Mercoledì, 08 Aprile 2020

OLTREPÒ PAVESE – ROVESCALA - IL CASTELLO DOVE FU VENDUTO IL PRIMO VINO D’OLTREPÒ

Arrivando da Viale Frascati, il Castello di Rovescala colpisce immediatamente per la sua imponenza e si rimane tentati a farvi una visita. Purtroppo però questo non è possibile, in quanto l’attuale struttura seicentesca  non è aperta al pubblico per il turista occasionale, ma solo per eventi speciali. La villa e il suo complesso sorgono su quelle che erano le fondamenta dell’antico fortilizio medievale, distrutto più volte dai piacentini (come tutti i castelli della Valversa) tra il 1215 e il 1220 e ancora, una volta riedificato, nel 1290. Dal 1415 il feudo venne concesso a Galeazzo Sforza, il quale lo succedette al casato dei Pecorara, che ne rimasero titolari fino al 1786. Successivamente la proprietà passò a diverse famiglie, tra le quali i Valle e i Beretta fino ad arrivare agli attuali Perego. Del castello originario rimane solo la torre risalente al ripristino operato nel 1371 da Galeazzo Visconti, interamente coperta da intonaco. All’interno della villa seicentesca, costruita dai Pecorara nel XVIII secolo nel perimetro del castello originario, sono presenti grandi stanze affrescate con opere di Giovanni Angelo Borroni (1684-1772) ancora in ottimo stato di conservazione. Abbiamo intervistato Giorgio Perego, titolare dell’”Azienda Agricola Perego & Perego”, la cui famiglia è l’attuale proprietaria della struttura.

Perego, quando la vostra famiglia è entrata in possesso del Castello di Rovescala?

«Il castello è stato ereditato da mia madre nel 1996 e prima apparteneva a mio zio, deceduto in quell’anno, che ne era diventato proprietario nel dopoguerra. Quindi sono almeno 70 anni che è di proprietà della nostra famiglia».

Perego non è un cognome tipico dell’Oltrepò...

«Perego è un cognome originario della zona di Lecco ed è una delle famiglie più antiche della Lombardia. Mia mamma è originaria di Rovescala, ma ha sempre vissuto a Milano dove insegnava. Anch’io sono nato e cresciuto in città ma nel 2001 mi sono trasferito in Oltrepò riaprendo l’azienda agricola del mio bisnonno».

Vi siete sempre occupati di viticultura?

«Ho iniziato nel 2001 appunto, con poco meno di un ettaro di terreno per poi arrivare agli attuali dodici, di cui sette vitati e due e mezzo con noccioleti piantati nel 2016».

La struttura è sempre stato funzionante?

«Il castello è sempre stato abitato e la cantina è stata funzionante fino ad una ventina di anni fa, in quanto era stata affittata a terzi per la vinificazione, ma attualmente è dismessa. Io produco vino in una struttura situata sempre a Rovescala, a pochi metri dal castello. Si tratta di una cantina di fine ‘700 completamente ristrutturata a cui è stata aggiunta una parte più moderna. Spero in un prossimo futuro di riuscire a rimettere in utilizzo la cantina del castello, non tanto per la vinificazione ma solo per l’invecchiamento dei vini in botte».

Il Castello di Rovescala è custode di una testimonianza importante per la storia dell’enologia oltrepadana e italiana. Per quale motivo?

«Parte dell’importanza storica di Rovescala è contenuta in un atto datato 22 marzo 1192 in cui il Conte Anselmo, signore di Rovescala, vende a dei “forestieri” provenienti dal nord alcuni congi (congio, unità di misura romana equivalente a  3,283 l ,ndr) di vino, specificando “della miglior qualità”, prodotto nelle cantine del castello. Si tratta di uno dei primissimi documenti che attestano una vendita di vino dell’Oltrepò, che fino ad allora era prodotto in gran parte per uso personale e non commerciale».

è rimasta ancora qualche testimonianza enologica tangibile quel periodo storico?

