Giovedì, 21 Febbraio 2019

Termina in pareggio il derby tra Italia e Francia nell'export di vino rosso Dop imbottigliato. E' quanto emerge da una ricerca di Nomisma wine monitor, presentata a Montalcino (Siena) in occasione di 'Benvenuto Brunello'.

La ricerca ha preso in esame i rossi Dop delle 3 regioni vinicole italiane di riferimento - Toscana, Piemonte e Veneto - con quelli delle regioni francesi - Bordeaux e Borgogna - andandone ad analizzare le esportazioni dal 2012 al 2017.

L'Italia vince negli Stati Uniti - primo mercato di destinazione per i risso di entrambi i paesi - pesando per il 21% del totale di categoria contro il 17% della Francia. Ma i rossi transalpini si rifanno nei mercati asiatici - Cina, Hong Kong e Giappone - con il 31% sull'export totale contro il 7,5% dei vini italiani.

Quanto ai prezzi i rossi francesi vengono esportati a un prezzo medio attorno ai 6 euro al litro contro i 4,64 degli italiani. Una differenza che si fa più marcata nel caso dei rossi Dop: i vini francesi vengono esportati a 9,1 euro al litro contro i 5,5 di quelli italiani.

Ancora, nel lungo periodo (2012-2017 e 2018) l'Italia consolida la crescita delle esportazioni in Svizzera, Francia e Cina. In quest'ultimo paese la Francia sta invece conoscendo un calo importante.

In questo contesto, si spiega ancora, il Brunello, e le altre denominazioni di Montalcino, "rappresentano un'eccezione: l'export pesa per il 70% dell'intera produzione. Per il Brunello la penetrazione nei 3 paesi asiatici sale al 15% dell'export totale, non arrivando ai livelli dei vini francesi ma registrando comunque il doppio rispetto alla media degli altri rossi italiani".

Bollicine che passione e nel mondo non ci sono rivali per quelle tricolore. Nell'arco dell'intero 2018, secondo dati Ovse (Osservatorio economico vini effervescenti spumanti italiani) sono 494,9 milioni le bottiglie di bollicine consumate in 124 Paesi. Il 99,5% del totale, precisa il direttore Ovse Giampietro Comolli, è rappresentato da bolle "metodo italiano" e di queste l'80% esatto è dato dall'universo del Prosecco, Docg e Doc, compreso Asolo e Cartizze. Non così altisonanti i listini che per gli spumanti made in Italy scontano uno storico gap rispetto alle etichette estere: . Il valore della bottiglia alla dogana (spedizioni e valore dichiarato) è superiore a quello medio di cantina a 3,25 euro a bottiglia. Per l'estero è di 3,95 euro a pezzo. Per tutte le bottiglie esportate il valore alla partenza in cantina è di 1,4 miliardi di euro; diventano 1,9 alla spedizione e, sul mercato mondiale al consumo, genera un fatturato pari a 4,85 miliardi di euro. ''Le bolle salvano tutto il mercato all'estero - sottolinea Comolli - del vino italiano su cui urge una riflessione strategica e politica, a parte le eccezioni di brand leader. Anche se valore origine e fatturato dei vini spumanti francesi resta più del doppio, seppur con due terzi della nostra produzione, il gap sta riducendosi soprattutto come valore al consumo. Al consumo diretto, per operatori simili, i prezzi non vanno oltre il doppio e parliamo di una bottiglia di Prosecco con una di Champagne. In 10 anni è stato recuperato il 50% del gap fra i due competitor. Dall'estero arrivano buone notizie, ma da governare: si allarga il target dei consumatori arrivando alle nuove generazioni e alla ristorazione non italiana''

Negli ultimi sei mesi i costi di gestione dei conti correnti delle principali banche italiane sono lievitati. L'incremento più rilevante riguarda il costo annuale di un conto in una banca online (+38,3%). Più lievi i rincari invece per chi sceglie di accantonare i propri risparmi in un istituto di credito tradizionale. Anche in questo caso chi svolge molte operazioni di internet banking spende di più (+6,4%). Nel complesso il conto online resta comunque la soluzione più conveniente di deposito bancario: in un anno costa in media 45 euro a fronte di 100 euro di spesa con un conto corrente classico. A rivelarlo è SosTariffe.it che nel suo ultimo osservatorio ha analizzato nel dettaglio tutti i costi che deve affrontare il titolare di un conto corrente per gestire il proprio patrimonio. 

