Giovedì, 19 Settembre 2019

OLTREPÒ PAVESE - MESTIERI AMBULANTI: “MULÌTA, CÄDRIGHÈ O CÄDÄRGHÈ’, MÄGNÄN, UMBRÄLÈ, CÄVÄGNÈ, SPÀSÄCÄMÊ, MÄRCIÀIO, STRÄSÈ, LIGÉRA, GELATÈ, FRÈ, CANTASTÒRI”, di Giuliano Cereghini

“Mulìta, cädrighè o cädärghè’, mägnän, umbrälè, cävägnè, spàsäcämê, märciàio, sträsè, ligéra, gelatè, frè, cantastòri”, sono attività ambulanti di un passato di cui ormai si è perso traccia: arrotino, impagliatore di sedie, stagnino, ombrellaio, riparatore di ceste, spazzacamino, merciaio, straccivendolo, barbone, gelataio, fabbro, cantastorie, sia i nomi che le attività di questi ambulanti si perdono nella poesia dei ricordi di chi ha avuto la fortuna di vivere quei magici e lontani anni, ma non trovano concreto rilievo nell’economia moderna poco disposta a riparare alcunché e più portata alla consunzione e sostituzione dei prodotti che la tecnologia moderna mette a disposizione.

Il Gelataio Ambulante - “arìva al gelatê”- sta arrivando il gelataio -, era il grido dei i bambini e dei ragazzi che scorgevano il bianco triciclo a pedali che portava in giro per l’Oltrepò le squisitezze gelate sogno di tutti e di tutte le età. Il gelato era ed è una delle delizie che unisce grandi e piccini, ricchi e poveri, è il fantastico refrigerio, un momento di tenera debolezza a cui è  bello abbandonarsi senza porsi problemi di dieta o di convenienza, è il dorato mondo dei sogni dei più piccoli ma, nel contempo, il sogno refrigerante di chi piccolo non è più.

Ancora oggi è tutto questo, immaginiamo cosa poteva essere e rappresentare anni orsono quando, comodità, golosità e superfluo erano termini sconosciuti alla stragrande maggioranza dei ragazzi. Il triciclo era di fatto, una grande bicicletta a tre ruote, due anteriori ed una posteriore; le due anteriori reggevano un grande cubo bianco su cui poggiava uno strano aggeggio metallico e una lampada ad olio o carburo, la posteriore era sormontata dalla sella e dal manubrio munito di un grande campanello che annunciava l’arrivo della fresca carezza che animava i sogni di molti. La valle Ardivestra, così come le vallate vicine, era di tanto in tanto percorsa da alcuni gelatai, che mobilitavano frotte di pargoli golosi.

Appena avvistata la magica carretta, correvano a procurarsi pochi soldi per l’acquisto agognato e spesso i primi inevitabili rifiuti, erano vinti da preghiere accorate, promesse di ogni tipo e implorazioni al limite del pianto; finalmente, stretta nel palmo della mano una somma variante tra le dieci e le trenta lirette, si iniziava una corsa a perdifiato verso il gelataio che spesso calmava l’esagitato cliente promettendo di soddisfare la gola di tutti.

La richiesta era “un gelàto da dés o un gelàto da trènta”, un gelato da dieci lire o un gelato da trenta lire, senza specificare i gusti che invariabilmente erano, panna o crema, cioccolato e limone. Coni di dimensioni diverse o scodellini con cucchiaino di legno: ed era uno spettacolo vedere i ragazzi concentrati nella degustazione dei coni, ammirati con passione prima d’essere delicatamente carezzati con la lingua con tocchi leggeri ed intensi, rimirati con gli occhi, passati da una mano all’altra per intercettare gocce malandrine che tentavano di scendere dal cono, portati ad intervalli regolari alla bocca che aiutava il movimento porgendosi leggermente in avanti.

Era un momento magico rotto solo dalla scomparsa dell’originaria montagnola di gelato vinta da leccatine leggere ma continue. Più si riduceva la quantità e più diminuiva l’intensità dell’attacco demolitore, rimaneva infine il cono intriso di poco gelato che veniva scientemente consumato ed infine il monello, dopo una veloce pulizia delle mani nei pantaloncini corti, riprendeva il gioco lasciato poco prima quasi a rimuovere la presenza del gelataio che ormai provocava solo rimpianto e tentazioni impossibili.

Per giorni negli occhi e nelle menti sarebbero rimasti i gesti lenti e misurati dal gelatè: toglieva lo strano aggeggio metallico che sormontava il pianale del triciclo, estraeva un cono vuoto e con gesti sapienti lo caricava di gelato freschissimo quindi con movimenti lenti e studiati, lo porgeva al ragazzo con la delicatezza dovuta alle cose rare e preziose. Per mantenere fresco il gelato usavano una strana sostanza detta da noi ragazzi ‘carbùro’ di cui ignoravamo la composizione e le modalità di utilizzo. Uno solo dei gelatai, un certo Valdata da Casteggio, ci forniva a volte un poco di questo solido molto friabile che, i pochi ricordi di chimica, mi portano a ritenere fosse sodio o un suo composto in quanto a contatto con l’acqua esplodeva.

Ben sapevamo sfruttare tale proprietà rischiando mani o il volto ma divertendoci come matti: poggiato sul terreno un pezzetto di carburo lo coprivamo con uno scatolino sul fondo del quale avevamo praticato un forellino con un chiodo, sputavamo su tale foro che pur trattenendo la saliva, lasciava scendere quel tanto di liquido che innescava il carburo che esplodeva scaraventando lo scatolo a diversi metri d’altezza. Ripetevamo l’esperimento fino all’esaurimento del materiale esplosivo ripromettendoci di aumentarne in futuro la quantità da richiedere.

