Domenica, 15 Dicembre 2019

OLTREPÒ PAVESE - ENRICO MATTEI E LA “FRITÀ RUGNUSA” di Giuliano Cereghini

Enrico Mattei nasce ad Acqualagna in provincia di Pesaro-Urbino il 29 Aprile 1906 da una modesta famiglia: suo padre era Maresciallo dei Regi Carabinieri, sua madre una brava casalinga. Ragioniere, a vent’anni inizia la carriera dirigenziale in una piccola azienda nella quale aveva lavorato come operaio. Andava molto fiero di questo suo passato di studente lavoratore che raccontava spesso; successivamente si trasferisce a Milano quale agente di commercio di una primaria azienda nel settore chimico e vernici.

A trent’anni avvia con successo una propria attività nel settore diventando fornitore ufficiale delle forze armate. Italo Pietra scrive che Mattei era già presente in campo industriale quale titolare negli anni trenta, di una piccola attività chimica in Dergnano e, nel 1936 dopo i primi guadagni, “può fare un bel salto in alto arrivando a disporre con due soci Alfieri e Noli di una riserva di caccia nell’Oltrepò Pavese”  a Sant’Eusebio. In realtà come afferma Fabrizio Bernini nel bel libro “Nel sangue fino alle ginocchia” per la collana La guerra civile nell’Oltrepò Pavese: “la riserva era posta nell’area di Zuccarello ed il primo originario titolare era il vogherese Amedeo Perduca che successivamente ne condivise per molti anni la gestione con Enrico Sgorbini, Mattei ed Alfieri.

Lo stesso Mattei, dopo l’8 Settembre 1943, sventata dai fascisti a Mantelica suo paese d’origine, la costituzione di una banda di ribelli da lui organizzata, prima di stabilirsi a Milano farà ritorno in quella che gli doveva sembrare una località ancora tranquilla, la valle Ardivestra, dando vita ad una nuova banda di ribelli.

Mentre organizza, esplora e concerta con il fido Sgorbini la cospirazione, una sera mentre si chiacchiera attorno ad una stufa, qualcuno bussa forte, è Alfieri comandante della Sicherheits di Voghera ed una delle colonne della riserva di caccia degli anni trenta. I ricordi delle vecchie sortite di caccia durano ben poco, la conversazione si avvia fatalmente sulle cose di guerra e Mattei si sente mancare la terra sotto i piedi, udendo le parole dell’amico di un tempo e decide di partire l’indomani per Milano”.

Così Fabrizio Bernini nel citato testo; mio padre e mio cugino Enrico Sgorbini mi raccontarono che il Colonnello Alfieri, del Fascio repubblicano di Casteggio, in nome della vecchia amicizia, non aveva arrestato Mattei ma gli aveva freddamente intimato non solo di stare lontano dalla politica e dalle bande partigiane, ma di allontanarsi da Voghera e dintorni e non farvi più ritorno; in caso contrario avrebbe dimenticato i bei giorni trascorsi e l’avrebbe arrestato. Il partigiano Mattei, col nome di battaglia di Marconi, torna nelle Marche dove per lui l’aria è irrespirabile, si rifugia a Milano dove entra in contatto con Luigi Longo che lo convince a far ritorno in clandestinità in Oltrepò al comando di una formazione partigiana ivi operante.

Rimarrà per otto mesi, prima della liberazione, in valle Ardivestra, di cui sei nascosto nel solaio della casa di Enrico Sgorbini in Sant’Eusebio. Il grande dirigente pubblico non scordò mai quel periodo trascorso in un vecchio solaio raggiungibile solo con la scala della cascina ed i genitori di Enrico, Giacomo e Caterina Vezza. Non dimenticò mai queste splendide persone che rischiarono letteralmente la vita, per dare assistenza all’amico del figlio in un momento storico drammatico ed inesorabile: due volte all’anno, anche quando era diventato il personaggio più potente in Italia, risaliva la piccola valle per abbracciare “la sò Catârìna e al sò Jàcâm” come li chiamava in dialetto. Zia Caterina era un’arzilla vecchietta tutta sorrisi, moine e bon ton che aveva imparato in una casa di benestanti di Pavia dove aveva lavorato da giovane. Era letteralmente innamorata del suo ingegnere che la ricambiava e la sgridava perché da lei voleva essere chiamato semplicemente Enrico come in tempo di guerra e non onorevole o ingegnere. Lo zio Giacomo era invece l’esatto contrario della moglie: tanto lei era moine e bon ton, quanto lui  riservatezza e calma. Era un omone gigantesco e con una forza spaventosa; io stesso lo vidi spostare da solo, dei sacchi di frumento appena trebbiato di oltre un quintale, senza particolare sforzo all’alba degli ottant’anni. Si narra che una mattina venne chiamato ad aiutare un medico che, per assistere una partoriente di casa Ardivestra, aveva soggiornato tutta la notte presso la paziente. L’unico guado era ingrossato improvvisamente per il temporale ‘tropicale’ abbattutosi nella notte; non essendovi ponti che collegassero le due rive del torrente, il medico, stanco ed assonnato, si era avventurato nel guado con un carrettino trainato da un asinello.

