Domenica, 25 Agosto 2019
Articoli filtrati per data: Domenica, 21 Luglio 2019

"Egregio direttore, potremmo intitolare la mia lettera “quando ti trovi davanti ad un cliente che non ti paga, e nessuno ti tutela”. Gestisco un negozio, ho avuto la pessima idea di fornire un servizio ad una società sportiva, di completare il lavoro e consegnarlo; da qua in avanti è iniziata la mia disavventura.

È da luglio 2018 che cerco in tutti i modi di avere un contatto con il Presidente: messaggi, email, sms… nulla di nulla con la beffa di leggere le spunte dell’avvenuta lettura ma nulla, niente risposte.

Le vane telefonate si sono risolte con «non si sente nulla, non sento» e si riattacca bloccando poi il numero e ignorando il mittente. Ti affidi al tuo legale ma nulla, non si riesce nemmeno a recapitare una raccomandata. Peggio poi scoprire che chi ti dovrebbe quanto meno pagare, è persona integerrima, socialmente impegnata, insomma “in vista”. A questo punto che fai, come ti comporti? Vai avanti o mestamente abbassi il capo in segno di resa? 

 Lettera firmata - Voghera"

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Nell’era dell’enoturismo dotato di relativa legge nazionale che inizia a dare i suoi effetti positivi in tutta Italia, ogni territorio vitivinicolo è concentrato sul marketing locale. Solo in Oltrepò Pavese accadono cose sempre più strane, nel proliferare senza controllo di associazioni di una sola persona, pagine Facebook per il rilancio territoriale portate avanti a tempo perso, blog personali e siti Internet per hobby che promettono il miracolo a una manica di allocchi che ci credono e disperdono così le loro energie: tempo e denaro. A ciò ciò si aggiungono i programmi ubriachi di alcune Pro Loco (non tutte per

fortuna) che anziché parlare di vini locali, Salame di Varzi DOP e tipicità vere creano sagre con quanto di più esotico si possa pensare.

In Oltrepò, insomma, l’effetto Babele contagia proprio tutti. Sul territorio, dopo la morte di Salice Terme rimasta senza soluzione e avvolta dal menefreghismo assoluto di politici, consiglieri, assessori e tutta la compagnia cantante, non c’è più neanche il barlume di una strategia comune ed efficace per generare turismo in una terra baciata dalle sue bellezze e dalla posizione geografica ma non così fortunata sotto il profilo delle intelligenze e delle alleanze. Soltanto pochi mesi fa il Touring Club ha dedicato una guida turistica all’Oltrepò Pavese, Appennino di Lombardia. Iniziativa bellissima, ma dopo la presentazione in cerchio nei soliti salotti, cosa rimane? Forse aveva dato più stimolo l’iniziativa “Guidando Con Gusto” della Strada del Vino e dei Sapori dell’Oltrepò Pavese, associazione nel frattempo scomparsa e messa in ghiaccio dai soliti noti, in attesa del rinnovo cariche.

