Lunedì, 16 Dicembre 2019

Il prezzo delle uve è un tema scottante ricorrente in Oltrepò Pavese. è un dato di fatto che negli ultimi 40 anni il potere di acquisto di un quintale di uva sia crollato drasticamente, causando uno stallo nello sviluppo del territorio. Lo si può notare da un semplice calcolo pratico. Prendiamo come riferimento un cingolato di piccole dimensioni:  un Fiat 355C nuovo negli anni ‘70 costava tra 2.500.000 e i 3.500.000 di Lire. Oggi lo si acquista usato ad un prezzo oscillante tra i 3.500 e i 5.000 euro in base alle condizioni. Tramutando il valore in uva, partendo da un massimo di 5.000.000 di lire e dividendolo per un prezzo medio al quintale di 35.000 lire del 1977, bastavano 140 quintali di Pinot Nero per poter acquistare un trattore di piccole dimensioni. Oggi un cingolato nuovo da 75Cv costa 35.000 euro (iva esclusa), con un prezzo medio di Pinot Nero di 59,00€ al quintale. Quindi servono all’incirca 600 quintali di Pinot Nero per poterne acquistare uno. Angelino Mazzocchi, è un agronomo di Cigognola che per diversi anni è stato il tecnico del Centro Assistenza Valle Scuropasso. Ci ha fornito i dati di uno studio effettuato nel 2011 (e aggiornato con le ultime annate) con prezzi medi delle uve Pinot Nero, Riesling e Croatina dal 1973 al 2017, deflazionati.

Mazzocchi, in queste tabelle possiamo vedere i prezzi delle uve Pinot Nero, Riesling Italico e Bonarda, dal 1973 al 2017. Per quale motivo è stato effettuato questo studio?

«Questo studio venne presentato a Canneto Pavese nel giugno 2011, durante un convegno riguardante i costi di produzione nel campo vitivinicolo. I dati erano aggiornati alla vendemmia 2010 e riguardanti esclusivamente il Pinot Nero».

Chi se ne è occupato?

«I dati erano stati raccolti dal Centro Assistenza Valle Scuropasso  insieme al Prof. Gabriele Canali, docente di Economia Agroalimentare all’Università Cattolica di Piacenza».

Dalle tabelle e dai grafici che ci ha fornito possiamo invece vedere tre tipologie di uve: Pinot Nero, Riesling e Croatina (Bonarda DOC).

«Lo studio originariamente prevedeva i prezzi del Pinot Nero DOC fino al 2010, ma poi è stato aggiunto anche il Riesling DOC. Abbiamo aggiunto anche i prezzi riguardanti il Bonarda, grazie ad una ricerca effettuata da mio figlio per una tesi universitaria, elaborando i dati ISMEA. Bisogna però segnalare che i prezzi della tipologia Bonarda, almeno per i primi anni, riguardano una fascia di selezione alta perché la qualità più comune aveva prezzi un po’ più bassi. Certamente sono dati utili per valutare le oscillazioni di mercato. Invece per il Pinot Nero e il Riesling c’era un valore unico varietale».

Vedendo il grafico si nota un elevato picco per tutte e tre le tipologie nel 1979. Si ricorda più precisamente la motivazione di tale innalzamento?

«Si può subito notare che  in sei  anni dal 1973, prima annata presa in considerazione per lo studio, al 1979 i prezzi delle uve Pinot Nero e Riesling si sono quadruplicati, passando da 12.000-15.000 lire al quintale a 54.000 e 80.000 lire. Oggi, deflazionati,  corrisponderebbero a 169,00 e 221,00 euro al quintale. In questi sette anni c’era una richiesta di mercato fortissima che ha portato a questo forte aumento dei prezzi, con picchi tra il 1977 e 1979. Questa spinta era stata data dalle ditte piemontesi che venivano a ritirare il Pinot Nero per produrre metodo classico e Riesling per il metodo Charmat. Negli ultimi anni ci sono state comunque annate particolari in cui le nostre uve erano fortemente richieste. Un esempio recente riguarda l’annata 2017, in cui molte zone vinicole hanno subito grandinate e gelicidi. Anche da noi la produzione era calata del 30-40% ma le nostre uve erano richieste da vinificatori di altre zone per colmare le loro perdite. Eppure non ci sono stati picchi come nel 1977-1979».

Come mai in Oltrepò non funziona la banale “Legge della domanda e dell’offerta”?

«Si può dire che il triennio 1977-1979 è stato un caso più unico che raro, in cui questa legge di mercato ha realmente funzionato come dovrebbe sempre essere. La curva del grafico parla chiaro: ci sono stati sì altri picchi, certamente minori, ma i prezzi anche in caso di siccità o calamità naturali non sono mai aumentati nel modo corretto».

Come mai dal 1979-80 è iniziato il costante crollo dei prezzi? C’è stato qualche fattore scatenante particolare?

«La motivazione è semplice: dal 1980 la Gancia ha smesso di acquistare uve in Oltrepò perché i prezzi delle uve stavano aumentando troppo per i loro piani improntati principalmente sulla quantità. Iniziarono quindi il progetto “Pinot di Pinot” acquistando uve in altre zone meno vocate a prezzi decisamente inferiori».

