Lunedì, 21 Ottobre 2019

OLTREPÒ PAVESE - VARZI - BOSMENSO - NEL 1944 LA VALLE STAFFORA DIVENTAVA PROTAGONISTA DI UNA BATTAGLIA IMPORTANTE: «UNA BATTAGLIA VINTA CON L’AIUTO DEI CIVILI»

Il 25 luglio del 1944 la Valle Staffora diventava protagonista di una battaglia importante per le sorti della Resistenza nel Nord Italia. Lungo le rive del torrente Aronchio, nel punto di confluenza con lo Staffora, nella piccola frazione Carro di Varzi, i partigiani arroccati sulle colline sgominavano le truppe fasciste che stavano risalendo la Valle per i rastrellamenti. Fu il primo vero scontro in campo aperto tra partigiani e repubblichini ed ebbe grande importanza soprattutto per la partecipazione contadina: donne e uomini fornirono un contributo fondamentale, non solo di aiuto e supporto ai partigiani ma anche di intervento armato (con i fucili da caccia) contro l’attacco nemico. Un segno importante di coinvolgimento e adesione delle popolazioni nei confronti della Resistenza che, di fatto, controllava ormai la montagna e l’alta collina.

Nel corso dello scontro morì anche il giovanissimo partigiano “Monello” (Aldo Casotti), di soli 15 anni, al quale sarà in seguito dedicata una brigata garibaldina, e si distinse la figura di “Nando” (Rinaldo Dellagiovanna) di Varsaia, ucciso poi dai fascisti nel corso del successivo rastrellamento estivo. Nel 75esimo anniversario di quella giornata la sezione varzese dell’Anpi, dedicata ad Arturo Capettini, l’antifascista medaglia d’oro al valor militare della Resistenza che, catturato e deportato, trovò una morte atroce nel marzo ’45, ha ricordato quei fatti con una cerimonia in loco. «Mentre ricordiamo i combattenti partigiani, e il legame profondo che lì unì alla popolazione della valle, condizione questa per la tenuta e il rafforzamento del movimento di Liberazione, vogliamo soprattutto che la nostra iniziativa sia occasione per una comune riflessione sul nodo cruciale dell’antifascismo oggi, sul nesso indissolubile che lo lega alla democrazia e ai valori della Carta costituzionale» dice  la segretaria della sezione Monica Garbelli. «Oggi più che mai gli antifascisti devono essere in campo, per contrastare ogni forma di odio razziale e di avvelenato delirio xenofobo».

Di quella battaglia esiste ancora quello che, in virtù della straordinaria longevità, è molto probabilmente l’ultimo testimone oculare. Mario “Marino” Baiardi vive a Bosmenso e ha festeggiato quest’anno i 90 anni. Lui il 25 luglio del 1944 era un 15enne che a mezzogiorno stava portando cibo e munizioni a una squadra di otto partigiani accampati sulla collina che guarda verso lo Staffora, appena sopra l’Aronchio. Per chi è del posto, “Casa del Grillo”.

Non era ancora partigiano ma lo sarebbe diventato di lì a poco, con il nome di “Balena”. Lui quella battaglia l’ha vista cominciare. A dare il la fu l’intervento di un civile. «Stavamo mangiando, erano tutti rilassati, quando all’improvviso ci venne incontro un signore, si chiamava Gino, avvertendoci che i fascisti stavano risalendo l’Aronchio. Lo seguimmo, io e gli otto partigiani e ci fece vedere dove la brigata stava passando» racconta Baiardi.

Cosa accadde a quel punto?

«I fascisti stavano risalendo le sponde del torrente e risalivano la collina sull’altra sponda rispetto a dove ci trovavamo noi, andando verso la frazione Casa Rampolla. Ci furono delle raffiche provenienti dall’altra parte della collina e i partigiani che stavano di qua sorpresero i fascisti da dietro, prendendoli in pratica tra due fuochi. A quel punto  la brigata indietreggiò tornando sui suoi passi, verso Carro, dove fu accerchiata perché da San Pietro, appena dopo San Martino, stavano arrivando quelli di Giustizia e Libertà. Continuarono la fuga verso Varzi lungo lo Staffora, ma lasciarono pesanti perdite sul campo».

A che ora finì il tutto?

