FORTUNAGO – C’ERA UNA VOLTA L’OLTREPÒ PAVESE : L’OSTERIA CÀ D’ ÄRNËSTA. di Giuliano Cereghini

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Il complesso edificio era al centro del paese, dirimpetto alla strada che saliva la collina per approdare alla chiesetta del paese. Tra le due guerre, proprietaria e anima dell’osteria di Sant’Eusebio, era Ernesta Barbieri, figlia di Pasquale e di Adelaide, per tutti Ärnësta o R’nësta. Da giovane, una caduta in bicicletta, aveva compromesso il corretto uso e l’appiombo della gamba destra che era uscita dall’incidente e dalle premurose cure dell’ospedale di Voghera, con una vistosa arcuata malformazione che comprometteva l’incedere della donna rendendolo dondolante e caratteristico. Per il paesino, Cà d’Ärnësta, era bar, ristorante, albergo, commestibili, posto telefonico pubblico, sale e tabacchi, sala da ballo e, in qualche occasione, ambulatorio medico. Lei, eccezionale lavoratrice, oltre a tutte le attività ricordate, badava con amore ai due vecchietti di casa, svolgeva mille mansioni con il saltuario aiuto di giovani ragazze e, almeno una volta a settimana, si recava al mercato di Voghera per provvedere al rifornimento dei vari negozi di sua responsabilità. Trovava anche il tempo di favorire qualche compaesano privo di mezzi di trasporto, acquistando beni o medicine a Lui necessarie. Definiva quest’attività: “fa i cumisiòn”. Pur burbera e un poco pettegola, era una splendida persona: lavoratrice indefessa e disponibile con chiunque ne avesse necessità; si aggirava a destra e a manca del grande edificio che iniziava a levante con la bottega, con il cucinìno privato sul retro, proseguiva con i locali dell’osteria e, terminava ad ovest, con lo stanzone adibito a locale televisivo o a sala da ballo. Al piano superiore erano sistemate le camere per i clienti, spesso cacciatori; da qui il nome “Osteria dei Cacciatori”, sicuramente i frequentanti più affezionati e redditizi della locanda. Al piano inferiore erano dislocate cantine e magazzini. Adiacenti a questi due piccoli campetti per il gioco delle bocce. I campi erano due listarelle di terreno racchiuse tra poche assi sconnesse, terminanti  all’estremità con una robusta protezione in legno. Non erano propriamente ben curati: un rullo ed una raspa livellavano al meglio i fondi in sabbia proditoriamente attraversati dalla gigantesca radice di una grande robinia che rendeva una gradevole ombra ma, slivellando il terreno, comprometteva il fondo necessariamente liscio ed omogeneo per il regolare svolgimento del gioco.

Le bocce poi erano generalmente di legno e, l’uso e l’età, ne avevano compromesso la sfericità e la superficie ma tant’è, i tempi erano quelli, la possibilità di viaggiare quasi nulla e l’utenza paesana doveva gioco forza accontentarsi di quello che passava il convento o, per meglio dire, di quello che passava l’Ernesta. D’estate si giocava a bocce: la domenica pomeriggio, la sera tardi o di notte. Il guaio era che i due campi bocce erano illuminati da due piccole lampadine sospese ad un filo teso sopra di essi e, vuoi per l’estesa superficie da coprire, vuoi per la ridotta portata delle due lampadine, parlare di campi illuminati era una circonlocuzione eufemistica: si giocava in penombra neppure stabile, perché i due piattini portalampade erano soggetti a continue sollecitazioni e dondolii, dalle brezze serali estive, sollievo alla calura ma deleteri ad una corretta e stabile visuale. Alle ripetute lamentele dell’utenza, Ärnësta rispondeva invariabilmente con “i giög ä ièn cûlì, s’iv pia˘s nò, andì da un’altra pàrt”, i campi gioco sono questi, se non siete soddisfatti, andate altrove. In quegli anni lontani l’osteria era frequentata esclusivamente dagli uomini del paese, la domenica pomeriggio e in tarda serata al termine dei lavori e dopo una buona cena ristoratrice. Una capace stufa a legna prima e, in anni successivi, a carbone, troneggiava al centro della grande stanza che lungo la parete posta a est, presentava un bancone di legno con piano d’appoggio per la mescita di vino, liquori e qualche rara bibita. Spesso il tepore della stufa, la stanchezza del duro lavoro quotidiano o semplicemente l’abitudine, favorivano tiepidi sonnellini di qualche avventore che, poggiate le braccia su un tavolino appartato, profittava della tranquillità e della familiarità dell’ambiente: solo in caso di rumorose e persistenti russatine, il vicino dava di gomito ed il malcapitato si svegliava di soprassalto meravigliandosi delle risate degli astanti. Non era presente la macchinetta per il caffè espresso ed eventuali rade richieste di tale bevanda, venivano soddisfatte attivando il pentolino posto nell’adiacente cucinìno: la mistura liquida che ne usciva andava bevuta lentamente, anzi andava decantata per un po’ di tempo, al fine di evitare quantità impressionanti di granuli in sospensione che attenuavano il piacere degustativo.

