Giovedì, 25 Aprile 2019

"Sono favorevole alla tutela dell'ambiente nella Pac ma questo non deve penalizzare i nostri agricoltori". Lo dice su Twitter il ministro delle politiche agricole alimentari, forestali e del turismo, Gian Marco Centinaio. Centinaio, quindi, precisa "in Lussemburgo alla commissione Agrifish a difendere l'agricoltura italiana dove si parla di 'architettura verde nella Pac'".

"In linea generale l'Italia condivide la proposta di una Pac più ambiziosa dal punto di vista ambientale ma vogliamo anche che tale ambizione non si traduca in maggiori oneri ed elementi di complicazione per il mondo agricolo, soprattutto se non adeguatamente remunerati", ha poi spiegato il ministro Centinaio nel suo intervento alla Commissione Agrifish di Lussemburgo. "Gli agricoltori europei - ha aggiunto - hanno sempre fatto e continueranno a fare la propria parte per migliorare la sostenibilità ambientale dell'attività agricola. È nostro compito però creare le condizioni perché queste importanti funzioni, in particolare a finalità ambientale e sociale, possano essere coniugate alla necessaria sostenibilità economica". 

Ue renda riconoscibili prodotti agroalimentari 
"La sostenibilità ambientale deve essere conseguita parallelamente alla sostenibilità economica. I maggiori vincoli ambientali dell'architettura verde sono inevitabilmente associati a maggiori costi per i produttori. Questi costi non potranno essere compensati con gli incentivi di una Pac il cui budget viene sistematicamente messo sotto attacco", ha detto Centinaio.
"La commissione non può più permettersi di ignorare la richiesta sempre più pressante da parte degli agricoltori e dei cittadini contribuenti di rendere riconoscibili i prodotti agroalimentari ottenuti nel rispetto di regole più rigorose attraverso un'armonizzazione a livello comunitario dei diversi sistemi di etichettatura", ha sottolineato il Ministro. "Questo consentirebbe, infatti, da un lato di valorizzare le produzioni agricole comunitarie e dall'altro di migliorare la trasparenza verso il consumatore con la possibilità di un riconoscimento della qualità intrinseca dei vari prodotti", ha concluso Centinaio.

Con un aumento-record del 38% nell'ultimo anno è boom per i vignaioli della Generazione Zeta, i ragazzi under 25 che hanno scelto il vino per realizzare il proprio sogno imprenditoriale e crearsi un futuro lavorativo. E' quanto emerge da un'analisi della Coldiretti diffusa al Vinitaly dove si sono accesi i riflettori su un fenomeno, quello del ritorno dei ragazzi alla terra, che nel settore vitivinicolo è particolarmente dinamico. Secondo una proiezione Coldiretti su dati Agea, si stima che i produttori di vino sotto i 25 anni siano saliti a quota 1200 nel giro di un solo anno, con un incremento in controtendenza rispetto al dato generale, che vede un calo del 6%.

Le aziende agricole dei giovani possiedono peraltro una superficie superiore di oltre il 54% alla media, un fatturato più elevato del 75% della media e il 50% di occupati per azienda in più. Una presenza che ha di fatto rivoluzionato il lavoro in campagna dove il 70% delle imprese giovani opera in attività multifunzionali che vanno dalla trasformazione e vendita aziendale del vino all'enoturismo fino alla vinoterapia.

L'elemento che caratterizza maggiormente la nuova stagione del vino italiano, per Coldiretti, è l'attenzione verso la sostenibilità ambientale, le politiche di marketing, anche attraverso l'utilizzo dei social, e il rapporto con i consumatori, con i giovani vignaioli che prendono in mano le redini delle aziende imprimendo una svolta innovatrice.

Di fronte ad un aumento medio dei prezzi del vino nei supermercati del 6,5% nel 2018, il consumatore ha ridotto gli acquisti del 3,8%. Tanto più che le promozioni di vini a prezzi scontati sono diminuite di due punti percentuali. A mantenere le posizioni i soli vini Doc e Docg (-0,7% a volume). Tuttavia, al netto degli effetti inflattivi della scarsa vendemmia del 2017, l'aumento del valore del vino nella Grande distribuzione (Gdo) viene considerato come una tendenza positiva e necessaria sia dalle cantine sia dalle insegne distributive. 