Le visite di questi portatori sani di buonumore erano purtroppo molto rade nel corso dell’estate: il giorno della festa patronale e due o tre volte al mese se il tempo lo permetteva. A Pavia un certo signor Bianchi ha continuato l’attività sino agli inizi degli anni ottanta soffermandosi nelle piazzette di Pavia lontano dai bar e dai centri commerciali, girando con il magico triciclo ormai motorizzato ma conservando inalterati prodotti, qualità e cortesia per affascinare grandi e piccini ed attirarli nelle vicinanze di quello che Lui stesso definiva “al mè negòsi” il mio esercizio commerciale.

Il Cantastorie – spesso le sagre, le feste patronali o, semplicemente, le giornate di mercato delle cittadine o dei paesi agricoli, erano allietate dalla presenza dei cantastorie. Portavano allegria e le loro canzoni a grandi e piccini, curiosi di assistere allo spettacolo in piazza di questi grandi artisti di strada che profittavano dell’interesse di gente priva di radio o di televisione, per imbonirli con canzoni, barzellette, chiacchiere spesso surreali ma tutte volte ad attirare l’attenzione.

Ottenuta la giusta considerazione, il tempo diveniva propizio per dare inizio al treppo, così i cantastorie definivano un momento del loro intrattenimento. Riuscire ad attirare l’attenzione massima, meglio a commuovere chi assisteva alle loro esibizioni, per meglio attuare la fase finale del treppo: vendere loro medagliette, scatolette, testi di canzoni strappalacrime con le fotografie dei cantanti melodici famosi, e quant’altro servisse a racimolare le cosiddette offerte volontarie che poi offerte non erano e meno ancora volontarie.

Gli imbonitori riuscivano a convincere gli astanti che il giusto prezzo fosse quello che essi stessi suggerivano con sconclusionati giri di parole che, però, raggiungevano l’effetto sperato. Un tempo i cantastorie, primi veri giornalisti sul campo e sulla notizia, offrivano il solo foglio volante sul quale era stampato il testo di una canzone che spesso celebrava un fatto effettivamente accaduto o… quasi.

Altre volte riportava canzoni famose come Vola Colomba, Miniera o Vecchio Scarpone. Sempre storie tristi, finali lugubri e spesso drammatici: bimbi malati, madri indegne, matrigne cattive, fame, malattie e povertà, erano i temi guida e argomenti che più colpivano la gente semplice delle piazze. Ci pensavano poi gli abili commedianti ad interrompere il patos abilmente creato per sfruttare la commozione imperante. Ultimata la vendita o la raccolta delle famose offerte volontarie, i navigati commedianti cambiavano completamente atmosfera: barzellette, presentazione spassosissima dei vari componenti: “il nostro cantante è bravissimo” diceva l’imbonitore, “pensate che ha persino lavorato alla Scala di Milano” e allo stupore del pubblico riprendeva “ha lavorato alla Scala di Milano come… muratore!”.

Angelo e Vincenzina Cavallini di Tromello, i più famosi tra i pavesi, iniziarono da soli quindi, nella primavera del 1964, si unirono al grande Adriano Callegari  vogherese di nascita ma pavese d’adozione e ad Antonio Ferrari di Mornico Losana, detto Tugnôn. Il quartetto cambiò radicalmente il modo di fare spettacolo, basando l’esibizione sulla chiacchiera e sull’imbonimento. L’artista Adriano Callegari era la massima attrazione e la sua massima performance era la presentazione dell’immagine di Papa Giovanni, il Papa Buono: il mitico cofanetto fosforescente e luminoso in sette colori. Il buon sassofonista, deposto lo strumento musicale, letteralmente incantava gli astanti pur con un italiano improbabile e liti continue con congiuntivi ed avverbi, concludeva il treppo con la vendita, o meglio, l’offerta del famoso ciondolo - benedetto a Lourdes - ! oppure con la scatola con il famoso cotone - bagnato nell’acqua di Lourdes -  o ancora con il cofanetto ricordato di Papa Giovanni, - luminoso in sette colori -. “Vedo la Signora che offre mille lire, anche il Signore là in fondo”. Non era vero ma tutti si convincevano che era la giusta offerta. A volte, pronunciava frasi senza senso o di poco costrutto, quale: “ io non mi sento un vagabondo del mio creato!” ma era il tono di voce, il modo di porgere a rapire l’attenzione della gente e ad invogliarla a scucire qualche palanca. Nel 1975 Angelo e Vincenzina Cavallini, marito e moglie, vennero eletti “trovatori d’Italia” ed invitati in radio e televisione da personaggi del calibro di Mario Soldati e Cesare Zavattini. Nel 1982 decisero che era arrivato il momento di chiudere per sempre con la loro arte di strada: non andarono però in pensione perché, come loro stessi dicevano: “la piazza è qualcosa che ti entra nel sangue, dentro il cuore e, una volta che hai cominciato, è difficile starne lontano”. Per questo motivo i coniugi di Tromello ritornarono in piazza a vendere lucido da scarpe!

Successivamente premiati con un Ambrogino d’oro ed un encomio postumo alla memoria del Presidente della Repubblica, per il prezioso contributo dato al mondo della coltura popolare. Il mondo dopo la scomparsa di Angelo Cavallini e di tanti suoi colleghi cantastorie, è un pochino più povero. Fortunatamente però, quando muore un cantastorie non muoiono con Lui la sua immagine e la sua arte: il suo ricordo vivrà per sempre nel cuore degli umili che hanno voluto bene a Lui ed a tutti gli artisti di strada.

di Giuliano Cereghini

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