualcosa di concreto. Io trovo però che sia il modo giusto per rendere partecipe il territorio e renderlo responsabile del progetto. Il progetto non è stato calato dall’alto, ci è stato chiesto di creare un progetto su cui credere. Quindi poi non possiamo non credere in un progetto creato direttamente da noi».

Lei è stato nominato coordinatore di quello del Bonarda. Come vede questa opportunità?

«è un incarico impegnativo e di responsabilità, ma penso che la responsabilità sia un po’ di tutti i partecipanti nel provare a fare qualcosa in questo sistema. Il coordinatore non ha un ruolo decisionale, ma può sicuramente aiutare il miglior funzionamento di questi tavoli e spero di poterci riuscire».

Per quanto riguarda il Bonarda, nell’ultima revisione dei disciplinari, la tipologia “ferma” è stata eliminata. Secondo Lei questa manovra servirà per rilanciare il Bonarda, dato che i consumatori la conoscono per lo più come frizzante, oppure è un’occasione persa per mantenere un ulteriore rosso fermo Oltrepò Pavese in commercio?

«Ne abbiamo appunto discusso e sono favorevole al fatto che ne esista una tipologia sola, chiaramente frizzante dato che i numeri parlano solo per questa tipologia. La cosa importante è che in parallelo venga sviluppata una Doc di un vino rosso fermo, a base Croatina, sul quale il territorio possa riversare la propria vocazionalità: il Rovescala, o il Casteggio per l’Oltrepò orientale, o ancora il Buttafuoco devono essere vini da uve autoctone che rappresentino l’intero territorio. Non si può lasciare un “buco” in questo segmento, lasciando il territorio senza un vino rosso fermo importante. Il Buttafuoco rappresenta una zona molto limitata ed è per questo che devono esserci almeno altri due vini rossi fermi da uve autoctone che coprano le varie zone. L’Oltrepò è un territorio grande, con zone diverse, quindi non possiamo ottenere a Rovescala lo stesso vino che si può ottenere a Casteggio. Per questo le tre “fasce” devono essere rappresentate da altrettanti vini rossi fermi. Questo però non deve essere scollegato dalla “riforma” del Bonarda solo frizzante: nel momento in cui si uscirà con un disciplinare definitivo di un Bonarda solo frizzante, si deve uscire anche con il progetto di un rosso fermo da uve autoctone. Non come c’era stato proposto precedentemente, con il solo mantenimento della versione frizzante, rinviando ad una non precisa data la discussione sul rosso fermo. No, la riforma va fatta parallelamente, soprattutto in un momento come questo in cui i mercati cercano vini rossi fermi. Sarebbe assurdo».

Secondo Lei, queste operazioni di revisione permetteranno un giorno di fermare l’invasione sugli scaffali del Bonarda DOC a prezzi da discount?

«Secondo me sì. Se ci permettono di correggere i disciplinari e di lavorare in modo costruttivo sì, sarà possibile. Sicuramente però non basterà questo: dovremo lavorare anche sulla promozione del prodotto. Il primo passo è definire un prodotto su cui impostare il marketing. Ai tavoli abbiamo scelto da subito di creare un prodotto di una certa qualità per dare la giusta remunerazione a chi vende vino ma anche solo l’uva. Il territorio al momento non raggiunge quei famosi 7.700-8.000 euro\ettaro necessari per poter vivere. La finalità dei tavoli è anche quella: alzare il prezzo medio delle uve. E per farlo è necessario lavorare sui disciplinari prima e sul marketing da applicare dopo».

Prima ha nominato il “Rovescala”, un progetto enologico di qualche anno fa che oggi, con l’istituzione dei “Tavoli di denominazione”, è tornato di attualità. Pensa che un giorno potremmo vedere una ipotetica denominazione “Oltrepò Pavese Rovescala Doc”?

