Lunedì, 21 Ottobre 2019

OLTREPÒ PAVESE – VOGHERA - «IN OLTREPÒ OCCORRE RIABITUARSI ALLA BELLEZZA»

Fabio D’Agostino, scultore vogherese di origini siciliane, è tornato in Oltrepò nelle scorse settimane per esporre le sue opere, ospite dell’associazione “Vogherà è”. D’Agostino mancava in città da cinque anni: attualmente risiede a Fermo, nelle Marche, dove lavora come assistente tecnico informatico in un liceo scientifico. Classe 1981, a Voghera ci è arrivato nel ‘94 dopo aver vissuto in Puglia, Sardegna ed Emilia Romagna, seguendo il padre che lavorava in grossi cantieri edili.

Ha studiato all’Itis Maserati, elettronica e telecomunicazioni e durante gli anni delle superiori ha fatto teatro al Gallini, al Maragliano e con Buzzi e Malacalza.

L’arte l’ha sempre avuta nel sangue, ma per molto tempo, dai diciotto anni in avanti, ha fatto vita notturna lavorando nelle discoteche della zona. è proprio dalla conoscenza con Leo Santinoli, factotum della movida oltrepadana, che è scaturita l’idea di una prima mostra. «Seguiva le mie sculture e mi ha proposto di venire ad esporle» spiega D’Agostino, che poco dopo ha ricevuto lo stesso invito anche da Attilia Vicini, docente del Gallini e membro dell’associazione “Voghera è”. Ne è nata così una tre giorni dedicata alla sua arte in città.

D’Agostino, si dice che nessuno sia profeta in patria. Come si è trovato dopo la lunga assenza?

«Sul “nemo profeta in patria” posso dire che non è stato così. Ho avuto modo di riabbracciare tanti amici, ex colleghi, conoscenti e al contempo di conoscere persone nuove. Arrivare in questa nuova veste mi incuriosiva ed è stato bellissimo prendere l’affetto e lo stupore di tanti che mi hanno conosciuto in maniera meno “artistica” e “profonda”».

Arte, cultura e Oltrepò vanno d’accordo secondo lei?

«Mi sarebbe piaciuto sfatare quella voce che bisbiglia di un’immobilità artistica o culturale della zona. Da fuori però posso dire che è abbastanza reale, che la cultura e la bellezza delle arti sia un po’ latitante. Ma è un discorso generale, bisognerebbe riabituarsi al bello e alla bellezza e il modo giusto non è l’indignazione o la lamentela quanto il fare, l’esporsi, il partecipare e il cercarla. Dove vivo c’è una vivacità culturale molto grande che svaria dalla musica alle arti, il tutto coniugato da una vicinanza umana tra le persone, una sorta di antico desiderio di comunità e di scambio».

è per questo che ha lasciato Voghera?

«Diciamo che avevo voglia di reinventarmi. Ero tecnico informatico al Gallini, potevo fare domanda di trasferimento in tutta Italia e così ho fatto un elenco di ciò che avrei desiderato: volevo il mare, volevo la collina, volevo un luogo che avesse un ritmo di vita più “lento”. Spulciando l’elenco delle provincie e dei posti disponibili per i trasferimenti mi sono imbattuto in “Fermo” nelle Marche. Anche il nome era evocativo, visto il peregrinare giovanile che mi aveva visto muovermi tra piacenza alessandrino e milanese con il lavoro nelle discoteche».

Parliamo della sua arte. Quando ha iniziato con la scultura?

«L’arte l’ho sempre masticata dentro casa, avevo fatto qualche lavoro in legno, avevo studiato fotografia e come detto il teatro. In questa nuova dimensione marchigiana ho trovato il tempo e le condizioni di farla mia, di immergermi profondamente nella sperimentazione e contemporaneamente in me stesso. Sono ormai tre anni che partecipo a mostre e concorsi in molte zone d’Italia».

Lei lavora il filo di ferro, intrecciandolo manualmente senza saldature per creare le forme. Come descriverebbe la sua scultura a chi non la conosce?

«Il mio modo di lavorare il ferro è nato dall’osservazione di altri scultori, pittori, artigiani e artisti in generale. Ho letto e studiato l’anatomia umana e quella degli animali che ho cercato di rappresentare. Arriva dall’osservazione che ho fatto su me stesso e su tutto ciò che mi circonda da quando sono bambino. Cercando dentro me stesso risposte a domande personali ho studiato e continuo a studiare svariando dalla psicologia, alla filosofia, alla spiritualità. Le scoperte vanno di pari passo con le sculture in una sorta di diario personale che allo stesso tempo diventa universale».

Tornerà in Oltrepò?

«Per esporre sicuramente, ho già preso contatti per l’autunno anche se ancora non so dove».

E per vivere?

«Al momento la scelta delle Marche resta positivissima. L’Oltrepò è un luogo meraviglioso ma si è persa l’abitudine di osservare e perdersi nella bellezza delle sue curve, nella rigogliosità dei boschi e dei colori».

di Christian Draghi

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