Giovedì, 25 Aprile 2019

VARZI - «HO INIZIATO COME DISEGNATORE MECCANICO ALLA LAWIL, DOVE SI PRODUCEVA LA FAMOSA VARZINA»

Luigi Ginelli, varzese, classe 1953, non è un semplice esperto di musica. Per molti anni è stato un vero e proprio punto di riferimento. Per gli appassionati, che accoglieva nei mitici negozi Settenote e Music Box di Voghera. Per il popolo della notte, dagli esordi al “Rondò’’, fino alle serate live con i Music Box nei più importanti locali della zona. Una vita consacrata alla musica, come racconta lui stesso: «Tutti i ricordi che ho fin da bambino hanno sempre a che fare con la musica».  Dalla sua passione e dalle sue conoscenze è nato un volume, “Che spettacolo a Varzi... Gli anni ‘60’’, edito da Guardamagna. Il libro consegna alla storia una memoria che rischiava di finire nel dimenticatoio: quella di un paese attivo, dinamico, aperto alle novità, e non soltanto a quelle musicali. Il punto di partenza è una biografia sui Barracuda, storica band, ma gli esiti sono ben più ampi. E la storia personale di Ginelli, che si intravede fra le righe, va ben oltre gli anni cui si riferisce il volume. Siamo andati da lui per farcela raccontare.

Mi racconti dei suoi inizi.

«Ho iniziato la mia carriera lavorativa come disegnatore meccanico. Lavoravo alla Lawil, dove si produceva la famosa Varzina. Ho disegnato anche un catalogo cartaceo, a metà anni ’70, dove erano illustrati tutti i pezzi di ricambio. Un catalogo tutto fatto a mano, in esploso».

Se oggi qualche nostalgico volesse rimettere in produzione una nuova versione di quel mitico mezzo dovrebbe partire proprio dai suoi disegni.

«Sì, probabilmente sì. In quegli anni ero stato anche in Indonesia, a Giakarta, per due mesi e mezzo, perché un industriale svizzero molto facoltoso, un certo Hansen, aveva impiantato lì una fabbrica, dove producevano una macchina con gli stessi pezzi della Varzina. E io, conoscendo bene quei pezzi, ero andato per assistere le maestranze locali. Fornivamo loro, come Lawil, il motore, il cambio e una parte dell’impianto elettrico. Le macchinette che costruivano, simili alle nostre, venivano usate come taxi. In seguito sono passato alla Lavezzari Impianti, che era in fase di espansione. Sotto lo stesso proprietario».

La musica è sempre stata con lei, anche in quel periodo?

«Fra il ’76 e il ’78, era nata a Varzi la discoteca ‘‘Il Rondò’’, che era situata fra il ponte sullo Staffora e le scuole medie. Facevo il deejay: sono stato uno dei primi, probabilmente. La mia attività in prima persona nel mondo della musica ha preso il via da lì; per l’amicizia che era nata con Pepi Zacchetti e con gli altri. Era proprio Zacchetti che gestiva il locale, anche se eravamo in tanti a dargli una mano. Tempo dopo, lui ha poi ha rilevato il negozio Settenote, a Voghera, che in precedenza era di Poggi Francesco, ed era situato in via Cernaia. L’anno dopo mi ha convinto ad andare a lavorare da lui, quindi mi sono licenziato da Lavezzari Impianti».

Un bell’acquisto per Zacchetti… lei era già un intenditore.

«La musica la conoscevo: suonavo, poi ho sempre collezionato dischi. Sono arrivato ad averne più di 30mila, tra LP e 45 giri. Poi mi interessavo di alta fedeltà, quindi conoscevo bene gli apparecchi che uscivano man mano, le nuove tecnologie».

La sua passione per la musica ha radici famigliari?

«I miei, mio papà e mia mamma, hanno sempre cantato. Lo facevano spesso con mio zio Egidio, che suonava la chitarra. Ci si trovava in casa, e cantavano a tre voci. Io ho assimilato molto da queste serate».

Non avevano una formazione musicale vera e propria…

«Nessuno dei tre. Ma nemmeno io».

Cosa si cantava in casa? Canti popolari?

