Giovedì, 19 Settembre 2019

«L’OLTREPÒ HA BISOGNO DI UN VINO ROSSO DA UVE AUTOCTONE»

Daniele Passerini, 41 anni, agronomo specializzato in enologia e viticultura, è titolare dell’azienda agricola “Il Molino di Rovescala”. Da sempre promotore di un “vino rosso fermo autoctono”, dopo l’istituzione da parte di Ersaf dei “Tavoli di denominazione” è stato nominato coordinatore di quello relativo alla Doc Bonarda.

Il Molino di Rovescala, un’azienda con diversi anni di storia…

«La nostra famiglia è proprietaria da tre generazioni, ma tramite alcune ricerche effettuate da storici, abbiamo scoperto alcune tracce che dimostrano che la nostra azienda produceva vino sin dal ‘500. è composta da una trentina di ettari dedicati alla coltivazione della vite, da cui produciamo circa tremila quintali di uva. Da questi tremila quintali ne selezioniamo mille per la vinificazione, destinandone i rimanenti al marcato delle uve».

Come si diversifica la vostra produzione?

«Negli anni passati producevamo una maggior quantità di sfuso ma da alcuni anni abbiamo aumentato la quantità di bottiglie prodotte, riducendo notevolmente lo sfuso. La nostra produzione si divide in due gamme: quella classica e quella riserva».

Come commercializzate la vostra produzione? In quali canali di vendita?

«Ci occupiamo direttamente noi della vendita, senza alcun soggetto esterno. Commercializziamo la nostra produzione solo in ristoranti, bar e privati. Niente grande distribuzione, per scelta dato che non ci interessano i grandi numeri. Al momento siamo attorno alle trentamila bottiglie, commercializzate ad un prezzo adeguato».

Siete soci di qualche cantina sociale?

«Siamo stati soci anni fa di “La Versa”, poi vista la situazione abbiamo preferito lasciare. Al momento non siamo associati di nessuna cantina sociale».

Siete associati a qualche ente o consorzio vitivinicolo?

«No, anche se il Consorzio negli ultimi sei mesi sta lavorando molto bene. Se continua in questa direzione e conferma i buoni propositi che sta dimostrando penso proprio che ci assoceremo. L’unico scetticismo rimane per il passato del Consorzio, non per come è ora».

La situazione attuale dell’Oltrepò vitivinicolo è decisamente caotica. Consorzio e Distretto del vino sembrano aver sepolto l’ascia di guerra. Come vede la situazione attuale?

«La vedo molto positiva. Nei tavoli di gestione delle Doc c’è molta collaborazione e positività, sia da parte del Consorzio soprattutto, ma anche da parte del Distretto, anch’egli ben rappresentato. Ad oggi si sta lavorando in modo positivo. Naturalmente è un equilibrio di cristallo, perché dopo tanti anni di rotture non è semplice. Purtroppo il Consorzio, per le scelte passate, fino a sei mesi fa non era più rappresentativo. Non c’era una soluzione diversa: o saltava o si cambiava. La scelta intelligente è stata quella di ridiscutere con le aziende e convincerle a rientrare, cambiando completamente rotta. Il Consorzio stavolta non ha promesso, ma ha ascoltato realmente le aziende e sta provando realmente a fare qualcosa insieme a loro».

A proposito di “Tavoli di denominazione”: come sono strutturati?

«I tavoli di denominazione sono composti da una quindicina di aziende, alcuni anche da meno. Servono da supporto all’Ersaf (Ente Regionale per i Servizi all’Agricoltura e alle Foreste, ndr) e all’assessore Rolfi a creare un progetto per ogni denominazione, al momento sei. La composizione è interessante, dato che sono composti da alcuni rappresentanti “storici” del Consorzio di Tutela, alcuni del Distretto del Vino, alcuni del Consorzio del Buttafuoco Storico e alcuni produttori indipendenti, come me. Tutte persone competenti, non disinteressate. Altra cosa interessante è che ogni testa vale un voto, il grosso produttore vale come il piccolo produttore. Ognuno dice la sua, ha diritto a discutere le proprie idee e ci si confronta insieme. Naturalmente siamo agli inizi, non ci vorrà un minuto per ottenere qualcosa di concreto. Io trovo però che sia il modo giusto per rendere partecipe il territorio e renderlo responsabile del progetto. Il progetto non è stato calato dall’alto, ci è stato chiesto di creare un progetto su cui credere. Quindi poi non possiamo non credere in un progetto creato direttamente da noi».

Lei è stato nominato coordinatore di quello del Bonarda. Come vede questa opportunità?

«è un incarico impegnativo e di responsabilità, ma penso che la responsabilità sia un po’ di tutti i partecipanti nel provare a fare qualcosa in questo sistema. Il coordinatore non ha un ruolo decisionale, ma può sicuramente aiutare il miglior funzionamento di questi tavoli e spero di poterci riuscire».

Per quanto riguarda il Bonarda, nell’ultima revisione dei disciplinari, la tipologia “ferma” è stata eliminata. Secondo Lei questa manovra servirà per rilanciare il Bonarda, dato che i consumatori la conoscono per lo più come frizzante, oppure è un’occasione persa per mantenere un ulteriore rosso fermo Oltrepò Pavese in commercio?