«Spero proprio di sì. Spero di vedere un “Rovescala Doc” semplice, non tanto perché sono di Rovescala. Come sappiamo le vecchie proposte del “Rovescala Doc” comprendevano l’estensione di cinque comuni, un’area abbastanza vasta. La mia convinzione non è dettata dal nome utilizzato, sebbene ritenga comunque che il nome Rovescala abbia un ottimo appeal su un prodotto vinicolo. I rossi fruttati sono molto ricercati dai mercati e il nostro territorio ha le potenzialità di farli. La chiarezza di offrire al consumatore un rosso fruttato autoctono, con un nome semplice, non di fantasia ma che identifichi un paese, un territorio. è un progetto non semplice, che non si può buttare in piedi un giorno con l’altro, ma soprattutto non dobbiamo crederci solo noi aziende di Rovescala, ma tutto il territorio con l’aiuto di un consorzio. Io credo che non solo sia possibile, ma anche doveroso provarci. Bisognerebbe seguire il concetto del Barolo e del Barbaresco, vini di successo che hanno dato risalto al territorio da cui hanno preso il nome».

Nei giorni scorsi l’abbiamo vista impegnato nella visita dell’assessore Magoni e del ministro Centinaio nel corso della Primavera dei Vini di Rovescala. Due autorità che sembrano aver preso a cuore l’Oltrepò Pavese. Che impressione ha avuto?

«Certamente positiva da entrambi. Centinaio naturalmente ha più contatti col territorio e ci seguiva già qualche anno fa, prima ancora di diventare ministro. è una persona molto attenta al territorio, disponibile e sensibile ai nostri problemi. Ha lavorato bene col riso, e ora lo sta facendo anche con il vino. L’assessore Magoni ci ha dato dei bellissimi suggerimenti e ci ha promesso collaborazione. Da come li abbiamo visti mi sembrano persone molto competenti. Il loro lavoro naturalmente non è fare vino, ma certamente sanno come si promuove un territorio e di cosa questo necessiti. Anche loro, specialmente il ministro, sanno che tutto passa per la coordinazione e la “dismissione delle armi” da parte degli oltrepadani: se c’è collaborazione e si riesce a far sistema un progetto può funzionare, altrimenti anche un’autorità non saprebbe come fare. Centinaio ce la sta mettendo tutta. I tavoli sono stati voluti da lui e dall’assessore Rolfi. Sono persone che ci stanno mettendo la faccia, mettendoci anche soldi. Hanno previsto grossi investimenti per questo progetto, creando la possibilità di fare qualcosa di concreto. Loro e hanno dato un input, dopo sta al territorio seguire le linee guida».

 di Manuele Riccardi

Per gli oltrepadani Nicelli, Canzian e Brega, il sipario di questo 2019 rallystico si é alzato in terra ligure con la partecipazione alla sesta edizione della Ronde Val Merula. Due giorni di sport e spettacolo motoristico, che hanno richiamato ad Andora nel ponente ligure molti appassionati. Nella sua breve storia, quella di quest’anno la si può definire un’edizione da record non solo per gli oltre 100 iscritti, ma anche per l’alto livello degli equipaggi al via.

L’automobilismo oltrepadano é stato presente con tre equipaggi di spessore; due giovane e scalpitanti come: Davide Nicelli con Alessandro Mattioda su Peugeot 208 R2B e  Riccardo Canzian con Andrea Prizzon su Reanult Clio R3C e gli esperti Massimo Brega e Claudio Biglieri con la nuova Fiat 124 Rally Abarth.

Per costoro, in gara con una vettura non certo facile da portare in condizioni meteo non ottimali, c’é stato tanto divertimento, tanto spettacolo offerto agli spettatori e il successo tra le RGT da regalare alla Scuderia Piloti Oltrepo. Davide Nicelli chiude invece con un buon terzo posto nella R2B e tra gli under 25 il Rally. Il driver stradellino sulla sua Peugeot 208R2, dalla livrea rinnovata, ha così commentato la sua prestazione. «È stata una gara positiva nel complesso. Siamo partiti un po’ a rilento sulla prima prova, perdendo troppi secondi dai primi di R2: purtroppo non sono mai riuscito a trovare il ritmo, poi dalla seconda prova abbiamo resettato tutto e siamo riusciti a staccare ottimi tempi, lottando con chi al momento si trovava tra i primi in R2. Certo che in gare come queste, corte, se parti al meglio tutto è subito compromesso e recuperare diventa molto difficile. Comunque alla fine siamo riusciti ad arrivare sul podio di categoria e questo é positivo anche se in effetti più che altro ci interessava provare alcune soluzioni del set up e gomme, quindi per ora va bene così, certo che alcune cose vanno ancora messe a posto e migliorate».

