Domenica, 17 Novembre 2019

SANTA GIULETTA - CINZIA MONTAGNA E IL GENIUS LOCI DELL’OLTREPÒ PAVESE

Come si fa a intervistare una “Cinziamontagna”, mi chiedevo mentre guidavo sulla vecchia Romera verso Santa Giuletta, dove si trova la sua casa in Oltrepò? È sempre, se non difficile, certo curioso intervistare una giornalista. Tanto più quando si tratta di una bella penna. E felice. Felice nel senso di “fertile’’, dal latino “fecundus’’, e felice nel senso di “felice’’. Come si può, d’altra parte, non essere felici quando le parole che scrivi vengono apprezzate tanto dai lettori quanto dalla critica? In ordine cronologico, l’ultima causa di felicità per la penna di Santa Giuletta (e di mille altri luoghi) è un racconto risultato fra i vincitori del premio nazionale Racconti nella rete, nonché primo assoluto nella classifica del premio Buduàr – Almanacco dell’arte leggera. Premi che saranno consegnati nel pomeriggio di sabato 5 ottobre a Lucca.

Chi è Amilcare?

«Amilcare è una persona normale, uno di noi. Muore: ma quando il prete lo sta benedicendo, mentre sta spargendo l’incenso, si sente tossire dentro la bara. E la vedova dice: ‘’Aprite la bara, l’Amilcare è allergico all’incenso’’. Il prete dice che non si può aprire la bara, ci vuole il permesso dell’autorità. Un prete po’ pilatesco. La vedova dice comunque agli addetti al funerale di procedere. Amilcare si alza tossendo. Tutti i presenti sono sgomenti, e nascono subito dei problemi. Lui vorrebbe uscire dalla cassa; ma la vicina di casa, lì presente, fa notare che non si sa nulla delle sue condizioni: potrebbe venirgli un collasso. Quindi lui si siede nella bara e aspetta.»

Aspetta cosa?

«Innanzi tutto, aspetta l’ambulanza. Il figlio chiama il Pronto Soccorso e dice: “Mio padre, che è morto, non sta tanto bene’’... L’addetto del Pronto Soccorso pensa che lo stia prendendo in giro. La vedova spiega meglio la situazione e arrivano tre volontari con l’ambulanza. Ma non sanno cosa fare, perché non possono trasportare un morto senza l’autorizzazione del Procuratore. Alla fine stendono un verbale dove sta scritto: “Il cadavere decide autonomamente di essere trasportato al Pronto Soccorso’’. Le gag vanno avanti per tutto il racconto...»

Ma non anticipiamo troppo. Il senso qual è?

«Viviamo immersi in una burocrazia che cadenza la nostra vita e anche la nostra morte. Non ce ne accorgiamo se non quando siamo esausti, stanchi di questa burocrazia, che ci chiede di ricordar pin, password, codici, matricole. Però la nostra vita è legata a questo. Nel momento in cui moriamo tutto scompare. Amilcare non ha più un codice fiscale, perché è nato una seconda volta. Non è più iscritto al Servizio Sanitario Naturale, quindi non può essere curato. Non ha più nemmeno la pensione: il codice INPS non è più valido. Ovviamente la situazione è spinta all’eccesso. Su Facebook, adesso, è alle prese con la tessera del supermercato. Ha raccolto punti per tre anni perché voleva portare a casa un aspirapolvere senza fili, ma ora...»

Ecco, l’Amilcare ha anche un profilo Facebook, qui, nel mondo reale. Perché mai?

«Oggi tutti siamo molto social, ma sappiamo sempre con chi stiamo parlando in realtà? Per dire: io ho un gatto, si chiama “Mattia the cat’’.»

E ha un profilo social?!

«Certo, su Facebook ha 300 follower e su Instagram circa 3000. Sul suo profilo social lui si esprime; lo fa con un linguaggio semplice, come un bambino (ovviamente siamo io e mia figlia a scrivere per lui)»

Se può esserci Mattia, insomma, può esserci anche Amilcare, su Facebook...

«Mi sono detta: se faccio esistere, parlare e ragionare un gatto, perché non posso far lo stesso con l’Amilcare? Allora ho aperto un profilo, dove lui va avanti a raccontare la sua quotidianità. Ovviamente l’Amilcare non esiste; d’altra parte, non sono così sicura che i miei contatti su Facebook esistano tutti. Alla fine l’Amilcare è onesto, perché è dichiaratamente inesistente. Questo dovrebbe farci riflettere sul rapporto che abbiamo con la realtà.»

Parliamo del rapporto di Cinzia Montagna con la realtà dell’Oltrepò. Un rapporto fortissimo. Nell’Amilcare non c’è questo lembo di territorio, ma in molti altri lavori sì, ed è una presenza costante, sentita, e soprattutto qualitativa. Il nostro è un territorio che avrebbe bisogno di parecchia qualità, anche sotto il profilo della comunicazione.

