Giovedì, 18 Luglio 2019
Articoli filtrati per data: Martedì, 05 Marzo 2019

Elisa e Silvia Piaggi sono “Lefiole”. Originarie di Montalto Pavese, nate e cresciute nel territorio oltrepadano fino ai vent’anni circa, si sono poi trasferite a Milano per intraprendere gli studi universitari. Hanno deciso di tornare per iniziare un progetto legato al vino e all’attività di famiglia e hanno costruito così un loro personalissimo brand. Elisa ha 40 anni e da 15 lavora nell’editoria e al momento vive sul lago Maggiore.  Silvia, invece, di anni ne ha 36 ha studiato prima a Milano e poi a Londra: vive attualmente nel capoluogo lombardo e si occupa di turismo online.

Prima di tutto come nasce la passione per il vino?

«C’è sempre stata l’azienda di famiglia, fin dagli anni Venti con i nostri nonni. Il nonno aveva iniziato ad acquistare i primi terreni intorno alla casa e con nostro padre l’azienda si è poi pian piano ingrandita. Abbiamo al momento 12 ettari di terreno, di cui dieci sono vitati. Erano anni che pensavamo noi sorelle di fare qualcosa, per la nostra azienda e per il nostro territorio, anche perché il papà non continuerà in eterno a lavorare la terra e vogliamo quindi esserci noi. Lui continua comunque in questo lavoro, perché è la sua vita e la sua passione. Fino ad oggi lui ha sempre conferito le nostre uve alla cantina sociale: quando c’era ancora il nonno si vinificava, ma dopo la sua scomparsa si è deciso di fare così».

Nel 2017 arriva la svolta…

«Sì, abbiamo preso questa decisione e abbiamo scelto di vinificare solo una piccola parte della produzione totale: circa il 10% viene vinificato e abbiamo creato i nostri due vini, mentre il resto viene ancora conferito alla cantina».

Come vi è nata questa idea?

«Noi siamo nate a Montalto e abbiamo un forte legame con il territorio e con le zone in cui siamo cresciute. È vero che siamo “fuori casa” da parecchio tempo, ma proprio perché c’è questo legame e questo sentimento volevamo continuare a coltivare e a mantenere la tradizione di famiglia. Quello che ci ha spinto nella scelta, inoltre, è il fatto di dare un contributo all’Oltrepò Pavese, che secondo noi ha tanto bisogno di essere conosciuto e apprezzato. Volevamo dare un nostro tocco, anche di femminilità».

Il nome che vi identifica “Lefiole” come è stato deciso?

«è nato pensando al territorio, alla femminilità e al fatto di valorizzare quello che volevamo creare. Abbiamo invitato un gruppo di amici che ci conoscono e sanno bene le nostre caratteristiche e i nostri valori: abbiamo raccontato loro quello che volevamo esprimere nel nostro progetto, ossia qualcosa legato ai punti che abbiamo detto prima, alla famiglia, che fosse fresco e nuovo…

Nella giornata sono uscite diverse idee e quella che ci è piaciuta di più è stata appunto “Lefiole”: un po’ perché riprende la parola dialettale che vuole dire ragazze e poi nostra mamma è marchigiana e ci chiama sempre così, non usando la parola in dialetto vera e propria. Abbiamo deciso poi di scriverlo tutto attaccato e di creare un nostro logo che ricorda il volto di una donna di profilo: volevamo qualcosa di unico e questo brand ci rispecchia davvero molto».

Quali vini producete?

«Il pinot grigio Elivià e il pinot nero Alené. Anche qui abbiamo giocato nella creazione dei nomi: il primo è la fusione di Elisa e Silvia, mentre Alené l’abbiamo dedicato ai nostri genitori che si chiamano Angela ed Enzo. Abbiamo scelto dei vitigni nobili: abbiamo optato per il pinot nero, vino principe dell’Oltrepò e ci sembrava giusto fare anche il pinot grigio. Questi vini ci rappresentano, perché sono prodotti giovani e freschi».

Il progetto vero e proprio quando è partito?

«A dire il vero è iniziato molto velocemente. Ci pensavamo da un po’, ma la decisione vera e propria è arrivata nel 2016. Ristrutturando la vecchia cascina del nonno, abbiamo trovato due vecchie bottiglie dei nostri anni, quindi 1978 e 1982: ci è sembrato davvero un segno del destino. Poi abbiamo deciso di fare anche un corso di avvicinamento al vino e lì abbiamo iniziato a raccontare il nostro progetto all’enologo, che ci ha dato una grande mano nella realizzazione. Nel 2017 abbiamo fatto la prima vendemmia».

Vostro padre come ha preso la vostra decisione?

«Forse all’inizio era un pochino perplesso, ma solo per il fatto che il territorio dell’Oltrepò non è valorizzato al punto giusto… adesso sicuramente molto contento. Sia lui che nostra madre ci stanno dando una grandissima mano e stanno partecipando insieme a noi al progetto. Poi grazie a lui i vini sono veramente buoni perché lavora la terra con un amore incredibile: ha il suo metodo che si è creato con tanti anni di esperienza».

Dove vendete il vostro vino?