Una grossa pietra in traiettoria su di una “destra piena”, impossibile da evitare, una gomma che si sgonfia, tanto tempo perso ed ecco che una gara sfuma, ma poteva anche andare peggio per Riccardo Canzian e Andrea Prizzon in gara con la Clio R3C.

Un inconveniente che ha tarpato in parte le ali al giovane e veloce driver di Broni, il quale, pur non prendendosi ulteriori rischi eccessivi ha ricucito in parte il gap che lo divideva dai primi andando a chiudere la gara con un ottimo secondo posto di categoria a soli 13” dai vincitori. A differenza di Nicelli, Canzian non ha stilato  un programma 2019, che per lui, fino ad oggi, sarà un anno transitorio, in cui lo vedremo impegnato in gare spot in attesa dei nuovi programmi Renault 2020. La sesta edizione della Ronde Val Merula é stata vinta da Fabio Andolfi e Simone Scattolin, su Skoda Fabia R5.

Alle loro spalle si sono classificati Giandomenico Basso e Nicola Vettoretti, giunti a 4”2 e Stefano Albertini e Danilo Fappani  a 23”7. Lo stesso Andolfi ha conquistato la seconda e la quarta prova speciale, mentre Basso è stato il più veloce nella terza e Albertini nella prima.

di Piero Ventura

Nel 2017 sono stati aperti circa 26 fascicoli al giorno per reati contro gli animali, uno ogni 55 minuti, circa 9500 all'anno, e sono state indagate 5.50 persone, una ogni 90 minuti. Sono alcuni dei dati che emergono dalla tavola rotonda ''Animali maltrattati: la necessità della riforma della Legge 189'' organizzata da Lav e Università eCampus, a Roma. Al centro del confronto, la legge 189 del 2004, che nel codice penale ha elevato il reato di maltrattamento da semplice contravvenzione a delitto, ha previsto la reclusione per i reati più gravi e la confisca degli animali oggetto delle illegalità, prima non prevista. La legge ha consentito ad esempio la condanna per maltrattamenti di Green Hill, l'allevamento di beagle destinati alla vivisezione, riconosce il presidente della Lav Gianluca Felicetti. Tuttavia, evidenzia, "quella norma deve essere resa più efficace, partendo dal suo adeguamento al Trattato europeo di Lisbona che impegna anche gli Stati membri al riconoscimento degli animali come esseri senzienti; e definendo una procedura chiara per la custodia giudiziaria degli animali, che non dovranno essere lasciati agli stessi maltrattatori ma presso Centri riconosciuti di accoglienza". Per sostenere la modifica della legge, la Lav il 30 marzo lancerà la petizione #chimaltrattapaga in centinaia di piazze e presso l'università eCampus, che nel corso della conferenza ha annunciato il primo master universitario di primo livello in "Criminologia e tutela giuridica degli animali".

La legge 189 del 2004 sul maltrattamento degli animali "è stata significativa ma necessita di essere rivista sia dal punto di vista penale, aumentando le pene per consentire di fare indagini più approfondite, sia di procedura penale, perché l'animale non può, ad esempio, essere riaffidato a chi lo ha maltrattato" ha detto il ministro dell'Ambiente Sergio Costa a margine della tavola rotonda. "Oggi possiamo dire che gli animali appartengono alla nostra famiglia e vanno trattati come tali. Siano essi da compagnia o da produzione, bisogna smettere di considerarli come oggetti", ha dichiarato Costa. I 9.500 casi noti all'anno di maltrattamenti, di cui riferisce la Lav, "sono numeri che fanno paura", ha aggiunto. Costa ha parlato anche di un "eccessivo spacchettamento delle competenze" tra i vari ministeri: all'Ambiente compete la fauna selvatica, la caccia all'Agricoltura, i maltrattamenti alla Salute e la legge che li persegue alla Giustizia. Questo spacchettamento "aiuta nella fase del dialogo, ma l'atto che va firmato diventa più complesso. Una semplificazione è necessaria". "Con il ministro della Salute Giulia Grillo – ha annunciato Costa nel corso della tavola rotonda – stiamo scrivendo un decreto congiunto ambiente-salute per mettere insieme il tema del maltrattamento con quello della fauna selvatica, in modo da semplificare". 

