Domenica, 17 Novembre 2019

A STRADELLA C’È UNA GRANDE POTENZIALITÀ NEL NOME “MARIANO DALLAPÈ»

L’Enciclopedia Italiana della Musica afferma che «Il personaggio di maggior rilievo che in Italia riuscì, con geniali intuizioni a trasformare l’arcaico organetto nella più complessa fisarmonica diatonica, fu lo stradellino d’adozione ma trentino di nascita, Mariano Dallapè».

La figura di Mariano Dallapè è stata certamente essenziale per l’economia Stradellina. Di umili origini in breve tempo, grazie alla sua intelligenza e alla sua capacità manageriale, si ritrovò tra i più importanti  ed influenti imprenditori nella produzione  musicale  di inizio novecento.

Mariano Dallapè era un personaggio dalle decisioni ferme. Durante la prima guerra mondiale gli fu richiesto di utilizzare la sua officina per la produzione di proiettili ed armi: egli si rifiutò categoricamente, non volendo fabbricare piombo in cambio di note. Piombo che tra l’altro sarebbe potuto essere utilizzato contro il suo amato Trentino, allora sotto l’Impero Asburgico, dove vivevano suo padre, suo fratello, la sua famiglia. Era un uomo che aveva a cuore le problematiche delle persone, dando spesso lavoro ai più bisognosi. Tra le tante opere buone va ricordato che ogni sabato del mese incaricava un operaio a ritirare in banca un sacchetto di monetine da distribuire  ai poveri, che si presentavano davanti alla sua azienda, memore dei suoi  primi anni difficili.

Il marchio Dallapè è conosciuto da tutti i più famosi musicisti internazionali: un giovane Paolo Conte, dalla voce un po’ esitante e non ancora perfezionata, gli dedicò nel 1974 il brano “La Fisarmonica di Stradella”.

Per tutto il novecento seguirono anni di intensa passione e lavorazione, fino al 2010, anno in cui la fabbrica cessò la produzione. Questo non significa che sia morta, anzi è più viva che mai. Entrando  nello stabile di Via Mazzini 14 si capisce subito che qui è tutto pronto per una nuova avventura. Tutto è fermo all’ultimo giorno di produzione, nulla è stato toccato nella speranza che un giorno, nella vecchia fabbrica, venga allestito un museo unico al Mondo .

Abbiamo intervistato i fratelli Amleto e Fabio Dallapè, terza generazione ad aver gestito la storica ditta stradellina, ultimi custodi di questa storia affascinante.

Oggi il cognome Dallapè si identifica strettamente con Stradella, ma la vostra famiglia ha origini lontane. Come mai Mariano Dallapè scelse Stradella per iniziare la sua attività?

«La famiglia Dallapè è originaria di Brusino di Cavedine, in Trentino. Mariano Dallapè dopo aver lasciato il maso della sua famiglia, si mise in viaggio all’avventura e, dopo varie peripezie, trovò impiego al Porto di Genova. Durante il suo lavoro venne ferito dall’esplosione di una mina, la quale lo rese claudicante e di conseguenza venne licenziato. Per questo motivo fu costretto a lasciare Genova e si mise in viaggio per ritornare in Trentino accompagnato da un vecchio organetto austriaco che spesso suonava, come autodidatta, nei paesi dove alloggiava. Caso volle che arrivato a Stradella lo strumento si ruppe e decise così di soggiornarvi alcuni giorni per poterci mettere mano e ripararlo. Quell’organetto austriaco era uno strumento molto limitato, con il mantice che emetteva suono solamente in un senso. Durante le operazioni di riparazione decise di modificarlo, facendolo suonare sia in estensione che in compressione. Questo gli permise di raddoppiare i suoni emessi dallo stesso bottone. Nacque così la prima  fisarmonica diatonica. Possiamo quindi affermare che la scelta di Stradella fu pura casualità. C’è però un altro fattore che spinse Dallapè a fermarsi in città: durante il suo soggiorno stradellino lavorò come aiutante agricolo presso un’azienda di San Damiano al Colle: qui si innamorò di Angela Brega, la figlia del proprietario terriero, la quale poi divenne sua moglie. Inizialmente la famiglia Brega fu contraria al matrimonio, in quanto Mariano era un austriaco, che probabilmente parlava anche male l’italiano, “senza arte ne parte”. Poi però capirono che di arte ne aveva da vendere…».

Quando venne prodotta la prima “fisarmonica diatonica moderna” Dallapè?