«Abbiamo appena iniziato e quindi al momento la vendita la stiamo facendo in Cantina e in Oltrepò: dobbiamo farci conoscere. Stiamo iniziando poi a spostarci verso Milano e il lago Maggiore, visto che ci viviamo. Poi in futuro ci piacerebbe sicuramente tentare anche il mercato estero…il tutto però a piccoli passi. Per adesso abbiamo prodotto 4000 bottiglie per tipologia di vino».

Cosa ne pensate del Consorzio e del Distretto del vino?

«Al momento non siamo ancora legate a questi enti. è difficile parlarne senza avere esperienza. Quello che possiamo dire che associazioni così, se funzionano bene, possono dare sicuramente vantaggi. Bisognerebbe andare tutti nella stessa direzione per il bene del territorio e ci piacerebbe vedere un Consorzio che faccia bene e che permetta ai produttori di farsi conoscere. Al momento non abbiamo ancora avuto modo di fare una bella chiacchierata… ma lo faremo di sicuro in futuro».

Il fatto di arrivare dall’Oltrepò ha rappresentato un ostacolo per voi?

«Il territorio ha qualche problema e lo sanno tutti, ma negli ultimi anni abbiamo notato che c’è tanto avvicinamento al mondo del vino e anche l’Oltrepò sta iniziando a farsi conoscere. Ci sono tanti produttori che fanno bene. è chiaro che è più difficile emergere perché la concorrenza è tanta, ma secondo noi siamo in un periodo in cui si parla tanto di cibo e di vino e qui nel territorio ci sono tanti prodotti buoni che secondo noi riusciranno a essere valorizzati».

Progetti per il futuro?

«Abbiamo iniziato a commercializzare nel giugno del 2018, quindi da poco… il progetto principale per noi è quindi quello di farci conoscere. Stiamo mettendo a punto un piano per capire quali siano le possibilità principali: qualche fiera sicuramente e il continuare a utilizzare con buonsenso i social. Abbiamo le pagine Facebook ed Instagram, che cerchiamo sempre di movimentare mettendoci la faccia. Facciamo vedere i vari step del nostro progetto».

 di Elisa Ajelli

L’Oltrepò come tante altre zone d’Italia presenta diverse criticità e problemi, problemi che per un po’ di mesi sembravano passati in secondo piano, surclassati dal tema immigrazione. Ora che il tema immigrazione, a parte qualche piccolo sbalzo, sembra stia passando di moda, l’Oltrepò di ritrova a fare i conti con i suoi vecchi problemi. Il problema che sicuramente “rompe di più le palle” alla gente è lo stato delle strade. Le strade oltrepadane sono effettivamente ed oggettivamente in uno stato pietoso e la gente è stufa di sfasciare le proprie auto per colpa di buche, che il più delle volte sono crateri. Sui social, sui giornali e nei bar, ogni giorno si parla delle buche delle strade dell’Oltrepò, buche che effettivamente indignano e che anche se ogni tanto vengono rattoppate alla “bel e meglio”, rendono pressoché tutte le strade dell’Oltrepò uno schifo e non c’è cittadina o paese oltrepadano che si salvi.

Il problema si acuisce di più nella brutta stagione: qualcuno dà la colpa al traffico eccessivo, qualcuno alla pioggia o neve che sia, qualcuno al sale che viene cosparso per evitare il gelo e in questi qualcuno, che distribuiscono colpe a destra e a manca, ci sono anche gli amministratori pubblici. A dire il vero non ho ancora sentito o letto di un amministratore pubblico che si sia assunto la responsabilità di lavori stradali non fatti o meglio ancora, che si assume la colpa per  quei pochi lavori fatti ma… con i piedi (per essere buoni). Eppure a mio modesto giudizio la verità è proprio questa: una manutenzione ordinaria di strade e di fossi fatta ogni tanto e così tanto per farla e una manutenzione straordinaria che non viene più eseguita da almeno 20 anni. È chiaro che se non vengono fatte nè la manutenzione straordinaria né quella ordinaria, le strade collassano, con gravi ripercussioni sulla viabilità, sulla sicurezza e sull’incolumità degli automobilisti oltrepadani che per lavoro, purtroppo per loro, le devono percorrere ogni giorno.

Anche a me personalmente è capitato e per ben tre volte in un anno, di dover cambiare tre  pneumatici ed un cerchione perché “ho preso” delle buche. Andando dal gommista lo stesso mi ha confermato che ogni giorno è un pellegrinaggio di automobilisti che devono cambiare gomme, cerchioni o ammortizzatori per problemi causati dalle buche.