Però negli anni ’80 lo spumante metodo classico dell’Oltrepò Pavese si vendeva bene e a prezzi non certamente bassi…

«Sì, certo. Lo spumante vinificato qui da noi si riusciva a vendere a buoni prezzi, ma di certo non si è seguito quel trend. Infatti il prezzo medio delle uve è rimasto inferiore ma più stabile per alcuni anni. Negli anni 2000 si denota un appiattimento dei prezzi di tutte e tre le tipologie».

Come mai?

«Qui ci sono varie motivazioni. C’è da prendere in considerazione anche l’introduzione dell’Euro, che ha un po’ scosso le conversioni dei prezzi e destabilizzato il mercato. Il potere d’acquisto legato al prezzo delle uve si è ridotto drasticamente dal 1979 ad oggi. Negli anni ’70, con 80.000 lire si pagavano circa tre giornate di lavoro in campagna: con i prezzi di un quintale di Pinot dei giorni nostri, a volte non si riesce a pagarne una. Questi sono conti alla portata di tutti. Lo sviluppo delle aziende si è così bloccato. A differenza degli anni’70 le aziende di oggi acquistano poche attrezzature nuove, non perché non ne hanno bisogno, ma perché non hanno la liquidità per permetterselo. Chi lo ha fatto recentemente si è avvalso di contributi europei, che sono stati essenziali per poter sviluppare un’azienda e permetterle il  rinnovamento tecnologico. Ora però non tutti lo fanno ancora, perché prima erano contributi in conto capitale e ora contributi in conto interessi. Quindi non ci sono più i vantaggi degli anni 2000».

L’ultimo prezzo massimo di Pinot Nero si è registrato nel 2003. Cosa accadde?

«Il 2003 segna la prima annata in cui Berlucchi ha acquistato uve Pinot Nero da spumantizzare presso un’azienda da lui affittata in Oltrepò. I prezzi del Pinot Nero da noi rilevati riguardano però le uve raccolte normalmente, non in cassetta. Ma questo ha influito comunque sui prezzi medi del Pinot. Il Pinot veniva raccolto in cassette di legno e portato in Piemonte fino al 1967. Dall’annata successiva si è solo raccolto normalmente. C’è stata poi qualche annata particolare richiesta in cassetta da Riccadonna, ma si tratta di pochi casi. Nelle annate successive ci sono stata aziende che pigiavano le loro uve in cassetta, ma il mercato era praticamente nulla. è stato Berlucchi a reinserire questo tipo di raccolta in grande scala sul mercato delle uve».

Dal 2010 possiamo notare un appiattimento delle tre tipologie, su prezzi che corrispondono ai minimi storici. Il 2010 è stato anche la prima annata a non essere pagata dalla storica Cantina La Versa, evento che ha destabilizzato il mercato delle uve in tutto questo decennio. Si tratta di una semplice casualità o i due fattori possono considerarsi “causa ed effetto”?

«Potrebbe anche essere, ma non è detto che i due eventi siano strettamente collegati. Senz’altro è una concausa. Un’altra causa importante riguarda un altro fattore, un po’ difficile da rilevare, ma che certamente ha influito: nel 2008 c’è stata la fusione tra la “Cantina di Casteggio” e l’”Intercomunale di Broni”, che ha creato “Terre d’Oltrepò”. In quell’anno il Pinot Nero valeva ancora 80,00€ al quintale, l’anno successivo 69,00€: questo è stato l’effetto della fusione. Broni pagava prezzi superiori rispetto a Casteggio, ma si è ritrovata a dover ritirare una quantità di uve maggiori che faceva fatica a collocare ad un prezzo importante, dovendo abbassare i prezzi d’acquisto ai soci. Ci terrei però a precisare che a mio parere il primo motivo di questi prezzi bassi sta nel fatto che questa zona non ha più avuto un ruolo importante a livello promozionale».

Come mai secondo lei non si è fatto nulla per arginare questa caduta libera dei prezzi?

«Negli anni ’80 si è cercato di creare un marchio nazionale per gli spumanti italiani, come avviene in Francia e in Spagna. Questo non si è mai realizzato perché non è stato possibile trovare un accordo. All’epoca noi lavoravamo con Cinzano e le iniziative per questo marchio nazionale arrivavano proprio dai piemontesi. L’accordo non si è mai raggiunto perché non c’era una visione d’intenti comune su quali zone geografiche inserire in questa “denominazione”. In quel periodo la Cinzano aveva iniziato ad acquistare Pinot Nero in Veneto, a prezzi più bassi per fare spumanti di valore inferiore, non metodo classico. Nella denominazione si voleva far rientrare anche il Veneto, ma loro erano contrari. Partì così il progetto “Alta Langa – Tradizione Spumante” a cui volevano aggregare l’Oltrepò Pavese. Qui non si ritenne giusto aderire a causa di perplessità sul disciplinare agronomico e alla contrarietà di “La Versa”, che aveva forte potere decisionale, in quanto aveva un proprio marchio forte sul mercato. Da qui ognuno è andato per proprio conto ed è iniziata l’ascesa del Franciacorta con l’arretramento dell’Oltrepò Pavese. Era si stato creato il marchio “Talento”, ma non è mai stato sviluppato e utilizzato a fondo».

