Sabato, 21 Settembre 2019

OLTREPÒ PAVESE – VOGHERA - LA STORIA DEI “RELOCATION CENTER” NEL ROMANZO DI UNA VOGHERESE

Giada Fariseo nasce a Voghera nel 1981. Si laurea presso l’Università Cattolica di Milano con una tesi sperimentale sui relocations centers americani, luoghi in cui durante la seconda guerra mondiale venivano reclusi i cittadini di origini giapponesi. Giada si è spinta fino a Manzanar, ai piedi della Sierra Nevada, per svolgere alcune ricerche su quella parte di storia ancora così poco conosciuta.

Oggi lavora come organizzatrice di eventi per un’agenzia di Milano. “Non ti perdere” è il suo romanzo d’esordio. Il libro ha un legame storico con l’Oltrepò, in quanto il battaglione nippo-americano al quale viene fatto riferimento nel romanzo, ha attraversato i nostri territori nel 1945, poco prima che la seconda guerra mondiale finisse.

“Non ti perdere” insegna che ognuno di noi dovrebbe avere la possibilità di inseguire un’idea, un sogno. Di qualsiasi natura o grandezza, non importa. «L’importante è provare ad andare oltre le proprie paure e fare un salto nel vuoto».

Giada, ha sempre avuto, sin da bambina, la passione per la scrittura?

«Sì, ho sempre avuto la passione per la scrittura. Lettere, cartoline, diari, poesie, racconti. Mi è sempre piaciuto raccogliere i pensieri e tenerli lì, magari per rileggerli ogni tanto. È  una passione che ho fin da piccola».

“Non ti perdere”. Come mai la scelta di questo titolo? Cosa rappresenta la copertina del libro?

«Il titolo del romanzo non è casuale, è anche una sorta di mantra. Quante volte ci perdiamo nella vita? Ci sono momenti in cui uno smarrisce la rotta ritrovandosi in un frullatore e, immancabilmente, si perde un po’. Tutto quello che può fare per non perdersi è seguire il proprio istinto. E Tea, la protagonista del mio romanzo fa proprio questo. Segue il proprio istinto, superando paure e incertezze. La copertina invece, ritrae una ragazza di spalle sul ciglio di un canyon, protesa verso l’infinito, come se stesse per spiccare un salto nel vuoto. Ma non è sola. La sua mano infatti è stretta a quella di una figura maschile alla quale è legata con un filo rosso, il cui ruolo viene svelato all’interno del romanzo. Ho volutamente scelto di non dare un volto alla ragazza o di fornire altri dettagli per lasciare spazio all’immaginazione del potenziale lettore».

Ci parli del suo viaggio in America, fonte d’ispirazione per il suo romanzo.

«Sono stata a Manzanar nel 2005, per svolgere le ricerche per la mia tesi di laurea. È stato un viaggio molto importante per me. Era la prima volta che mi allontanavo così tanto da casa per svolgere delle ricerche. Era il mio primo vero progetto importante, qualcosa in cui credevo profondamente. Sono partita con una mia amica dell’epoca. Avevamo 24 anni e l’America la vedevamo solo nelle serie televisive! Insomma, con la scusa di svolgere le ricerche su un tema di nicchia come i relocation centers americani, abbiamo girato la West Coast in lungo e in largo a bordo di una Ford Taurus grigia. Ci sentivamo come Thelma e Louise, è stato incredibile!».

Di che temi si occupa e che attività svolge oltre a quella editoriale?

«Da oltre dieci anni lavoro nel campo dell’organizzazione eventi e della comunicazione. È un lavoro che amo profondamente perché è sempre in continua evoluzione e mi offre la possibilità di conoscere posti e persone nuove ogni volta. Richiede molte energie, capacità di adattamento, problem solving, ma mi ricompensa ogni volta con emozioni diverse».

Che rapporto ha con la città di Voghera e il territorio?