In Oltrepò le buche aumentano e si moltiplicano di giorno in giorno ed ormai hanno reso le strade non più come dei campi da golf dove c’è una buca ogni tot metri, ma le hanno rese come una fetta di formaggio Emmenthal, dove i buchi, in questo caso le buche,  sono a distanza di pochi centimetri le une dalle altre. La cosa ha dell’incredibile perché la categoria degli automobilisti, motociclisti e camionisti è una delle più tartassate in Italia, categorie che pagano svariati milioni di euro annui tra accise e imposte varie, per avere in cambio strade che sono dei colabrodo. Ma la speranza è l’ultima a morire: tra qualche mese ci saranno le elezione europee e quelle comunali in diversi paesi dell’Oltrepò, per cui in molti confidano nella cosiddetta , “asfaltatura pre elettorale”, asfaltatura che come avrebbe detto Paolo Villaggio nel mitico film Fantozzi: “Ha la sinistra caratteristica di essere un velo di asfalto che dura dal venerdì prima del voto al lunedì dopo lo spoglio”. Effettivamente questa è la realtà: quando ci sono le elezioni, in molti paesi o meglio in quasi tutti,  viene messo uno speciale tipo di asfalto, un asfalto “usa e getta”, l’asfalto elettorale.

A livello nazionale ci sono statistiche che dicono che ad inizio anni 2000 si usava una quantità di asfalto espressa in metri cubi di circa il doppio di quella attuale, questo cosa vuol dire? Le strade sono diminuite? No, sono aumentate. L’asfalto dura di più? No, alla luce della situazione del manto stradale, direi proprio di no. La realtà è che le amministrazioni pubbliche investono sempre meno, ma anche lo strato dell’asfalto steso è inferiore rispetto a prima. E qui ci sarebbe sicuramente il tecnico, il geometra di turno che controbatterebbe: “Eh no, l’asfalto steso è ben specificato nei capitolati e non è inferiore rispetto a prima etc. etc. etc. ”...

E qui una maligna e magari infondata riflessione sorge spontanea, e non solo a me, ma a moltissimi, è una voce ricorrente, la si sente spesso durante le cene tra amici, la si sente nei bar e soprattutto la si sente tra le maledizioni che, a destra ed a manca, lo sfortunato automobilista spara dopo aver “preso” una buca.

La riflessione è semplice: “Fanno i lavori con i piedi e chi deve controllare non controlla”. Non voglio spezzare una lancia a discolpa dei politici ma è altrettanto vero, e le cronache d’Italia sono piene di queste notizie, pertanto usando una citazione che viene solitamente ed erroneamente attribuita ad Andreotti, ma che appartiene a Pio XI: “A pensar male del prossimo si fa peccato ma si indovina”, forse anche i tecnici preposti al controllo dei lavori stradali….forse… magari… nehhh vero… non sempre controllano con la dovuta attenzione. Sarà altrettanto vero che i politici per scelta, per costrizione o per incapacità non mettono a disposizione le risorse necessarie per le manutenzioni stradali, ma penso, alla luce dello stato del manto stradale, che  quelle che decidono di far fare, poi vengano effettuate diciamo... maluccio. Gli appalti, parola magica che fa brillare gli occhi a molti politici, tecnici ed addetti ai lavori, vengono aggiudicati, a volte,  con grandi ribassi ed è chiaro che se un’azienda per aggiudicarsi i lavori fa un grande sconto, per poterci guadagnare e mantenersi “in piedi”, a volte, non sempre e non tutte, ma spesso alla luce delle buche esistenti, utilizza materiale che non è esattamente quello del capitolato o a volte lo strato dell’asfalto steso non è esattamente dello spessore indicato sempre dal capitolato… Insomma tanti piccoli trucchetti per cercare di rientrare nei parametri dei costi e per avere un minimo di profitto per mandare avanti la propri attività. E qua il cittadino “qualunque” direbbe: “Va bene… ma ci sarà pur qualcuno che controlla se il lavoro non è stato fatto secondo le specifiche del capitolato…”. Sì che c’è qualcuno preposto al controllo e sono i tecnici dei vari enti statali, regionali, provinciali, comunali, para-statali etc. etc. etc. alcuni controllano, altri meno e questi ultimi sono sulla bocca di tutti per questi loro controlli diciamo… all’acqua di rose. Ma al di là di quello che si dice c’è un fatto inequivocabile: le strade sono piene di buche e la colpa a sentire gli amministratori locali non è la loro, a sentire le varie aziende non è la loro ed a sentire i vari tecnici che devono controllare neanche. Scartando l’ipotesi che la colpa sia degli automobilisti, almeno spero che questa ipotesi non venga neanche presa in considerazione, perché prima o poi vedrete che la colpa verrà data a loro, la colpa è anche dei sottofondi stradali ormai completamente ammalorati. Se il sottofondo stradale non è più compatto è inutile fare 100 metri di rattoppo e chiudere 50 buche perché nei 100 metri successivi se ne apriranno altre 50.

