Mercoledì, 15 Luglio 2020
 

“GIULÊ” E “IL TOSCANO” I MÄRCIÀI DELL’OLTREPÒ.....C’ERA UNA VOLTA L’OLTREPÒ di Giuliano Cereghini

Il merciaio è una di quelle professioni ormai scomparse, sostituite dalla tecnologia e dagli usi e costumi delle persone, radicalmente cambiati nel corso dell’ultimo secolo. Un tempo era uno di quei mestieri  che facevano guadagnare le famose “mille lire al mese”. Uno dei merciai oltrepadano per eccellenza era Giulê si chiamava o meglio tutti chiamavano così, Angelo Gatti da Voghera. In tempi molto lontani si aggirava per la valle Ardivestra e per la valle Staffora con un carretto trainato da un cavallo. Aveva successivamente sostituito il mezzo di locomozione con una bella bicicletta nera ‘Amerio’ con due grosse scatole di legno: l’una fissata sul parafango posteriore e bloccata alla larga sella, l’altra su quello anteriore con ganci metallici al manubrio del mezzo.

I due contenitori non erano piccoli ma ciò che riuscivano a contenere aveva dell’incredibile. “Il magazzino posteriore” era completamente riservato alla merce da vendere mentre quello anteriore era in parte riservato alla merce da cedere ed in parte a quella che il commerciante acquisiva in pagamento, in genere uova di gallina od anatra che molti usavano come merce di scambio. In realtà non era un vero e proprio baratto, che avrebbe semplificato di molto i conti a menti non propriamente aduse a tale esercizio, era una doppia valutazione prima delle uova e poi dei bottoni che si arenava nel quantificare il conguaglio e la direzione dello stesso. Due volte al mese, generalmente lo stesso giorno, ma il cattivo tempo o le strade potevano altrimenti disporre, Giulê partendo da Voghera, risaliva ora la Val Coppa ora la Valle Ardivestra, ora la Val Nizza o la Val Staffora. Per meglio dire i paesi o paesini che si affacciano su queste valli. Giungeva con la fiammante bicicletta alle porte del paese, prima rallentava la già ridotta corsa e quindi si fermava in un cortile. Da questa e dalle altre case sbucavano donne intente alle faccende domestiche senza che il commerciante richiamasse in alcun modo la loro attenzione se non con la sua presenza. Chi cercava bottoni per giacche o camicie, chi un particolare fermaglio dorato smarrito durante l’ultimo ballo, chi passamaneria, altre aghi corti o lunghi, altre ancora filo di seta, di lana o di lino, chi cercava lacci, stringhe, elastici o fettucce colorate.

Qualsiasi prodotto venisse richiesto il venditore o lo possedeva o si impegnava a consegnarlo la volta successiva. Trattava contemporaneamente con tre, quattro donne alla volta ammagliandole con la calma dell’esperto imbonitore e con la sicurezza dei prodotti che proponeva. Quando il pagamento avveniva come ricordato in natura o, per meglio dire, con le uova, iniziava un teatrino tra il commerciante e la contadina a cui partecipava spesso qualche vicina, al fine di complicare la già intricata matassa. Prima si valutavano le uova non trovandosi d’accordo sul prezzo, quindi la merce acquistata dalla donna giudicata eccessivamente cara dalla stessa supportata dalle vicine, e da ultimo, si stabiliva il conguaglio in danaro, non trovando l’accordo su chi dovesse sborsarlo.

L’accordo arrivava spesso per sfinimento delle parti con il vecchio Giulê che se non risultava vincitore, sicuramente non era il perdente. In questa fase gli uomini si tenevano prudentemente lontano dalla contesa e solo quando vedevano rarefarsi e quindi sciogliersi il crocchio delle allegre comari, si avvicinavano all’uomo salutandolo e chiedendogli ora una forbice, ora una piccola tosatrice per capelli da usarsi sul cranio prezioso del pargoletto di casa. Il parrucchiere era un lusso che pochi adulti e in specialissime occasioni potevano permettersi; normalmente gli adulti e sempre i più piccoli o venivano brutalmente tosati da un sarto che, a tempo perso, esercitava anche l’attività di tagliatore di capelli (al cinquanta per cento circa, perché metà li tagliava e metà li strappava letteralmente, attribuendone la colpa alla macchinetta-tosatrice ) oppure provvedeva direttamente il capofamiglia ponendo sul capo del malcapitato una scodella rovesciata e tagliando i capelli che sporgevano dalla stessa: il taglio veniva appunto detto “dlä scûdëla “. Gli uomini confabulavano piacevolmente con l’ambulante chiedendo a volte notizie diverse dalla sua attività, quali il prezzo del bestiame o dei foraggi sul mercato di Voghera o la qualità del vino e del salame nelle diverse valli che Lui attraversava. A tappe successive il merciaio serviva i diversi raggruppamenti di case del paese quindi risaliva in bicicletta e raggiungeva il paese limitrofo oppure tornava a casa se la giornata stava chiudendosi. Altro merciaio conosciuto in valle Ardivestra, era Giulio Del Buono, meglio noto come il Toscano. Abitava a Fortunago con la moglie e, di buon mattino, da lì partiva puntando un paese vicino: le due cassette poste sul parafango posteriore e sul manubrio della bicicletta, contenevano oltre che filati ed affini, sapone, liscivia, qualche maglietta e qualche intimo femminile che preparava la moglie: la raccomandazione del Toscano alla sua Signora, era che fossero rifinite con l’elastico con stampato un uccellino. Ciò dava modo al buon uomo, per altro di costumi molto morigerati, di decantare la propria merce invitando le donne a comprare le mutande con…l’uccellino. Da nonna Ernestina passava non solo per proporre la sua merce, ma anche per acquistare la robiola di latte vaccino, magari barattandola con qualche pezzo di buon sapone marsiglia.

di Giuliano Cereghini 

 
 
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