«Certo, ma si cimentavano anche in cose più elaborate. I primi dischi, quando avrò avuto tre o quattro anni, li ho sentiti proprio da mio zio Egidio, che era appassionato dei Los Paraguayos, dei Platters… Gruppi del genere, che erano prettamente impostati sul vocale».

È stato suo zio a insegnarle le basi per il suono della chitarra?

«Sì, i primi rudimenti li ho avuto da lui, in qualche modo. Ricordo che andavo a casa dei nonni, quando lui non c’era, prendevo in mano la chitarra e mi mettevo a pizzicare le corde, per far uscire dei suoni che mi sembravano incredibili».

Ricorda la sua prima chitarra?

«La mia prima chitarra, quella acustica della Ariston, la presi nel ‘67/’68 da Moroni, a Voghera».

La ‘‘Casa della Musica’’ di Via Emilia, negozio storico… non sapevo vendesse anche strumenti.

«Allora i negozi del genere, oltre agli elettrodomestici e ai dischi, vendevano anche strumenti musicali».

Con la prima chitarra ha iniziato anche le esibizioni dal vivo, in occasioni pubbliche?

«Ero particolarmente portato per il canto: avevo un certo orecchio, e l’avevo comprata principalmente per accompagnarmi mentre cantavo. Ai tempi si frequentava l’oratorio, qui a Varzi, dove c’era anche qualcun altro che suonicchiava e cantava. Si passavano pomeriggio e serate in compagnia, tutto qui».

Cosa suonavate?

«Da Celentano a Battisti, passando per gli stranieri, anche. Quella volta in cui si ruppe la batteria (episodio raccontato nel libro, ndr) stavamo suonando ‘‘Monya’’ di Peter Holm. Quella batteria, di un ragazzo un po’ più alto, venne poi portata via e la sostituimmo con dei fustini di Dixan, e con dei coperchi. Andava bene anche così, per quei nostri inizi…».

Non era così strano, l’oratorio come sala prove. Succede ancora oggi, talvolta, che i giovani si trovino per suonare in questi ambienti. Chi era il prete di Varzi in quel periodo?

«C’era don Mario. Aveva fatto nascere anche un gruppo di boy scout, qui a Varzi. Nel 1967. Allora suonavamo anche in quella compagnia. Andavamo a fare i campeggi, e io e un altro ragazzo alla sera strimpellavamo la chitarra intorno al fuoco, e tutti cantavano… Passavi dal ‘‘Canto del Cuculo’’, che è proprio del repertorio scout, ad Azzurro di Celentano. Un repertorio molto vasto».

Che importanza hanno avuto i suoi anni in Settenote nell’accrescimento della sua cultura musicale? Quel negozio era un vero e proprio punto di riferimento per la città, e notevoli erano i musicisti che vi bazzicavano…

«Tramite Settenote ho conosciuto persone con le quali ho suonato tantissime volte. Musicisti come Enzo Draghi, chitarrista e cantante, forse tra i più preparati in assoluto. Poi Marco Forni, che poi ha suonato con Ramazzotti, Zucchero, Renato Zero. Antonio Giardina, Paolino Canevari, Jimmy Ragazzon, Cece Chiesa, Fabrizio Poggi: questi sono i nomi un po’ più grossi, ma ho conosciuto un sacco di gente. Una band fatta e finita non c’era, però avevamo una casa, per andare a Pietragavina, dove ci trovavamo per suonicchiare. C’era quello che suonava la batteria. C’era il basso di Pepi Zacchetti (che come bassista era dotato e mi aveva instradato musicalmente), o magari quello di mio fratello. E poi gli altri venivano su a turno, o a volte tutti insieme. Suonavamo, facevamo magari delle jam session, andavamo avanti interi pomeriggi e poi la sera. Certi lunedì di Pasqua ci trovavamo là per fare delle merende già dal mezzogiorno e poi andavamo avanti fino a sera a suonare».

Ricorda con affetto quegli anni?

«Antonio Giardina, che era quello più giovane (forse non aveva ancora diciotto anni), ancora adesso ogni tanto mi ricorda che lo andavo a prendere la sera a casa sua a Voghera, lo portavo su, suonavamo e poi lo riportavo a casa. Cosa non si faceva per suonare…».

Torniamo a Settenote. Il negozio ha subito alcuni spostamenti negli anni...