«Il primo prototipo venne assemblato nel 1871 ed è tutt’ora esposto nel “Museo della Fisarmonica Mariano Dallapè” di Stradella, ma è ancora di nostra proprietà. Siamo sicuri dell’anno in quanto lo strumento è stato datato personalmente da Mariano Dallapè. L’azienda invece venne fondata cinque anni dopo, nel 1876».

Quali furono le principali innovazioni introdotte dalla vostra azienda?

«Sicuramente la prima innovazione fu quella applicata al vecchio organetto austriaco, cioè la possibilità di raddoppiare il suono in apertura e chiusura di mantice. Poi seguirono numerose innovazioni e brevetti: nel 1890 il sistema diatonico viene trasformato in sistema unitonico. Successivamente Mariano inventò il sistema dei bassi e accordi precostituiti che ancora oggi, in tutto il Mondo, viene conosciuto come “bassi Stradella”».

Nel primo dopoguerra ci fu un vero e proprio boom riguardante la fisarmonica di Stradella. Gli ordini e le vendite aumentarono a dismisura, tant’è che nacquero altre fabbriche in città…

«Spesso succedeva che alcuni dei migliori dipendenti della la nostra ditta, dal semplice operaio al caporeparto, imparati i segreti del mestiere da” quel genio di Mariano”, si mettevano in proprio. Nacquero così la “Maga”, la “Rogledi”, la ”Massoni”, la “F.lli Crosio” e molte altre. Una curiosità riguarda proprio la ditta “Massoni”, la quale aveva nella propria intestazione sul frontale della fisarmonica la dicitura “ex direttore stab. Dallapè”, per indicare la qualità professionale della sua produzione. Mariano Dallapè non si è mai arrabbiato di questo, anzi ne era orgoglioso perché lui aveva inventato la fisarmonica e altri lo avevano seguito ereditando questa arte. Nacquero così circa quarantacinque fabbriche in Stradella: intorno agli anni ’30 su circa diecimila abitanti c’erano circa mille persone che lavoravano nel settore della fisarmonica. Solamente da noi, negli anni 1928-29 lavoravano circa trecento operai. Stradella è famosa per due personalità: Agostino Depretis e Mariano Dallapè. Depretis fu di certo  un’importantissima figura politica nazionale, ma non economica. Mariano Dallapè invece fu un imprenditore che generò ricchezza a Stradella, dando tante possibilità lavorative  ai cittadini. Ricordiamoci che partì da un maso di Brusino di Cavedine e nel 1900 si ritrovò, insieme ai grandi industriali di quel periodo, ad essere premiato all’”Esposizione Mondiale di Parigi” con il “Grand Prix d’Honneur” per “l’ elevata qualità della sua produzione  e delle più belle fisarmoniche prodotte in quel periodo”».

Quindi possiamo ritenere che già negli anni ’20 fosse un’azienda all’avanguardia?

«A Stradella trovò terreno fertile. Era il primo grande centro della Valversa ad avere l’energia elettrica e la fabbrica si trovava a poche centinaia di metri dalla stazione ferroviaria. Era un’azienda all’avanguardia per diversi motivi: ogni reparto produceva interamente ogni singolo componente dello strumento, nulla era lasciato a terzi. A livello di marketing era tra le migliori aziende d’Italia, in quanto Mariano era supportato dal  figlio Amleto, che aveva studiato ed era sempre aggiornato sulle ultime novità. Per quanto riguarda la manodopera Mariano chiamava i suoi dipendenti “artisti-operai” proprio perché riconosceva l’importanza dell’arte imparata da ogni singolo operaio che lui stesso preparava e allevava. Il dipendente della Dallapè era orgoglioso del lavoro che svolgeva e lo si può capire smontando qualsiasi strumento di quegli anni: ogni componente interna era firmata dall’operaio che l’aveva assemblato, perché sapeva che il suo lavoro e la sua firma avrebbero girato il Mondo. La fabbrica aveva già un’impronta manageriale, con direttori e capi reparto. Già nei primi del ‘900 avevamo un centralino interno che collegava telefonicamente ogni singolo reparto! Un’altra curiosità riguardava la selezione degli operai: Mariano assumeva anche molti “cronici”, cioè coloro che avevano problemi fisici o di deambulazione. Questo perché, ricordandosi del suo licenziamento al Porto di Genova  per la menomazione che lo aveva colpito, sapeva che anche il più debole poteva lavorare seduto ad un tavolo. Per questo motivo gli stradellini generalmente chiamavano gli operai della fisarmonica “i crònich”».

