Martedì, 21 Gennaio 2020

OLTREPÒ PAVESE – BRONI - ALLA RISCOPERTA E VALORIZZAZIONE DELLA CULTURA POPOLARE : “NON ABBIAMO SPONSOR O MEGLIO NE ABBIAMO UNO CHE NON SMETTE MAI DI SOSTENERCI E DI SORPRENDERCI: IL NOSTRO PUBBLICO”

La Compagnia Dialettale dell’Oratorio di Broni nasce il 5 gennaio del 1993, data del suo primo spettacolo. Si era in prossimità delle feste natalizie e dovendo allestire in oratorio uno spettacolo in occasione dell’Epifania si decise di chiedere aiuto a Lasarat, (al secolo Mario Salvaneschi) il quale, con grande entusiasmo, si mise a capo di un gruppetto di giovani e li aiutò a mettere in scena la pièce dal titolo “Il Capellone”. La prima si tenne in un teatro gremito in ogni ordine di posto e fu un successo straordinario ed inaspettato. Tutti credevano però che l’esperienza teatrale finisse lì… ma, quasi per caso, dopo pochi giorni arrivò da Don Valentino Arpesella, parroco di Pietra de’ Giorgi, l’invito per uno spettacolo in occasione della festa patronale di Sant’Antonio e il 17 gennaio la compagnia, guidata da Lasarat, recitò nell’ossario adiacente alla Chiesa parrocchiale. L’accoglienza della gente di Pietra de’ Giorgi, in quella serata gelida e densa di una fittissima nebbia, fu di un calore indimenticabile. Era il primo di una lunghissima serie di spettacoli rappresentati in tanti paesi dell’Oltrepò e della provincia di Pavia. Negli ultimi anni la Compagnia ha scelto di limitare le proprie rappresentazioni all’ambiente teatrale, in quanto gli allestimenti scenici sono andati di anno in anno facendosi più complessi e quindi di difficile adattamento a strutture diverse dal teatro. In preparazione il prossimo spettacolo, che andrà in scena a Dicembre 2019, dal titolo “Ponta chi un’altra cadrega”, rivisitazione in salsa bronese del musical “Aggiungi un posto a tavola”.

Marco Rezzani, Presidente dell’Associazione Amici del Teatro Carbonetti, è uno dei fondatori della Compagnia Dialettale, gruppo che oggi è formato da 35 appassionati, tra attori e tecnici, di cui una dozzina sono ragazzi dagli 8 ai 12 anni, le nuove leve. Lo stile cui la Compagnia si rifà è quello del teatro di rivista con canzoni e musiche eseguite dal vivo e negli ultimi anni il gruppo si è cimentato con grandi capolavori della letteratura adattati al vernacolo e al contesto cittadino, in un percorso innovativo con cui la compagnia vuole dimostrare come il dialetto sia lingua viva e versatile. La compagnia, nel solco di una tradizione nata a Broni negli anni trenta, si pone come luogo di riscoperta e valorizzazione della cultura popolare, di quella storia “piccola”, che non comparirà sui libri di scuola, ma che è quella più vera ed autentica.

Rezzani, come è nata la Compagnia Dialettale dell’Oratorio di Broni? Coltivate la vostra amicizia anche al di fuori del teatro?

«Ci siamo conosciuti all’oratorio che molti di noi frequentavano. La Compagnia è prima di tutto una bella storia di amicizia condivisa anche al di fuori del teatro. E l’oratorio è stato il luogo cuore di tutto. E lo è ancora. Negli anni in molti si sono avvicinati alla Compagnia che è sempre voluta rimanere parte integrante dell’attività della Parrocchia e dell’oratorio».

Qual è il vostro background artistico e di studio?