L'indagine ha preso in esame tutti i costi per usufruire delle funzionalità principali di un conto corrente, sostenuti a gennaio 2019 dai clienti delle 17 principali banche italiane e messi a paragone con i prezzi degli stessi servizi aggiornati a settembre 2018. L’osservatorio, in particolare, si è concentrato su tre profili-tipo di consumatore: il single, la coppia, la famiglia 

C/C TELEMATICI - Se si considerano i soli i conti attivati in banche online, ovvero in istituti di credito con nessuna o poche filiali sul territorio, emergono notevoli rincari nei prezzi medi (+38,34% da settembre a gennaio), con una spesa di tenuta conto che è lievitata dai 32,75 euro annui necessari a settembre ai 45,26 euro richiesti ora dalle banche telematiche. I forti incrementi hanno riguardato soprattutto i nuclei familiari (+41,71%). A settembre 2018 una famiglia riusciva a cavarsela con 'soli' 39,12 euro l'anno per gestire un conto, a gennaio 2019 ha bisogno di spenderne invece 55,44 euro. Aumenti significativi anche per le coppie (+40,91%) che sono passate dai 32,16 euro di settembre 2018 a ben 45,31 euro attuali. Anche i single risentono dei rincari (+30,35%) ma in misura minore. Mentre a settembre scorso una persona sola spendeva in media 26, 87 euro in un anno, ora il deposito bancario richiede allo stesso cliente una spesa di almeno 35,03 euro ogni dodici mesi.

 Ma quali sono le operazioni che hanno inciso di più nell'aumento complessivo dei costi bancari? Esaminandole nel dettaglio, sono soprattutto tre: il costo del singolo assegno si è triplicato, schizzando da 0,03 a 0,09 euro (pari al 214,81% in più), il canone annuo della carta di debito è invece raddoppiato, lievitando da 2 a 4,22 euro (pari al 111,11% in più). Per un bonifico online prima bastavano 0,11 euro di commissione che ora sono diventati 0,22. A seguire, tra le voci che hanno risentito di più degli incrementi, anche i versamenti contati e gli assegni (più 50,88%), e i prelievi ATM da altre banche (più 49,67%). 

BANCHE TRADIZIONALI - L'indagine ha passato al setaccio anche i rincari annui medi per i clienti delle banche tradizionali, cioè gli istituti di credito con molte filiali sul territorio. In questo caso lo stato degli aumenti è meno allarmante e risente molto dell'utilizzo che si fa del conto: in poche parole se si compiono operazioni in filiale o di internet banking. 

Le operazioni telematiche sono quelle che negli ultimi sei mesi in media hanno subito il maggiore incremento di costo (+6,45%), passando da una media di 94,58 euro di spesa annua media rilevata a settembre, ai 100,68 euro annui di gennaio. Gli aumenti dei costi di internet banking gravano soprattutto sulle coppie: i costi per loro sono lievitati dell’8,15% in sei mesi (passando dai 98,27 euro di settembre ai 106,28 euro di gennaio). Al secondo posto le famiglie a che ora spendono l'8,06% in più (salendo dai 113,02 euro di settembre ai 122, 14 euro di gennaio). L'utilizzo online del conto tradizionale non subisce modifiche di rilievo soltanto per i single (solo più 1,64%), i quali sei mesi fa spendevano 72,44 euro e ora ne consumano 73,62. 