L’Oltrepò Pavese ha in sintesi due guide, quella del Touring molto più classica e quella della Strada del Vino molto più centrata sulle imprese locali e sulle persone che danno loro identità, tuttavia nessun turista arriva perché ognuno pensa alla sua estemporanea sagra, alla sua enoteca, al suo auditorium, al suo castello e alla sua piazzetta. Nei giorni scorsi ho parlato con un tour operator di Milano che mi ha spiegato che per i professionisti del settore l’Oltrepò non esiste sulla cartina. Perché? Pronta la risposta: «In tanti anni non si è trovata la sintesi nemmeno per arrivare a una locandina comune degli eventi stagionali da promuovere a sistema. A noi dall’Oltrepò non arriva un’email se non quella, periodica, di un longevo portale privato. è una terra che ha tutto e che non è niente». Tradotto per i non addetti ai lavori significa che la miscellanea di eventi, spesso sovrapposti e contradditori, disorientano e non creano attenzione costante su ciò che invece potrebbe rendere unico l’Oltrepò. Non solo. Ultimamente nel pavese si dice che la promozione turistica vada fatta da una regia unica per tutto il contesto provinciale, sebbene siano miseramente fallite da Expo 2015 in poi (il territorio ha sepolto un sacco di soldi sottoterra) tutte le iniziative in questo senso messe in campo da Camera di Commercio e Provincia di Pavia che dovevano cambiare il mondo ma che invece non hanno dato agli imprenditori nessun risultato misurabile in termini di massicce presenze che sarebbero state auspicabili dopo tutto il denaro che è stato investito. La Rassegna dei Vini di Casteggio è morta, il nuovo Autunno Pavese è diventato solo il falò delle vanità, con la sortita per qualche anno nel Castello Visconteo di Pavia sciupata da una tensostruttura che non ha mai consentito di immergersi nel contesto storico ed ammirare la magnificenza del maniero e poi il ritorno mesto mesto nel tristissimo Palazzo Esposizioni, con i soliti espositori convocati e le truppe cammellate d’invitati per la foto di gruppo. A completare il desolante quadro che spiega l’impossibilità di fare turismo a un certo livello in Oltrepò ci sono le strade colabrodo, la segnaletica stradale turistica pressoché inesistente, le rotatorie all’abbandono e davvero anti estetiche nelle vicinanze dei caselli autostradali insieme al verde pubblico di cui si cura solo Madre Natura.

Manca anche l’attenzione ai bambini, come dimostrano i parchi giochi rimasti nel migliore dei casi nello stato di vent’anni fa, quando invece zone sulla carta molto meno fortunate dell’Oltrepò hanno puntato molto sul turismo “formato famiglia”, dedicando ai più piccoli investimenti e strategie a breve, medio e lungo termine. A fronte di questo si continua a produrre guide di carta, a replicare ciò che è stato già fatto, a vivere e lasciar vivere senza mai redarguire nessuno degli ubriachi che gestiscono una terra splendida con metodi medievali. In Oltrepò Pavese l’epoca è ancora quella dei convegni, dei seminari, dei corsi di formazione con le platee vuote, del talk show con il politico amico di turno o con il guru milanese che invita all’evento e porta a casa il contratto, salvo poi non rispondere del risultato sottozero in termini di economia restituita agli operatori. Bastano le foto su Facebook per fare bilancio.

Non è colpa di nessuno, si va avanti volendosi bene ognuno con un testimonial diverso. Di casa sua, però, non di una territorialità che boccheggia. Leggendo le dotte lezioni di opinionisti e giornalisti contrattualizzati e pagati per dire che tutto è cambiato straordinariamente in meglio ad opera di chi fa il bonifico, all’Oltrepò Pavese non rimane che accontentarsi di un fritto misto e di una birra ghiacciata. Tanto di Pinot nero e Metodo Classico di alta gamma il territorio ne produce poco, per di più non rivendicando la denominazione in etichetta nella maggior parte dei casi per paura di confondersi con i colleghi del “tutto a 1 euro”. I vini buoni e di valore? Ma che enoturismo si vuole fare se persino le Pro Loco non li trovano in carta...

 di Cyrano de Bergerac

Un giovane artista originario dell’Oltrepò, Aris Marakis, si sta facendo notare in tutta Italia per le sue originali opere scultoree, definite dall’artista “primitiviste”, brutaliste e sperimentali”. Dopo alcune mostre ospitate fra alcuni dei più importanti eventi artistici di Milano, esce il “Catalogo Ragionato delle Opere”, un volume che racchiude tutte le sue esperienze, accompagnate e descritte da alcuni saggi sull’artista.

Chi è Aris Marakis? Qual è stato il suo percorso?