Nella stragrande maggioranza delle strade oltrepadane non basta più dare una “lisciata” di asfalto pre elettorale, ma bisogna rifare i fondi e questo lo sanno tutti e se non lo sanno è preoccupante, avendoli eletti come amministratori pubblici o essendo pagati come tecnici della pubblica amministrazione. Dando sempre e solo asfalto pre elettorale e non risolvendo il problema alla radice si fa un po’ come quello che avendo il tetto rotto gli pioveva in cucina e invece di aggiustarlo, comprava con i soldi, poco o tanti che aveva, secchi per raccogliere l’acqua piovana che gli cadeva in cucina, per buttarla nel cortile. Perché la scusa che politici e tecnici hanno sempre, è che ci sono pochi soldi, e questo è vero , ma se questi soldi vengono “buttati” in asfalti pre elettorali, avremo sempre strade simili al formaggio svizzero, l’Eemmenthal, quello con i buchi. Forse alla luce dei fatti, sarebbe quindi meglio, invece di stendere 1 km di asfalto pre elettorale, fare solo 300 metri, ma fatti bene, sistemando prima il sottofondo ed i fossi attigui e successivamente stendere l’asfalto del tipo e spessore corretto. Dando per scontato  che le risorse sono sempre meno rispetto a prima, ma con il buon senso di un padre di famiglia, è certamente meglio fare meno metri quadrati di strada fatti bene che farne di più e fatti malamente. Sarebbe anche ora di iniziare a scegliere imprese che non solo offrono il prezzo più basso, ed una voce maligna sussurra… che queste imprese molto spesso sono imprese che occupano un posto importante nel cuore dei politici e dei tecnici... ma soprattutto controllare e veramente che queste imprese, dopo aver praticato lo sconto per aggiudicarsi l’appalto, eseguano il lavoro come Dio comanda o molto più semplicemente come indicato nel capitolato. Alcuni giorno orsono ero in Svizzera, patria del formaggio con i buchi ma delle strade perfette, stavano asfaltando un tratto di strada adiacente ad un bar. Per pura curiosità, mentre attendevo una persona, ad un signore entrato nel bar per bersi un caffè, una persona che mi sembrava il tecnico, ho chiesto, dopo essermi presentato, perché in Svizzera le strade non hanno le buche. La sua risposta gentile, è stata semplice e disarmante: “Usiamo asfalti di prima qualità, ci preoccupiamo di mettere a posto il sottofondo e controlliamo che il lavoro venga ben fatto anche con tanti carotaggi per controllare che i vari spessori di asfalto siano corretti”.  Poi si è messo a ridere ed a sua volta mi ha detto…”Anche in Italia fanno così”… dopo avermi schiacciato l’occhio, mi ha salutato e si è diretto verso il cantiere. Ho pensato che la sua semplice risposta non facesse una piega… Alcuni giorni dopo,  ho incontrato un noto tecnico della pubblica amministrazione oltrepadana e gli ho chiesto perché in Oltrepò ci sono strade con così tante buche, la risposta è stata: “Eh caro mio… fosse così semplice… non farmi parlare…!.”. Con sguardo complice è uscito dal bar ed è, probabilmente andato a controllare che i lavori appaltati venissero eseguiti secondo i capitolati.

Due tecnici della pubblica amministrazione, due risposte diverse: In Svizzera si mangia il formaggio con i buchi, in Oltrepò si viaggia in strade con le buche…

Il Gruppo Fotocine DLF è stato fondato nel 1974 su iniziativa di Giancarlo Giorgini, allora Capo deposito locomotive a Voghera. Inizialmente non più del 20% degli iscritti poteva appartenere alla fascia dei soci frequentatori, quindi non ferrovieri. Nel primo anno si contavano già 51 iscritti, così si decise subito di organizzare corsi per lo sviluppo e la stampa in bianco e nero. Il luogo di ritrovo attuale è in via Arcalini 4 a Voghera, nella sede del DLF. L’Associazione è rappresentata nel suo organo direttivo dalla Presidente Marinella Damo e dai consiglieri Gigi Massone, Piero Facchini, Leonello Sala e Marco Rossi. Conta attualmente circa una quarantina di soci. Il fine dell’associazione è quello di promuovere l’attività di diffusione dell’Arte fotografica attraverso corsi di perfezionamento e di informazione, allestendo mostre personali, collettive e audiovisive e organizzando conferenze, dibattiti, ricerche fotografiche e scambi di esperienze sia fra associati che a livello di circoli provinciali accreditati.

Rossi, quando è nato il gruppo fotografico ImmaginIria?

«Il Gruppo Fotocine DLF ha visto la luce nel lontano 1974 su iniziativa di Giancarlo Giorgini, allora Capodeposito locomotive a Voghera e aderisce alla FIAF (Federazione Italiana Associazioni Fotografiche). Inizialmente non più del 20% degli iscritti poteva appartenere alla fascia dei soci frequentatori, quindi non ferrovieri. La camera oscura era assiduamente frequentata, ai soci si insegnava non tanto a stampare quanto a utilizzare le apparecchiature. Oltre al tesserino d’iscrizione al gruppo, per accedere alla camera oscura il socio doveva disporre del tesserino rosso, che veniva rilasciato solamente quando aveva imparato a usare l’attrezzatura. Si è poi provveduto a creare una piccola sala di posa per fare foto in studio. Venivano fotografati i parenti, i colleghi, i figli degli iscritti... Il DLF non disponeva di fondi per cui i 14 soci fondatori si sono autotassati per l’acquisto del materiale indispensabile al gruppo: ingranditore, taglierine, focometro per la camera oscura. Nel primo anno si contavano già 51 iscritti, così si decise subito di organizzare corsi per lo sviluppo e la stampa in bianco e nero. Il luogo di ritrovo attuale è in via Arcalini 4 a Voghera, nella sede del DLF».