Concludendo secondo Lei per aumentare i prezzi, o per lo meno arginarne la caduta, cosa si potrebbe fare? Bisognerebbe migliorare la promozione degli spumanti attraverso un marchio unico oppure sarebbe più opportuno agire sui disciplinari?

«Sicuramente bisognerebbe agire su entrambe le problematiche, ma se non c’è un’azione commerciale comune è anche inutile intervenire sui disciplinari. Sono già stati fatti parecchi tentativi negli anni scorsi che però non hanno ricevuto il giusto seguito. Un esempio su tutti è il Cruasè DOCG nato una decina di anni fa: un bel progetto su cui alla fine nessuno ha investito realmente. Un prodotto non si vende da solo, ma con la giusta spinta commerciale e promozionale».

di Manuele Riccardi

"La Regione Lombardia ha scelto di tornare a produrre il proprio vino o meglio i propri vini. Dove? A Riccagioia, quartier generale del Consorzio. Da quest’anno, nell’ambito del progetto ‘Oltrericcagioia’, un enologo trentenne, Stefano Torre, ha prodotto, utilizzando i vigneti idi Torrazza Coste, in Oltrepò, nella tenuta Riccagioia, di proprietà della Regione, uno ‘Spumante metodo classico’, uno ‘Spumante metodo Martinotti’ da uve di Pinot Nero, un ‘Bianco fermo’, un ‘Rosso Olterpo’, un ‘Pinot nero vinificato in rosso’ e un ‘Passito’.

Un’azione effettuata sotto la regia di ERSAF (Ente Regionale per i Servizi all’Agricoltura e alle Foreste) che ha proposto l’applicazione di un modello di economia circolare e sostenibile. Le operazioni di vendemmia e di vinificazione sono state infatti compiute nella cantina della tenuta vitivinicola oltrepadana.

Non solo, l’enologo che le ha selezionate, ha completato i suoi studi universitari proprio a Riccagioia quando nell’azienda erano attivi i corsi di laurea in ‘Viticoltura e Enologia’ dell’università degli Studi di Milano. Un modello che ha dato risultati eccellenti visto che esperti del settore che hanno degustato, in anteprima, il prodotto lo hanno definito “di ottime qualità sensoriali e altamente rappresentativo delle varietà autoctone della zona”.

Per questa sua qualità che la Regione ha scelto questi vini come biglietto da visita e come strumenti promozionali anche per le imminenti festività Natalizie. ERSAF, da parte sua, lo ha eletto come prodotto ‘self made’ come spiega l’assessore all’Agricoltura, Alimentazione e Sistemi Verdi Fabio Rolfi: “Crediamo molto nel vino come prodotto d’eccellenza della distintività dell’agricoltura lombarda e nell’Oltrepò come straordinario territorio da valorizzare. Ho provato in anteprima i prodotti e la qualità è ottima. Applicare il logo della Regione sulle etichette e utilizzare queste bottiglie come omaggi istituzionali testimonia quanto il progetto dei vini prodotti a Riccagioia sia credibile e quanto il nostro impegno in Oltrepò sia concreto”..

Particolarmente interessante, in questa riavviata produzione, sono il ‘Bianco fermo’, chiamato ‘Gioiello’, in cui sono presenti 15 tipologie di uva a bacca bianca del pavese e il ‘Passito’ proveniente da uve selezionate in vigna e fatte appassire su graticci in serra all’interno dell’azienda. Dal 2021, poi, sarà possibile gustare lo Spumante metodo Classico. I prodotti non saranno in vendita."

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Al via un progetto che vuole affrontare le sfide ambientali che il Pianeta mette di fronte al mondo della viticoltura. Parte con questa filosofia un piano di lavoro che vedrà coinvolti i soci di Terre d'Oltrepò. In queste settimane i vertici del gruppo, insieme alla parte tecnica costituita da agronomi ed enologi, stanno contattando i soci del colosso vitivinicolo per lanciare un progetto che troverà fondamento nel corso della prossima stagione agricola.
"Negli ultimi anni  - spiega Nicola Parisi, agronomo di Terre d'Oltrepò - stiamo assistendo agli effetti dei cambiamenti climatici che rappresentano una realtà accertata dal mondo scientifico che sta influenzando, talvolta anche favorevolmente, l'attività viticola e le caratteristiche delle nostre produzioni. In particolare i cambiamenti climatici impongono un adattamento delle tecniche colturali del vigneto per far fronte alla ridotta disponibilità idrica, agli eccessi di esposizione termica e luminosa dei grappoli, alla rimodulazione della maturazione e dell' epoca di raccolta". In questo contesto si sviluppa il progetto che ha l'obiettivo di rispondere a questi cambiamenti garantendo la sostenibilità economica dell'attività dei viticoltori.
"Terre d'Oltrepò – spiega il presidente, Andrea Giorgi - intende sviluppare progetti di studio, sperimentazione e dimostrazione adottando strategie, approcci di gestione e pratiche agronomiche tesi ad individuare le soluzioni più idonee, capaci di rispondere alle sfide ambientali ed a mitigare gli effetti dei mutamenti del clima, conservando gli abituali elevati standard qualitativi delle proprie produzioni vitivinicole ed assicurando la sostenibilità economica della nostra attività". Per formalizzare al meglio l'operatività in questo ambito la cantina oltrepadana ha chiesto la collaborazione dei propri viticoltori.
"In questi giorni Terre d'Oltrepò – aggiunge l'agronomo Parisi - ha somministrato un questionario ai propri associati per raccogliere informazioni preliminari rispetto alle tecniche di gestione del suolo e della vigneto. Da qui partiremo per definire nel dettaglio il progetto. E' attiva, a questo proposito, una collaborazione con l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano (la sede di Piacenza), in particolare il Dipartimento di Scienze delle produzioni vegetali sostenibili (DI.PRO.VE.S.); con l'Università degli Studi di Pavia, grazie agli accordi con il Dipartimento di Scienze della Terra e dell'Ambiente ed, infine, con  'Università degli Studi di Milano".