«Sono nato a Broni nel 1989 da madre italiana e padre greco. Mi sono diplomato in Disegno di architettura e arredamento a Pavia e ho conseguito la laurea specialistica in Scultura, magna cum laude, all’Accademia di Belle Arti di Brera, a Milano, con l’opera Icoglipto. Nel 2015 candidai Icoglipto al concorso di arti visive Milano Città Mondo, vincendo il primo premio. Esposi alla mostra collettiva Arte da Mangiare al Palazzo delle Stelline di Milano. In occasione di Expo2015 partecipai al contest: Who Art You? e al progetto: Artisti in Opera a Milano. Ho lavorato col gruppo Cold Discussions. Nel 2016 sono stato selezionato da NOLAB per esporre alla WE Gallery di Berlino. A giugno dello stesso anno realizzai un’installazione nel parco di sculture di Milano-Nosedo per Depurart Lab Gallery. Partecipai anche alla mostra internazionale del Premio Arte Laguna 2017, all’Arsenale di Venezia. Durante l’estate del 2017 ho esposto in diverse mostre».

Quali sono state le mostre più recenti?

«Le ultime esposizioni collettive a cui ho partecipato sono state la mostra Contempora Langobardorum, ospitata nelle sale dei Musei Civici del Castello Visconteo di Pavia e la mostra Around & About, tenutasi presso la torre di Bazeos sull’isola di Nasso. Nel mese di luglio del 2018 ho esposto diverse opere allo Studio Museo Francesco Messina. La casa Museo Boschi Di Stefano ha accolto infine una performance di Icoglipto il 26 luglio 2018. Alla continua ricerca dell’unione tra scultura e suono, i miei lavori sono fortemente influenzati dalle mie radici italo-greche.

Le mie opere interattive e partecipative producono un suono che è inverato dall’indissolubile rapporto tra forma e vibrazione acustica (arte morfosonora). Questi lavori sono stati definiti vasofoni, ovvero: vasi sonori. Attualmente vivo e lavoro tra Pavia, Milano e l’isola di Naxos (Grecia)».

Quando ha capito che l’arte era la sua strada? Quando comincia a cimentarsi?

«Ho capito che da grande avrei voluto fare lo scultore all’età di sei anni, quando per la prima volta, nell’isola di Naxos scolpii, nella bottega di un vasaio, un gattino in argilla. Nello stesso laboratorio, venivano realizzati dei fischietti ad acqua in terracotta che catturarono la mia attenzione. La passione e l’abilità di questo artigiano lasciarono in me un segno indelebile, riempiendomi di ammirazione».

Come definirebbe la sua arte? Cos’è la scultura morfosonora?

«Definirei le mie opere con tre parole chiave: primitiviste, brutaliste e sperimentali. La caratteristica fondamentale delle mie sculture “morfosonore” in terracotta è l’essere a un tempo statue e strumenti sonori. Con questo termine, da me coniato, (dal greco morphè, forma, e sonoro aggettivo che si usa per indicare un corpo capace di vibrare, producendo un suono), ho deciso di indicare un tipo di scultura che, oltre all’aspetto plastico, integri una componente sonora; ciò significa che la forma della scultura racchiude una cassa di risonanza, che produce la sua tonalità e a seconda della forma dell’incavo si genera un suono differente».

Scultura morfosonora, ha da poco realizzato una mostra presso il Museo Boschi di Stefano di Milano, come è stata? Come sono articolate le sue mostre?

«La mostra svoltasi l’anno scorso presso la Casa Museo Boschi Di Stefano consisteva in una performance, ovvero un’esibizione con una delle mie opere dal titolo Icoglipto. Si tratta di una sorta di organo a mantice azionato dall’artista, che premendo sui pedali convoglia l’aria entro un complesso sistema di valvole e tubi, azionati dalla tastiera di una fisarmonica. L’aria è spinta nelle fistule che vanno ad azionare delle testine in terracotta sistemate su pilastri di legno. Ogni testa ha la forma di un animale e produce un suono diverso, l’intero meccanismo si ispira alle teorie di un medievista, Marius Schneider».

Cos’è il “Catalogo Ragionato delle Opere” che ha presentato il mese scorso? Non sembra essere un semplice catalogo di presentazione delle sue sculture.