Se invece ci si limita a utilizzare le operazioni in filiale del conto corrente, i rincari incidono meno sul bilancio (in media +3,21%). Gli aumenti, effettuando solo attività allo sportello, incidono soprattutto sulle coppie (più 5,29%) e sulle famiglie (più 4,22%). I single sono gli unici che arrivano a risparmiare rispetto a sei mesi fa (-0,49%). Costi appena maggiori per chi decide di svolgere alcune operazioni in filiale e altre sul web (in media + 4,57%). I più colpiti dai rincari nell’utilizzo misto dei servizi bancari (online e allo sportello) sono le coppie (+6,03%), e le famiglie (5,67%), mentre spendono solo poco di più (+ 0,95%) i single, che salgono dai 91,69 euro di settembre 2018 ai 92,56 euro attuali. 

PRELIEVI E BONIFICI ALLO SPORTELLO - Osservando nel dettaglio le variazioni dei prezzi delle singole operazioni bancarie negli ultimi sei mesi ci accorgiamo infine che alcune voci di spesa sono addirittura diminuite. Si risparmia moltissimo ad esempio (-7,11 %) con i bonifici disposti allo sportello, che a settembre costavano 4,34 euro e ora 4,03. Si spende lievemente meno anche per prelevare contante in filiale (-0,24 %). Mentre invece è lievitato moltissimo il canone annuo (più 32,98%), passando da 28,80 euro di settembre ai 38,30 attuali.

Calcolare il reddito di cittadinanza, ossia l'integrazione che ogni mese è riconosciuta al nucleo familiare può sembrare complicato ma non lo è: seguendo delle semplici istruzioni, riassunte dall'infografica che trovate di seguito, riuscirete a calcolare l'importo del beneficio in pochi passi. Come prima cosa vi interessa sapere che questo spetta soltanto a coloro che hanno un ISEE non superiore a 9.360 euro e un reddito familiare pari o inferiore a 6.000 euro. Questa soglia va moltiplicata per il parametro di scala di equivalenza che varia in base alla composizione del nucleo familiare. Per ogni componente successivo al primo (che vale 1), infatti, viene assegnato uno 0,4 (se si tratta di maggiorenni) o uno 0,2 (minorenni). Il parametro di scala moltiplicato per 6.000 euro vi dà la soglia di reddito familiare che non dovete superare per avere diritto al beneficio. Per calcolare il RdC dovete poi calcolare il vostro reddito familiare. L'integrazione mensile, infatti, non è altro che la differenza tra la soglia di reddito familiare da non superare e il reddito familiare stesso. Ad esempio, una famiglia composta da due genitori e due figli (parametro di scala pari a 1,8) non può superare i 10.800 euro di reddito familiare: quindi, se questi hanno reddito pari a 0 beneficeranno dell'integrazione piena, pari a 900 euro al mese. Oltre all'integrazione del reddito spetta anche un rimborso delle spese di affitto, per un massimo di 3.360 euro l'anno, ossia 280 euro al mese. In alternativa per chi ha il mutuo da pagare per l'acquisto della prima casa c'è un rimborso di 1.800 euro annui, 150 euro al mese. La somma tra l'integrazione del reddito familiare e il rimborso di affitto o del mutuo vi dà, quindi, l'importo del beneficio che ogni mese verrà erogato sulla Carta RdC. Importo che, ricordiamo, dovrà essere speso interamente ogni mese, visto che non è cumulabile con il beneficio erogato il mese successivo.

Nel 2018 cresce solo la spesa alimentare, con un aumento dello 0,6% in controtendenza rispetto all'andamento degli altri settori, dove si registra un calo dello 0,3%. E' quanto emerge da un'analisi della Coldiretti sulla base dei dati Istat sul commercio al dettaglio relativi a gennaio-dicembre dello scorso anno che evidenziano come siano solo gli acquisti di cibo a portare in positivo la spesa complessiva (+0,2%).

