Giovedì, 22 Agosto 2019

OLTREPÒ PAVESE - «IO HO VISSUTO GLI ANNI ‘70 AL BRALLO, E TI POSSO DIRE CHE ERA UNA FIGATA!»

Cosa significa fare cultura popolare oggi? Cosa significa farla in Oltrepò? Se c’è una persona che lo sa, e che la fa, quella persona è Flavio Oreglio. Personaggio notissimo al grande pubblico televisivo, da moltissimi anni ha stretto un legame particolare con la comunità del Brallo, e più in generale con il territorio dell’Oltrepò Pavese. Amiamo, e lo facciamo spesso, chiacchierare con chi ha scelto di vivere o di interagire con questo posto – e non ci si trova per semplice discendenza dinastica. Oreglio, al pari dei suoi famigliari, fa parte di questa categoria. L’ultima tappa del suo percorso artistico è rappresentato da “Anima popolare’’, un progetto musicale che valorizza il patrimonio etnomusicale delle Quattro Province e, quindi, anche dell’Alta Valle Staffora. Fra i progetti all’orizzonte anche la creazione di una ‘’taverna’’ a Codevilla, che sarà il punto di riferimento per i musicisti e per gli appassionati che si riconoscono in questa cultura e in questo territorio.

Lei è divenuto molto noto per le partecipazioni televisive e per i numerosi spettacoli portati in giro per l’Italia. Ma è musicista di formazione e la musica è sempre stata presente nelle sue scalette. Insomma: per lei non è una novità salire sul palcoscenico e cantare...

«Io nasco come musicista. Per tanti anni ho fatto attività musicale, ovviamente a livello amatoriale. Ho fatto musica fin dagli anni ‘80, peraltro esordendo al Passo del Brallo. Il mio esordio è stato a Pregola, nel 1980, in compagnia di un amico, Moreno Tagliani che mi accompagnava alla chitarra. Quindi la parte musicale per me è quella nativa, quella originaria. Poi ho iniziato a cantare le canzoni nei cabaret, anche chiacchierando... a me è sempre piaciuto chiacchierare fra una canzone e l’altra. Difatti ho trovato maestri in Gaber, in Guccini, che già facevano questo. Dopo ho iniziato a trovare nell’ambiente dei cabaret il luogo ideale dove proporre la mia musica, quello che avevo in mente di fare.»

Al Brallo i suoi primi passi, cosa ricorda?

«Ho fatto una sperimentazione lunga un po’ di anni.... praticamente dal 1980 al 1984 ho sperimentato le mie cose al Brallo. Questo si è collegato, più avanti, al discorso del Circolo dei Poeti Catartici. Lì noi abbiamo sempre fatto musica. Tutto quello che è proseguito a Pregola è stato in nome di quella cosa che era successa in origine. Tra l’altro questa storia è stata raccontata in due libri, che sono usciti per Primula Editore, in Voghera. Sono due libri autobiografici: uno si intitola “Le origini” e va dal 1958 al 1985, e l’altro “L’avventura artistica”, dal 1985 al 2015, dove io racconto tutta la mia storia, sia biologica che artistica.»

Ripercorriamoli...

«Negli anni ‘70 ho dato vita ai primi gruppi. I “Cervello atomico”. Tra l’altro nei libri ci sono allegati anche i dischi. Facevamo un po’ di roba nostra, un po’ di prog... Questo fino al ‘76. Poi abbiamo iniziato ad accostarci al jazz, poi la fusion, e abbiamo creato il gruppo storico degli “Zip” con cui ho fatto anche delle incisioni. All’inizio facevo musica come tastierista, perché io suono il pianoforte.»

Ma più di recente ho notato che porta in braccio anche una chitarra...

«La chitarra l’ho imparata perché a un certo punto mi sono reso conto che era un problema portare il piano, in certe occasioni, sul palco...»

Un pochino pesante, in effetti.

«Ah ah. Certo, ma poi a parte la comodità di trasporto, mi sono reso conto che teatralmente è uno strumento un pochino più interessante. Perché il pianoforte, per quanto bello, è una barriera. O ti costringe a stare di traverso, o di spalle, o ti divide dal pubblico. La chitarra invece ti permette di stare in contatto con il pubblico.»