Costa ha anche detto che "nella legge di stabilità 2020 ci sarà una defiscalizzazione robusta dei prodotti per animali", attualmente sottoposti all'Iva al 22%, "così che tutti possano permettersi un animale da compagnia". In merito alle risorse necessarie alla defiscalizzazione, "non è una cifra inarrivabile, l'Italia se lo può permettere", ha precisato.

Le foreste italiane aumentano, con un incremento del 72,6% nel periodo che va dal 1936 al 2015 (più 4,9% dal 2005 al 2015); e arrivano a coprire il 36,4% della superficie nazionale, circa 10,9 milioni di ettari. Questa la fotografia scattata dal 'Primo rapporto nazionale sullo stato delle foreste e del settore forestale' (RaFItalia), presentato al ministero delle Politiche agricole in occasione della Giornata mondiale delle foreste che si celebra oggi.

Il report mette in rilievo sia i punti di forza che quelli di debolezza, elencando anche quelli da sviluppare. Tra gli aspetti critici l'importazione di legna e legname, pari a circa 3,75 milioni di metri cubi per il grezzo e a 14,46 per il semilavorato. Tra i cui su cui lavorare di più la lotta agli incendi boschivi, "un fenomeno ancora preoccupante" nonostante si sia ridotta la superficie media bruciata.

Anche un centesimo può far la differenza. Ne sono convinti a Start Italy, associazione senza scopo di lucro, che ha presentato il progetto 'Spicciati': dal primo maggio presso le 56mila tabaccherie italiane, la rete vendita più diffusa da Nord a Sud, sarà possibile sbarazzarsi dei centesimi, spesso dimenticati nelle tasche, per sostenere giovani imprese e nuove star up. 

Il progetto è stato presentato Ministero delle Politiche agricole alimentari, forestali e del turismo alla presenza del ministro Centinaio che ha abbracciato con entusiasmo l'iniziativa.

"Spesso le monete da 1, 2 e 5 centesimi, i cosiddetti ramini, sono inutilizzate - ha sottolineato Gian Maria Miliacca, presidente dell'Associazione Start Italy - e nell'opinione comune sono considerate come 'scarto' e addirittura il loro costo di produzione supera il loro valore. Pochi sanno, invece, che valgono oltre 198 milioni di euro (dati Banca d'Italia 2017) e costa molto allo Stato riprodurle. Dal primo maggio, festa dei lavoratori, sarà possibile recuperale per creare occupazione. Tutti insieme possiamo creare ricchezza, con dati di raccolta pubblicati in trasparenza mensilmente e destinazioni fondi valutate da Commissioni Tecnico scientifiche. La sfida è raccogliere sul territorio italiano quanti più centesimi possibile per generare un capitale che, messo insieme, rappresenta un importante contributo alla futura occupazione dei giovani".

"Chiediamo agli italiani il minimo sindacale: minimo un centesimo massimo cinque. E' un progetto serio - ha detto il ministro Centinaio - che fondamentalmente non chiede niente a nessuno, ma può dare futuro e speranza a chi ha voglia di dare un futuro al proprio Paese. Sarà un supporto a 360 gradi a giovani start up. Sono progetti semplici ma creativi e innovativi. Mi piace anche l'idea che dei giovani, come i promotori del progetto, pensano ai giovani con una idea dinamica e vincente. Del resto Paperon de' Paperoni è diventato ricco con un centesimo. Ed io ne ho regalato uno a mio figlio quando è nato per augurargli una vita ricca di emozioni e prosperità".