Nel 2018 si registra in particolare - sottolinea Coldiretti - un vero e proprio boom delle vendite nei discount alimentari, con un +4,4%. In attivo anche i supermercati (+0,4%) mentre arretrano ipermercati (-0,3%) e piccole botteghe (-0,2%).

Continua anche la crescita del commercio elettronico, con un +12,1% il cui boom pesa sul calo del dettaglio tradizionale. La sostanziale stagnazione dei consumi - rileva Coldiretti - minaccia di continuare anche nel 2019, evidenziando lo stato di difficoltà dell'economia nazionale.

Se da un lato il 2018 è stato l'anno del record di consumi degli italiani nei ristoranti con 85 miliardi di euro spesi, sul piano dello stato di salute delle attività ristorative si è registrato il saldo negativo più corposo degli ultimi dieci anni tra il numero di società avviate, 13.629, e quelle cessate, 26.073: -12.444, quasi il doppio rispetto al -6.796 del 2008. E' l'elaborazione dell'agenzia RistoratoreTop su dati Coldiretti e Movimprese, l'indice della nati-mortalità delle imprese di Unioncamere.

L'analisi è parte del "Rapporto RistoratoreTop 2019" che verrà presentato il 12 marzo in occasione del primo Forum Della Ristorazione al Palacongressi di Rimini e fotografa nel 2018 una spesa per pranzi e cene fuori casa al massimo storico, pari al 35% del totale dei consumi alimentari degli italiani. Il 22,3% della popolazione ha mangiato fuori almeno una volta a settimana, in prevalenza giovani sotto i 35 anni (33,8%).

Italia e Francia sono molto integrate fra loro. Ma negli ultimi anni, complice la crisi economica, sono le grandi industrie francesi ad avere preso piede in Italia. E salvo rari casi (ad esempio Luxottica), sono i grandi capitali francesi ad aver rafforzato la loro presenza in Italia, e non il contrario. Tanto che i numeri sono cristallini: i francesi controllano circa 1900 imprese italiane, con 250mila dipendenti. E questo assegna Oltralpe una netta posizione di vantaggio già solo a livello industriale e commerciale.

Un esempio? Parmalat e Lactalis. Con l’azienda francese ha già deciso di spostare il quartier generale di Collecchio in Francia, smantellando uno dei grandi centri tecnici dell’industria casearia italiana. Un esempio che dimostra quanto possa influire lo scontro fra governi anche sul tessuto italiano.

E sul fronte degli investimenti, Macron ha una serie di frecce pronte a essere scoccate dal suo arco. Ha già dimostrato di saperlo fare. Il caso più eclatante è quello dell’affare Fincantieri-Stx per i cantieri di Saint-Nazaire. Inutile negarlo: la mossa francese di adire la Commissione europea per presunta lesione della concorrenza è stato uno sgarbo eminentemente politico .Basti pensare che la possibile acquisizione dei cantieri atlantici non supera la soglia di fatturato minima per destare il sospetto dell’Antitrust europeo. Un mossa che non si può non definire subdola, ma che dimostra la possibilità di Parigi di bloccare un affare estremamente importante per la cantieristica italiana.

Altro settore a rischio, quello della telefonia. Come spiegato da Repubblica,  in particolare preoccupa la “controffensiva sferrata dal socio francese Vivendi per il controllo di Tim, che vedrà il momento clou nell’assemblea convocata per il 29 marzo. Vincent Bolloré, patron di Vivendi, che con il 23,9% è il primo azionista del gruppo italiano, pensa che cedere la rete Tim sia sbagliato. Il governo gialloverde, invece, la vorrebbe fuori dalla società telefonica”. Anche in questo caso, in un settore strategico ed estremamente delicato come quello delle reti telefoniche, la Francia ha un cavallo di Troia per colpire gli interessi italiani in caso di guerra diplomatica.