«A Voghera ci sono nata e nonostante trascorra la maggior parte della mia vita fuori città, ho un forte senso di appartenenza. Forse perché ho vissuto la Voghera degli anni delle “vasche” in Via Emilia, quando non riuscivi a muoverti il sabato pomeriggio, gli anni delle pizzette a Salice Terme la domenica sera; gli anni dei cinema in centro città, delle discoteche famose della zona. Non ci mancava davvero nulla e la cosa paradossale era la risonanza che avevano le nostre zone nelle grandi città come Milano. Oggi il gioco delle parti si è invertito e, nonostante la nostalgia che penso assalga tutti coloro che come me hanno vissuto quegli anni, devo ammettere che quando colleghi o clienti trascorrono un fine setti-mana sulle nostre colline e ne apprezzano la bellezza, sorrido con una punta di orgoglio e mi convinco sempre di più che le nostre zone andrebbero valorizzate, perché non hanno perso il loro fascino».

Che legami ha il libro con l’Oltrepò?

«C’è un legame storico tra il libro e le nostre zone. Durante alcune ricerche ho infatti scoperto che il battaglione nippo-americano al quale faccio riferimento nel romanzo “Non ti perdere” ha attraversato i nostri territori nel 1945, poco prima che la seconda guerra mondiale finisse. Diciamo che questa scoperta mi ha lasciata sorpresa, perché nel lontano 2005, quando avevo sentito nominare per caso Manzanar e i relocation centers americani, ignoravo totalmente questo aspetto storico. Ero partita così, all’avventura, seguendo l’istinto.. un po’ come la protagonista del romanzo».

Quali sono gli autori dai quali prende ispirazione?

«Non ho un genere preferito in realtà. Leggo un po’ di tutto. Forse è per questo motivo che “Non ti perdere” non deve essere considerato un romance tout court. Se ne discosta per alcuni elementi, primo tra tutti l’indagine storica attorno alla quale ruota l’intera vicenda».

Farà un tour promozionale?

«Sono ancora in fase di valutazione in realtà. Il libro è uscito a fine maggio e in questa fase ho preferito impegnare tempo ed energia in un’attività di promozione che si sviluppa prevalentemente sui canali social, grazie al supporto della casa editrice Lettere Animate. Credo comunque se ne parlerà in autunno».

Quanto è difficile emergere per un giovane scrittore della provincia?

«È difficile emergere a prescindere, sia che tu venga dalla provincia sia che tu viva in una grande città. Il problema è che non si investe sull’esordiente, perché è rischioso e poco remunerativo. Per fortuna però ci sono ancora realtà a livello nazionale che hanno voglia di mettersi in gioco e ti offrono un’opportunità, ma sono davvero poche e con tempi tutt’altro che brevi».

Ha già partecipato a concorsi?

«Non ancora. Il libro è uscito a maggio, dobbiamo fare ancora un po’ di scouting anche in questo senso, ma di sicuro è una cosa che intendo fare».

Come nasce un personaggio? Che rapporto ha con quelli che crea?

«Bella domanda! La maggior parte dei personaggi sono un mix delle persone che hanno fatto o fanno parte della mia quotidianità, pregi e difetti inclusi. Alcuni, soprattutto quelli secondari, sono frutto di incontri casuali vissuti in prima persona che, per qualche motivo, hanno catturato la mia attenzione e sono finiti tra le pagine di “Non ti perdere”. Ho amato tutti i miei personaggi in modo diverso, soprattutto i protagonisti. Non è stato facile separarsene e digitare la parola “fine” nell’ultima pagina del romanzo, soprattutto non sapendo che effetto avrebbe avuto. Dai primi feedback che ho ricevuto però, so che anche per alcuni lettori è stato difficile separarsi da Tea & Co., quindi vuol dire che un po’ di quella passione è arrivata fino a loro, e per me questo è il successo più grande».

Che insegnamenti si possono trarre dalla lettura del romanzo?

«“Non ti perdere” non è solo il viaggio di una giovane donna dall’Italia verso gli Stati Uniti, ma è un qualcosa di più profondo; è un viaggio introspettivo che porta la protagonista a vivere delle emozioni contrastanti e mette a dura prova le sue certezze più profonde. La protagonista del mio romanzo, Tea, sceglie fin dalle prime pagine di essere l’eroina della propria storia. Credo che ognuno di noi dovrebbe esserlo, o quantomeno dovrebbe avere la possibilità di inseguire un’idea, un sogno. Di qualsiasi natura o grandezza, non importa. L’importante è provare ad andare oltre le proprie paure e fare quel salto nel vuoto. Magari ti schianti, ma magari invece no».

  di Federica Croce

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