Da Voghera a Sanremo: intervista all’autore dei big

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Una sfilza di trionfi radiofonici, un brano disco di platino arrivato secondo a Sanremo e una serie di soddisfazioni professionali che si susseguono una dietro l’altra: per Alessandro Raina, musicista e autore vogherese, è un periodo decisamente proficuo. Nonostante sia oggi uno dei professionisti più richiesti della scena pop italiana, la sua esperienza nel mondo della musica è stata tutt’altro che lineare, e lo ha visto muoversi con disinvoltura dagli ambiti più alternativi a quelli più commerciali, mantenendo intatta quella vena indie che ne caratterizza da sempre le creazioni. Con “Chiamami per nome” cantata da Fedez e Francesca Michielin (e scritta insieme, tra gli altri, a Mahmood) sul palco dell’Ariston ha raggiunto il suo ultimo straordinario successo di pubblico, ma con noi ha ripercorso a tutta la strada fatta finora tra difficoltà e consensi.

Cominciamo dall’inizio, dai primi approcci con la musica. «Io sono del 1977, e ho cominciato ad avvicinarmi alla musica durante il liceo. Erano gli anni Novanta, e in zona c’era un bel fermento: tanti gruppi punk, diversi locali come il Thunder Road in cui suonare e ascoltare concerti e un buon numero di negozi di dischi e sale prove che fungevano da luoghi di ritrovo. All’epoca il mio gruppo si chiamava “Miele di lei”, una citazione da “Male di miele” degli Afterhours. Era uno dei gruppi di riferimento, insieme ai Verbena, ai Prozac+, e a tutte le altre band della scena alternativa di quel periodo. Fin dal principio, comunque, alla passione per la musica ho affiancato quella per la scrittura: avevo una rivista chiamata “Vetro e cemento” in cui pubblicavo interviste e recensioni sulle ultime novità discografiche».

A proposito: il suo debutto discografico risale a quel periodo. «Sì, un debutto del tutto fortuito. Mi capitò di intervistare Giacomo Spazio, fondatore di Vox Pop, etichetta indipendente che aveva lanciato artisti come i Bluvertigo, i Subsonica e molti altri nomi della scena underground. Gli raccontai che avevo dei nastri con i suoni della natura registrati a Montalto Pavese, e che mi capitava di improvvisarci sopra. Si innamorò dell’idea, mi disse “fammeli sentire assolutamente” e ne tirò fuori un concept album di una dozzina di pezzi intitolata “Colonia Paradi’es”. Non avevo nemmeno finito le superiori che già mi ritrovavo con un disco fatto».

Ma finito il liceo non ha proseguito. «No, ho studiato per un po’ all’università, senza avere le idee chiare su che strada intraprendere. Lavoravo e vedevo moltissimi concerti, il weekend magari scappavo a Londra. Non vedevo un futuro nella musica, questo almeno fino al 2003, quando ho conosciuto “I giardini di Mirò”: un gruppo di Reggio Emilia che apprezzavo moltissimo e che un giorno mi capitò di incontrare. A loro feci sentire quel disco pubblicato tempo prima e loro si invaghirono della mia voce. Mi dissero “se facciamo un album cantato ti chiamiamo”».

E la chiamarono sul serio. «Non molto tempo dopo mi chiesero di cantare un brano del loro nuovo album, e già che mi trovavo in sala registrazione (un’esperienza per me già pazzesca) mi chiesero di improvvisare un testo su una base già scritta. La prova andò bene, perché mi chiesero di diventare ufficialmente il loro cantante. Furono due anni incredibili, perchè improvvisamente mi ritrovai su palchi importanti, ai festival di tutta Europa con i Massive Attack, con Patti Smith, a cantare davanti a tredici mila persone. Io non avevo mai preso una lezione di canto, e soprattutto all’inizio ho incontrato non poche difficoltà».

E proprio quando le cose cominciavano ad andare meglio, l’esperienza è finita. Come mai? «Io ero pronto a fare un salto in avanti, volevo partecipare alla stesura dei pezzi, sentirmi davvero parte della band. Loro però erano molto uniti, erano come una famiglia, e credo mi abbiano sempre visto fondamentalmente come un estraneo. Non erano aperti alla contaminazione, e io ho preferito allontanarmi. Non che sia stata colpa loro: io stesso ero in un momento difficile, ero gasato dall’esperienza ma allo stesso tempo destabilizzato, e forse ho avuto troppa fretta».

Così ha voltato pagina. «Mi sono buttato su un vecchio amore, la moda. Ho trovato lavoro a Milano per Etro, un’azienda straordinaria che mi ha dato la possibilità di crescere molto, che valorizzava i suoi dipendenti e dalla quale ho ricevuto moltissime soddisfazioni. Era un ambiente elitario ma creativo, mi piaceva molto. Ma quando pensavo di essermi lasciato la musica alle spalle, quella è tornata a bussare. L’ho preso come un segno».