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 Il presidente di Terre d'Oltrepò, Andrea Giorgi, boccia senza giri di parole la gestione dell'ultimo anno del Consorzio Tutela Vini Oltrepò Pavese. Una presa di posizione che si basa su alcune situazioni che si sono venute a creare con la presidenza di Luigi Gatti che hanno portato Giorgi, per divergenze sull'operato, ad abbandonare l'ultimo consiglio di amministrazione.
"Ci sono aspetti estremamente positivi come l'assunzione del direttore Veronese – spiega il numero uno del colosso vitivinicolo oltrepadano - Altri invece non sono concepibili. Ad esempio l'immobilismo presidenziale nell'affrontare questioni organizzative: non è tollerabile, come non è comprensibile, la chiusura rispetto all'aiuto che possono dare gli altri consiglieri e soprattutto i vicepresidenti. Per non parlare delle mancate risposte ai consiglieri o i silenzi su questioni che sono state sollevate. In questo contesto non è possibile lavorare e per questo motivo, mio malgrado, sono stato costretto a lasciare anzitempo l'ultimo consiglio. Proprio per questo spero che la consapevolezza e la responsabilità di tutti i consiglieri e dei produttori associati ponga fine ad una situazione surreale che da troppi anni si protrae. Dico tutto questo per il bene del nostro territorio. Per troppo tempo Terre d'Oltrepò è stato il facile capro espiatorio, ora gli altri dimostrino di assumersi le proprie responsabilità".
Il presidente di Terre d'Oltrepò entra ancor più nel dettaglio delle situazioni contestate al presidente Gatti. "In questo anno la nostra cantina cooperativistica all'interno del consiglio – spiega -  ha dato il proprio apporto in merito a decisioni importanti quali l'allargamento del numero dei consiglieri, le azioni per ripulire la gestione da precedenti ed incomprensibili decisioni che hanno minato credibilità e funzionamento del consorzio stesso. Oggi viene richiesto un ulteriore sforzo all'ente, non ci tiriamo indietro ma con delle doverose precisazioni. La riforma del diritto di voto all'interno dei consorzi è una giusta richiesta ma occorre puntualizzare che nel consorzio la nostra cantina non detiene assolutamente la maggioranza assoluta. Anzi, il voto risulta molto distribuito e diffuso. I problemi sbandierati negli ultimi mesi sorgono solamente per la mancata partecipazione dei soci alle assemblee. È infatti usuale, in Oltrepò, blaterare fuori e poi fuggire davanti alle scelte e alla responsabilità. Comunque se una riforma del voto in consorzio può servire, noi non ci tiriamo assolutamente indietro. Tutto questo per il bene di un territorio e per il bene dei produttori. Detto questo non possiamo partecipare e condividere alcune delle scelte operate nella gestione perpetrata in questo anno".

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Ha destato molto scalpore a livello nazionale la tragedia verificatasi ad Arena Po, dove quattro persone di origine indiana, che gestivano un’azienda zootecnica, sono decedute in seguito ad un incidente sul luogo di lavoro. Il tema della sicurezza emerge, purtroppo, quasi soltanto quando ci scappa il morto; per poi tornare a sopirsi nei rapporti ordinari fra la parte padronale e quella rappresentativa dei lavoratori. Partendo dai fatti di Arena Po, abbiamo chiesto al segretario generale di FLAI-CGIL della provincia di Pavia, Simone Accardo, di fotografare per i nostri lettori la situazione dei lavoratori nel comparto agroalimentare dell’Oltrepò Pavese. Con un’attenzione particolare agli occupati nel settore vitivinicolo.

Il caso di Arena Po ha fatto emergere in tutta la sua gravità il fatto che, evidentemente, la prevenzione e in particolare i meccanismi di controllo in questo settore non funzionano a dovere.

«Non c’erano, da quanto sembra emergere, particolari anomalie nella gestione dell’azienda. Uno dei titolari voleva effettuare alcune operazioni di pulizia ed è scivolato accidentalmente dentro una vasca per la raccolta dei liquami. All’interno di questa sono presenti esalazioni, ossidi di carbonio; queste gli hanno fatto perdere i sensi. È ovvio che gli altri presenti hanno cercato di salvarlo. É venuto loro istintivo cercare subito di soccorrerlo, non sapendo o non capendo in quel momento che queste esalazioni sarebbero state fatali anche a loro.»

Quali sono le principali criticità, a suo avviso, da notare partendo da questo episodio?