«Ne abbiamo appunto discusso e sono favorevole al fatto che ne esista una tipologia sola, chiaramente frizzante dato che i numeri parlano solo per questa tipologia. La cosa importante è che in parallelo venga sviluppata una Doc di un vino rosso fermo, a base Croatina, sul quale il territorio possa riversare la propria vocazionalità: il Rovescala, o il Casteggio per l’Oltrepò orientale, o ancora il Buttafuoco devono essere vini da uve autoctone che rappresentino l’intero territorio. Non si può lasciare un “buco” in questo segmento, lasciando il territorio senza un vino rosso fermo importante. Il Buttafuoco rappresenta una zona molto limitata ed è per questo che devono esserci almeno altri due vini rossi fermi da uve autoctone che coprano le varie zone. L’Oltrepò è un territorio grande, con zone diverse, quindi non possiamo ottenere a Rovescala lo stesso vino che si può ottenere a Casteggio. Per questo le tre “fasce” devono essere rappresentate da altrettanti vini rossi fermi. Questo però non deve essere scollegato dalla “riforma” del Bonarda solo frizzante: nel momento in cui si uscirà con un disciplinare definitivo di un Bonarda solo frizzante, si deve uscire anche con il progetto di un rosso fermo da uve autoctone. Non come c’era stato proposto precedentemente, con il solo mantenimento della versione frizzante, rinviando ad una non precisa data la discussione sul rosso fermo. No, la riforma va fatta parallelamente, soprattutto in un momento come questo in cui i mercati cercano vini rossi fermi. Sarebbe assurdo».

Secondo Lei, queste operazioni di revisione permetteranno un giorno di fermare l’invasione sugli scaffali del Bonarda DOC a prezzi da discount?

«Secondo me sì. Se ci permettono di correggere i disciplinari e di lavorare in modo costruttivo sì, sarà possibile. Sicuramente però non basterà questo: dovremo lavorare anche sulla promozione del prodotto. Il primo passo è definire un prodotto su cui impostare il marketing. Ai tavoli abbiamo scelto da subito di creare un prodotto di una certa qualità per dare la giusta remunerazione a chi vende vino ma anche solo l’uva. Il territorio al momento non raggiunge quei famosi 7.700-8.000 euro\ettaro necessari per poter vivere. La finalità dei tavoli è anche quella: alzare il prezzo medio delle uve. E per farlo è necessario lavorare sui disciplinari prima e sul marketing da applicare dopo».

Prima ha nominato il “Rovescala”, un progetto enologico di qualche anno fa che oggi, con l’istituzione dei “Tavoli di denominazione”, è tornato di attualità. Pensa che un giorno potremmo vedere una ipotetica denominazione “Oltrepò Pavese Rovescala Doc”?

«Spero proprio di sì. Spero di vedere un “Rovescala Doc” semplice, non tanto perché sono di Rovescala. Come sappiamo le vecchie proposte del “Rovescala Doc” comprendevano l’estensione di cinque comuni, un’area abbastanza vasta. La mia convinzione non è dettata dal nome utilizzato, sebbene ritenga comunque che il nome Rovescala abbia un ottimo appeal su un prodotto vinicolo. I rossi fruttati sono molto ricercati dai mercati e il nostro territorio ha le potenzialità di farli. La chiarezza di offrire al consumatore un rosso fruttato autoctono, con un nome semplice, non di fantasia ma che identifichi un paese, un territorio. è un progetto non semplice, che non si può buttare in piedi un giorno con l’altro, ma soprattutto non dobbiamo crederci solo noi aziende di Rovescala, ma tutto il territorio con l’aiuto di un consorzio. Io credo che non solo sia possibile, ma anche doveroso provarci. Bisognerebbe seguire il concetto del Barolo e del Barbaresco, vini di successo che hanno dato risalto al territorio da cui hanno preso il nome».

Nei giorni scorsi l’abbiamo vista impegnato nella visita dell’assessore Magoni e del ministro Centinaio nel corso della Primavera dei Vini di Rovescala. Due autorità che sembrano aver preso a cuore l’Oltrepò Pavese. Che impressione ha avuto?

«Certamente positiva da entrambi. Centinaio naturalmente ha più contatti col territorio e ci seguiva già qualche anno fa, prima ancora di diventare ministro. è una persona molto attenta al territorio, disponibile e sensibile ai nostri problemi. Ha lavorato bene col riso, e ora lo sta facendo anche con il vino. L’assessore Magoni ci ha dato dei bellissimi suggerimenti e ci ha promesso collaborazione. Da come li abbiamo visti mi sembrano persone molto competenti. Il loro lavoro naturalmente non è fare vino, ma certamente sanno come si promuove un territorio e di cosa questo necessiti. Anche loro, specialmente il ministro, sanno che tutto passa per la coordinazione e la “dismissione delle armi” da parte degli oltrepadani: se c’è collaborazione e si riesce a far sistema un progetto può funzionare, altrimenti anche un’autorità non saprebbe come fare. Centinaio ce la sta mettendo tutta. I tavoli sono stati voluti da lui e dall’assessore Rolfi. Sono persone che ci stanno mettendo la faccia, mettendoci anche soldi. Hanno previsto grossi investimenti per questo progetto, creando la possibilità di fare qualcosa di concreto. Loro e hanno dato un input, dopo sta al territorio seguire le linee guida».

 di Manuele Riccardi

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