L’alimentazione della stufa a carbone era compito esclusivo della padrona di casa che razionava la miscela di carbone e terra in modo da abbattere i costi del riscaldamento che, ad una cert’ora della notte, risultava scarso od assente. Generalmente gli avventori chiedevano gazzose, aranciate o birre, oppure grappe, marsala, vermut o cognac. Queste, con qualche altra strana bevanda quali il “millefiori o lo strega”, erano le abituali richieste dei frequentanti il ritrovo e le disponibilità dello stesso. Pochissimi chiedevano vino anche in ragione del fatto che quasi tutti ne producevano almeno per il consumo familiare. Un abituè di tale bevanda, da Lui usata sia come aperitivo che come digestivo, era tale Bianchi Fermo detto Bianchino: verso le diciotto pomeridiane scendeva a piedi da Ponticelli dove abitava e lavorava, sedeva davanti al bar e schiarendosi leggermente la gola, ordinava la “mésa”. Sì, ordinava una mezza bottiglia di vino rosso, non perché intendesse bere meno del solito, anzi, le “mése” a notte fonda erano diventate quattro o cinque, ma perché aveva verificato che in due mezze bottiglie, che costavano esattamente come una bottiglia, vi era un mezzo bicchiere di vino in più. Durante la settimana raramente pagava il conto ed Ernesta provvedeva ad annotare i progressivi importi su un quadernotto con la copertina nera e i bordi delle pagine rosso fuoco; il sabato a mezzodì veniva pagata la settimana di lavoro ed il pomeriggio Bianchino saldava il dovuto all’oste in gonnella.

Assistere alle ricostruzioni dei vari consumi serali a distanza di diversi giorni era un vero spasso: Ernesta esibiva il famoso libriccino nero e richiedeva il pagamento delle mezze bottiglie documentando il suo dire, l’avventore contestava il numero delle bottiglie segnate ricordando perfettamente i consumi serali; si accendevano animatissime discussioni durante le quali la signora lamentava che alcuno mettesse in dubbio la sua onestà e Bianchino dopo aver dato consigli sul posizionamento del citato quadernetto, ribadiva che il suo esposto era inferiore alle richieste. Le dispute duravano anche tutto il pomeriggio con minacce e toni molto accesi: un malcapitato giorno a fronte ad un’offesa non sopportabile di “ciucatè”, ubriacone, sussurrata in bottega a denti stretti dall’Ernesta, mentre serviva un altro avventore, il buon Fermo afferrò un grosso filetto di merluzzo sotto sale, in buona vista sul bancone del negozio, e lo scagliò violentemente in faccia alla poveretta. Minacce di denunce senza seguito, conclusero la malaugurata vicenda che però non permisero più al povero Fermo di bere a credito: se aveva i soldi Ernesta lo serviva senza proferir parola, in caso contrario il poveretto o attingeva a prestiti dagli amici o sopportava la sete. Ci vollero comunque diversi anni a che il triste episodio fosse dimenticato e tutto tornasse alla normalità. Gli avventori serali giungevano alla spicciolata e, a secondo la stagione, si sistemavano ai tavolinetti esterni o attorno alla grande stufa di casa. I giovani in maglietta e pantaloncini corti, gli uomini con pantaloni di fustagno pesante anche d’estate e l’immancabile cappello questo si invernale o estivo a seconda delle stagioni. D’inverno, giubbotti, maglioni di lana grezza, spesso confezionati da mamme o spose premurose, rarissimi cappotti e qualche giacchetta “paltò e marsinën”, sfoggiati solo in occasioni speciali. Si chiacchierava e si scambiavano opinioni le più diverse: sul tempo, sugli animali, su qualche malattia temuta e scongiurata e, almeno i più giovani, su qualche bella ragazza incontrata o sognata. Non si parlava quasi mai di politica: tra le due guerre era sconsigliabile se non proibito, successivamente, nessuno voleva andare a ricordi e ferite ancora troppo vive e dolorose nella carne di tutti. Non si parlava mai di calcio, raramente di ciclismo in occasione di corse o giri importanti: qui gli schieramenti erano ben delineati o coppiani o bartaliani.