«Inizialmente il negozio è rimasto in via Cernaia, ma per poco tempo, poi si è spostato in piazzetta Plana. Ma Pepi voleva fare un negozio di soli strumenti musicali, per diventare più specializzato».

Di cos’altro si occupava il negozio, all’inizio?

«C’erano anche i dischi, di cui mi occupavo io. C’era l’alta fedeltà, e all’inizio tenevamo anche i televisori…  Poi spostandosi ancora, di fronte all’autoporto, il negozio è diventato davvero proprio specializzato, tenendo solo strumenti musicali e basta».

E il suo ruolo?

«Io mi occupavo principalmente di dischi e di alta fedeltà, perché quando veniva qualcuno che voleva comprare qualche impianto, siccome ero quello che se ne intendeva di più, mi occupavo di consigliare, di mettere insieme i pezzi dell’impianto. Andavo a fare le consegne, anche. Quante vigilie di Natale sono andato a consegnare qualche impianto stereo a casa di qualcuno…».

E cosa è successo, quindi, quando il negozio ha smesso di occuparsi di dischi e di alta fedeltà?

«Quando Pepi ha voluto spostarsi, io ho ritirato il negozio Discomania, in via Depretis, e l’ho chiamato Music Box».

Li ha potuto dare sfoggio alla sua grande cultura, costruita negli anni…

«Ho sempre avuto la passione per i dischi. Mi ricordo che ero un bambinetto e per Varzi chiedevo già i dischi ai ragazzi un po’ più alti di me».

Come scovava le ultime novità, per rimanere sempre al passo con una cultura musicale che in quegli anni andava rapidamente in evolversi?

«Ho sempre seguito le riviste musicali. Negli anni ‘60 compravamo Giovani e Amici. Fino a che è stato una rivista decente, fine anni ‘70 / primi anni ‘80, ho sempre comprato Ciao 2001. Ho ancora tutti i numeri, dal 1969 al 1983, tutti rilegati».

Giornali che hanno segnato un’epoca...

«C’era un mio amico che, quando avevamo sistemato la prima stanzetta per andare a suonare giù nell’oratorio, ha portato tutti i suoi manifesti per tappezzare la stanza dove si suonava. Perché allora queste riviste inserivano loro interno il manifesto di un cantante o di un complesso. Li collezionavamo».

Dei poster, insomma?

«Sì, noi li chiamavamo manifesti… il poster è già una cosa più moderna. Allora si chiamava precisamente il ‘’Manifesto di Giovani’’, dal nome di una rivista. Io ne ho ancora, incorniciati, sotto vetro».

Ha memoria del primo disco che ha acquistato?

«Tralasciando i 45 giri, che comprava principalmente mia mamma, il primo LP, che menziono anche nel libro, è stato  ‘’Introduce Barbara Ann’’ dei Beach Boys. Lo acquistai in un negozio di elettrodomestici di Varzi. Appena arrivato a casa con l’LP, mia mamma me lo fece portare indietro. “Cosa spendi i soldi in un LP’’, mi disse, “che c’è una canzone bella sopra, Barbara Ann, e le altre sono tutte brutte’’! Allora l’ho portato indietro e ho comprato solo il 45 giri di Barbara Ann. Il disco intero l’ho ricomprato, poi, anni dopo. Anche perché era uscito solo in Italia, quindi era diventato anche un disco particolarmente raro. Non poteva mancare nella mia collezione».

Mi parli della sua attività nei complessi musicali.

«Da quel negozio a Voghera, o comunque poco prima, sono nati anche i miei primi gruppi per andare in giro a suonare. All’inizio le esibizioni erano solo alle feste. Ai tempi avevamo qualche ritrovo privato, si portava la chitarra a casa di uno o dell’altro, si suonava e ci si divertiva. La prima esibizione in gruppo l’ho fatta con l’ultima formazione dei Barracuda. Sono riuscito a fare quattro suonate, un’estate; prima che si sciogliessero definitivamente.  Avevo vent’anni, nel ‘73. Quattro pomeriggi e sera: a Ferriere, in provincia di Piacenza. Eravamo io come chitarra e voce, Pepi Zacchetti al basso e voce, Mario Pusterla alla tromba, Angelo Lazzati alla batteria, Giuseppe Meghella alla fisarmonica».