A metà guado la povera bestia non riusciva più ad avanzare nelle acque melmose e travolgenti, mentre l’uomo a cassetta, chiedeva aiuto impaurito dall’acqua turbinosa. Lo zio Jàcâm passava da quelle bande con i buoi e venne invitato a rimorchiare il povero asinello sfruttando la forza dei suoi animali. Dopo essersi avvicinato al carretto nella corrente del torrentello, mentre spiegava al “siùr dutùr” (signor dottore) che i suoi buoi avevano paura dell’acqua turbinosa ma lui non ne aveva, cinturò con un braccio il povero asinello che era immerso nell’acqua e fango, lo sollevò e quindi, sorridendo ed invitando il medico a “tentatàc e stà tranquìl che ghè chì Jàcâm” ad aggrapparsi al mezzo e stare tranquillo che ci pensava lui a portarlo all’asciutto, trascinò carretto, asino e dottore sulla riva opposta. Grande zio! condannato dal figlio ad accudire i cani che lasciava in cascina, lui che li odiava da quando, per ben due volte, l’avevano fatto cadere. La prima tantissimo tempo prima quando, cacciatore, stava tornando a casa in bicicletta con una cagnolina al guinzaglio ed improvvisamente un gatto attraversò la strada. La cagnolina aveva inseguito il felino, causando la rovinosa caduta dello zio con tre costole fratturate in più punti.

Dopo tanti anni raccontandola, si appoggiava la mano sul petto e con una smorfia ricordando il lancinante dolore, inveiva bonariamente contro tutti i cani che “sono male bestie, altro che i migliori amici dell’uomo”. Per tantissimi anni non volle più avere nulla a che fare con i cani se non che, una sera tornando a casa, scoprì che il figlio gli aveva lasciato un cane da caccia alla catena sotto il portico. Mugugnando fu convinto dalla zia a portargli il cibo ma dopo qualche mese successe l’irreparabile: stante i rapporti un po’ tesi tra i due, il cane impaurito aggirò con la catena  l’uomo  facendolo andare a gambe all’aria.

Lo zio giurò che da quel giorno avrebbe avvicinato i cani, che purtroppo Enrico continuava a lasciare a S. Eusebio, con un sistema tutto suo: in una mano la ciotola del cibo e nell’altra “al bàsär” un nodoso e robusto bastone a bilanciere che serviva alle donne per trasportare in equilibrio due secchi d’acqua o due mastelli sistemati alle estremità. A lui serviva per bastonare qualsiasi animale si avvicinasse mentre li nutriva; parcamente per la verità in quanto, secondo lui, quella data ai cani era tutta roba buttata. Alle lamentele del figlio o degli amici per la scheletrica magrezza dei cani lui, subdolamente, afferrava la ciotola e la porgeva all’animale ma il cane non l’avvicinava per paura del famoso bàsär tenuto dallo zio dietro la schiena. Ciò faceva concludere all’arzillo vecchietto che non aveva fame: toglieva la ciotola concludendo sottovoce “l’è l’aria ad Santisöbi che àc fà mà, l’è tròpa àlta!” - è l’aria di S. Eusebio che gli fa male, è troppo alta -, sperando così di liberarsi dei cani ed anche dei padroni. Era una bellissima giornata di Dicembre, come sanno essere le belle giornate d’inverno in Oltrepò, quando il tepore del sole vorrebbe esplodere e non può, la brezza  ti accarezza il volto senza infastidire e il tranquillo gorgogliare delle grondaie cariche di neve, ti regala momenti impagabili di calma e di serenità.

Ero a casa per le vacanze di Natale e fui felice di recarmi dagli anziani zii per salutarli e sopportarli in qualche necessità. Mi accolsero come sempre, invitandomi in casa ed offrendomi la loro cordiale ospitalità. Mentre mi stavano chiedendo degli studi, udimmo delle auto fermarsi nel cortile davanti casa: erano tre, lunghe, nere ed imponenti, dalla seconda scese l’onorevole Mattei che corse incontro a zia Caterina abbracciandola e stringendola forte al petto. La sollevò da terra, salutò poi lo zio chiedendogli se era ancora allergico ai cani ed infine tese la mano anche a me quattordicenne chiedendo alla zia chi fossi . “L’è al fiö ad Mìliu, ingegnere, l’è brav e u stùdia ä Pavia”, rispose lei - è il figlio di mio nipote Emilio, ingegnere, è bravo e studia a Pavia. E Lui, battendomi amichevoli pacchette sulla spalla, “bravo, cerca di diplomarti in fretta che io ho bisogno di giovani geometri”. Tutto questo era avvenuto sulla porta di casa, il grande uomo entrò, si sedette vicino alla stufa che lo zio chiamava “rà mòra” forse per il colore, con la zia in piedi che non sapeva cosa offrire ad una personalità così importante che due volte all’anno si disturbava per far visita di cortesia a due poveri vecchi. Mattei la redarguì pregandola di chiamarlo Enrico come quando lo avvertiva dall’abbaino che la cena era pronta, di calare la cestina con la cordicella per il recapito del prezioso contenuto. Si alzava di tanto in tanto ad abbracciarla commuovendo la vecchina sino alle lacrime; a Jàcâm invece toccava le grandi mani ricordando alla scorta presente, le fantastiche azioni di forza dell’uomo ma anche la sua estrema bontà e semplicità. Il suo segretario particolare, che lo seguiva come un’ombra tenendo un borsettina nera tra le mani, ricordava al grande uomo che erano di fretta perché a Milano un aereo li stava aspettando per partire destinazione Persia dove, l’indomani, il grande manager avrebbe incontrato lo Scià.