«Nelle cantine del castello c’era fino a poco tempo fa uno dei più antichi torchi risalenti a quell’epoca, con il  basamento costituito da una grossa rovere tagliata. La pietra usata per pressare è ancora visibile qui in castello, mentre il basamento è custodito alla Certosa di Pavia.Per quanto riguarda invece il territorio di Rovescala in passato erano stati fatti degli scavi archeologici nel fondo valle, dove sono stati rinvenuti strumenti utilizzati per produrre vino già nell’epoca romana. Di questi la scoperta più interessante riguarda un pentolino che fungeva da unità di misura per la miscelazione del garum, che era una sorta di poltiglia prodotta all’epoca romana con interiora di pesce e vino. In base alla qualità con il quale veniva costruito questo utensile si può sapere a chi era destinato il garum miscelato: quello rinvenuto qui a Rovescala era in argento, quindi il garum era destinato ad un nobile edi conseguenza si può affermare che il vino prodotto qui era uno dei migliori in assoluto. Ci sono poi anche documenti che attestano che qui già all’epoca romana la vite cresceva autoctona qui a Rovescala».

Avete dovuto sopportare elevati costi di ristrutturazione per rendere visitabile il castello?

«Il castello si trova in stato di conservazione originale e lo stiamo ristrutturando poco per volta. Ci sono stati movimenti di assestamento negli anni scorsi che hanno causato qualche danno. Nel corso del prossimo anno faremo  innanzitutto degli interventi di carattere strutturale, per stabilizzarlo meglio. Successivamente ci concentreremo sul recupero della cantina».

Organizzate visite guidate presso la vostra struttura?

«Al momento il castello viene utilizzato come locale degustazione dell’azienda. Non è aperto al pubblico ma su richiesta effettuiamo visite scolastiche e istituzionali. Lo scorso marzo, durante la “Primavera dei Vini”, abbiamo avuto come ospiti l’allora Ministro dell’Agricoltura Gian Marco Centinaio e l’Assessore Regionale al Turismo Lara Magoni».

Fate già rete con altre strutture simili o fate parte di qualche associazione?

«No, come castello non facciamo parte di nessuna associazione».

La vostra azienda produce vini bio e vegan. Quando avete iniziato questo tipo di produzione?

«La nostra azienda è associata alla Fivi, Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti, e a Vinnatur. Nel 2001 abbiamo iniziato con vini più convenzionali, ma sempre di qualità con la pratica della lotta integrata. Nel 2011 abbiamo deciso di concentrare la produzione su un settore più di nicchia, quello dei vini vegan e senza solfiti aggiunti, rispettando il disciplinare di produzione di Vinnatur. Bisogna avere pochi accorgimenti ma nei momenti giusti: non servono né chimica né pratiche invasive, ma solo sapere cosa si sta facendo perché è molto più complesso che vinificare dei vini convenzionali».

I vostri vini li definireste quindi “naturali”?

«Il termine “vini naturali” è ormai inflazionato e spesso utilizzato in modo errato: il disciplinare Vinnatur stabilisce che in vigna non si possa utilizzare nulla di chimico, solo rame e zolfo in quantità minime; in trasformazione viene solo ammessa 30mg\l di solforosa per i rossi e 50mg\l per i rossi, vietando chiarifiche, filtraggi sotto i 50 micron e pratiche fisiche invasive. Il principio ispiratore sin dai primi anni di vinificazione è stato quello di creare un’azienda che producesse solo prodotti di qualità elevata, non di fare del vino qualsiasi. Da allora stiamo lavorando in quella direzione…».

Tornando al turismo, come vedreste un circuito di promozione dei castelli e delle dimore storiche dell’Oltrepò Pavese?

«Io sono decisamente favorevole per un’iniziativa del genere: queste strutture vanno valorizzate e per fare ciò la gente deve essere spinta a visitarle. Una cosa che manca secondo me all’Oltrepò, che invece esiste in tantissime altre zone d’Italia, è la capacità di far venire il turista qui da noi, in campagna o in cantina. Incrementando il turismo si incrementa anche il valore dei terreni, degli immobili e delle aziende, sempre se si producono vini di una certa qualità e venduti a prezzi adeguati».

di Manuele Riccardi

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