Qual è il fine della vostra attività di Fotoclub?

«Vogliamo perseguire scopi puramente artistici, senza alcuna finalità di lucro, promuovendo l’attività di diffusione dell’Arte fotografica attraverso corsi di perfezionamento e di informazione, allestendo mostre personali, collettive e audiovisive e organizzando conferenze, dibattiti, ricerche fotografiche e scambi di esperienze sia fra associati che a livello di circoli provinciali accreditati. A disposizione degli associati, un attrezzato laboratorio fotografico (camera oscura), le apparecchiature per audiovisivi ed una biblioteca corredata da riviste, libri e pubblicazioni specifiche di settore. Inoltre vengono organizzati workshop in località di particolare interesse fotografico e culturale. Il FotoClub ImmaginIria DLF Voghera propone la fotografia come pratica ricreativa e culturale. A questo proposito allestisce mostre, organizza corsi, workshop e concorsi di fotografia, propone audiovisivi e attività di gruppo, partecipando a numerosi concorsi fotografici sia a carattere locale che nazionali».

Cambiare nome è stato un semplice atto formale?

«Dal 2005 il Gruppo Foto-cine, ha imboccato due “binari paralleli”: la fotografia e il video. Il cambio del nome da Gruppo Foto-cine a Fotoclub ImmaginIria (dall’antico nome della città di Voghera) non è stato solo un atto formale ma ha significato un ulteriore evoluzione di tipologia e qualità di lavoro da svolgere sempre più orientato a ricercare un collegamento concreto con il territorio per valorizzare sia gli aspetti paesaggistici che socioculturali, senza trascurare ovviamente l’obbiettivo primario di insegnare e diffondere la passione per la fotografia».

è prevista una quota annuale di iscrizione?

«Sì, la quota associativa annuale è di 35 Euro».

Organizzate corsi?

«Sì, sia per amatori che per professionisti. Si parte con il corso base di fotografia digitale dal 18 aprile al 4 giugno, 8 incontri serali e 2 workshop esterni sulle colline dell’Oltrepò e nel Borgo Antico di Varzi, con mostra fotografica finale a cura dei corsisti. In calendario per il secondo semestre organizzeremo per il terzo anno consecutivo il Concorso Fotografico Nazionale dedicato al “Memorial Massimo Sala di Godiasco”. Dedichiamo due serate alla settimana martedì e giovedì sera dalle ore 21 presso la nostra sede per sviluppare i nostri progetti e confrontarci sulle tematiche riguardanti il mondo della fotografia».

Quando organizzate le escursioni di gruppo in Oltrepò?

«Le uscite di gruppo vengono organizzate generalmente di sera, dopo il lavoro, anche per avere la possibilità di discutere sulle pose lunghe con il cavalletto. Le escursioni toccheranno tutto il territorio dell’Oltrepò, dalla Valle Staffora alla Valle Versa, dalla Val Trebbia alla Val Tidone».

Quali sono i temi delle vostre opere?

«Principalmente documentazione, denuncia di situazioni di disagio, senza rinunciare alla propria creatività ed alla propria libertà di vedere e raccontare. Abbiamo appena avviato un’importante collaborazione con la Sovrintendenza alle Belle Arti della Regione Lombardia, il Comune di Voghera, l’Azienda Ospedaliera di Pavia e l’Assessorato al Turismo dell’Amministrazione Provinciale, con grande successo».

Riscontri circa la mostra ‘ Namibia’ che si è appena chiusa al Bar Teatro? Attualmente, altre in esposizione?

«Sono state allestite mostre significative in occasione di eventi importanti, a partire dalla celebrazione dei 150 anni dell’Unità d’Italia, alla mostra per i 40 anni del circolo “Extra Ordinario”; con il contributo del FAI la mostra “Frammenti” sui siti Unesco in Italia e nel Mondo, il Duomo Ritrovato di Pavia in collaborazione con la Soprintendenza dei beni culturali e architettonici di Milano; e un particolare ricordo al centenario della grande guerra “La Guerra lontano dal Fronte” e molte altre nel passato. Presso lo “Spazio Immagine” del Bar Teatro in via Emilia,79 a Voghera, prosegue la rassegna dedicata alle mostre permanenti dei nostri soci. Dopo la mostra personale di Paola Giglio in esposizione fino al 30 gennaio, dal titolo “Namibia” è la volta di Roberto Maggi con una sua personale dal titolo: “Sulle Rive del Po”, questo legame con il grande fiume che l’autore racconta attraverso le immagini che descrivono emozioni, riflessioni, gioie e dolori. In preparazione, la mostra collettiva annuale al Castello Visconteo che quest’anno avrà come tema: “il colore dentro” . Inoltre, parteciperemo alla rassegna “fotogiro 2019” riservata ai circoli ufficiali FIAF della Provincia di Pavia».

di Federica Croce

Identificato un insieme di geni in grado di predire il rischio individuale di metastasi nel tumore al seno. Obiettivo: personalizzare le terapie. La ricerca, sostenuta dall'Associazione italiana per la ricerca sul cancro (Airc) e pubblicata oggi su EBiomedicine del Gruppo Lancet, è frutto del lavoro dell'Istituto Europeo di Oncologia e dell'Università di Milano. Si tratta della scoperta di una nuova firma molecolare costituita da geni molto espressi in alcuni tumori mammari e in grado di predire il rischio di metastasi a distanza.