Mattei lo zittiva con la mano e dopo un’oretta si alzò per congedarsi dai suoi vecchietti, come li chiamava. Si rivolse a Caterina e, prima di accomiatarsi, le disse. “cosa prepari questa sera a Giacomo per cena?” e lei di rimando “non ho in casa nulla, gli farò una frittata”. E lui “la  frità rugnùsa che mi facevi in tempo di guerra”? La zia rimase un attimo pensierosa e quindi di botto “se faccio la frità rugnùsa ne mangia un pezzetto con Jàcam anche lei”? L’Onorevole la guardò fissa negli occhi, guardò il segretario che si agitava come morso da una tarantola e gli chiese calmo “di chi è l’aereo che mi aspetta a Fiumicino”? “Il Suo eccellenza” rispose l’imbarazzato segretario “se è il mio aspetta” sentenziò chiudendo il discorso. La zia che non aveva il salame per fare la famosa frittata, mi invitò a recarmi in tutta fretta da mio padre per procurarne uno. Volai e di ritorno, tagliai cinque o sei fettine spesse per la zia che aveva già preparato, uova, formaggio grana e la larga padella sulla stufa con un goccio d’olio. Invitato dallo zio Giacomo, continuai a tagliare il salame “û gà una bèla man” - ha un buona mano -, diceva mentre Mattei in piedi cercava il pane che trovò al solito posto nella madia.

Si occupò Lui stesso di tagliarlo e prima di iniziare a mangiare pane e salame, in attesa della frittata, ne offrì al segretario ed a tutti gli uomini della scorta dentro e fuori casa sorridendo beato. Rivolto all’impaziente collaboratore che agitava vieppiù man mano che il tempo passava, “questa è la vita ricòrdalo, il resto sono solo seccature”. La zia aveva tagliato a piccoli dadini le fette di salame, le aveva mescolate alle dieci uova che aveva in casa, al parmigiano e le aveva ben sbattute in una piccola casseruola. Quando ritenne che l’olio al quale aveva aggiunto uno spicchio d’aglio poi tolto, fosse alla giusta temperatura, versò il composto tra uno sfrigolio ed un immediato profumo di cose buone. Mattei mangiava pane e salame, beveva del vino rosso da un bottiglione che lo zio aveva procurato dalla cantina, assisteva alle operazioni di cucina della cuoca con l’eccitazione a stento trattenuta di un bambino. La zia servì la frittata rugnùsa, così veniva definita la frittata con il salame dalla nostra amabile cuoca, su un grande tagliere di legno, provvedendo come d’abitudine a tagliarla con una randellina altrimenti usata per i ravioli e servendola calda ai commensali. Guardavo l’uomo forse più potente d’Italia mangiare pane e frittata con gusto e godere di un’armonia che forse non gli apparteneva più da quei lontani anni, mi guardò a sua volta incrociando il mio sguardo e mi fece l’occhiolino di nascosto. 

Dopo poco l’incanto finì, il segretario trionfante accompagnò quasi trascinandolo alla porta Mattei che non finiva di ringraziare e abbracciare la sua Caterina e il suo Jàcâm, di esserci, di avergli salvato la vita e di avergli fatto vivere momenti come quello appena trascorso, meravigliosi ed impagabili nella loro semplicità. Questo era l’uomo. Non lo vidi più e forse lo videro per l’ultima volta anche gli zii. Gli artigli delle Sette Sorelle lo rapirono a noi e agli Italiani tutti, la notte del 27 Ottobre del 1962, provocando un incidente aereo sul cielo di Bascapè - volo Catania-Milano - a pochi minuti dall’atterraggio a Linate e a pochi minuti dal Suo Oltrepò, dalla sua riserva di caccia e dalla frità rugnùsa ad Catârina e Jàcâm.

di Giuliano Cereghini

  1. Primo piano
  2. Popolari