Giovedì, 21 Novembre 2019

OLTREPÒ PAVESE - «AMO LA REGIA PERCHÈ MI DÀ IN MANO LA RESPONSABILITÀ ARTISTICA E MORALE DELL’OPERA»

L’Oltrepo Pavese è terra ricca di vigneti, di campi, di verdi terre dense di alberi da frutta, di colline e paesaggi ed albe e tramonti mozzafiato, di esercizi pubblici, di piccole e medie imprese, alcune note a livello nazionale ed internazionale, e di alcune grandi imprese, famose nel mondo. Così come alcuni nomi dell’industria, della moda e della musica, partendo da questo territorio, hanno scalato, fino in cima, la piramide dei valori assoluti, mondiali, delle loro attività. Ma in questi ultimi anni ci sono oltrepadani appassionati, dediti ed impegnati in un settore sino ad ora poco noto in Oltrepò: il cinema. Abbiamo incontrato un giovanissimo nuovo esponente di questa straordinaria Arte: Haikel Amri.

Parliamo subito di cinema! Quando è nata questa passione in lei? Innanzitutto, lei si è laureato quest’anno al DAMS di Bologna nel corso di “Discipline dell’arte, della musica e dello spettacolo” . Ce ne vuole parlare?

«Volentieri. Per 3 anni ho studiato in questa facoltà che non tratta solo cinema ma tutto ciò che riguarda il mondo dell’arte. Al 1° anno sono obbligatori 5 esami, di 5 indirizzi artistici diversi: letteratura italiana contemporanea, storia dell’arte, cinema, musica e teatro. Sono stati corsi molto belli perchè mi hanno fatto capire quanto l’arte sia legata al mondo nelle varie epoche: ad esempio, ciò che è successo negli anni ‘60 nelle varie arti è tutto omogeneo, perchè dipende dalla concezione dell’uomo nel mondo, in quel determinato periodo. è una cosa che non si riesce ad intuire studiando in qualsiasi scuola media superiore».

Questa decisione di finire il liceo scientifico e di scegliere il DAMS, come facoltà universitaria, da dove nasce? è quella per il cinema una passione che lei ha da sempre?

«Se intende per quanto riguarda il cinema, non da sempre. Però posso dirle che è una passione che coltivo da quando sono adolescente. Quando ho iniziato a vedere i primi film, mi sono accorto che ognuno aveva qualcosa di diverso dall’altro. Il primo film che ho visto e mi ha colpito sotto questo punto di vista è stato “Arancia Meccanica”; per quanto riguarda la musica, sono passato dall’ascolto della radio ai Beatles

(il primo album che mi ricordo, è Rubber Soul). Per quanto riguarda il percorso di studi che ho scelto, la rivelazione è nata un giorno che sono stato convocato dalla Preside, da studente indisciplinato. Dopo 3 minuti di ramanzina, abbiamo passato gli altri 50 a vedere che cosa avrei potuto fare nella vita. Lei mi ha mostrato varie alternative, tra cui c’era il DAMS di Bologna. L’ottica di andare il più possibile “lontano da casa” mi allettava, anche proprio come esperienza umana, e così in 4^ superiore avevo già deciso che avrei voluto studiare cinema».

Qual è la differenza tra il DAMS ( come istituto universitario) e l’accademia?

«Il grande problema dell’istruzione italiana è che l’accademia è formativa dal punto di vista pratico, mentre l’università lo è dal punto di vista teorico. Non si riesce a trovare una via di mezzo congrua, in modo da poter fare entrambe le cose. Se tornassi indietro, sceglierei nuovamente di studiare dal punto di vista teorico, perchè credo che la pratica si impari “facendo”. Al contrario, nessuno ti può insegnare ad avere un’idea o un’aspirazione».

Ma lei vorrebbe fare lo sceneggiatore, il regista, il fotografo o l’aiuto regista... Qual è la sua proiezione professionale?

«Sicuramente la regia, perchè ti dà in mano la responsabilità artistica e morale dell’Opera. Dal punto di vista tecnico non saprei. Non c’è una risposta univoca, è come un gruppo musicale in cui ogni componente ha il suo ruolo, suonando lo strumento che più gli compete».

Quali sono i suoi registi preferiti?

«Dal punto di vista sentimentale le dico Sergio Leone. è il mio regista preferito perchè lo guardi e vedi qualcosa di meraviglioso, sempre poetico. è come vedere un poema epico in immagine. Dal punto di vista umano, mi sento molto vicino a Quentin Tarantino, perchè è grazie a lui che ho scoperto gran parte del cinema che amo. Lui è uno dei registi più conosciuti e mainstream. Mi sono appassionato cercando tra le numerose fonti e ho scoperto che condividiamo anche la scelta del film preferito, che per entrambi è “Il buono, il brutto e il cattivo”, e anche i generi da cui prende ispirazione... Grazie a lui, ed all’accurata ricerca delle fonti, sono riuscito a scoprire dei titoli di film che altrimenti avrei avuto difficoltà a ritrovare, riscoprendo delle chicche».

E per quanto riguarda gli altri grandi registi italiani, come Zeffirelli, De Sica, Fellini, Visconti, Rossellini?