E per ultimo, c’è il caso Alitalia. Nella seconda metà di gennaio., tutto faceva credere che i negoziati per portare Air France-Klm nella cordata per salvare Alitalia si sarebbero conclusi con una fumata bianca. L’obiettivo era quello di farli entrare insieme a Ferrovie dello Stato per tutelare l’Italia dal rischio di una nazionalizzazione completa del settore aeronautico che avrebbe fatto infuriare anche l’Unione europea. Il problema è che ora dovrebbe essere proprio Di Maio a trattare con i manager di Air France. E il vice premier italiano ha scelto una strada del tutto opposta a quella dell’attuale establishment francese.

Proprio per questi motivi, non va sottovalutata la lettera inviata dagli industriali francesi e italiani a Giuseppe Conte e Macron in cui si legge che “in queste ore di tensione politico-diplomatica crescente, Confindustria e Medef ritengono necessario lanciare un appello al dialogo costruttivo e al confronto nella consapevolezza che la sfida non è tra Paesi europei ma tra l’Europa e il mondo esterno. L’economia vuole unire ciò che la politica sta dividendo”. Un segnale chiarissimo di come l’industria sia contraria a questo scontro politico e strategico. E che fa capire l’ostilità di larga parte dei grandi capitali industriali nei confronti dell’attuale governo italiano. Anzi, fa capire perché è proprio da questa centrale di interessi che arrivano anche i migliori alleati di Macron in Italia.

Ma non c’è “solo” l’economia a essere il campo di battaglia su cui Macron può colpire l’Italia. Anche sotto il profilo strategico, l’Italia ha due grossi problemi con cui deve fare i conti in caso di innalzamento dello scontro con la Francia. Ed è per questo che da Roma cercano sponde eccellenti in altri contesti, specialmente negli Stati Uniti. Questi due problemi sono la Libia e il Sahel.

Non è un mistero che la Francia abbia fatto di tutto per rimuovere la presenza italiana dalla Libia. Nicolas Sarkozy scatenò la guerra a Muhammar Gheddafi anche con il malcelato interesse di dare un colpo estremamente duro alla strategia italiana, che nel tempo era diventata il primo partner europeo per Tripoli. Dallo scoppio della guerra, Parigi ha cercato in qualsiasi modo di mettere i bastoni fra le ruote a Roma. Lo ha fatto prima puntando su Khalifa Haftar, poi provando a erodere la leadership di Eni. Ma non c’è riuscita, almeno fino ad ora, come confermato dalla Conferenza di Palermo. E in queste settimane, specialmente nel sud della Libia, potrebbe aver ricominciato a tessera la sua trama con l’uomo forte della Cirenaica.

Stesso discorso per il Sahel, in particolare in Niger, dove il governo si sta impegnando per rendere definitivamente operativa e a ranghi completi la missione italiana.  Ma vale anche per il Ciad, dove l’Italia sta cercando di accaparrarsi alcune posizioni a discapito dello strapotere francese. Lì, dove passano le grandi rotte dei migranti e dove inizia ‘esodo verso il Mediterraneo, Macron non ha solo grandi interessi, ma anche ottimi legami politici. Ed è proprio lì che può scatenare le sue mosse. Non solo nel controllo dei flussi africani, ma anche in sede europea imponendo l’accoglienza e negando la solidarietà all’Italia.

Spaventati dall’imminente chiusura di 4 negozi in centro, un gruppo di commercianti di Stradella lancia l’allarme ma anche un appello alle istituzioni affinché si riesca a bloccare quella che è una vera e propria emorragia. Sotto scacco in quella che è la zona con la maggior concentrazione di supermercati a livello europea, Sabrina Maserati, Anna Baderna, Novella Zanoni, Renata Balma, Maria Rina Brega e Bettina Wrobel ripartono dall’idea che “uniti si vince” per sfidare la crisi. Bacchettano il Comune, chiedono affitti meno cari, propongono la sosta a disco orario in centro senza dimenticare il mea culpa. «Stradella – dicono in coro - è una perla da tirar fuori dal cassetto e far tornare di nuovo a brillare; è una cittadina deliziosa, con grandi potenzialità che però non vengono sfruttate al massimo».