Lo studio dei ricercatori dell'Istituto Europeo di Oncologia e dell'Università degli Studi di Milano è guidato da Pier Paolo Di Fiore e Salvatore Pece. La scoperta della firma delle staminali del cancro al seno consentirà di eseguire trattamenti personalizzati, adeguando le terapie mediche e chirurgiche in base al rischio effettivo della singola paziente di sviluppare metastasi nel tempo. Al momento si stanno conducendo studi di validazione dell'efficacia clinica della firma molecolare utilizzando coorti di pazienti arruolate in studi clinici internazionali. Questo rappresenta un passaggio indispensabile, spiegano i ricercatori, per l'introduzione di tale metodica nella pratica clinica nei prossimi anni.

Eliminare la plastica dall' agricoltura: è questo il messaggio di FederBio e Assobioplastiche che hanno siglato un protocollo di intesa per favorire l'impiego di bioteli in agricoltura biologica. L'accordo, presentato alla Cascina Cuccagna di Milano, prevede l'avvio della sperimentazione dell'utilizzo di bioplastiche biodegradabili e compostabili nella pacciamatura, operazione che prevede la copertura del terreno con uno strato di materiale per impedire la crescita delle erbe infestanti, nelle coltivazioni biologiche. "Questi bioteli si biodegradano nel giro di due anni - ha detto Paolo Carnemolla, presidente di FederBio - per l'agricoltura biologica, che non utilizza diserbanti, sono una risorsa fondamentale. Il protocollo di intesa vale in Italia e ha l'obiettivo di aumentare progressivamente la componente biologica dei teli e le condizioni di impiego in agricoltura". I bioteli, "che sono certificati così da uno standard europeo in due anni si biodegradano e così non rimangono accumuli di micro plastiche nel suolo - ha aggiunto Marco Versari, presidente di Assobioplastiche -. L'Italia dimostra di essere all'avanguardia, agendo da apripista nell'uso innovativo dei materiali biodegradabili e compostabili: un modello per l'Europa intera". L'utilizzo dei bioteli con biodegradabilità e rinnovabilità certificate costituisce una delle principali innovazioni tecniche utili per la conversione di ampie superfici e colture all'agricoltura biologica.

Sequestrati 91mila quintali di mosti e prodotti vinosi per un valore di circa 15 milioni di euro. È l'esito dell'attività d'indagine, diretta dalla Procura della Repubblica di Foggia e condotta dai Carabinieri del NAS di Bari e dagli Ispettori del ICQRF (Ispettorato Centrale Repressione Frodi) Sud Est, che hanno eseguito tra Puglia, Sicilia, Campania, Lazio ed Emilia Romagna 21 decreti di perquisizione presso alcuni stabilimenti di trasformazione e commercializzazione di prodotti vinosi.

L'ipotesi investigativa riguarda l'utilizzo fraudolento di uva da tavola trasformata in mosto per la produzione di aceto. In particolare è stato accertato che uno stabilimento del foggiano, grazie all'opera di aziende intermediarie e di trasporti, commercializzava migliaia di quintali di mosto utilizzando documenti di trasporto che attestavano falsamente la qualità del prodotto e la provenienza del mosto da uve da vino Trebbiano e Sangiovese idonee alla produzione di Aceto Balsamico Modena. In realtà - hanno accertato gli inquirenti - si trattava di mosto ricavato da uve da mensa. La contraffazione del prodotto si completava in un'azienda salentina la quale, a sua volta, dopo ulteriori operazioni di sofisticazione, lo rimetteva in commercio destinandolo ad aziende acetaie emiliane al momento estranee all'illecita attività. Al termine delle indagini sono stati anche sequestrati 15 mila euro in contanti e numerosa documentazione commerciale. ''Con l'operazione Global Wine è stata garantita la sicurezza e la qualità del Made in Italy''.

Così il ministro delle politiche agricole alimentari, forestali e del turismo Gian Marco Centinaio ha commentato, ringraziando le forze dell'ordine, l'operato dei Carabinieri dei Nas e personale dell'Icqrf (Ispettorato Centrale Repressione Frodi) che, insieme militari dei rispettivi Comandi Provinciali, in Puglia, Sicilia, Campania, Lazio ed Emilia hanno eseguito, nell'ambito dell'Operazione Global Wine, 21 decreti di perquisizione disposti dalla Procura della Repubblica del Tribunale di Foggia riguardanti alcuni stabilimenti di trasformazione e commercializzazione di prodotti vinosi.

"Il nostro sistema di controlli è riconosciuto tra i migliori al mondo e, ancora una volta, lo abbiamo dimostrato'' ha concluso il Ministro delle politiche agricole alimentari, forestali e del turismo Centinaio.