«Il catalogo ragionato delle mie opere è nato dall’esigenza di documentare la mia ricerca sperimentale sulla scultura morfosonora, ormai decennale. È stato curato da Mauro Di Vito e contiene saggi di diversi autori che approfondiscono aspetti delle mie sculture, mettendoli in relazione con usi e pensiero di altre popolazioni (i vasi cinesi Xun, l’abitudine giapponese di ricongiungere con lacca dorata i frammenti di una ceramica rotta, il kintsugi, la filosofia dello spirito nell’arte di Pavel Florenskij, il Paradiso di Dante, ecc…). Si tratta di un libro d’artista, pubblicato in cento copie numerate, rilegato e decorato a mano da me, con l’antica tecnica della carta marmorizzata».

Ha mai realizzato mostre in Oltrepò?

«L’Oltrepò è la mia terra materna e il forte legame che ho con essa non è solo simbolico, ma anche materiale: infatti molta dell’argilla che uso per le mie sculture la raccolgo proprio in Oltrepò, dove un tempo le fornaci erano un importante cardine dell’economia nazionale. Ho partecipato a quattro mostre, di cui tre personali: all’associazione Culturale Costa del Rile a Retorbido, a Villa Racagni, a Torrazza Coste, al Castello Beccaria e al Centro Artistico Culturale Contardo Barbieri a Broni. Sto lavorando all’organizzazione di una quinta mostra, sulla quale però non posso anticipare ancora nulla».

Ultimamente si sente sempre più parlare di arte nella nostra zona, pensa che ci sia una specie di risveglio artistico in atto o che si tratti di rare eccezioni?

«L’Oltrepò è una terra che, culturalmente, soffre della magnetica vicinanza con Milano. Potrebbe essere in atto un risveglio dal punto di vista artistico, ma a mio avviso questa presa di coscienza è ancora esigua rispetto a quanto si potrebbe fare e andrebbe fatto. Vorrei ricordare che diversi paesi, grazie agli artisti, sono divenuti famosi e hanno beneficiato di un turismo colto e raffinato. Anche se in realtà il nostro territorio non è artisticamente ricco come la famigerata Toscana, almeno paesaggisticamente, non ha nulla da invidiare al Chianti, inoltre non soffre di invasioni turistiche di massa. Le poche emergenze d’interesse storico artistico giacciono nell’oblio e non sono per nulla valorizzate, si pensi alle Muse affrescate dal Bramantino nel Castello di Voghera: un capolavoro pressoché sconosciuto. Per questa ragione l’intervento dei privati, in alcuni casi, è fondamentale per la rinascita, penso ad esempio al caso virtuoso del Castello Beccaria a Montebello della Battaglia, che si configura come un cantiere di restauro d’eccellenza, nella zona.  Vi sono invece casi di degrado e semi abbandono come quello di Palazzo Nocca, a Barbianello: nell’Ottocento fu acquistato da un alchimista, parente del direttore dell’Orto Botanico di Pavia e amico di artisti come Tranquillo Cremona e Carlo Dossi, e fu trasformato in un Palazzo Signorile con un giardino romantico: parco all’inglese, grotte, lago e torri. Oggi, benché l’Università di Firenze abbia pubblicato una proposta di restauro, l’intero complesso, una vera e propria perla sia per il palazzo che per la storia dei giardini, giace quasi in uno stato di fatiscenza. L’attitudine nei confronti dell’arte in Oltrepò soffre sia di un mancato campanilismo, sia dell’incuria in cui spesso versano i pochi monumenti presenti sul territorio. Soprattutto nelle generazioni più giovani, che dovrebbero invece essere state educate all’amore per la propria terra, manca questo sentimento per la patria, ed è assai difficile che gli animi trovino una sensibilità per l’arte contemporanea, che, essendo ancora viva e parte di un contesto ben più dinamico rispetto a quello dei monumenti storici, è ancora più difficile da apprezzare».