Poi nel 1928 avvenne il cambio generazionale…

«In quell’anno morì Mariano Dallapè e, per ironia della sorte anche il figlio Amleto. Però Mariano, sapendo che il figlio era cagionevole di salute, mise in sicurezza  la sua azienda due anni prima, nel 1926, facendo arrivare dal Trentino nostro padre, Giuseppe Dallapè, il figlio di suo fratello, che in questi due anni fece tutto il praticantato, dalle mansioni operative a quelle  produttive, fino alla gestione totale della ditta. Il suo desiderio era quello di lasciare l’azienda ad un Dallapè, evitando l’intrusione di manager esterni».

Il punto di forza della vostra artigianalità era che ogni singolo componente era prodotto interamente nella vostra fabbrica. Questo però non causava un problema in costi di produzione?

«Sì, per molti anni quello è stato il nostro punto di forza. Era quello che ci differenziava già da subito dalle altre aziende. Poi purtroppo questo si rivelò un danno, perché i costi di produzione rimanevano molto alti. Nostro padre non volle mai cambiare la filosofia originaria di Mariano Dallapè: “Così si è sempre fatto, così si deve andare avanti”. La costruzione di ogni componente era avvolta da piccoli segreti di produzione, uno su tutti la lega delle “voci”: la fusione era di alluminio e in fucina, durante la fusione, venivano aggiunti dei centesimi in bronzo di Vittorio Emanuele per migliorarne la sonorità. Il grosso problema riguardava essenzialmente la manutenzione e l’aggiornamento dei macchinari di ogni singolo reparto. Negli ultimi anni della nostra gestione decidemmo di affidare ad aziende artigianali specializzate la costruzione di alcune componenti, su nostro progetto e con la nostra supervisione. Anche in questo modo la qualità rimase invariata, abbattendo i costi di lavorazione».

Molti stradellini (e non) ricordano che fino a qualche decennio fa dalle finestre delle case uscivano suoni di fisarmonica emessi dagli accordatori durante le fasi finali dell’assemblaggio. Ora il silenzio. A Stradella esiste ancora la mansione dell’accordatore?

«Questo è un bel ricordo: le strade erano accompagnate dal suono delle fisarmoniche. Lo dicono tutti. Ma c’era un altro suono che proveniva dalla nostra ditta e che era un punto di riferimento per tutta la popolazione: il suono della sirena. Il tempo a Stradella era scandito non tanto dal suono delle campane, ma dalla sirena della Dallapè, che regolarmente suonava al mattino alle 7:30 per l’inizio del lavoro; alle 12:00 per la pausa pranzo; al pomeriggio alle 13:30; e poi a fine turno alle 17:00. Quando l’abbiamo tolta è stato un vero problema, perché la popolazione era abituata ad organizzarsi con i nostri segnali! Poi certamente c’è stato anche chi era contento di non aver più questo suono…Per quanto riguarda il lavoro dell’accordatore possiamo dire che è sempre stato il fiore all’occhiello della produzione delle fisarmoniche di Stradella ed ancora oggi le poche fabbriche rimaste in attività ne fanno un vanto che le contraddistingue nel panorama produttivo italiano. Tra i nostri più bravi accordatori ricordiamo Gianni Cavazza, il quale fu  l’ultimo grande accordatore ad accordare ad orecchio, senza bisogno dell’oscilloscopio, comparando la voce campione con lo strumento da accordare. Di accordatori così ce n’erano veramente pochi».

Voi siete stati l’ultima generazione a gestire la storica azienda, cessata nel 2010, dopo più di 130 anni di storia. Come mai questa scelta?