“La Sei Giorni, nata nel 1913, si terrà per la nona volta in Italia -  Jorge Viegas, Presidente Federazione Internazionale di Motociclismo (FIM) , dichiarava a dicembre quando era stata accolta la richiesta di organizzazione per la Six Days 2020 avanzata dal Moto Club Alfieri di Asti, - dove quindi vi è molta esperienza nell’organizzazione della competizione. La passione che si trova in questo Paese verso l’Enduro sarà garanzia di successo per la 94° edizione della FIM ISDE!”

Organizzare una Sei Giorni, una vera e propria Olimpiade della moto è un impegno gravoso. Per prepararsi per tempo ed al meglio, nei giorni scorsi si è costituito il comitato organizzatore della 95° edizione della ISDE – 6 Giorni Enduro 2020, assegnata dalla FMI al Moto Club Vittorio Alfieri di Asti. Il comitato organizzatore è diretto da Valter Carbone, presidente del Co.Re.Piemonte, Giorgio Bandoli, presidente del Moto Club Alfieri ed Edoardo Zucca, Presidente del Moto Club Pavia. Fanno parte del pool organizzativo il titolare dell’evento Moto Club Alfieri ed il Moto Club Pavia, che saranno i club capofila, cui si aggiungono i sodalizi MC Valle Staffora, MC Varzi, Moto Club Azeglio e MC Ceva.

La Sei Giorni 2020, in programma a fine agosto 2020, avrà il suo cuore pulsante all’aeroporto di Rivanazzano Terme, mentre le prove speciali si svolgeranno in Val Curone ed in Valle Staffora.   

 “È il sogno di ogni endurista appassionato – dichiara Valter Carbone – Presidente Co.Re. FMI Piemonte - che si avvera! Il tutto è nato da ciò che ci sembrava solo da una fantasia condivisa con Giorgio Bandoli durante l’organizzazione della prova di Assoluti d’Italia 2015 a Fabbrica Curone; un sogno cullato e condiviso poco più tardi anche con Edoardo Zucca, presidente del MC Pavia, che ora è diventato realtà grazie alla fiducia accordataci dalla Federazione Motociclistica Italiana! Porteremo l’evento degli eventi sui nostri territori, che hanno già ospitato molte gare ad ogni livello ed ora si preparano ad accogliere la ISDE come una importante opportunità. Servirà un gran lavoro e l’impegno corale di tutti, al di là dei club che fanno parte dell’organizzazione anche di coloro che pur non conoscendo in modo approfondito il mondo delle competizioni in motocicletta hanno accolto con grande entusiasmo la manifestazione. Ringrazio le Autorità locali che ci hanno assicurato il loro appoggio ed accoglieranno con favore questa avventura planetaria che coinvolgerà sicuramente tutte le realtà locali e ritengo sarà una concreta occasione per valorizzare il grande patrimonio turistico di queste zone.”

“Dire Sei Giorni - afferma Edoardo Zucca – Presidente Moto Club Pavia - e pensare ad una meravigliosa avventura è per noi cosa automatica: da moto club principalmente vocato all’enduro riconosciamo all’appuntamento della ISDE un valore simbolico assoluto. Come Moto Club Pavia abbiamo conquistato la vittoria in gara tra i Club alla ISDE di Argentina nel 2014, e già quello è stato un traguardo indimenticabile, ma in quel momento ancora non immaginavamo l’esaltante impresa organizzativa! Portare la Sei Giorni sulle alture dell’Oltrepò Pavese – teatro di tante belle gare e territorio cui siamo storicamente legati – e nella adiacente Val Curone, è oggi una realtà che ci riempie di orgoglio e di gioia. Per questo ringrazio il MC Vittorio Alfieri per il coinvolgimento, e tutti gli Enti ed Autorità che anche sul versante lombardo ci hanno già dato il supporto ed il parere favorevole. Sono ben conscio dell’impresa enorme che ci apprestiamo a compiere: sarà una magnifica opportunità per i club della Lombardia e del Piemonte che godranno del supporto indispensabile dei Comitati Regionali FMI, in prima persona di Valter Carbone per il Piemonte, e di Ivan Bidorini, Presidente del comitato Lombardia."

"Organizzare la sei giorni è un impegno eccezionale e di grande responsabilità: adesso tocca a noi mostrare l’eccellenza dell’enduro italiano anche in campo organizzativo - conclude Giorgio Bandoli – Presidente Moto Club Vittorio Alfieri - e sono certo che ce la metteremo tutta per non deludere! Per il MC Alfieri è la più grande manifestazione mai organizzata: ci vorrà impegno, passione, tecnica, lavoro e ingegno per mettere in campo una gara che tutti vogliamo favolosa, sotto ogni aspetto. Sarà la sei giorni di tutti gli appassionati italiani, non solo enduristi, ma davvero di tutti i motociclisti. Siamo già al lavoro per la migliore definizione di tutti gli aspetti logistici e, come noto, abbiamo già definito la location dei paddock, della finale motocross, ma anche di buona parte delle prove speciali. Il nostro Moto Club è nato nel 1990, pertanto il 2020 sarà l’anno del trentennale, quindi la festa dell’enduro dovrà essere bellissima perché sarà festa doppia!”