«Alcune delle vittime erano arrivate da poco in Italia dall’India. In questi casi la comunicazione è un problema. Qualsiasi tipo di avvertenza, se non viene compresa, diventa un problema. Ora, con la storia delle quote latte, le stalle e gli allevamenti in tutta la provincia si contano sulle dita di due mani. La maggior parte sono concentrate in Lomellina e nel Basso Pavese, ma non è che ci siano così tante aziende che allevano vacche da latte. Comunque, il 90% dei lavoratori in queste stalle provengono dall’India, dal Pakistan, dal Bangladesh. Questo lavoro le nuove generazioni di italiani non lo vogliono più fare. Non si tratta più di mungere manualmente, tutto è meccanizzato; però vengono effettuate cinque mungiture al giorno. Bisogna alzarsi di notte, è un lavoro complicato.»

Le difficoltà nella comunicazione possono essere causa di carenze di sicurezza sui luoghi di lavoro?

«Possono essere uno dei fattori per cui succedono questi fenomeni, anche se magari non questo di Arena Po in particolare. Negli anni ‘80 la manodopera in agricoltura era prettamente italiana. Al di là delle disfunzioni, dei problemi che ci sono sempre stati, quanto meno il lavoratore italiano conosceva la lingua italiana.»

Lei pensa che esistano casi di potenziale pericolo immediato, in altri luoghi di lavoro sul nostro territorio, sulla falsariga di quanto accaduto ad Arena Po?

«Non è da escludere che si possano ripetere: ovviamente speriamo di no. Certamente questo caso ha allarmato le associazioni agricole e i sindacati. Si sono fatte conferenze stampa, si sono mandate comunicazioni al Prefetto; ma tutte queste cose non sono sufficienti da sole, se non c’è, prima di tutto, la consapevolezza dei lavoratori. E, in particolare, l’alfabetizzazione. Non dico di trasformarli in dei filosofi, ma di far sì che capiscano almeno quello che gli viene detto. Penso soprattutto alla loro sicurezza.»

La non conoscenza della lingua rende, in effetti, impossibile capire le normative da rispettare, i propri diritti ma anche le modalità con le quali la legge tutela il lavoratore...

«Questo è uno dei problemi. Noi, nel settore dell’agricoltura, abbiamo istituito fin dagli anni ‘70 l’Ente Bilaterale provinciale CIMI. Questo ente serve non solo a promuovere iniziative in tema di agricoltura, ma è partito per garantire un’integrazione al salario per i lavoratori agricoli, in particolare  per gli avventizi. Ma anche per altre iniziative. A novembre partiremo con un progetto, aiutati dal Cesvip di Pavia, per dare la possibilità ai lavoratori appena arrivati di avere almeno un’infarinatura della lingua italiana.»

Da chi viene finanziato l’Ente?

«In parte dai lavoratori, in parte dalle imprese. Tutto questo monte salari che va all’Ente Bilaterale serve per dare prestazioni, integrazioni, per intervenire con un sostegno nel momento della maternità per le donne; per garantire un’integrazione a chi perde il lavoro a fine anno. Poi sono state istituite prestazioni aggiuntive per quanto riguarda il welfare; sussidi, borse di studio per lavoratori che frequentano le università. Tra le varie iniziative che abbiamo fatto, negli anni indietro, dal 2010 in avanti, c’è stata la presenza capillare nei territori vitivinicoli durante la vendemmia.»

Viene subito alla mente il caso Santa Maria della Versa...

«Già nel 2015 io avevo segnalato a Procura e Carabinieri che proprio dietro la piscina era sorta una baraccopoli: una distesa di cartoni da frigorifero e lavatrici, che si erano trasformati in giacigli, messi in piedi alla meno peggio...»

Per non parlare di quanti dormono, ogni anno, nelle stalle...

«O nella stalla o dentro qualche mezzo di fortuna. Di queste persone ne ho trovati parecchie: finito il lavoro andavano a dormire in un furgoncino.»

I controlli, anche qui, latitano...

«Gli ispettori del lavoro purtroppo sono solo due, che devono girare tutta provincia. FLAI-CGIL in questi anni ha messo in atto un tour de force, recandosi materialmente fra i filari, per vedere anche se le retribuzioni fossero adeguate a quanto previsto dalla contrattazione provinciale. Mi ha dato una grande mano il dottor Alberto Gardina, della Direzione Provinciale del Lavoro, ora trasferito a Como. Avevamo fatto un’iniziativa unitaria a livello provinciale a Codevilla, con il Prefetto e le organizzazioni sindacali, per evidenziare i fenomeni che emergevano in agricoltura e accendere i riflettori su caporalato e sfruttamento.»

Come si interfaccia il FLAI con i lavoratori del comparto agricolo? Il sindacato, oggi, riesce a mantenere un contatto diffuso e costante con loro?

«Nel 2014/15 come ente bilaterale abbiamo avviato un’iniziativa molto intelligente sugli operai impiegati nella vendemmia. Abbiamo dato ai lavoratori la possibilità di fare visite mediche preventive. È stata creata una convenzione con due medici del lavoro, abbiamo divulgato l’iniziativa, e tutti i lavoratori che dovevano andare a fare la vendemmia hanno avuto la possibilità essere visitati. E contestualmente di ottenere una spiegazione su questioni inerenti la sicurezza. Nei primi due anni si sono svolte 2.500 visite. Questo ci ha dato modo di monitorare, di vedere il flusso di persone interessate dalla vendemmia e scoraggiare eventuali caporalati.»