Commercianti che fine ha fatto il commercio cittadino e perchè negli ultimi anni è andato così peggiorando?

«Crediamo che le responsabilità siano in primis attribuibili alla crisi economica a cui abbiamo assistito negli ultimi dieci anni, la quale ha originato un “domino distruttivo” di problematiche che si sono riversate una sull’altra. Il piccolo commercio sicuramente non è mai stato salvaguardato, anzi, contrariamente è stato lasciato troppo spesso alla merce di grossi colossi che puntano a distruggerci».

Quindi è colpa dei grandi negozi?

«Quando ci trova in tasca meno soldini, il consumatore cerca l’offerta e il risparmio a tutti i costi, privilegiando alcune tipologie di commercio (la grande distribuzione oppure l’online), vedendoli come “i salvatori dell’acquisto e i paladini del risparmio” a scapito delle piccole realtà . Nell’immaginario collettivo, molto spesso, il piccolo commerciante viene visto come il “disonesto” o “ladro”, colui che non rilascia sconti e non offre promozioni...non è proprio così! Partendo dal presupposto che “non regala nulla nessuno”, dietro ad innumerevoli specchietti per le allodole si celano spesso truffe, inganni e frodi».

La grande distribuzione può essere considerata una dei responsabili, ma il commercio online sarà il futuro. Come pensate di affrontare la sfida?

«Il piccolo negozio non può di certo competere con i grossi numeri della grande distribuzione, ma non per questo deve essere considerato come quello che non fa sconti e non offre promozioni; a differenza dei grandi, il piccolo commerciante fornisce maggiore serietà in merito alle promozioni, nel senso che offre scontistiche reali e non illusorie; inoltre, dietro alle innumerevoli offerte, molto spesso si celano frodi: prodotti falsi e contraffatti, prezzi originari “gonfiati” e poi ultrascontati (pratica diffusa nel commercio online). Il piccolo commerciante, mettendoci la faccia, cerca di lavorare con la massima serietà e professionalità. Tuttavia, per quanto riguarda il commercio online anche noi abbiamo i nostri siti e le nostre pagine Facebook, che aggiorniamo costantemente offrendo un servizio di “vetrina online”, con la possibilità di ordinare direttamente i prodotti...per ora è un servizio rudimentale, ma ci stiamo organizzando in modo da offrire il massimo ai nostri clienti».

Che tipologia di Cliente frequenta i piccoli negozi del centro di Stradella?

«Crediamo di poter dire, chi più e chi meno, di avere un tipo di clientela fidelizzata nel tempo...purtroppo però, manca la “clientela nuova”, quella più giovane e quella che “arriva da fuori”. Nel caso della clientela dei giovani, spesso ci chiediamo dove siano finiti e come si possa recuperare...per quanto riguarda la clientela che arriva da fuori, invece, crediamo che occorra lavorare sulle iniziative di promozione del territorio (proposta di feste ed eventi)».

L’Amministrazione Locale cosa sta facendo per sostenere il piccolo commercio?

«Siamo convinti che, anche le varie Amministrazioni locali abbiano le loro colpe. Sarebbe stato opportuno calibrare e limitare le concessioni di licenze ai centri commerciali, che hanno impoverito il centro storico, alimentando anche un traffico eccessivo (e pericoloso) sulle arterie stradali principali. Facciamo presente che, uno studio sociologico recente ha constatato che tra Piacenza e Voghera esiste la concentrazione di supermercati più elevata d’Europa (un paradosso!)».

Secondo voi, come andrebbe affrontata la situazione ed evitare che i piccoli negozi del centro chiudano uno dopo l’altro?