Ha percorso quasi otto km contromano in autostrada, prima di essere fermato dalla Polizia Stradale di Bologna che gli ha revocato la patente. È successo verso le 23 di ieri sera nel tratto bolognese della A14.
    L'automobilista è un pensionato di 85 anni, nato ad Ancona e residente a Ozzano Emilia, nel Bolognese. Alla guida di una Ford Focus, è entrato in autostrada a San Lazzaro immettendosi sulla carreggiata Sud, ma in direzione Nord. Viaggiava sulla corsia di destra, che corrispondeva a quella di sorpasso per chi procedeva regolarmente. Non ha causato incidenti ma, per fermarlo in sicurezza, la Polstrada ha utilizzato la 'safety car', bloccando temporaneamente il traffico. Oltre alla revoca della patente, per l'uomo sono scattate diverse contravvenzioni al codice della strada e il fermo amministrativo per tre mesi della macchina.

Tornano a salire i prezzi consigliati dei carburanti alla pompa, con le quotazioni petrolifere internazionali sospinte dal tonfo delle scorte Usa di greggio e prodotti. Stando alla consueta rilevazione di Staffetta Quotidiana, Eni, Ip e Tamoil hanno aumentato di un centesimo al litro i prezzi consigliati della benzina.

Queste sono le medie dei prezzi praticati comunicati dai gestori all'Osservatorio prezzi del ministero dello Sviluppo economico ed elaborati dalla Staffetta, rilevati alle 8 di ieri mattina su circa 15mila impianti: benzina self service a 1,559 euro/litro (+1 millesimo, pompe bianche 1,536), diesel a 1,491 euro/litro (invariato, pompe bianche 1,468). Benzina servito a 1,683 euro/litro (+1, pompe bianche 1,584), diesel a 1,617 euro/litro (invariato, pompe bianche 1,514). Gpl self service a 0,628 euro/litro, servito a 0,647 euro/litro (pompe bianche 0,635), metano self service 0,986 euro/kg, servito a 0,998 euro/kg (pompe bianche 0,987).

Cosa diavolo sono ora legale e ora solare

L’ora legale è quella “estiva”, cioè adottata dai paesi tra marzo e ottobre, il periodo dell’anno in cui ci sono più ore di luce. Nel giorno più lungo dell’estate, in Italia, il sole sorge verso le 5.30 e tramonta entro le 21. Se non ci fosse l’ora legale, sorgerebbe alle 4.30 e tramonterebbe alle 20. Ma visto che fra le 4.30 e le 5.30 quasi tutti stanno ancora dormendo, di quell’ora di luce potrebbero goderne pochissime persone: lo spostamento delle lancette provoca invece un “allungamento” delle giornate e permette un po’ a tutti di godere di un’ora di luce in più, dalle 20 alle 21. Avere più luce di sera – è piuttosto intuitivo – fa anche risparmiare sui consumi di energia elettrica (secondo Terna per 116 milioni di euro all’anno, in Italia).

L’ora solare è quella naturale, quella “giusta”, valida nei mesi invernali tra ottobre e marzo e “aggiustata” nel resto dell’anno con l’ora legale. Cosa succederebbe se l’Italia decidesse di adottare solo l’ora legale a scapito di quella solare? D’inverno il sole tramonterebbe più tardi, come d’estate, ma poi farebbe buio fino a circa le 9 del mattino, un orario in cui sono già iniziate le maggior parte delle nostre attività.

L’ora legale a chi conviene?

Per ragioni geografiche, gli stati del Sud Europa, come l’Italia, ottengono benefici superiori agli altri dall’ora legale. Dato che si trovano a circa metà strada fra Polo Nord ed Equatore, la durata delle giornate non varia moltissimo fra estate e inverno. Lo spostamento in avanti di un’ora, quindi, rende sì le giornate più lunghe, ma non in modo tale da avere luce a tarda sera.

Nei paesi del Nord Europa, invece, le giornate estive sono di per sé molto dilatate, visto che si trovano più vicini al Polo Nord: l’ora legale accentua un fenomeno già presente (e porta risparmi energetici molto ridotti). A Helsinki, in Finlandia, il sole sorge prima delle 4 e tramonta alle 22.50 il 21 giugno: in pratica scandisce una giornata da quasi 19 ore di luce, mentre se non ci fosse l’ora legale il sole tramonterebbe alle 21.50. Sempre il 21 giugno, a Berlino il tramonto è alle 21.33, a Parigi alle 21.58. In questi paesi da diversi anni vanno avanti campagne che chiedono l’abolizione dell’ora legale.