Poi come ha proseguito?

«Dopo questa esperienza, a parte queste jam session che facevamo con i musicisti citati prima a Pietragavina,  il primo gruppo è stato ‘’New Barracuda Band’’. Quando ho avuto il negozio a Voghera, poi, abbiamo creato un altro gruppo che si chiamava proprio come il negozio, Music Box. Eravamo arrivati a un livello anche abbastanza alto. Ci avevano dedicato un articolo anche sulla Provincia Pavese, che ci aveva definiti ‘’fra i big del rock’’. Eravamo sempre io, chitarra e voce, mio fratello Giorgio, basso e voce, Micio Fassino alla chitarra, Jimmy Meschini alla batteria, Nicola Imbres, tastiera e voce».

Dove vi siete esibiti?

«Suonavamo parecchio, eravamo fissi al Mayerling e allo Sporting, tra fine anni ‘80 e inizio anni ‘90. In quei tempi allo Sporting suonavamo solo noi e Giacomo Cocola, magari lui il sabato sera e noi la domenica. Non facevano andare chiunque. Noi tiravamo parecchio, e ci facevano suonare. Nel repertorio avevamo da Battisti, a Dalla, ai Rolling Stones… Poi ci siamo sciolti, perché mi sono accorto che dovevo trascurare il negozio per poter suonare».

Ma non è rimasto molto senza il contatto con il palcoscenico...

«Dal 2012 ci siamo rimessi insieme, inizialmente come ‘’Barracuda 60 Acoustic’’. Suonavamo solo in acustico all’inizio, due chitarre, tre voci, batteria e basso. Luigi Ginelli chitarra e voce, Giorgio Ginelli chitarra e voce, Stefano Ginelli tastiera e voce, Mario Bernini basso e voce, Sergio Tambornini, batteria. Poi ci siamo diretti all’elettrico, perché c’erano tante canzoni che suonando solo in acustico non saremmo riusciti a rendere come meritavano. Suoniamo tuttora, anche se gravitiamo principalmente su Varzi e dintorni, perché desideriamo non andare troppo lontano da casa. Tutto sommato, riusciamo a suonare parecchio… nonostante ci attiviamo soltanto da metà giugno a settembre, e nonostante abbiamo scelto di rimanere in quest’ambito territoriale, riusciamo a fare magari 10 o 12 suonate nella stagione, che non sono poche.»

Il suo libro è pieno di storie, ma immagino ne siano rimaste fuori altrettante. Pensa di raccontarle, prima o poi?

«Inizialmente volevo fare solo una biografia sui Barracuda. Poi mi sono reso conto, dopo le ricerche, che erano tantissime le cose da raccontare. Cose che nemmeno io sapevo, ad esempio l’esistenza di altri gruppi. Avevo già preso accordi con diversa gente che suonava a Varzi, ai tempi, per scambiare qualche parola, ai fini della mia ricerca. Ma qualcuno, man mano, ha iniziato a mancare. Gli anni, d’altra parte, passano. Ho scritto questo libro adesso perché, se avessi aspettato ancora un po’, questo aspetto musicale di Varzi sarebbe andato perso per sempre. Nessuno fra qualche anno sarebbe stato più in grado di mettere insieme quello che ho scritto. Mi sarebbe dispiaciuto, anche perché  mio zio è stato uno dei musicisti principali ai tempi, dalla metà degli anni ‘50.»

Dal libro si evince che Varzi, musicalmente, era un paese in fermento. Nonostante fosse ben lontano dai più grandi centri urbani, dove nascevano le avanguardie.

«Posso dirle una cosa. Per quello che mi ricordo, e non tanto per le ricerche che ho fatto, tra le metà degli anni ’50 – prima non ero ancora nato – e negli anni ‘60 in particolare, c’era molta più gente capace di suonare e cantare rispetto a adesso. C’erano quelli che suonavano il mandolino, la chitarra, il contrabbasso, la fisarmonica. Molte persone conoscevano la musica. Se entravi in un’osteria o in un bar, trovavi il gruppo di persone che cantava, e gli andavi dietro...».

  di Pier Luigi Feltri

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