«Ho scritto negli ultimi anni alcuni libri ambientati in Oltrepò, però originariamente e contestualmente ho scritto anche di altre zone. Qui ovviamente è arrivato più l’eco di quello che ho scritto sull’Oltrepò Pavese. Dal 2001/2002 mi occupo di progetti di comunicazione, ma ancor prima di valorizzazione dei territori. Il che vuol dire che partecipo anche alla stesura di progetti che riguardano la valorizzazione territoriale.»

Come si dovrebbe fare un progetto di valorizzazione territoriale?

«Prima di tutto io vado in un archivio, in una biblioteca, a vedere cosa c’è in quel territorio; ma anche cosa deriva dal passato. Le tradizioni hanno sempre un’origine e un’evoluzione.»

Un esempio per l’Oltrepò?

«C’è l’abitudine di mangiare le acciughe. Ci chiediamo: perché si mangiano le acciughe, qui, dove non c’è il mare? E si scoprono le “Vie del sale’’. Per noi è un esempio di una banalità sconcertante, ma non è così per tutti. Se arriva uno straniero e io gli presento lo stoccafisso, devo essere in grado di spiegargli che anche questo arrivava attraverso le Vie del Sale, o tramite il Po. Io racimolo delle indicazioni, un complesso di situazioni verificatesi nel tempo. Questo mi dà l’idea di quello che fino a qualche anno fa veniva definito “genius loci’’: ciò che trovo lì e soltanto lì.»

Non sono sicuro di aver ancora capito dove sia nascosto il genius loci dell’Oltrepò...

«L’Oltrepò è stato un luogo di contaminazione per secoli. Pensiamo alla cucina tipica: il piatto che si mangia solo in Oltrepò non c’è. Ma non è un male: è un bene. La bellezza da raccontare nella narrazione dell’Oltrepò è che si tratta di un luogo frammentato nella storia. Qui puoi trovare la cucina di ascendenza piemontese e quella di ascendenza piacentina, a distanza di poche decine di chilometri. Ora, è una negatività tutto questo? Dal mio punto di vista è una positività. Certo, è molto più difficile comunicare un territorio che ha come genius loci il fatto di non avere un genius loci, o di averne talmente tanti da creare una storia densa.»

Una parola è d’obbligo sulla candidatura del vino dell’Oltrepò come patrimonio mondiale dell’Unesco, avanzata di recente dal Comune di Stradella.

«Io non ho visto il dossier, per cui parlo magari più per la mia esperienza, ovvero per l’aver seguito per conto del circolo Il Marchese del Monferrato la candidatura di Langhe, Roero e Monferrato negli ultimi anni. Tenendo in considerazione la mia esperienza, e l’aver visto, pur non lavorandoci direttamente, anche la candidatura del Prosecco, devo dire che negli altri casi la candidatura non era partita con riferimento al vino, ma al paesaggio. Per quanto ne so io, il riconoscimento va a un patrimonio materiale o immateriale che sia a rischio.»

E dire che l’Oltrepò lo avrebbe, un patrimonio immateriale unico da salvaguardare: la tradizione musicale e soprattutto le danze tradizionali delle Quattro Province. Quelle, sì, che rischiano di scomparire.

«Nel 2015 in una riunione ho detto che dal mio punto di vista, eventualmente, possono essere due gli aspetti su cui concentrarsi. Una è proprio questa, il patrimonio musicale dell’Appennino lombardo/ligure/piacentino. Mentre nell’ambito del vino, in assenza di notizie su questa candidatura, io faccio solo una riflessione. Il vino dell’Oltrepò è prodotto da sempre, almeno dall’epoca del solito Strabone che viene spesso citato. Però c’è un aspetto particolare, secondo me importante, che è la viticultura di alta collina. Che storicamente c’era, e che adesso sta tornando in forza dei cambiamenti climatici.»

Viticultura tradizionale, completamente perduta? Cambiato paesaggio negli ultimi 40 anni... prima impianti di produzione, una volta vigneti...

«L’anno scorso ho pubblicato una favola, “La vigna vecchia e la vigna nuova’’, che tratta proprio questo argomento. È vero che le vigne spettinate in Oltrepò sono sempre meno numerose: sono sempre più pettinate, anche troppo. Dal punto di vista paesaggistico ed evocativo la vigna perfetta non è bella rispetto alla vigna spettinata, che è la fotografia dell’equilibrio fra l’uomo e l’ambiente. Un connubio uomo-natura si vede nel momento in cui l’utilizzo della campagna a fini di coltivazione per la vendita e il commercio è in equilibrio con la natura. Un mio amico antropologo che lavora all’Università Bicocca ha scritto in un libro, “La diversità delle acque’’, un riferimento all’Oltrepò Pavese, ed è questo: prima di franare i terreni sono franate le persone, sono scese a valle, sono andate in città. Solo di conseguenza sono poi franati i terreni: perché non c’era più nessuno che li curava. Questa secondo me è una grossissima verità.»

di Pier Luigi Feltri

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