«Verso sera, poco prima del tramonto, tornai a Bosmenso e con me i partigiani che arrivavano in paese festeggiando».

Quando si unì a loro?

«Entrai nei partigiani circa un mese dopo».

Era molto giovane, come mai prese questa decisione?

«Mio padre era stato un istruttore militare, prima della caduta di Mussolini aveva la tessera del partito perché allora era così, se volevi lavorare. Un giorno vennero sei partigiani a cercarlo per chiedergli informazioni. Uno di questi partigiani probabilmente avrebbe voluto ucciderlo perché, ai tempi in cui era istruttore, lo aveva avuto come allievo e lo aveva rimproverato e colpito con una sberla per un suo comportamento sbagliato. Questo se l’era presa e gliele aveva giurate. Quando arrivarono a casa nostra il pericolo poi era non solo che lo potessero ammazzare, ma anche che ci portassero via le bestie che avevamo appena comprato. Lo facevano a quel tempo, perché  anche i partigiani dovevano mangiare. Così decisi di unirmi a loro, pensai che se fossi diventato partigiano anch’io ci avrebbero lasciato in pace».

I rastrellamenti dei fascisti furono molto violenti in quei giorni. Diversi civili furono trucidati per aver avuto la sfortuna di incrociare le persone “sbagliate”. Lei ne conosceva qualcuno?

«Non in modo personale, ma so che a Carro, che è il paese più vicino al mio, la mattina prima della battaglia dell’Aronchio i fascisti avevano fucilato una donna e suo figlio ferendo il padre. Il giorno della battaglia durante la ritirata i repubblichini volevano mettere al muro altra gente, ma poi arrivò la brigata capitanata da Felice Fiorentini (soprannominato la “belva”, è ritenuto uno dei più efferati criminali di guerra pavesi ndr) che ordinò di andarsene dato che erano braccati, anche perché la donna uccisa si rivelò essere la madre di un loro stesso camerata». 

di Christian Draghi

La storia della Battaglia

La Battaglia dell’Aronchio nasce da un’azione di rastrellamento che nella giornata del 24 si dirige verso Zavattarello, Romagnese, Val di Nizza e Brallo. Quest’ultima colonna incontra una forte resistenza nella frazione Montemartino e viene messa in fuga. La reazione dei fascisti vede l’organizzazione di una immediata, nuova puntata in questa direzione, con oltre 200 uomini tra reparti della Brigata Nera, della Scuola allievi ufficiali di Tortona e della “Sichehreit”.

La colonna fascista si accanisce sui civili uccidendo il giovane contadino Andrea Rossi (22 anni) a San Martino di Varzi, mentre a Carro sono assassinati Giacomo Stefano Buscaglia (31 anni) e la madre Maria Celestina Manfredi (59 anni), accorsa alla notizia della morte del figlio.

Il giovane Francesco Tacchella (15 anni) viene colpito a morte da una scheggia nei pressi dell’Aronchio. Ad opporsi con successo all’attacco sono i garibaldini della “Capettini” e della “Crespi” ed i giellisti della 4a Brigata, con la presenza di contadini del luogo, giovani e anziani, che hanno deciso di battersi contro i rastrellatori (così come avverrà anche in Val Borbera un mese dopo).

Lo scontro si conclude con la netta sconfitta degli assalitori che lasciano sul terreno una decina di morti, alcuni prigionieri, tra i quali Elsa Cristofori, ausiliaria della X Mas, aggregata alla Sicherheit, che verrà fucilata. Tra i partigiani cadono il garibaldino Carlo Benedini (28 anni) di Bocco ed il giellista Giovanni Ferrari (20 anni) di Menconico, mentre Rinaldo Dellagiovanna (27 anni) di Menconico è ferito al viso (verrà ucciso un mese dopo nel corso del rastrellamento estivo).

Muore anche il quindicenne Aldo Felice Casotti “Monello”, nato a Minucciano (Lucca) e residente con i genitori a Nervi, in Liguria. Fuggito di casa per unirsi ai partigiani viene colpito mentre portava munizioni ai suoi compagni.

Al suo nome verrà intitolata la Brigata garibaldina comandata da Luchino Dal Verme “Maino”. E stato insignito di Medaglia d’Oro al Valor Militare.

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