L’ora legale fa male alla salute?

Nei paesi che adottano questo sistema si discute sul fatto se l’ora legale porti a uno stato di stress temporaneo causato dal dormire un’ora di meno e dallo spostare i propri orari biologici. Una delle ricerche più complete in merito è quella del comitato scientifico del Parlamento tedesco, del 2016. Si sono esaminati sette studi: alcuni mostrano rischi per la salute, altri suggeriscono che il cambio dell’ora non abbia alcun effetto. Il comitato ritiene comunque che le conseguenze sul corpo siano state sottostimate e meritino ulteriori studi. Chi sostiene i benefici dell’ora legale parla invece della maggiore propensione allo sport e allo stare all’aria aperta nei mesi estivi.

Ma non doveva essere abolito a livello europeo il passaggio dall'ora solare a quella legale (e viceversa)? E invece è tutto rimandato, almeno fino al 2021. Così la notte tra sabato 30 e domenica 31 marzo 2019 gli orologi andranno riposizionati perché torna l'ora legale, e le lancette alle 02.00 andranno spostate avanti di un'ora, quindi alle 03.00.

DORMIREMO UN'ORA IN PIU' O UN'ORA IN MENO? - Ed ecco la seconda domanda, perché anche se il cambio avviene due volte l'anno, ci si dimentica sempre cosa comporta lo spostamento delle lancette. Bene, domenica 31 marzo dormiremo un'ora in meno, ovvero quando l'orologio segnerà le due del mattino, saranno invece già le tre e quindi avremo perso un'ora di sonno prezioso. Ma saremo presto consolati dalle giornate sempre più lunghe e i tramonti sempre più posticipati. Per fare un esempio pratico: dal 31 marzo alle 18 saranno giù le 19, ma avremo la luce di cui il giorno precedente godevamo alle 18. L'ora solare nasce infatti proprio dalla volontà di sfruttare meglio l'irradiazione del sole durante il periodo estivo.

L'ORGANISMO NE RISENTE? - Inevitabile anche che il cambio dell'ora abbia effetti sul nostro organismo, effetti che hanno a che fare con l'alternanza sonno-veglia. Entra in gioco uno squilibrio tra ormoni, come per un mini jet-lag: melatonina e serotonina da una parte, adrenalina e dopamina dall’altra. Per rimettersi in carreggiata occorre adottare comportamenti a costo zero che rimettono ordine in questo concerto di sostanze chimiche attraverso la dieta, l’attività fisica e le buone abitudini. Come consiglia Carla Lertola, medico pratico, specialista in Scienze dell’alimentazione, la sera è meglio tenersi leggeri, evitando carni rosse fibrose, seppie, calamari, polipi ed evitare le razioni abbondanti, compresa la pizza.

Il consiglio è anche di rispettare gli orari nel corso della giornata, con la cena almeno tre ore prima di coricarsi. E infine, quando si è a letto, evitare di accendere la luce anche se non si riesce ad addormentarsi, spegnere la tv, pc, tablet e cellulari.

A QUANDO L'ABOLIZIONE? - Ma a quando allora l'abolizione del cambio dell'ora? L'Unione europea sembrava decisa a tutti i costi a voler abolire il passaggio da solare a legale e viceversa. Dopo le numerose dichiarazioni del presidente Jean-Claud Juncker, era arrivata la proposta ufficiale della Commissione europea: ogni Stato dovrà scegliere se applicare in modo permanente l'ora legale o quella solare. Ma mentre inizialmente la dead line era la fine del 2019, ora l'abolizione dell'ora legale è stata rinviata almeno fino al 2021, e quindi di cambi d'ora ne vivremo ancora molti. Intanto l'ora solare, con tutta certezza, tornerà ancora il 27 ottobre 2019.

I Paesi hanno infatti chiesto più tempo per decidere e dovranno presentare la loro scelta ad aprile 2020. E a quel punto, si potrebbe arrivare a una consultazione popolare per chiedere ai cittadini cosa preferiscono. A tutto questo si aggiunge l'incognita delle elezioni europee a maggio, che cambieranno gli assetti degli organismi comunitari e così, forse, anche il cammino da percorrere sulla questione ora legale.

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