Anche in questo, Gaber insegna...

«A un certo punto decido che provo a propormi con le mie canzoni, da solo. Ed esordisco nel 1980 a Pregola, nell’ambito di una festa, per Ferragosto. In quegli anni, in cui facevo l’università, quindi iniziavo a sperimentare le cose che facevo io.»

Arriviamo dopo questo percorso ad Anima Popolare. Piffero e fisarmonica. In cosa si sostanzia questo progetto?

«Nel 2015 decido di festeggiare il trentennale della mia storia e per l’occasione apro, qua a Pregola, perché è il luogo dove ho fatto la mia prima apparizione, il Circolo dei Poeti Catartici. Decidiamo di fare ogni anno la festa del compleanno del circolo, che anche quest’anno ci sarà. Nei primi anni ho chiamato tutti quelli che già tanto tempo prima suonavano con me, quindi Gioele (Giorgio Macellari, ndr) - e quindi lì nasce l’idea di fare i libri -, Antonello Tagliani, Oliviero Malaspina, Moreno... alcuni non ci sono più. Ci siamo ritrovati e abbiamo fatto questa festa, che poi, anno dopo anno, abbiamo allargato anche ad altre partecipazioni. Due anni fa sono arrivati Stefano Faravelli e Matteo Burrone. Che hanno visto queste cose che facevamo e hanno detto: “Ma noi non veniamo a suonare”? “Ma figuratevi, se avete voglia...” A me piacciono le manifestazioni dei “penfri”; la musica popolare. “Allora, venite a suonare e ci fate la festa”. Al che loro mi dicono: “Ma scusa, perché non facciamo qualcosa anche insieme”?»

Da cosa nasce cosa...

«Sono stati loro a proporre questa cosa. E io rispondo: “Va bene, ma cosa facciamo”? Loro dicono: “A noi piacciono le canzoni milanesi”. Gaber, Jannacci... Io le conosco un po’, alcune cose le conoscevano anche loro, e le abbiamo messe su al volo. Ma proprio al volo. La sera prima ci siamo trovati, era il 17 agosto del 2017 (alla faccia del 17 che porta sfiga). Il 18 avremmo dovuto suonare. Facciamo questa prova a casa mia. Arrivano con la fisarmonica e col piffero, io con la chitarra. Proviamo un po’ di pezzi, alcuni vengono bene, alcuni vengono male, e ne scegliamo alcuni. E ci mettiamo d’accordo: “Io faccio le mie cose, voi fate le vostre e poi facciamo insieme queste cose qui che stiamo provando”. É piaciuto tantissimo. Tra l’altro, nel pomeriggio del 18, quando eravamo lì a fare le prove, ad allestire, è arrivato un loro amico che suona la cornamusa e si è aggregato anche lui, al volo. È nato così!»

Ma il bello della musica popolare è questo: è popolare perché nasce in mezzo al popolo, con dinamiche da popolo. L’importante è l’intesa.

«Ma certo, è come il jazz. Le jam session. Qui è uguale.»

Ora è uscito anche un disco. Il primo...

«Siamo già in sala d’incisione per preparare il secondo.»

Ma il piffero, lo conosceva già da molto tempo o in qualche misura è stato una novità per lei?

«No, conoscevo bene, lo vedevo alle feste popolari! Io vado al Brallo da 55 anni...»

Le chiedo allora se vuole raccontarmi del suo rapporto con il territorio dell’Oltrepò Pavese.

«Io sono stato nominato anche cittadino onorario del Passo del Brallo!»

Ma come è arrivato qui? Aveva già dei parenti? È stato un caso?