E' quanto emerso a Vinitaly dalla tavola rotonda sul mercato del vino nella Gdo (grande distribuzione organizzata), organizzato da Veronafiere in collaborazione con l'istituto di ricerca Iri, dove si è discusso dei prezzi delle uve destinate ai vini. Per Enrico Zanoni, consigliere di Unione Italiana Vini e direttore generale di Cavit "sarebbe auspicabile sia da parte dei produttori che dei distributori la gestione di una politica di prezzo correlata più al corretto posizionamento dei diversi prodotti, e meno influenzata dagli andamenti della materia prima nella diverse vendemmie".

"Attenzione a non disperdere nel 2019 quanto di buono costruito nella relazione con il consumatore cercando di comunicare il giusto rapporto tra qualità e prezzo" ha sottolineato Alessandro Masetti, Responsabile settore alimentari e liquidi di Coop Italia. Del resto, ha ricordato Virgilio Romano, Business Insight Director dell'istituto di ricerca Iri, "i disciplinari delle denominazioni proteggono da tali forti oscillazioni permettendo alle aziende di mantenere politiche commerciali e di marketing stabili nel tempo. Agli inizi del duemila la percentuale di vini con marchio di qualità (Docg/Doc/Igt) era inferiore al 60%, oggi siamo arrivati intorno al 70%. La strada è questa, continuare a valorizzare territori e produzioni".

Partiti i corsi di formazione gratuiti per le imprese della provincia erogati nell'ambito di "#Belturismo", progetto della CCIAA di Pavia promosso da ASCOM Pavia.

Ai commercianti viene offerta la possibilità di acquisire conoscenze nell'area delle lingue straniere, per consentire una migliore accoglienza del turista straniero nel proprio hotel, ristorante o bar. Inoltre, poiché i social network sono uno strumento di promozione ma anche di interazione con i clienti, le imprese potranno partecipare a corsi specifici per conoscere le tecniche di web marketing con particolare attenzione all'utilizzo dei social.

Gli appuntamenti si svolgeranno dalle 20 alle 23 per consentire ai commercianti di integrare l'attività lavorativa con quella formativa.

I corsi di Social Web Marketing e Promozione d'impresa si svolgeranno tra aprile e maggio; a Pavia (Sede ASCOM di Corso Cairoli n. 100) i giorni 8, 10 e 17 aprile ed a Varzi i giorni 8, 10 e 15 aprile 2019  in Piazza Umberto I n. 1 (sala consigliare comunale).

Per i corsi di lingua inglese, invece gli appuntamenti sono a Pavia dal 2 aprile al 3 maggio ed a Varzi dal 17 aprile al 29 maggio.

A Stradella (Sede Territoriale ASCOM di Via Partigiani n. 42) il corso di Social Web Marketing sarà erogato dal 2 al 16 maggio.

In via di rapida definizione le date per le zone "lomelline" di Mortara  e Vigevano, dove sta terminando la raccolta dei fabbisogni formativi delle aziende.

Per le iscrizioni la SCHEDA di adesione (da compilare e inviare agli Uffici di Ascom Pavia) è scaricabile dal sito www.ascompavia.it.

Spiega il Direttore Dr. Gian Pietro Guatelli: " Abbiamo voluto offrire alle imprese un servizio di qualità che possa agevolare il settore turistico/commerciale. Attraverso la possibilità di acquisire competenze, le imprese si potranno  posizionare al meglio sul mercato approfondendo le più moderne metodologie di promozione tramite i canali web. I corsi di formazione verranno realizzati da esperti e saranno organizzati in orari idonei per consentire la partecipazione di chi è impegnato nel settore turistico/commerciale. Le competenze acquisite accresceranno le professionalità degli imprenditori, a beneficio delle aziende stesse, del cliente e di tutto l'indotto".

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Dopo diversi anni torna a crescere nei campi la presenza degli italiani. Nel 2017, infatti i lavoratori stranieri calano del 5%, arrivando a quota 275mila. E' una delle fotografie che emerge dal Rapporto dell'Osservatorio Eban-Nomisma sul lavoro agricolo nel 2017 presentato a Roma. 