«Innanzitutto riteniamo che gli affitti degli immobili della città di Stradella siano troppo onerosi e inadeguati ai tempi che corrono. Laddove i consumi sono calati, dovrebbero essere ricalcolati i canoni d’affitto affinché i commercianti possano lavorare con un po’ più di respiro, evitando così la chiusura di molte attività, perchè vittime di costi fissi troppo elevati. Una mano sulla coscienza dei proprietari degli immobili sarebbe auspicabile! Inoltre, dare commercio al piccolo significa anche incentivare l’assunzione di personale dipendente nuovo e a “condizioni umane”, cosa che non accade spesso nella grande distribuzione, che reputa i dipendenti poco più di numeri da gestire con algoritmi senza considerare le loro dignità umana. Se il commercio cittadino viene aiutato, questo resta vivo e mantiene un buon livello di bellezza, decoro, vivibilità e sicurezza dell’intero paese. Stradella - come ogni altra città - senza le attività commerciali, diventerebbe buia, triste e poco sicura».

La “battaglia dei parcheggi” come si è evoluta in questi anni?

«Per quanto riguarda la non semplice questione dei parcheggi, siamo dell’avviso che sia assurdo affidare in outsourcing la gestione dei tali; riteniamo che sia più proficuo far sì che sia il Comune di Stradella a gestire direttamente i parcheggi. Tuttavia, noi commercianti siamo convinti che non sia l’ideale avere il centro storico senza pagamento della sosta, poiché disincentiverebbe il commercio. Lasciare però i parcheggi a disco orario di un’ora “seriamente controllato” contribuirebbe a mantenere il riciclo dei posti auto, evitando le soste selvagge e prolungate a discapito di tutti; riusciremo così ad attirare più clientela, perchè gratuito, assicurando allo stesso tempo la facilità di trovare parcheggio».

Cosa manca nel comune di Stradella? Quale tipologia d’impegno chiedete alle Amministrazioni Locali?

«Le Amministrazioni Locali e gli Enti per la promozione del territorio dovrebbero essere più disponibili verso le idee innovative, anziché fomentare le solite diatribe tra chi le fa e chi le propone; sarebbe più utile lavorare per favorire un clima più collaborativo. Sicuramente, anche noi commercianti abbiamo le nostre colpe, ma ci stiamo organizzando per essere più coesi e collaborativi, perchè l’unione fa la forza! Saremo uniti perchè vogliamo far ascoltare la nostra voce e avanzare le nostre proposte».

 di Silvia Cipriano

Valorizzare gli scarti della filiera vitivinicola utilizzandoli in cantina per ridurre i costi di trattamento dei rifiuti e produrre energia elettrica pulita. E' il progetto BioVale -BIOraffineria: VALore aggiunto dei sottoprodotti Enologici- promosso dal Dipartimento di Scienze e Tecnologie Chimiche dell'Università di Roma Tor Vergata, in collaborazione con l'Associazione Donne della Vite e finanziato dalla Fondazione AGER-Agricoltura e Ricerca. Punto cardine saranno i due incontri del 29 gennaio a Soave nel veronese e il 30 gennaio a Poggibonsi nel senese, per mettere in contatto il mondo della ricerca, dell'industria e dell'enologia. La filiera vitivinicola, che produce sottoprodotti e scarti come i raspi, le vinacce, le fecce e le acque di lavaggio della cantina, può essere ripensata in una nuova ottica di economia circolare, con l'introduzione del concetto di bioraffineria. Nei due incontri verranno illustrate le possibilità di sfruttamento a fini energetici delle biomasse provenienti dai sottoprodotti.

Utilizzando in cantina il metabolismo dei microorganismi presenti negli scarti enologici, oltre a tagliare i costi, spiegano le ricercatrici del Dipartimento di Tor Vergata, Barbara Mecheri e Alessandra D'Epifanio, consentirà di innovare i processi per la conversione energetica e lo sfruttamento di nuove fonti rinnovabili. Sono i cosiddetti sistemi bioelettrochimici che potenzialmente sono applicabili anche sulle acque di vegetazione ottenute nel processo di frangitura delle olive, spiegano le ricercatrici.