Cioè? «In negozio venne Leziero Rescigno, membro dei La Crus, un gruppo che conoscevo da tempo. Cercavano un cantante e un autore, e insieme finimmo per creare gli “Amor Fou”. Era il 2006, e in sei anni abbiamo fatto uscire tre dischi (“La stagione del cannibale”, “I moralisti”, “Cento giorni da oggi”) passando da una etichetta indipendente (la stessa che, peraltro, produceva i “Giardini di Mirò”) fino alla major più ambita (l’Universal). Con loro ho potuto sperimentare davvero, attingendo dal cinema e dalle colonne sonore, con suggestioni che provenivano dai mondi più disparati. Mi sono tolto molte soddisfazioni, con trecento live in tutta Italia. La crescita artistica però non è stata accompagnata da una crescita a livello economico, ed è bastato il furto del furgone a farci saltare il tour del 2012. Siamo rimasti molto delusi, e la pausa che ci siamo presi ha finito per mettere la parola fine all’avventura degli “Amor Fou”. Con il senno del poi, forse se avessimo tenuto duro per un paio d’anni le soddisfazioni sarebbero arrivate».

Cosa glielo lo fa pensare? «Era il 2012, e dal 2014 in poi sono esplosi gruppi come “Lo stato sociale”, i “The giornalisti” e tanti altri, che di fatto provenivano un po’ dallo stesso universo musicale. Dirò di più, questi stessi gruppi ascoltavano gli “Amor Fou”: ne ho avuto la conferma più volte, e ho ricevuto anche messaggi di ringraziamento da parte di alcuni di questi artisti o del loro entourage».

Quindi scende dal palco, ma comincia a fare il producer per X Factor. Lavora con Mika, e di fatto continua a vivere di musica. «Sì, però con tutt’altro spirito. Lascio Milano per Voghera, rinnovo la mia immagine per allontanarmi da quel personaggio pubblico in cui non mi riconoscevo più. Continuo a scrivere per conto mio fino a quando, ancora una volta per caso, la mia vita subisce un’ulteriore svolta. Mi chiama Rock It per registrare un’intervista doppia in cui un artista del mondo underground (cioè io) avrebbe dovuto confrontarsi con un’artista mainstream (Malika Ayane). Ci siamo capiti subito, c’è stata un’affinità immediata. Lei aveva autori come Paolo Conte o Giuliano Sangiorgi, ma ha chiesto a me di scrivere qualcosa per lei. Un po’ intimidito, le ho proposte “Tre cose”, un singolo che si è piazzato in classifica al primo posto per due mesi e che ha attirato l’attenzione di Klaus Bonoldi, un editore molto attento alle novità. Lui non mi ha messo nessuna pressione, mi ha lasciato libero, e la fiducia che mi ha concesso mi ha portato ai successi di “Parole in circolo” (Marco Mengoni), “Riccione” (The giornalisti), “Il mondo prima di te” (Annalisa), “Frida” (The Kolors) e via discorrendo fino alla recentissima “Chiamami per nome”»

Si vede bene nel ruolo di autore? «Mi ci vedo, sì, ma non a lungo termine. A un certo punto vorrei tornare a scrivere cose per me, magari portando avanti entrambe le strade. Vedo il mio amico Lorenzo Colapesce, a cui sono unito da un legame fraterno, e sono felicissimo per il suo successo. Abbiamo fatto un tour insieme, solo io e lui, qualche anno fa, e sono stato il primo a incoraggiarlo nel coltivare il suo lato comico, anzi “leggero”. Penso che dopo tanti anni in cui ha portato avanti il suo progetto musicale con dedizione, alla fine è stato ripagato. Forse, semplicemente, avrei dovuto fare come lui. Crederci di più. Negli ultimi anni ho sperimentato un po’ con la trap, uscendo con un paio di brani su Spotify, ma spesso sento il desiderio di impegnarmi in un progetto più strutturato, magari con una band. Ci sto ancora pensando».

Chiudo l’intervista per chiederle della sua città. Che rapporto ha con Voghera? «È una dimensione provinciale in cui mi trovo a mio agio, ma da cui francamente non ho mai ricevuto affetto né apprezzamento. Io come tanti altri: penso a Massimo Polidoro, a Fabrizio Poggi, a Marco Forni, a tanti vogheresi che hanno fatto e fanno cose di valore, ma non vengono minimamente presi in considerazione dalla propria città. Io, come credo tutti loro, sarei felice di dare un contributo alla vita culturale di Voghera, ma non ho mai ricevuto inviti. Qualche chiacchiera, forse, che non si è mai concretizzata in nulla. Ed è un peccato, perché ci sono persone che sarebbero delle vere risorse per la nostra città: si tratterebbe solo di chiedere».

di Serena Simula

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