La vendemmia 2019 ormai può dirsi ultimata. Nel dibattito inerente il settore vitivinicolo si parla tanto di prezzi delle uve, ma si parla poco di retribuzione dei lavoratori. In Franciacorta, in seguito al caso “Demetra’’, quest’anno sono state riviste al rialzo le paghe, superando in molti casi il livello posto dai contratti provinciali. Qual è la situazione in Oltrepò?

«La retribuzione già prevista dalla contrattazione provinciale per quanto riguarda la raccolta sia di uva che di altri tipi di frutta è appena inferiore a quella dell’operaio comune. Se tutti rispettassero quello che è il parametro provinciale, i lavoratori avrebbero una paga ordinaria decorosa, perché si parla di circa 9,56 euro lordi per un avventizio. Non stiamo parlando di cifre ridicole, come quando si sente parlare di 3 euro all’ora in certi casi che emergono alle cronache nazionali. Il problema sono quelli che pagano i 7 euro fuori busta. O i 7,50 euro quando c’erano i voucher. La CGIL ha promosso una campagna contro i voucher. Qual era il meccanismo? Il voucher da 7,50 euro, un unico voucher, veniva dato per un’intera giornata. Il resto veniva pagato fuori dal sistema.»

E a proposito del rinnovo della contrattazione provinciale?

«In agricoltura, come anche in edilizia, essendovi una situazione molto frammentata per quanto riguarda le imprese, spesso piccole, non è possibile effettuare contrattazioni di secondo livello. La contrattazione provinciale viene applicata a tutti i lavoratori che operano in Provincia di Pavia. Ora, come tutte le province, andremo al rinnovo.»

Con quali aspettative?

«Quest’anno abbiamo rimarcato l’esigenza istituire la figura di RLS territoriale (Rappresentante dei Lavoratori per la Sicurezza, ndr), che sarebbe finanziato dall’Ente Bilaterale. Visto che l’Ente ha risorse a disposizione risorse. Avevamo tentato già in passato di istituire questa figura, solo che le controparti ce l’avevano bocciata in partenza. Non possiamo occuparci di queste questioni solo quando si verifica un’emergenza, quando succede il caso mediatico. Vorremmo fare qualcosa di strutturale, e mi permetto di aggiungere che sono anche le associazioni datoriali ad avere l’interesse che si sviluppi questo tema. L’RLS territoriale non deve essere visto come quello che va a minacciare: serve a entrambe le parti proprio per evitare che ci siano fenomeni che poi sfociano in morti o infortuni gravi. Uno dei settori con la percentuale più alti di incidenti è proprio quello agricolo.»

 di Pier Luigi Feltri

Secondo lo studio dell’Associazione artigiani e piccole imprese di Mestre (CGIA) sulla situazione post-crisi economica circa 200 mila negozi hanno chiuso negli ultimi 10 anni. Le famiglie italiane, rispetto al 2007, hanno tagliato le spese per un importo pari a 21.5 miliardi di euro. Ad essere colpiti sono maggiormente i negozi e le piccole botteghe artigiane che dal 2009 ad oggi sono diminuite del 12.1%, circa 178.500 unità in meno, mentre il numero dei piccoli negozi è sceso del 3.8%, circa 29.500 in meno.

“I piccoli negozi e le botteghe artigiane faticano a lasciarsi alle spalle la crisi. – ha affermato il coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia, Paolo Zabeo – Queste imprese vivono quasi esclusivamente dei consumi delle famiglie e, sebbene negli ultimi anni ci sia stata una leggerissima ripresa, i benefici di questa inversione di tendenza non si sentono. Dal 2007, anno pre-crisi, al 2018 il valore delle vendite al dettaglio nei negozi di vicinato è crollato del 14.5 per cento, nella grande distribuzione, invece, è salito del 6.4 per cento. Questo trend è proseguito anche nei primi 9 mesi del 2019: mentre nei supermercati, nei discount e nei grandi magazzini le vendite sono aumentate dell’1.2 per cento, nelle botteghe e nei negozi sotto casa la contrazione e’ stata dello 0.5 per cento”.

La spesa complessiva delle famiglie italiane, che è pari a poco più di 1.000 miliardi di euro, resta la componente più importante del PIL, il 60.3% del totale. Il Sud Italia registra il calo più significativo nei consumi: tra il 2007 e il 2018 i nuclei familiari meridionali hanno tagliato la spesa mensile media di 1.572 euro l’anno, quelle del Nord di circa 936 euro all’anno e quelle del Centro di 372 euro all’anno. Tra il primo semestre del 2019 e lo stesso periodo del 2019 l’acquisto dei beni è stato dello 0.4% con una punta del -1.1% dei beni non durevoli. Quest’anno, invece, la crescita dell’acquisto dei beni durevoli è stata del 2.9%. Negli ultimi 10 anni i beni legati alle telecomunicazioni, cellulari, tablet e servizi telefonici, hanno registrato un +20.1% e nell’ultimo anno +7.7%.