Se l'Italia ha l'agricoltura più eco-sostenibile d'Europa, come emerge dai dati del Rapporto GreenItaly 2018 di Unioncamere e Fondazione Symbola, lo si deve soprattutto alle nuove generazioni. Perché se un tempo si sosteneva che, per chi non era in grado di fare nulla, l'unica soluzione era quella di occuparsi dei campi oggi lo scenario è molto diverso. La necessità di tutelare l'ambiente, di avere prodotti di qualità sempre più elevata, di sviluppare processi 'sostenibili' richiede competenze specifiche, in linea con gli ultimi ritrovati. Oggi, chi tira avanti un'azienda di campagna (o di montagna o specializzata nella pesca), molto spesso ha una laurea oppure ha seguito un corso di formazione ad hoc ed è aggiornatissimo sul settore. Alla fine del 2017, come riporta il sito Skuola.net, sul nostro territorio sono state censite ben 55.121 imprese agricole guidate da under 35, con un incremento del +6% rispetto all'anno precedente.

Ponendo l'Italia ai vertici nell'Unione Europea per aziende condotte da giovani. Ad incuriosire è il profilo di questi agricoltori del terzo millennio: 1 su 4 è laureato e conosce una o più lingue straniere (almeno a livello scolastico), mentre 8 su 10 sono abituati a viaggiare e andare spesso all'estero. Un dato arricchito dalle modalità di gestione delle attività: i giovani agricoltori, tra le altre cose, sfruttano sempre di più il web e la tecnologia per promuovere i propri prodotti. Lo testimoniano i tanti casi di aziende agroalimentari che ormai hanno attivato un servizio di e-commerce. Le nuove generazioni, dunque, hanno interpretato in chiave innovativa le opportunità offerte dal mondo rurale. Offrendo tanta varietà di servizi: dalla trasformazione aziendale dei prodotti alla vendita diretta, dalle fattorie didattiche agli agriasilo, dall'agricoltura sociale all'agribenessere. Un contributo fondamentale, in questa piccola rivoluzione, è stato sicuramente dato dalla componente femminile. Le donne imprenditrici agricole sono due volte giovani, per data di avvio dell'attività e per incidenza di imprenditrici under 35. Se andiamo a vedere i dati relativi alle nuove aziende (fondate dal 2010 a oggi), ben 4 su 10 sono guidate da donne.

Rafforza il quadro il fatto che, tra gli uomini, solo 3 aziende agricole su 10 hanno meno di sette anni. Inoltre, attualmente, un terzo delle imprese del settore hanno un titolare donna, con una distribuzione omogenea su tutto il territorio, dalla pianura alla montagna. Potremmo quasi parlare di un "processo di femminilizzazione" dell'agricoltura italiana. Un'imprenditoria particolarmente multifunzionale, che conta ad esempio 1.371 fattorie didattiche, accogliendo le scuole e attivando un collegamento diretto tra città e campagna, far conoscere l'ambiente agricolo, l'origine dei prodotti alimentari e la vita degli animali. L'intero mondo agricolo a trainare la nostra economia, specie se lo confrontato col panorama europeo. Siamo, infatti, al primo posto nell'Unione anche per il valore aggiunto prodotto: 31,5 miliardi di euro, pari al 18% della quota complessiva generata dall'UE a 28. Dati che ci pongono davanti a nazioni geograficamente ben più estese di noi, come Francia (28,8 miliardi), Spagna (26,4 miliardi), Germania (17,5 miliardi). Considerando, inoltre, sia agricoltura che silvicoltura e pesca, l'incidenza del valore aggiunto sul Pil è pari al 2,2% (36,2 miliardi euro), podio europeo subito dopo la Spagna (2,8%) ma davanti a Francia (1,7%) e Germania (inferiore all'1%)

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