Cosa ne pensa delle amministrazioni comunali dell’Oltrepò, pensa che si potrebbe fare di più per aiutare giovani e meno giovani artisti della nostra zona ad emergere? Pensa che manchi qualcosa?

«Il panorama degli eventi culturali in Oltrepò, soprattutto per ciò che riguarda la pittura e la scultura è abbastanza povero. Questo non dipende soltanto dalla mancanza di occasioni per gli artisti, ma anche e soprattutto dall’impermeabilità delle istituzioni a collaborare e mostrare apertura alle proposte degli artisti stessi. La crisi non aiuta. Le poche iniziative che si riescono a organizzare sono spesso comunicate male. Un vero peccato poiché la vicinanza con Milano potrebbe portare numerosi turisti. È necessario investire, ma i fondi sono sempre meno. Eppure non mancano le intelligenze e i tentativi di creare qualcosa che superi la sagra o la rievocazione. Da un altro punto di vista però il bello della provincia è il suo isolamento, il suo essere in ritardo, perché conserva più gelosamente le sue tradizioni. Forse si potrebbe fare in modo di concedere più spazi agli artisti, per esempio affidandogli vecchi edifici dismessi del nostro territorio, che poco a poco si potrebbero ristrutturare e trasformare in studi d’arte, laboratori fino a creare veri e propri sistemi di botteghe».

 

                               di Elisabetta Gallarati

L’Onorevole oltrepadano Cristian Romaniello, del Movimento 5 Stelle, interviene  con una nota stampa in merito all’attuale e dibattuto tema delle autonomie regionali.

“Sull’autonomia, in Consiglio dei Ministri si è ai passaggi finali per trovare un accordo definitivo. Per noi del Movimento 5 Stelle (e per la Costituzione) – scrive Cristian Romaniello - che siamo d’accordo sulle autonomie, ci sono due punti irrinunciabili: il fondo di perequazione e i livelli essenziali delle prestazioni.

I livelli essenziali delle prestazioni garantiscono uno standard minimo a cui tutte le regioni debbono fare riferimento in modo che sulla garanzia di ogni servizio non esistano persone di serie A o di serie B.

Voglio ricordare che la nostra provincia di Pavia è fanalino di coda in Lombardia ed è una tra le province più depresse del Paese. Se i ragionamenti che stanno toccando le regioni toccassero le province, la stessa mancanza di tutele che gli autonomisti radicali intendono portare all’interno della riforma porterebbero il nostro territorio al collasso. Non potremmo permetterci nemmeno di mettere a posto una strada in dissesto. Ecco perché la Costituzione prevede delle tutele!

Anche il fondo di perequazione, che costituzionalmente ha il suo significato, è da interpretare nel contesto in cui si inserisce. Moltissimi imprenditori del mezzogiorno d’Italia pagano le tasse a Milano, in quanto pongono la sede legale nella cosiddetta capitale economica del paese, ma producono al Sud. Ad oggi, questi imprenditori sanno che le tasse pagate a Milano sono pagate in Italia. Domani, in assenza di un fondo di perequazione, questi imprenditori non riceverebbero nei rispettivi territori di residenza i servizi per cui pagano le tasse. Il problema dell’origine della produzione del reddito è molto rilevante. Il fondo di perequazione consente anche alle regioni del nord di mantenere un alto livello di prosperità. Se si togliesse, per quanto già costituzionalmente non sia possibile, non è detto che questi imprenditori continuerebbero a pagare le tasse al Nord. Questo porterebbe ad una riduzione della ricchezza prodotta nelle regioni che vogliono un’autonomia radicale.

Le critiche che stanno montando nelle ultime settimane sono ingenerose nei confronti del lavoro svolto dai ministri del Governo negli ultimi mesi. Se queste critiche, mosse anche da ministri dello stesso Governo, servono ad alzare la tensione per arrivare ad una crisi di Governo lo si dica subito. Evitiamo tanta fatica e tante noie.

Insomma, l’autonomia la vogliamo tutti – conclude Romaniello - cerchiamo di farla in modo intelligente."

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