«Ne ho già detto uno, Sergio Leone. I registi italiani credo che abbiano avuto una grande “fortuna” perchè sono conosciuti in tutto il mondo e sono unici anche per le loro voci e personalità. Citarli tutti sarebbe impossibile perchè sarebbe come fare un torto a qualcuno. Ci sono anche registi meno conosciuti, come Mario Bava, uno dei più grandi geni horror italiani, ora finito un po’ nel dimenticatoio perchè non ha vinto premi o Festival».

In che posizione classificherebbe Kubrik, tra i mostri sacri?

«Kubrik non è posizionabile, perchè non è stato abbastanza approfondito dai libri di storia del cinema, se non molto rapidamente. E’ un artista a sè stante, che non ha un periodo storico preciso. Ad esempio, film come “Rapina a mano armata” è comunque 40 anni avanti rispetto ai noir degli anni ‘50. “Arancia meccanica” è difficile da inserire in un contesto storico. Se c’è l’horror anni ‘60, i film migliori sono quelli che rimangono dentro a un genere. Trascendendo l’idea di genere e usandola a modo suo, è difficile contestualizzarlo, nonostante abbia comunque avuto un periodo storico».

Sta per iniziare le riprese della sua prima produzione, che è un mediometraggio. Ce ne vuol parlare?

«Nell’indecisione, non avendo le possibilità di gestire il ritmo di un lungometraggio ( che è molto complesso) ma anche avendo le difficoltà di mettere una storia intera in un cortometraggio ( che dura fino a un massimo di 20 minuti), ho optato per questa misura. Quando verrà montato, glielo saprò dire (sorride). Ovviamente la durata dipende anche dal budget a disposizione. Ho un crowfounding in corso, ove ho scelto una cifra massima di 7500 euro in modo che vi sia la possibilità di fare determinate scelte. Ma comunque, anche non raggiungendo una cifra del genere, possiamo pensare di fare qualcosa anche con meno.

è ovvio che, come la censura fa diventare intelligenti gli artisti, anche i limiti ci impongono di ingegnarci e compensare. Che è la fortuna del cinema italiano: avere dei limiti e riuscire, con essi, a rendere meglio, che far vedere. è uno dei motivi per cui l’horror italiano è il più conosciuto nel mondo. Infatti la sua prima regola è che “la paura si ha quando non si mostra qualcosa”. Noi, non avendo molti soldi, non facciamo vedere quasi nulla... l’immaginazione è la cosa più spaventosa che l’essere umano possa avere. Motivo per cui l’horror si distingue dallo splatter, che è un explosion di violenza! Hitchcock faceva paura senza mostrare violenze efferate. Eppure c’era un alto tasso di tensione, da creare terrore, senza mostrare qualcosa».

Come si sta attrezzando per raccogliere questi fondi di crowfounding?  

«Sto operando con un metodo di lavoro che è quello che impongono questi tempi. Il crowfounding è un’ottima cosa, è una democratizzazione delle possibilità artistiche, perchè ognuno può avere la possibilità di incidere un album o girare un piccolo film. Però per fare ciò è necessario agire con la sponsorizzazione, offrire visibilità con i social, mezzi tramite i quali viaggia la pubblicità.

Cercherò di fare in modo che, almeno per i primi mesi, la distribuzione venga fatta in sale cinematografiche e non su piattaforme web, perchè è inammissibile il fatto che il cinema venga spesso scambiato con la tv, a qualsiasi livello».

Non è quindi favorevole alle series trasmesse da Netflix?

«Le series sono un vecchio media riportato in auge da necessità più tecniche e sociali per il pubblico, (lo spettatore fruisce di un film con maggiore comodità a casa piuttosto che al cinema). è ciò di cui si lamentava Fellini quando parlava dello zapping! Non succede nulla di diverso rispetto agli anni ‘50, con la differenza che in quegli anni il cinema riusciva a sopravvivere. Spero che ciò sia possibile anche adesso, perchè penso non sia necessario avere delle conoscenze di un certo tipo per capire che c’è differenza tra guardare un episodio di un film a casa piuttosto che in una sala. è il motivo per cui i Lumière sono stati gli inventori del cinema. La proiezione era già stata inventata, loro l’hanno resa pubblica, in modo che più persone ne potessero fruire insieme, nello stesso tempo e luogo. Se non fosse così, sarebbe stato Edison l’inventore del cinema».

Quante persone sono coinvolte all’interno di questo suo primo lavoro, e quando si chiuderà il crowfounding?

«Di passaggio, tra le 10 e le 20.  Gli attori sono tutti ragazzi che appartengono al teatro. I musicisti mi aiutano con la registrazione del suono, l’equalizzazione e la masterizzazione (ambito del quale io non ho le competenze necessarie)... e poi altri, più tecnici, con un trascorso meno artistico ma maggiori competenze dal punto di vista tecnico (cameraman, montatore, make up artist... ) . Il progetto si chiude il 15 Settembre, quindi c’è ancora tempo».

Ha un messaggio da dare ai lettori, per coinvolgerli in questa iniziativa di crowfounding?

«Il titolo del mediometraggio sarà “Out of them” , che ha anche una pagina fb in cui vengono pubblicati dei contenuti, stando il più lontano possibile dal dichiarare news prima del tempo. La piattaforma è www.produzioni dal basso.com, sulla quale sono inserite tutte le informazioni e si può fare una donazione libera, che avrà anche delle ricompense. Il crowfounding ha proprio questo scopo, partire dal basso, rivolgendosi al pubblico piuttosto che alle produzioni». 

di Lele Baiardi

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