Coinvolte quattordici aziende pavesi per un incaming di undici operatori provenienti da Canada, Stati Uniti, Giappone e Russia

Il 18 e 19 novembre prossimi il territorio dell’Oltrepò Pavese, su iniziativa di Confagricoltura Pavia e Confagricoltura Lombardia, ospiterà un incoming con undici operatori provenienti da Canada (Ontario e British Columbia), Stati Uniti (Texas, Massachusetts, Minnesota, Virginia, Washington), Giappone (Tokyo) e Russia (Mosca), per fare conoscere le aziende e i luoghi in cui affondano le radici.

“Sono quattordici le aziende vitivinicole che hanno aderito a questa iniziativa e che metteranno in mostra i propri prodotti migliori per far conoscere la terra del buon vino e paesaggi incantevoli - ha affermato Giuseppe Cavagna di Gualdana, presidente di Confagricoltura Pavia -. Per il nostro territorio è un’occasione importante da sfruttare fino in fondo: i nostri vini infatti hanno un profondo legame con i luoghi da cui provengono e in questi giorni vorremo sottolineare proprio questo aspetto”.

“L’Oltrepò Pavese, conosciuto anche come “Vecchio Piemonte”, è una delle tre aree territoriali della provincia di Pavia con caratteristiche proprie, insieme a Pavese e Lomellina - ha ricordato il presidente di Confagricoltura Lombardia, Antonio Boselli -. Oggi l’Oltrepò è la seconda area italiana per superficie dedicata al vino, con 13.200 ettari, di cui 10.800 a DOC e 1.000.000 circa di ettolitri l’anno: sono numeri importanti ed è giusto farli conoscere all’esterno e a tutti coloro che voglio importare la nostra eccellenza”.

Nella giornata di lunedì 18 si svolgeranno gli incontri B2B tra produttori e buyer esteri, mentre martedì 19 novembre gli operatori verranno accompagnati in visita in alcune cantine dell’Oltrepò in rappresentanza di tutte quelle che partecipano all’iniziativa, per coglierne le diverse caratteristiche e le storie da raccontare.

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Cegni, tanto piccolo ma tanto interessante e forte della volontà dei propri abitanti: 35 in tutto. Luciano Zanocco presidente della cooperativa Contagri nata nel 1977 voluta dai numerosi agricoltori di quel tempo lontano racconta personalmente quella che è la storia del suo paese natale e della realtà di oggi. «Gli agricoltori sono rimasti pochi purtroppo molti se ne sono andati in cerca di un lavoro alternativo e di una migliore qualità della vita». La cooperativa si occupa di allevamento di bovini e dispone di 150 fattrici, mucche della razza francese Limousine per la produzione di carne. In passato la cooperativa aveva anche acquistato un impianto per la produzione di biogas ma non è stato mai possibile utilizzarlo a beneficio della popolazione in quanto il cippato che dovrebbe far funzionare l’impianto non è adatto allo scopo e non si può raffinarlo poiché nelle condizioni attuali l’impianto non soddisfa questo requisito.

Il suddetto cippato viene quindi venduto all’ospedale di Varzi. Intanto la cooperativa provvede alla manutenzione delle strade intorno al paese ripulendo i fossi tagliando le erbacce. In estate il paese si ripopola grazie ai vacanzieri che desiderano aria buona e tranquillità ma anche d inverno nonostante la vita si complichi per la neve e il ghiaccio qualcuno ama tornare per le feste di paese che certo non mancano. Gli abitanti con età media intorno ai 70 anni sperano che Cegni, piccola frazione di Santa Margherita Staffora, non venga mai abbandonato ma piuttosto valorizzato e magari riscoprire gli usi e costumi tramandati fino ad ora.

Zanocco, come fu creata la cooperativa?

«Fu creata da un’associazione di agricoltori che possedevano piccoli appezzamenti di terreno e ogni famiglia allevava mucche da latte e si dovevano attrezzare ,ma già all’ epoca si era capito che non aveva senso che tutti spendessero nelle attrezzature per gestire quelle piccole aziende quindi l idea di una cooperativa e la possibilità di usufruire tutti quanti della stessa attrezzatura. Col passare degli anni qualcosa cambia: nessuno va più a ritirare il latte. Allora gli agricoltori decidono di allevare mucche da carne. Mio padre acquistò venticinque mucche Limousine».

Quante ne contate oggi?

«Centocinquanta fattrici. Negli anni scorsi era stata fatta domanda per di tenere il pascolo pulito e così viene utilizzato anche il pascolo».

Attualmente chi fa parte della cooperativa?

«I soci fondatori ormai non ci sono più, sono morti. Sono rimasti i figli dei soci. Uno sono io e qualche amico mi aiuta, siamo quattordici in tutto».

Vi state occupando della manutenzione Delle strade e dei fossi intorno al paese, ricevete aiuti in questo senso dall’ amministrazione comunale?

«No, perché come tutti i piccoli comuni di soldi non ne ha abbastanza e pagare una persona per tagliare erbacce costa tanto! Quindi lo facciamo noi. Mi spiego: l’agricoltura in questi anni è stata aiutata e sovvenzionata, ma in quale modo l’ha fatto l’ente pubblico?! Per l’acquisto di un trattore  o attrezzature piuttosto che per fare una stalla o un impianto ma, invece di dare un trenta quaranta per cento per l acquisto di un trattore (e lo devo comprare nuovo) così il contributo non lo vedo nemmeno in quanto lo giro direttamente all’ industria! Invece se il finanziamento fosse concesso per le mucche poi decido se comprare il trattore o altro. La strada da percorrere sarebbe questa. L’ente pubblico ha speso soldi per l agricoltura ma sono finiti all’ industria».