Il bello è che spesso chi si avventurava in giudizi o apprezzamenti sui singoli corridori, non aveva mai visto una corsa ne dal vivo, ne tantomeno per televisione che, o non c’era ancora o non era alla portata delle scarne risorse disponibili. Un omone con voce baritonale, esternava il proprio amore per Coppi descrivendolo come una specie di moderno Ràmbo, grande e grosso con una forza spaventosa: le argute radiocronache di quei tempi avevano sollecita la sua fantasia e le imprese del fenomenale ciclista di Castellania avevano fuorviato il poveretto che, se per ventura si fosse trovato al cospetto dell’airone piemontese, con quelle lunghe gambe scarne, con quello sterno ipertrofico e quell’aria mite e spaurita, probabilmente avrebbe pianto dal dispiacere. Le fumose serate, allora tutti fumavano purtroppo anche in luoghi chiusi, iniziavano con qualche chiacchiera, proseguivano con una partita a tre sette o a briscola e si concludevano verso la mezzanotte ora di uscita dal locale. D’estate molti si soffermavano all’esterno sul piazzaletto, al buio ed al fresco, continuando a chiacchierare dei più vari argomenti. Era l’unico luogo di aggregazione di questi paesini minuscoli dove non esistevano altri locali o forme di svago, per giovani o meno giovani, era però luogo tranquillo dove la serenità del tempo che passava era raramente rotta da accadimenti insoliti e piacevoli: qualche serata danzante nel mitico salone d’Ärnësta o nel “baracön” realizzato sul terreno di Mòta e Carlino antistante l’osteria. In tempo di caccia il locale era frequentato da cacciatori liguri in Oltrepò per la loro passione venatoria; qualche serata era allietata da Paolo Braghieri, noto Pàul ciùc, simpaticissima “ligéra”, barbone, rigidamente in abiti militari grigioverdi, cortesissima e gentilissima persona a tassi alcolici normali, quando questi salivano trasferivano il buon Paul con il cuore e con la mente sul Monte Nero e sul Grappa, teatri delle sue lontane imprese militari. Misurava la stanza con passi cadenzati e dondolanti per ore, soffermandosi di tanto in tanto ad inveire convinto contro il “lupo tedesco”, suo personale ed acerrimo nemico. Tutti sorridevano alle sue filippiche militari limitandosi ad offrire un bicchiere di barbera all’anziano milite che interrompeva per un attimo il percorso di guerra, per poi riprenderlo con rinnovato vigore.

La signora Ernesta, incrollabile zitellona sino alla cinquantina ed oltre, decise, sul finire di quella rispettabile età, di convogliare a giuste nozze con un simpatico fornaciaio di Cornale, certo signor Rizzieri. La decisione venne accolta con sorpresa e curiosità dal paese che visse il momento col partecipazione e l’allegria che sempre segue avvenimenti di questo tipo: il buon “Risiéri” giunto a Sant’Eusebio novello principe consorte, presidiava taciturno l’osteria in assenza della moglie disdegnando i paesani, a suo dire, intriganti ed impiccioni ma, dopo alcune incomprensioni, tutto tornò alla normalità ed i due anziani sposini, condussero serenamente gli ultimi tribolati anni di vita. I preparativi delle nozze furono spassoso argomento a puntate nell’osteria, a sera inoltrata qualcuno chiedeva dei preparativi o degli inviti ad antichi fidanzati ed ecco lo spettacolo servito gratuitamente: la povera donna si infervorava a spiegare, a volte commuovendosi, a volte ridendo felice alle salaci battutacce degli interlocutori, sino a ricordare episodi piacevoli o meno del passato.