«L’azienda è stata liquidata per nostra volontà, in quanto era sempre più difficile andare avanti. Negli ultimi anni erano impegnati nella produzione solamente pochi operai e si faticava sempre di più a trovare apprendisti con la passione per questo lavoro. C’era questa mentalità di lavorare più in fretta, senza metterci la giusta passione  e il giusto impegno che c’era nell’”artista-operaio” di Mariano Dallapè. Negli anni ’50-60 ogni nuovo assunto, quando entrava a far parte della ditta doveva, lottare quasi a suon di “coltellate” per poter imparare qualcosa dai suoi colleghi di reparto, perché c’era una tendenza da parte dell’operaio più anziano a non insegnare il lavoro all’apprendista per paura che poi quest’ultimo potesse rubargli il lavoro. Era solo una  questione psicologica causata dall’avvento del Beat e del calo di interesse verso la fisarmonica, che aveva dato il via alla crisi del settore e ai primi licenziamento. Ogni operaio per aver maggior certezza di non essere licenziato cercava di non rivelare i propri segreti. Prima di smettere la produzione speravamo in qualche supporto anche dalle istituzioni per darci la possibilità di formare nuovi apprendisti con corsi. Per formare un buon fisarmonicista ci vogliono almeno tre-quattro anni di pratica, a costo zero. Negli ultimi anni ci sono capitati parecchi apprendisti che abbandonavano l’apprendistato per cambiare completamente mansione e garantirsi un futuro più tranquillo. Ma questo è anche un segnale di mancanza di passione e senza questa non si può intraprendere quest’arte. A noi sarebbe piaciuto creare una sorta di “Museo attivo”, in cui dovevano essere occupate solamente un numero limitato di addetti che lavoravano e spiegavano come si costruiva lo strumento».

Non vi è un po’ dispiaciuto terminare questa gloriosa storia?

«Certo, ma abbiamo preferito abbandonare in gloria, evitando di rovinare un marchio storico come è successo ad altri. Molte aziende italiane sono venute a chiederci il marchio, e avremmo di certo economicamente avuto enormi benefici».

Avete ceduto tutti i diritti del marchio alla giapponese Roland. Esattamente cosa viene commercializzato oggi con il marchio Dallapè?

«Abbiamo fatto l’accordo con la Roland, nota azienda giapponese, perché è stato il miglior modo di tramandare il nostro nome. Abbiamo dato la possibilità a tutti i fisarmonicisti del Mondo di utilizzare i suoni delle migliori fisarmoniche Dallapè costruite in ogni epoca. Hanno campionato i suoni degli strumenti più rappresentativi, compresa la prima fisarmonica e li hanno digitalizzati su apposite chiavette USB, in modo che ogni fisarmonica elettronica Roland di nuova generazione possa riprodurre lo stesso identico suono. è una proiezione del nostro suono nel futuro. A marchio “Roland-Dallapè” sono state prodotte solamente un migliaio di strumenti, in quanto l’accordo riguarda più le campionatura di suoni che la commercializzazione a marchio».

Stradella è la “Capitale della Fisarmonica”. Nel 1999, presso Palazzo Garibaldi, venne inaugurato il “Museo della Fisarmonica Mariano Dallapè”, nel quale sono esposti diverse vostri strumenti, tra cui il primo prototipo. Pensa che a Stradella si stia facendo abbastanza per tenere alto questo riconoscimento? Cosa si potrebbe fare di più?

«A Stradella c’è una grande potenzialità  nel nome “Mariano Dallapè” da sfruttare in mille cose: dal semplice personaggio alla storia della sua azienda, che ha attraversato diverse epoche. Per noi sarebbe bello riprendere il discorso del “museo-attivo” perché riteniamo che oggi, a differenza di dieci anni fa, i ragazzi cercano di fare qualcosa di diverso per migliorarsi. Pensiamo che sarebbe importante  trasferire il museo dedicato a Mariano Dallapè nella sua sede naturale, ossia  la vecchia fabbrica inaugurata nel 1895, unica al Mondo, perché se Stradella è “Città della Fisarmonica” lo deve a questo signore che si è fermato qui a produrre i suoi strumenti. La cosa positiva del museo attuale è che si è data la possibilità di ricordare anche tante altre fabbriche  artigianali che altrimenti sarebbero state dimenticate. Assolutamente sì. Si può fare molto di più. Speriamo che la nuova amministrazione riesca a dare il giusto valore a questa storia. Fin’ora è mancata la progettualità: esiste una fabbrica, esiste un nome e ci siamo ancora noi che parliamo di una storia che conosciamo non come “leggenda”, ma che l’abbiamo vissuta e costruita, mantenendo sempre un legame con Brusino di Cavedine in Trentino. Ci stiamo sacrificando, tenendo ferma una fabbrica da più di nove anni, con numerosi costi ed esigenze di manutenzione. Stiamo aspettando una seria risposta dalle amministrazioni e dalle istruzioni, nella speranza che si decidano a sedersi ad un tavolo ad impostare un progetto dal punto di vista storico-culturale. Questa è la vera forza di Stradella, non c’è nulla di inventarsi di nuovo».

di Manuele Riccardi

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