«Direi che non si può parlare di un particolare background artistico. Siamo cresciuti nel solco della grande tradizione di teatro in vernacolo che è patrimonio di Broni, sin dagli anni trenta. E poi abbiamo avuto un grande maestro: Lasarat, al secolo Mario Salvaneschi, che da subito ha creduto in questa esperienza e che ci ha sempre sostenuti con affetto. Lasarat è senza dubbio uno dei più grandi attori di teatro dialettale. Senza di lui nulla avremmo potuto fare e nulla potremmo fare. I percorsi professionali e di studio dei membri del gruppo sono davvero diversissimi. Ognuno porta la sua esperienza di cultura e di vita».

Quali sono i requisiti necessari per entrare a far parte della Compagnia Dialettale?

«Assolutamente non sono richiesti requisiti particolari, né tantomeno “provini” di ammissione. Una sola cosa è richiesta: la passione per il teatro e per il dialetto che è espressione di cultura, di amore per la propria terra e per le proprie radici, senza le quali non pensiamo di poter avere futuro. E poi la voglia di stare insieme, perché in tutti questi anni la Compagnia è stata ed è un luogo di socializzazione, di incontro, di relazione».

Tra gli attori della vostra Compagnia anche tanti bambini. Come siete riusciti ad avvicinarli a questo mondo?

«Quello dei bambini, me lo lasci dire, è il capitolo più bello. Infatti, da qualche anno, sono entrati a far parte della compagnia undici bambini e ragazzi, dagli otto ai tredici anni: sono bravissimi, hanno imparato il dialetto con qualche iniziale difficoltà. La “u” lombarda, la “o” chiusa, tipicamente bronese, l’uso di parole nate qui, con suoni che rimandano alla parlata longobarda e al tedesco portato da antichi occupanti, non sono loro abituali! Non lo è neppure per gli adulti, onestamente, perché si deve risalire al modo di esprimersi dei nostri bisnonni, agli scritti di Dominione e di Cremaschi e tanto tempo è ormai passato: la lingua si è trasformata. I nostri giovanissimi attori, che il pubblico ha imparato a conoscere ed apprezzare, rappresentano uno sguardo proiettato verso il futuro. Ci preme soprattutto sottolineare il loro “stare insieme” in amicizia, questa è una bella testimonianza per tutta la comunità bronese. Mi permetta di citare i loro nomi perché lo meritano: Alessandro Bardoni, Maria Bardoni, Chiara Bonini, Elisa Brambilla, Sofia Brambilla, Giacomo Cavanna, Sofia Cavanna, Giacomo De Alberti, Vittoria Nervi, Andrea Rezzani, Eleonora Zucconi».

Recitare in dialetto: come lo avete imparato? Studio o semplicemente una tradizione ben tramandata in famiglia?

«Non abbiamo compiuto studi particolari. C’è chi lo parla in casa, magari tra amici e chi pian piano lo ha perfezionato».

Dove prendete ispirazione per i vostri personaggi?

«è la vita di ogni giorno, di questa nostra terra così bella e ricca. Vizi e virtù che accomunano tutti. Dall’anno della sua fondazione la Compagnia ha sempre proposto un nuovo lavoro: dopo “Il Capellone”, nel 1994 è stata la volta di “Ragò ad pel d’inguri”, nel 1995 di “L’è no sempar festa”, nel 1996 di “Sarac & Champagne”, nel 1997 di “Sum furtunà me i can in cesa”, nel 1998 di “As l’è no supa, l’è pan bagnà”, nel 1999 di “L’ha fat un ov fora dla cavagna”, nel 2002 di “Al malà dal pugnatei”, nel 2003 di “Avanti Savoia”, nel 2004-2005 di “Al pais di du campanei”, nel 2006 della “Locandiera, bellezza d’Oltrepò”, nel 2007 della “Bisbetica Domata”, nel 2008 de “I Promessi Sposi”, nel 2009 de “I tre o quattro moschettieri”, nel 2010 delle “Smanie per la villeggiatura  e ritorno”, nel 2011 de “Il mistero di Ulisse: da Itaca a Broni”, nel 2012 de “Al ladar simpatic” e nel 2013 “Donzella al balcone tra sogno e illusione”. Nel 2014 la “Vedova Allegra” è diventata “Una vidua da spusà in un mond dasbirulà”. Nel 2015 è stata la volta di un remake della “Locandiera, bellezza bronese”, mentre nel 2016 Peppone e Don Camillo di casa nostra sono stati protagonisti di “Un previ un po’ special, mei perdal che trual”. Nel 2017 le vicende di Bertoldo hanno preso la scena con “Brut me la not, furb me un gat” e nel 2018 il protagonista è stato Gulliver con “Un piccolo uomo con grandi sogni”, nel 2019 “Ponta chi un’altra cadrega”, rivisitazione in salsa bronese del musical “Aggiungi un posto a tavola”. E nel 2020 sarà la volta di “Mary Poppins”!».