Una sera, a ridosso del matrimonio, fu convinta da Primo, ad indossare l’abito di nozze ed a sfoggiarlo davanti ai nottambuli mattacchioni. Dopo aver fintamente tergiversato schernendosi e sogghignando, la signorina risalì le scale di casa, si agghindò di tutto punto e, sfoggiando un cappello a tesa larghissima, si presentò ai clienti, che ridevano come matti, in abito da sposa color pesca. Solo Bianchino la rimirava di sottecchi senza ridere. L’anziana donna eccitata dal successo dell’improvvisato spettacolo, prese a passeggiare tra i tavolini  quasi a percorrere un’ideale passerella. “Non per dire” diceva convinta “ma pös mätäm a pari d’una fiulëta äd vent’àn”, posso paragonarmi ad una ragazza di vent’anni; Bianchi Fermo, sino ad allora silenzioso, a queste parole sbottò: “ät pë mätät  pari d’un rutàm: sit mòlan i ramê ät và in fàs me una bàla äd pàia” – puoi metterti alla pari di un rottame: se ti tolgono le varie fasce e cinture, ti sfasci come una balla di paglia -. A queste cattive parole Ernesta non prestò minimamente senso, con un’occhiataccia fulminò il malcapitato aggiungendo “ti tà˘s che tât nintènd nò, te nànca sposà!” – taci che non sei esperto in queste cose, non sei neppure coniugato. Continuò il defilé sino a che l’ultimo dei clienti tra il serio ed il faceto, ebbe a domandare notizie sulle stoffe, sulla necessità di portare un cappello a larga tesa in chiesa dove, o, non c’è il sole, sui giudizi dati dallo sposo o riservate previsioni sulla prima notte di nozze. Se Dio volle, verso mezzanotte, la povera donna risalì a fatica la ripida scala impedita dal lungo abito di nozze ma felice di aver esibito il vestito che da tanti, troppi anni,  aveva sognato. L’osteria era ritrovo, luogo ove trascorrere le ore del riposo chiacchierando amabilmente con gli amici, giocando a carte o a bocce o assistendo ad alcuni programmi televisivi dal magico apparecchio sistemato nel salone. Nei primi anni sessanta pochissimi disponevano di radio e tanto meno di televisori: trasmissioni come Lascia o raddoppia con Mike Bongiorno o Un, due e tre con Tognazzi e Vianello, erano seguitissime da uomini e qualche rara donna nel salone ad Ca D’Ärnësta davanti ad un gigantesco televisore che occupava lo spazio di un’utilitaria ma disponeva di uno schermo di una cinquantina di centimetri per lato. Le trasmissioni erano in bianco e nero ed erano seguite in religioso silenzio dagli astanti. L’arrivo furtivo nel buio dell’oste in gonnella, distraeva per pochi istanti i telespettatori che erano invitati dalla padrona di casa, che brandiva un enorme vassoio carico di ogni ben di Dio, a fare “una consumàsion”. Chi una bibita, chi un cioccolato o un torroncino, chi un pacchetto di caramelle di menta o una sottile fetta di panettone nella stagione invernale o un gelato preconfezionato d’estate, tutti si servivano dal vassoio retto a fatica dalla signora che non lasciava la sala se tutti, come diceva Lei, non avessero attinto alla sua famosa “basìla” o vassoio Prima di uscire tutti o quasi tutti, pagavano regolarmente il conto salutando soddisfatti e commentando la trasmissione della sera. Uomini semplici, regole dettate più dalla necessità che dalla volontà ma un vivere partecipato e sentito così lontano dall’atmosfera surreale e fredda degli attuali bar dove, sfoggio di maldicenze, discussioni furiose su argomenti vuoti e avulsi dalla realtà quotidiana, sfociano in prevaricazioni e prese in giro: la cattiveria allo stato puro fa a gara spesso prevalendo, con una becera ignoranza mascherata da qualche sgangherata citazione o da vuote parole nell’idioma di moda al momento.

Rimpiangere quella gente, quel modo di dividere un nulla che univa tutti o quel mondo pieno di speranze di un futuro migliore, è unico modo per sentire e rivivere momenti irripetibili che, gli anni ed un degrado galoppante, allontanano sempre più dalle nostre vite. Il buffo sta nel ritenere tutto questo progresso e non barbarie ma tant’è, crescendo diventiamo sempre più bravi a raccontare storielle a noi stessi prima che agli altri.

di Giuliano Cereghini