«La cosa è divertente. I miei genitori, negli anni ‘50 e ‘60, andavano nella bergamasca a fare le vacanze. Lo so dalle foto di famiglia, perché io sono del ‘58. Poi a un certo punto loro hanno deciso di cambiare. Il tema era: dove andiamo? Dove non andiamo? C’era un mio zio carissimo che conosceva due persone, le quali scendevano tutti gli anni a settembre dal Bralello giù in pianura a cacciare le talpe. A disinfestare i campi. Li chiamavano i ‘’tupé’’. A me ha sempre divertito l’idea di queste persone che scendevano dalle montagne in autunno per fare questo safari minimalista. E loro erano diventati amici di mio zio. Sapendo che stavamo cercando, han detto: Perché non venite da noi? Venite su, venite nell’Oltrepò. E noi ci siamo venuti. Da lì è nato tutto. Per i primi anni andavamo sempre in affitto nella casa di questi signori, poi siamo diventati amicissimi, loro ci hanno venduto un appezzamento di terreno, e i miei genitori hanno costruito una casa lì al Bralello.»

I Tupé avrebbero potuto aprire un’agenzia turistica, dato il successo della loro operazione!

«Eh sì! Avrebbero potuto farlo! Hanno perduto un’occasione d’oro! Sicuramente sono stati importanti. È andata così, i miei hanno costruito questa casa insieme a mio zio – quello che aveva fatto da ponte – poi mio zio ha fatto dei figli, e uno dei figli oggi è quello che gestisce il Castello Malaspina a Pregola dove poi è nato il mio Circolo. Noi siamo di casa qui. Mio fratello si è sposato qui e sta a Cella di Varzi.»

Torniamo ad ‘’Anima popolare’’. Si tratta certamente di un progetto che valorizza l’Oltrepò, oltre alle eccezionali capacità interpretative sue e dei suoi sodali...

«In questi mesi ho fatto diverse interviste, per radio, in tutta Italia. Questo disco sta piacendo molto e le posso garantire che sto parlando dell’Oltrepò Pavese e della musica delle Quattro Provincie in tutta Italia. Ovunque è accolta con grande consenso e con grande piacevolezza. Per cui stiamo facendo davvero un lavoro bellissimo.»

Non so se ne era al corrente: qualche anno fa era sorta l’idea di candidare le colline dell’Oltrepò a patrimonio mondiale dell’umanità Unesco, seguendo l’esempio del Roero e a ruota della Franciacorta e del Chianti. E questo perché in Oltrepò, noi, siamo celebri per arrivare sempre in ritardo....

«E questo è un peccato, perché l’Oltrepò Pavese è un luogo bellissimo! Io lo amo a dismisura.»

Onestamente, per quanto possiamo amarle - e io le amo molto, mi creda - non saprei dire con certezza se le nostre colline abbiano qualcosa in più rispetto a queste altre realtà citate. Il patrimonio etnomusicale, invece, è peculiare, e in pochissimi si adoperano per valorizzarlo. Anche questo potrebbe peraltro essere tutelato dall’Unesco, dato che con la fine della generazione attuale rischia di morire. Oppure no? Ha l’impressione che il vostro ruolo di valorizzazione di questi strumenti al di là della cerchia oltrepadana sia un caso pressoché isolato – Stefano Valla a parte?

«Io penso che si debbano fare diverse cose. Intanto vedo che ci sono diversi gruppi che si occupano di questi strumenti, anche di ragazzi giovani...»

E sono encomiabili, ma restano un po’ a livello locale...

«Sì beh, ma questo è un altro discorso. I musicisti devono fare il loro mestiere, poi c’è la politica, che a sua volta dovrebbe fare il suo mestiere in un certo modo. Il territorio dell’Oltrepò Pavese va assolutamente rivalutato e valorizzato, perché è un paradiso! È alle porte Milano, in Lombardia; basta arrivarci e uno dice: ma che posto! Certo, ma se nessuno lo sa che c’è... Voglio dire, non c’è molta alleanza tra le varie componenti del territorio; questi campanilismi, questi giochi di potere, sono sempre fastidiosi. Al di là del fatto che i giochi di potere ci sono dappertutto, per l’amor di Dio, non è mica quello che mi scandalizza... Quello che proprio io non riesco a comprendere è perché non si riesca a essere comunque, a prescindere, alleati nella promozione del territorio. La promozione del territorio vale sia che tu sia di destra, che di sinistra, di centro, non me ne frega niente. Si tratta di promuovere un territorio, di farlo conoscere, tutto qui, non c’è nulla di così difficile. Fare in modo che se ne parli, che diventi un luogo che incuriosisce. Allora si rivitalizzerebbe la valle, che sta morendo. Parlo dell’Alta Valle Staffora, perché magari la parte più bassa, con Voghera, Casteggio, è un altro mondo. È ovvio. Però la zona sopra, che è il vero paradiso, l’alta Valle Staffora, meriterebbe molto di più. Certo ti scontri con una mentalità assurda: è quella roba lì che bisogna riuscire a superare. E ovviamente valorizzare il territorio significa valorizzarne le bellezze naturalistiche, le bellezze storiche, le attività culturali e quindi soprattutto la musica delle Quattro Provincie. Che pare sia una delle cinque musiche autoctone italiane. Valorizzare anche i prodotti locali: ci sono degli artigiani, su, che sono straordinari, fanno delle cose bellissime, dallo zafferano, ai liquori, ai formaggi, ai salumi. È un territorio che meriterebbe di più.»