Un nuovo importante appuntamento culturale a tutto tondo, quello previsto per la serata di Sabato 9 Marzo alle ore 21, presso il Centro Polifunzionale Nerina Bolognesi di Torrazza Coste. La Chitarrorchestra Città di Voghera diretta dal M° Gianfranco Boffelli, in collaborazione con la Compagnia delle Voci di Torrazza coste, l’Accademia Italiana Sport e Cultura, organizza lo spettacolo “Quando la Musica è Donna”. La serata, inserita negli appuntamenti del “15° Festival Chitarristico Città di Voghera”, è patrocinata dal Comune di Torrazza Coste e si presenta estremamente varia ed interessante, con musiche, letture poetiche e canti dedicati alla donna. Davvero numeroso il cast degli artisti partecipanti, che prevede musicisti, poeti, cantanti, per festeggiare in modo simpatico la festa della donna. Ad arricchire ulteriormente la serata, la presentazione del libro “Attraversati dalla Grande Guerra”, di Mariuccia Bertelegni Gaiotti e Carla Negri. Come ormai consuetudine (si tratta della 7° edizione), per l’occasione anche la presentazione sarà al femminile, affidata a Manuela Bondioli.

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Giovedì 14 marzo 2019 si celebra, come ogni anno, la Giornata Mondiale del Rene per sensibilizzare l'opinione pubblica sulla crescente incidenza delle patologie renali e sulla necessità di adottare specifiche misure e strategie di prevenzione. La perdita progressiva ed irreversibile della funzione renale conseguente alla malattia cronica aumenta il rischio cardiovascolare e la necessità di dialisi, incidendo sensibilmente sulla vita dei pazienti e sui bilanci del sistema sanitario.

Il tema della Giornata quest’anno è "Salute Renale per Tutti ed Ovunque" e l’ASST di Pavia vi aderisce con le iniziative promossa dall’Unità Operativa Complessa di Nefrologia e Dialisi di Voghera, diretta dal dott. Fabio Milanesi.

Dove, come e quando:

 A VOGHERA: venerdì 15 marzo i cittadini potranno presentarsi direttamente al presidio dell'U.O.C. di Nefrologia e Dialisi in piazza Duomo durante il mercato cittadino. Con l'aiuto dei volontari della Croce Rossa Italiana e dell'Associazione AMROP, i medici effettueranno i seguenti controlli: misurazione della pressione arteriosa, esame urine su campione estemporaneo e misurazione della glicemia al dito. I controlli saranno completamente gratuiti: l’ASST di Pavia caldeggia la popolazione ad usufruire di questa importante opportunità.

Le Unità Operative Complesse di Nefrologia e Dialisi dell’ASST di Pavia ricevono da tempo il fondamentale sostegno di associazioni di volontariato.

A Voghera L’AMROP (Associazione per la cura delle Malattie Renali dell'Oltrepò), nata nel 2007, riconosciuta dal 2014 tra i benefattori dell’Ospedale Civile e diventata Onlus nel 2017, collabora in modo costruttivo ed estremamente proficuo proponendo attività a favore dei pazienti nefropatici e dei loro familiari. Nel corso del 2018 sono state donate attrezzature varie ed un ecografo portatile di nuova generazione utilizzato quotidianamente sia per diagnostica in ambito nefrologico, che di supporto all'attività chirurgica di posizionamento di cateteri venosi centrali e di confezionamento e monitoraggio di fistole artero-venose.

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“Una buona novità per quanto riguarda la rimozione dell’amianto: Regione Lombardia, per il 2019, farà un bando con finanziamenti destinati agli edifici privati. Ma non va dimenticato quanto lavoro c’è da fare in tutto il nostro territorio”, è il commento a caldo di Giuseppe Villani, consigliere regionale del Pd, dopo la risposta, arrivata stamattina in consiglio regionale, da parte della Giunta, alla question time presentata dai dem. “La nostra domanda era molto semplice: volevamo sapere con quali tempi, risorse e modalità Regione Lombardia procederà alla pubblicazione dei bandi 2019 per la rimozione e lo smaltimento dell’amianto dagli edifici pubblici e privati – fa sapere Villani –. E a questo fine ho ricordato gli obiettivi previsti dal Piano regionale di sviluppo di legislatura e gli impegni presi con l’ordine del giorno approvato nel luglio 2018. Ma il percorso prende avvio molto prima e si colloca in un ragionamento che prevede la difesa dell’ambiente, la questione della salute dei cittadini, lo smaltimento del materiale e la bonifica dei siti. Ho anche ricordato che il volume censito di amianto in Lombardia, a febbraio 2018, è pari a oltre 5 milioni di metri cubi”. La risposta di un sottosegretario ha soddisfatto il consigliere Pd: “Entro luglio verrà pubblicato il bando destinato agli edifici privati: un provvedimento che non c’era e che abbiamo sempre sostenuto e richiesto. La Giunta ha fatto anche presente che in passato sono stati erogate molte risorse, ma evidentemente erano insufficienti rispetto alle emergenze complessive. In ogni caso è importante che questi interventi si collochino nel progetto complessivo dove dobbiamo assolutamente tener conto, ripeto, dei quattro capisaldi di questo tema: ambiente, salute, smaltimento e bonifiche”.

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