Sabato, 24 Agosto 2019

ARENA PO - TORRE BECCARIA A CACCIA DEL RILANCIO «SERVE UNA RETE DEI CASTELLI»

Le prime notizie riguardanti Arena Po si hanno in un atto del 964 rogato da Giselberto, figlio di Adaverto e Giudice del Sacro Palazzo, con il quale il Vescovo di Piacenza, Sigolfo, scambia un terreno nelle vicinanze di Vicobarone con un altro terreno posto in riva al Po, di proprietà della Pieve di Arena. Questo probabilmente dimostra che prima di tale data non era presente alcuna fortificazione sul territorio. Per avere notizie del castello occorre invece attendere il XII secolo, sebbene si ritenga che l’edificazione avvenne nel corso del X secolo, a difesa contro gli Ungheri.

Non è ben chiara l’originale proprietà della struttura: si ritiene che essa possa essere stata del Monastero di San Pietro in Ciel d’Oro o di San Maiolo. Nonostante Arena Po appartenesse all’ecclesiastico piacentino, l’Imperatore Federico I “Il Barbarossa” assegnò nel 1145 questi luoghi a Pavia, facendone una specie di enclave. Questo causò continui scontri bellici tra i guelfi piacentini e i ghibellini pavesi, che portarono ad una prima distruzione già nel 1175.

Nel corso del 1216 i piacentini alleati con i milanesi nella Lega Lombarda effettuarono diversi assedi sul confine oltrepadano, causando la distruzione della quasi totalità dei castelli della Valversa. Gli alleati cercarono di assediare il castello di Arena Po, considerato da sempre in posizione strategica per il controllo del commercio e dei rifornimenti militari via fiume.

Tale tentativo fu vano, in quanto il castello era collegato da un fitto sistema di fossati che gli permetteva di rimanere sempre rifornito dall’esterno e difeso dalle navi pavesi. Fu uno dei pochi insuccessi della Lega lombarda nel corso di tale operazione offensiva: secondo alcune fonti “i milanesi con i piacentini presero Parpanese ma dovettero abbandonare l’assedio di Arena per la sua estrema resistenza”. Il castello infatti era difeso da circa 150 cannoni, posti su tutti i lati. Nel 1263 il castello fu occupato da Otto Visconti, vescovo di Milano e nel 1290, venne infeudato a Manfredino Beccaria. Da qui la denominazione attuale di “Torre Beccaria”.  Questa famiglia si stabilì nella torre in pianta stabile per diverse generazioni, tant’è che un ramo della discendenza venne riconosciuto con il nome di “Beccaria di Arena”. Essi  mantennero la signoria fino ai primi del ‘400,  quando i Visconti ne confiscarono il feudo e lo inglobarono nella Signoria di Milano.

La continua contesa tra pavesi e piacentini portò il castello ad essere sottomesso per un breve periodo ad Alberto Scoto, signore di Piacenza, nel 1304. Nel 1441 Arena Po divenne feudo della famiglia Sanseverino, successivamente dei milanesi Maggi e poi ancora della famiglia Speciani.

Nel 1655 il castello fu teatro dell’occupazione militare dell’esercito francese, supportati dal Duca di Modena, durante la guerra franco spagnola. Il generale spagnolo Don Luis de Benavides Marchese di Caracena con astuzia riuscì ad espugnarlo e l’anno successivo il nuovo Governatore di Milano, Cardinale Trivulzio, ordinò l’abbattimento  della struttura, per evitarne una seconda occupazione francese. Nel ‘700 la proprietà passo al marchese Bernardino Mandelli: noto filantropo, alla sua morte avvenuta nel 1827 lasciò il castello agli Ospizi Civili di Piacenza, i quali per anni lo destinarono come “magazzino del sale” che veniva inviato con molta probabilità al Ducato di Milano. Nel 1877 venne messo all’asta, in quanto gli Ospizi non erano intenzionati a mantenimento oneroso dello stabile. Il castello venne così salvato dalla demolizione da Fulgenzio Delfitto, che se lo aggiudico per una cifra irrisoria. Pochi anni dopo la proprietà passò al Cav. Domenico Rossignoli e successivamente al figlio, i quali lo destinarono come fabbricato rurale. Venne classificato come “edificio di interesse storico” e rinominato “Torrione dei Beccaria di Arena Po” nel 1909.

Nel 1918 la proprietà passò alla famiglia Dealberti, la quale negli anni ’40 gestiva anche i “Bagni Eridano” posti di fronte al castello, su un isolotto del Po. Nel corso dei primi anni del ‘900 lo stanzone inferiore della torre era stato riqualificato come fabbrica di detersivi e soda e nei decenni successivi una fabbrica di calzature. Di quel passato “industriale” rimane ben poco, se non alcune particolari vasche fissate nel pavimento, che comunque ricordano una parentesi particolare della storia dell’immobile, senza risultare decontestualizzate.