La musica potrebbe avere un ruolo determinante in tutto questo...

«E certo, la musica può averlo, perché la musica viaggia, la musica è sempre in azione. Però ci vorrebbe anche un’azione concreta, a parte questo. Bisognerebbe che le Pro Loco organizzassero in qualche modo un sistema, dei meccanismi per promuoversi.»

Ma ormai molte Pro Loco stanno arrancando, sempre più alle prese con una crisi di manovalanza, come minimo...

«E allora bisogna farlo a livello superiore. A livello della Provincia di Pavia, a livello della Regione Lombardia, o comunque creando una struttura di riferimento organizzata con questa finalità esclusiva... tra l’altro ci sono i produttori di vini della parte bassa che potrebbero in qualche modo sostenere un progetto unitario. Il problema sai qual è? Il problema è che bisogna avere un’idea di promozione. Bisognerebbe trovare, costruire un ente di promozione dell’Oltrepò; magari ci sono anche, magari qualcuno ci prova, ma senza abbastanza capacità aggregativa. Ci vorrebbe un’unica struttura, finanziata bene, che abbia ben chiaro che cosa sta andando a promuovere.»

Ho il forte dubbio che probabilmente buona parte della mancata promozione del territorio sia anche determinata dal fatto che certi residenti non vedano di buon grado l’invasione turistica. Forse preferiscono trovare parcheggio facile la domenica, forse preferiscono passeggiare per boschi in solitaria... forse non sono molto interessati a condividere.

«Io ho vissuto gli anni ‘70 al Brallo, e ti posso dire che era una figata! Perché c’era un casino di gente su, bellissimo! E non era un problema per nessuno, anzi: ci ricordiamo tutti di quegli anni come di anni meravigliosi. Ora non dico di tornare a quei livelli, però ci si potrebbe avvicinare molto, e questo sarebbe davvero molto bello per la valle. Quando vedi che chiudono il CAI a Cima Colletta, quando vedi l’albergo di Costantino... ti viene da dire: porco mondo, io mi ricordo che cos’era questo posto! C’era una vita, una vita, una gioiosità straordinaria... è incredibile tutto questo per me, una tristezza infinita. C’erano anche tutte le piste da sci che funzionavano! C’è una potenzialità incredibile ancora oggi, chiaro che ci vuole volontà e ci vogliono investimenti. Dal canto nostro noi, con il progetto ‘’Anima popolare’’, comunque parliamo sempre di questo territorio, di questo aspetto artistico del territorio, e questa cosa sarà viva per un bel po’ di tempo.»

Come si declinerà, nel tempo, questa esperienza?

«Faremo anche un’operazione su Codevilla, dove ci insediamo creando la ‘’taverna dei bluzer’’, che sarà attiva poi sul territorio con proposte di spettacoli. L’appuntamento è per il 26 settembre per l’inaugurazione. Sarà il nostro punto di riferimento, insieme al Circolo dei poeti catartici. La taverna sarà caratterizzata dalla presenza dei nostri materiali, con riferimenti alla musica delle quattro provincie, agli strumenti storici. Un’occasione per continuare a parlare di questo ambiente musicale straordinario.»

di Pier Luigi Feltri

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