Mercoledì, 22 Maggio 2019

OLTREPÒ PAVESE - «LA MAGGIOR PARTE DEGLI SPUMANTI ITALIANI NON SONO MAI 100% PINOT NERO: INVECE IL NOSTRO...»

La storia di Ballabio winery parte da molto lontano, dal 1905, quando Angelo Ballabio decise di fondare una delle prime aziende italiane che producesse il Metodo Classico, la prima a tracciare la strada della vocazionalità che ha legato il Pinot Noir al territorio casteggiano. Angelo fu un uomo buono, semplice e con una preparazione fuori dal comune, arrivata da una vita intera spesa a fare il miglior vino possibile. Ancora oggi l’intento dell’azienda è quello di produrre un Metodo Classico in grado di esprimere ed esaltare le caratteristiche dei vigneti locali. A parlare oggi è Mattia Nevelli, giovane venticinquenne, che si occupa attualmente della parte commerciale dell’azienda.

Ci racconta come è nata questa importante azienda?

«La storia nasce ancora prima. Bisogna infatti partire dall’incontro tra l’enologo Angelo Ballabio e Pietro Riccadonna: i due diventati grandi amici, hanno iniziato a studiare e sperimentare il Metodo Classico. Entrambi hanno lavorato per fondare la Svic, la società vinicola di Casteggio, che era diventata famosa per il suo spumante e di cui avevano addirittura messo la targhetta sulla statua della libertà di New York. Più tardi le strade dei due si dividono e Angelo fonda l’azienda Ballabio e si mette a produrre diversi vini, tra cui il bianco fermo ‘Clastidium’ che avrà un certo successo. Così si crea una certa notorietà come enologo e per i suoi prodotti. Il suo riconoscimento più importante era stato quello di diventare fornitore della casa del Duca d’Aosta».

Poi la tradizione viene tramandata…

«Sì, al figlio Giovanni, anche lui enologo, che aveva fondato il Consorzio insieme naturalmente ad altri soci. Lui però non aveva figli e dopo la sua morte l’azienda rimase inoperosa per circa vent’anni. Il marchio Ballabio era quindi sceso proprio perché non si produceva più».

Veniamo agli anni Ottanta.

«Il momento in cui due amici, che all’epoca facevano lavori completamente diversi (e che poi in futuro sarebbero diventati miei nonni!) decisero di investire nel vino e di comprare il marchio “Angelo Ballabio”. Avevano una grande passione per il vino e scelsero di iniziare questa avventura, mettendo all’interno dell’azienda, verso la fine degli anni Ottanta, mio padre e mia madre, che ancora non si conoscevano. Successivamente entreranno in azienda anche mio zio e mio cugino, che lavorano attualmente lì. Pian piano tutte queste persone hanno cercato di far rifiorire l’azienda, con sacrificio e impegno. La prima cosa fatta è stata rimettere in sesto i vigneti e una parte di cantina. Poi si è cominciato con la produzione e vendita dei vini sfusi e di un po’ di bottiglie».

La ripartenza è stata ancora con il Metodo Classico?

«No, all’inizio si produceva la bonarda e altri vini. La svolta è avvenuta nel 2002, quando mio padre ha conosciuto Arturo Ziliani, proprietario di Berlucchi. Berlucchi quindi è arrivato in Oltrepò Pavese per fare Pinot Nero, perché all’epoca la Berlucchi non era della Docg Franciacorta e poteva comprare i vini e vinificare in altre zone per il loro spumante. Da quel momento quindi la Ballabio diventa “centro vinificazione italiano Berlucchi”, uno dei tre centri in tutta Italia. Loro quindi hanno “affittato” la nostra cantina per produrre Metodo Classico e noi non potevamo fare altri vini del Metodo Classico. Mio padre ha davvero imparato tanto in quel periodo e si era fatto una gran bell’esperienza su come si producevano vini di quel tipo, sui vigneti migliori della zona e tante altre cose. Si è fatto una cultura su un mondo che fino a quel momento non conosceva alla perfezione. Il Metodo Classico è un vino speciale, che non segue il procedimento di produzione di altri vini. Percorre una strada a sé».

La collaborazione con Berlucchi fino a quando c’è stata?

«è terminata nel 2010, perché la Berlucchi è rientrata nella Docg e non poteva più comprare vini da altre zone, e mio padre ha quindi potuto iniziare con il suo Metodo Classico, chiamato Farfalla».

Come mai questo nome?

«Perché la prima vigna che ha utilizzato di Pinot Nero per le prime tremila bottiglie ha la forma di due triangoli che visti dall’alto sembrano le ali di una farfalla. Siamo appunto partiti nel 2010 con quel quantitativo e poi siamo cresciuti. Attualmente siamo sulle 40 mila bottiglie. Il nostro prodotto è cresciuto ed è stato molto apprezzato negli anni. Nel 2020 le bottiglie saranno 45 mila».

Mattia, quando è entrato anche lei in azienda?

«Nel 2016. Ho studiato Enologia a Piacenza e sono praticamente nato in questa azienda anche se non ci lavoravo… sono sempre stato appassionato di questo mondo, una passione che mi hanno trasmesso sicuramente i miei genitori. Nell’azienda mi occupo della parte commerciale, anche se ho iniziato in cantina vera e propria, perché se devi parlare di vino devi assolutamente sapere come si fa».

Parlava prima del successo crescente del vostro vino.

«Sì, è un prodotto che piace, in tutti i sensi. Piace naturalmente il vino, piace il nome semplice e piace anche il packaging. È un prodotto particolare, perché la maggior parte degli spumanti italiani non sono mai 100% Pinot Nero: invece il nostro è come in pochissimi in Italia, come pochissime aziende sono specializzate in Metodo Classico. Noi da un paio d’anni a questa parte abbiamo scelto di specializzarci solo in questo e facciamo la linea Noir Collection, che comprende Extra Brut, Nero Dosage e Rosè. Noto poi che il mercato della ristorazione, dei bar e delle enoteche sta diventando sempre più specializzato: vanno sempre più alla ricerca di prodotti di nicchia e quindi, secondo me, un’azienda che si propone con un singolo prodotto viene vista meglio di un’altra che ha quaranta vini diversi. Tanta gente che prima non ci considerava adesso ci considera di più».

Il vostro mercato è sia italiano che estero?

«Per il momento solo Italia e soprattutto il nord, perché le bottiglie sono poche. Cresciamo in questo senso in concomitanza con la crescita delle bottiglie. L’obiettivo è fare bene il mercato italiano: se in futuro ci saranno i presupposti vorremmo andare oltre al nord Italia e arrivare a Roma. Qual cosina già facciamo, ma mi piacerebbe fare di più. Per l’estero il Metodo Classico non ha ancora l’appeal giusto, come per esempio il prosecco. Non è ancora il momento quindi».

Il fatto di avere l’azienda in Oltrepò rappresenta un ostacolo per farsi conoscere?

«No, anzi. C’è considerazione anche perché il nostro territorio viene riconosciuto come la patria del Pinot nero. Nel nord Italia quando vado in giro e parlo di Pinot Nero vedo che è davvero molto apprezzato».

di Elisa Ajelli

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