Dove si svolgono le prove, e dove vi esibite?

«Le prove si svolgono nel teatro dell’oratorio, una bella struttura capace di contenere 300 persone. Per quanto riguarda le rappresentazioni, la prima si svolge nel teatro dell’oratorio, ma ci esibiamo anche al teatro Carbonetti, il teatro della città. Negli ultimi anni la Compagnia ha scelto di limitare le proprie rappresentazioni all’ambiente teatrale, in quanto gli allestimenti scenici sono andati di anno in anno facendosi più complessi e quindi di difficile adattamento a strutture diverse dal teatro».

La compagnia è formata da attori che sono quelli che vediamo sul palco ma chi lavora dietro le quinte? Costumi scenografia e via dicendo…

«Il lavoro dietro alle quinte è altrettanto importante, addirittura lo è forse di più di quello degli attori. C’è chi realizza i costumi a mano, chi cura le scenografie (il maestro Augusto Corbellini da Broni), i tecnici di scena. Tutti volontari, come gli attori peraltro. Uomini e donne che dedicano parte del loro tempo alla comunità».

Quanto tempo occorre per mettere in scena uno spettacolo?

«Di solito alla fine dell’anno ci si ritrova per una prima lettura del copione. Con l’inizio del nuovo anno, all’incirca una volta a settimana, si svolgono le prove. A maggio le prime rappresentazioni, poi in autunno eventuali repliche. Quindi per mettere in scena uno spettacolo ci vogliono all’incirca sei mesi. Senza dimenticare però il grande e impegnativo lavoro di scrittura del testo che è svolto dalla nostra regista Milena Sacchi».

Prendete spunto per le vostre rivisitazioni da qualche “personaggio” di Broni?

«In tutte le nostre riviste c’è sempre un forte richiamo al locale. Innanzitutto alle vie, ai quartieri, alle frazioni del nostro paese. E poi anche a qualche personaggio… può essere il sacrista, il vigile, il sindaco, qualche figura particolare di Broni… Sempre nello stile della satira bonaria e affettuosa che ci contraddistingue».

L’amministrazione comunale ha dimostrato in questi anni, di puntare molto sulla cultura. Qual è la vostra esperienza?

«L’Amministrazione comunale da sempre ci sostiene in modo convinto e sincero. E, a testimonianza di questa vicinanza, nel 2014 la Compagnia è stata insignita della benemerenza civica di San Contardo per il suo ultra ventennale ruolo culturale e sociale a servizio della città e per aver tenuto in vita la tradizione teatrale. è per noi motivo di orgoglio.

Economicamente come vi sostenete?

«Non abbiamo sponsor o meglio ne abbiamo uno che non smette mai di sostenerci e di sorprenderci: il nostro pubblico. La Compagnia si finanzia con le offerte che il pubblico fa all’ingresso quando viene ad assistere agli spettacoli e poi l’attività della Compagnia rientra tra quelle della Parrocchia di Broni che, in base alle necessità, provvede alle piccole spese che di volta in volta si presentano».

  di Federica Croce

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