Abbiamo intervistato Angelo Roveda, classe 1932, nato e domiciliato ad Arena Po. Ora pensionato, per quasi 50 anni ha svolto attività imprenditoriale a Milano, nel settore dei trasporti. Da vent’anni è il proprietario della Torre Beccaria, dopo averla riacquistata dal cugino Dealberti Francesco. A Roveda è toccata l’ardua impresa di recuperare la parte storica, ripulendola da ogni opera posticcia, causata dal riadattamento industriale della struttura avvenuta nel corso dell’800.

 

Roveda, quando e come è diventato proprietario della Torre Beccaria?

«Il castello era di proprietà della nostra famiglia già agli inizi del secolo scorso. Mio padre vi svolgeva attività di produzione di detersivi e mia sorella maggiore è nata proprio tra queste mura. Successivamente la proprietà è passata al fratello di mia mamma ed in seguito ad un mio cugino. Ed è proprio da lui che l’ho riacquistata nel 1999».

Che tipi di visite organizzate presso la struttura? Visite singole o gruppi programmati?

«In questi anni abbiamo organizzato svariati tipi di visite: da quello per singoli turisti casuali di passaggio a visite programmate da enti specializzati. Bisogna anche ringraziare il Comune che, dotando il paese di cartellonistica storica informativa, ha permesso anche a chi si trovava qui di passaggio di potersi gustare appieno la bellezza dei monumenti presenti conoscendone le caratteristiche storiche e architettoniche. Sicuramente se ci si affida ad un gruppo organizzato, coordinato da guide turistiche esperte, è sempre un valore aggiunto alla visita».

Come struttura partecipate alle Giornate FAI?

«Abbiamo avuto ennesima riprova di quanto appena detto proprio durante le Giornate FAI, organizzate a marzo di quest’anno. L’evento ha avuto un ottimo seguito. Arena Po ed i suoi monumenti sono stati investiti dalla curiosità di parecchi appassionati che, sotto la guida di esperti, si aggiravano tra le strade del nostro paese con orecchie attente e occhi curiosi. Proprio come siamo abituati a vederli nelle grandi città d’arte».

Come è avvenuto il recupero della struttura? è stato molto impegnativo?

«Direi proprio di sì! Dall’acquisto dell’immobile, nel 1999, alla sua “inaugurazione” fatta con il matrimonio della mia figlia minore nel 2006, sono passati ben 7 anni. Abbiamo avuto solo un contributo minimo da parte delle Belle Arti di Milano. E solo a lavori ultimati. Abbiamo dovuto affrontare la ristrutturazione con le solo nostre forze economiche e i lavori si sono prolungati parecchio. Abbiamo prima dovuto abbattere tutte le strutture che nel corso dei secoli avevano significantemente mutato l’aspetto originale del castello, faticando parecchio prima di poter rendere visibile l’imponente struttura che potete ammirare oggi».

Dovete sopportare costi di gestione elevati per mantenere la struttura attiva?

«Anche questi sono decisamente impegnativi. Se consideriamo i costi dei manutenzione ordinaria e straordinaria, le tasse di proprietà, la gestione delle utenze, gli obblighi relativi alla messa in sicurezza e i costi per la cura, per la pulizia e la per la difesa dell’immobile, le cifre lievitano».

Che rapporti avete con gli enti pubblici e le associazioni?

«Per i primi anni devo dire che ho avuto veramente pochi aiuti a mio sostegno. Solo le Belle Arti di Milano mi hanno supportato dal punto di vista tecnico e architettonico, con consigli importanti e professionali. Altre associazioni o enti non hanno mai bussato alla nostra porta. Fortunatamente il Comune negli ultimi anni ha mostrato un vivo interesse per la promozione culturale e storica del paese, dando grande spicco anche a questo monumento. Questo lavoro è stato possibile anche grazie al grande aiuto da parte dell’Accademia di Brera che ha visto nel nostro piccolo paese un fiore da far sbocciare. Direi che ci stiamo riuscendo appieno. Certo, il risvolto economico stenta ad arrivare, ma come si dice “non di solo pane vive l’uomo…».

Come vedreste un circuito di promozione dei castelli e residenze storiche oltrepadane?

«A mio modesto parere sarebbe un’ottima iniziativa  da parte degli enti di promozione a sostegno sia del turista, interessato a visitare il territorio godendone appieno di tutti gli aspetti che esso può offrire, sia dei proprietari, dandone un sostegno e facendo da cassa di risonanza. Un’iniziativa del genere è sicuramente da sostenere e incentivare. Noi, nel nostro piccolo, cerchiamo di far conoscere la nostra realtà, ma nel mare del web, da singoli, è sempre molto difficile».

di Manuele Riccardi

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