Martedì, 23 Luglio 2019

OLTREPO PAVESE - «BEI TEMPI QUANDO IL “GIRO” SI FERMAVA IN OLTREPÒ»

Emanuele Bombini, classe 1959, è un ex ciclista professionista e dirigente sportivo. Dal 1981 al 1991 corse tra i professionisti in diverse squadre di rilievo, come Del Tongo, Gewiss-Bianchi, Diana Colnago e Gatorade. Subito dopo il ritiro fondò la Mecair, che poi diventò Gewiss Ballan, con la quale da direttore sportivo ottenne successi nelle principali competizioni nazionali e internazionali. Uno su tutti il Giro d’Italia 1994 con Eugenij Berzin.

Come professionista, quali furono i suoi principali risultati?

«Ho vinto una tappa del Giro d’Italia nel 1985: a dire il vero di tappe ne avrei vinte tre, in quanto mi sono aggiudicato anche due crono scalate a squadre. Ma quelle non vengono mai considerate.

Una delle vittorie più belle, che mi è rimasta nel cuore, è stata quella ad una tappa della Coors Classic alle Hawaii, un percorso molto particolare e impegnativo. Inoltre giunsi primo a due tappe del Giro dell’Australia, che a quei tempi si chiamava Giro South Australia. In totale ho vinto una quindicina di corse tra i professionisti».

Nel 1991 si ritirò dalle corse per dedicarsi alla dirigenza. Nel 1992 divenne il direttore sportivo della sua prima squadra.

«Il 1991 è stato il mio ultimo anno di attività, poi sono passato subito alla dirigenza nel 1992, costituendo una squadra di dilettanti, la Mecair Ballan, con l’intento di farla debuttare nel professionismo già nel 1993. Al Giro d’Italia 1993, pur essendo neofiti, abbiamo avuto l’onore di vestire per i primi undici giorni consecutivi la Maglia Rosa, con Moreno Argentin, che era stato il mio capitano quando correvo nella Gewiss Bianchi. Avendo sempre avuto un rapporto d’amicizia ha accettato di seguirmi nella mia prima squadra da team manager. Direi che già dal primo anno, come Mecair Ballan, abbiamo fatto molto bene».

Poi arrivò nel 1994 la vittoria del Giro con Berzin. Quali erano le previsioni?

«La squadra di quell’anno era voluta e creata mischiando giovani e corridori esperti. Io ero molto agevolato nella scelta dei corridori, in quanto fino a poco tempo prima avevo corso con loro e ne conoscevo le qualità. Questo mix ha funzionato molto bene. In questi giovani riponevo molte speranze e li avevo già collaudati nel Giro del 1993, a loro insaputa. Già allora li avevamo sottoposti a dure prove per valutare le loro potenzialità. Poi, con la campagna acquisti dell’inverno 1993, abbiamo costituito una squadra di buon livello.

Nel 1994 abbiamo vinto quasi tutto. Berzin vinse il Giro d’Italia e la Liegi–Bastogne–Liegi, Furlan fece una tripletta con Milano-Sanremo, Tirreno-Adriatico e Freccia Vallone.  Bobrik si aggiudicò il Giro di Lombardia. Al Tour de France ci aggiudicammo quattro tappe con Minali, Riis e Ugrjumov. C’è mancato solo il Campionato del Mondo…».

Negli anni successivi?

«Fino al 1996 la squadra si intitolava Gewiss Ballan. Nel 1997 divenne Batik-Del Monte, per un anno solo. La Del Monte  fu la prima vera multinazionale ad entrare nel mondo de ciclismo. Era veramente un colosso con fatturati importanti. Io ero molto contento dell’accordo, in quanto credevo di poter migliorare ancora la squadra. Peccato che dopo sei mesi dalla firma del contratto la Del Monte cambiò proprietà e si disinteressarono. è stato un duro colpo. La squadra è durata fino al 1998, con l’ingresso della Riso Scotti come sponsor principale, ma il budget non era certo quello promesso dalla Del Monte. In quell’anno vincemmo due tappe del Giro con Nicola Miceli e Nicola Minali e una tappa del Tour de France. Con il Dottor Scotti istaurai un gran bel rapporto, ma nel 1999 decisi di ritirarmi. Ero sfinito da questa esperienza, in quanto iniziai subito la carriera da team manager appena conclusa quella da professionista, senza una pausa. Così passai la sponsorizzazione della Riso Scotti a Davide Boifava, che era un gran team manager».

Dopo una pausa di qualche anno tornò, nel 2005, alla Barloworld…

«Nel 2005 rientrai con questa squadra sudafricana, anche se prima avevo seguito a distanza altre squadre. Era una squadra dove c’era molto da lavorare. C’erano ragazzini che non sapevano andare in bicicletta, tra i quali un certo Froome, che poi sappiamo chi è diventato…».

Ora di cosa si occupa?

«Sono sempre vicino al mondo del ciclismo. Quest’anno ci sono progetti molto interessanti per il nostro Oltrepò».

Bombini, lei ha origini Pugliesi. Quando arrivò in Oltrepò?

«Io sono giunto in quel di Rocca de Giorgi alla bellezza di un anno».

Il 2019 non è solo il 25^ anniversario della vittoria di Berzin al Giro d’Italia, ma anche quello dell’ultimo arrivo di tappa e partenza dall’Oltrepò Pavese. Da allora solo qualche fugace passaggio a Stradella, Broni, Casteggio e Voghera. Come mai? è l’Oltrepò a snobbare il Giro o è il Giro a snobbare l’Oltrepò?

«Bisogna innanzitutto capire qual è la forza del Giro d’Italia. Non si tratta solamente di duecento ragazzi che passano in bicicletta, ma di un evento che da una visibilità fortissima al territorio, trasmesso in centocinquanta paesi. Dipende tutto dalle persone che si interessano al territorio. Io all’epoca lo feci e riuscimmo a spingere per avere un arrivo e una partenza in Oltrepò. Quelli sono stati gli anni più belli e più scenografici del Giro».

Crede che giorno potremo rivedere una partenza o un arrivo in Oltrepò?

«Penso proprio di sì».

Per concludere, rimanendo sulla situazione territoriale, negli anni passati il territorio sembrava essere più legato al ciclismo. Ora invece sono poche le competizioni rimaste. Anche il cicloturismo sta diminuendo. è un problema di strade? Cosa si potrebbe fare per migliorare la situazione?

«Non si può limitare la problematica del ciclismo alla scarsa condizione delle strade. A noi manca di base la cultura della bicicletta, non del ciclismo agonistico, ma come veicolo. Se noi guardiamo altri territori, questi hanno un concetto di utilizzo della bicicletta di cui noi dovremmo fare tesoro. Il nostro territorio non ha nulla da invidiare alla Toscana o ad altre zone turistiche, però loro hanno una cultura differente. Questi sono i nostri difetti. Non riusciamo nemmeno a proporre una giusta ospitalità. Certo che se le strade fossero migliori ne gioveremmo tutti, ma la problematica principale riguarda il veicolo in sé, che non viene inteso. Spero che i giovani, anche grazie alle attenzioni che si stanno spostando sull’ecologia e sulla qualità, possano fare qualcosa in più».

Un’ultima curiosità: sulla maglia della Gewiss Ballan compariva il logo  “Oltrepò 1993”. Di che cosa si trattava?

«La squadra ha sempre avuto sede a Broni, in quartiere Piave. Quel logo è stato voluto e disegnato da me, perché ho sempre avuto un grande attenzione nei confronti del nostro territorio e l’identità di questa squadra ruotava chiaramente attorno l’Oltrepò».

di Manuele Riccardi

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