In passato la cooperativa aveva acquistato un impianto per la produzione di biogas. Funziona oggi?

«Lo abbiamo fatto funzionare per circa due anni e funzionerebbe ma purtroppo non rende ed è un peccato perché produrrebbe energia elettrica. Viene alimentato con il cippato che è composto da diversi tipi di legname e quindi il gas che ne esce non è adeguato, dovrebbe essere raffinato e questo comporta dei costi in quanto nelle condizioni attuali l’impianto non soddisfa questo requisito».

L’ospedale di Varzi viene rifornito del vostro cippato, è corretto?

«C’è da dire a proposito di questo che il cippato è un legname povero a basso costo, lo vendiamo da circa sette anni ad una società che rifornisce l’ospedale che appunto è dotato di un impianto adeguato».

Al momento qual è una rendita?

«Il cippato. Noi ripuliamo i boschi e l’industria compra il cippato. Ma speriamo di poter far ripartire il nostro impianto».

A conclusione cosa vorrebbe dire?

«Speriamo che a qualcuno interessi davvero la manutenzione del territorio che qualcuno rimanga dopo di noi. Un tempo quassù vivevano quattrocento persone e tutto era tenuto bene e pulito!ora in paese vivono circa quaranta persone con un età che si aggira sui settanta! Chi fa agricoltura ha bisogno di un reddito dignitoso che gli consenta di vivere e di non abbandonare la propria terra per cercare un alternativa chissà dove».

 

                                di Stefania Marchetti

Nelle pieghe della Legge di bilancio spunta una stangata che triplica le tasse sulle auto aziendali e va a colpire due milioni di dipendenti. Si tratta di una stretta fiscale alle auto aziendali in “fringe benefit” e riguarda tutti i mezzi, indipendentemente dal loro impatto inquinante, quindi comprenderà anche auto ibride ed elettriche.

Dal punto di vista dei conti pubblici la misura impatta per circa mezzo miliardo di euro. Oltre alla stangata per i dipendenti, anche le società (comprese quelle di noleggio) subiranno un aumento fiscale. Senza contare il colpo subito dal settore automotive, considerando che le auto aziendali costituiscono il 40% delle nuove immatricolazioni.  

Auto aziendali, cosa cambia per i dipendenti

A essere colpiti saranno coloro che possono beneficiare di un’auto aziendale, concessa dai propri datori di lavoro, come benefit non monetario del proprio stipendio. Dal primo gennaio, lo sconto al 30% del valore (ai fini fiscali) di auto e ciclomotori concessi in uso promiscuo, attualmente in vigore per tutti i dipendenti, scatterà solo per i veicoli in uso ad “agenti e rappresentanti di commercio”. Per gli altri dipendenti i mezzi in “fringe benefit” saranno calcolati per il loro valore pieno, stabilito, come si fa attualmente, su una percorrenza convenzionale di 15mila chilometri annui e in base ai costi chilometrici indicati nelle tabelle dell’Aci entro il 30 novembre. In poche parole, la nuova norma prevede che le auto aziendali pesino per il 100% del loro valore sul reddito di chi non rientra nelle categorie citate, anziché il 30%. La differenza rispetto al passato sarà notevole, un dipendente con un reddito annuo di 40mila euro dovrà pagare oltre 2mila euro di tasse in più all’anno su una Punto 1.4.

Stretta sui mezzi inquinanti: camion e autobus

Stretta anche su camion, autobus e pullman inquinanti: nella bozza della manovra vengono eliminate, dal prossimo anno, le agevolazioni sul gasolio commerciale per l’autotrasporto per i mezzi fino a euro 3 (attualmente sono esclusi quelli fino a euro 2). Dal 2021 la stretta riguarderà anche i mezzi euro 4, che non potranno più usufruire dell’accisa agevolata. Riviste, sempre in chiave ambientale, anche le accise sui prodotti energetici impiegati per produrre energia.

Il Codacons Pavia, attraverso una stampa interviene in merito alla fatturazione trimestrale di Pavia Acque. "Non è raro a quanto segnalato da alcuni utenti che a seguito dell'introduzione della fatturazione trimestrale gli utenti di Pavia Acque ricevano in bolletta la pretesa di pagamenti non dovuti. O meglio - scrive Codacons - non è chiaro a cosa siano imputabili questi costi, dato che parrebbero essere imputati, stando a quanto riportato nella bolletta a mora e interessi per ritardato pagamento, quando invece, dopo una contestazione via mail si riceve la risposta che quegli importi sono dovuti per "dilazione fatture". Insomma non si comprende a quale titolo Pavia Acque pretende questi pagamenti. Si tratta di casi evidenti di addebiti non chiari da parte di Pavia Acque, allo stato attuale non chiaro a che titolo siano dovuti questi importi e soprattutto se siano effettivamente dovuti da parte degli utenti. Occorre verificare, con l'ausilio di esperti che quanto richiesto in bolletta corrisponda a quanto effettivamente dovuto"

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