Uno studio che mette in evidenza la crescita complessiva dell'occupazione in agricoltura, registrando un aumento del 4% di operai impiegati, poco più di 1 milione e del 6% delle giornate lavorate con 110 milioni; dati che pongono il settore secondo solamente al turismo. 

Quanto alle aziende che assumono manodopera in Italia sono 188 mila, una tendenza positiva che si conferma anche nelle previsioni 2018.

Dal Rapporto emerge un settore con una sempre più forte presenza di manodopera stagionale: gli operai a tempo determinato rappresentano il 90% del totale, in aumento del 6% tra il 2012 e il 2017, mentre i contratti a tempo indeterminato sono calati dell'8%. Quanto alla mappa della crescita dell'occupazione in agricoltura non è omogenea: mentre al Nord e al Centro gli operai impiegati fanno segnare nel periodo 2012-2017 incrementi rispettivamente del 13% e del 6%, al Sud calano dell'1%. Stesso trend per le giornate lavorate con +11% al Centro-Nord, mentre al Sud la crescita è di appena del 2%. Quanto alla presenza di manodopera straniera, il Rapporto indica il 26% degli operai agricoli è di provenienza estera; fra questi ultimi il 49% è comunitario (75% rumeni) e il 51% extra-comunitario (42% africani).

Una crescita del 7,5% del fatturato sul 2017, del 3,7% per l'occupazione e del 25,9% per gli investimenti. Sono i dati delle principali società italiane del settore vitivinicolo, che fanno del 2018 un anno da record. Sono stati raccolti e elaborati dall'Area studi Mediobanca su 168 principali aziende italiane di settore che nel 2017 avevano fatturato più di 25 milioni di euro.

Il fatturato cresce grazie alla buona performance dell'export (+5,3%), ma soprattutto al contributo delle vendite domestiche (+9,9%). Punta del settore si confermano le aziende venete, piemontesi e toscane. Anche l'aggregato dei 14 maggiori produttori internazionali quotati è in crescita e c'è ottimismo sulle aspettative di vendita per il 2019.

Il maggiore sviluppo nel fatturato lo registrano le cooperative (+9,2% sul 2017), trainate dal mercato interno (+13,6%).

Le spa e le srl sono in crescita del 6,7% (+7,0% all'estero), mentre gli spumanti e i "vini non spumanti" crescono del 7,1% e del 7,6%, i primi grazie all'export (+7,2%) e i secondi spinti dalle vendite domestiche (+10,8%). Per l'occupazione la crescita vede in testa le spa e srl (+6,1%) e gli spumanti (+5,8%) davanti ai "vini non spumanti" (+3,4%). Meno netto l'incremento della forza lavoro per le cooperative (+1,6%). Per gli investimenti a distinguersi sono i "vini non spumanti" (+30,4%), seguiti dagli spumanti (+10,8%). Per il 2019 l'82,6% degli intervistati prevede di non subire un calo delle vendite, il 10,5% crede in un aumento del fatturato in doppia cifra e il 17,4% si aspetta una flessione dei ricavi.

I dati relativi all'affidabilità creditizia confermano la solidità delle imprese vitivinicole: nel 2017 il 70% delle ricade nella classe investment grade, il 28,6% in quella delle imprese intermedie e il residuo (1,2%) in quella delle fragili.

Le aziende vinicole italiane segnano all'estero un incremento delle vendite del 5,3% sul 2017, in Asia (+42,2% sul 2017, per un totale pari al 5,7% del fatturato estero), in Sud America (+11,9%, l'1,6% del totale) e in Nord America (+3,9%, 32,3% del totale). È però nei Paesi Ue dove si concentra gran parte dell'export (+5,6%, 52% del totale). I principali Paesi stranieri di cui i nostri produttori temono maggiormente la concorrenza sono Francia e Spagna con una quota del 25,7% ciascuno e Cile (12,1%), seguono Usa (7,9%), Australia (7,1%), Germania (3,6%). Le prime nazioni nelle quali i nostri produttori vorrebbero esportare e incrementare la propria presenza sono: Cina (7,7%), Messico (6,8%), Australia (6,0%), India (5,1%). Le esportazioni in Cina si attestano mediamente attorno all'1,9%, con quota massima pari al 10%. Il 37,7% degli intervistati vede nella produzione ecosostenibile il principale driver futuro del vino.

A pochi giorni dal Vinitaly, il mondo del vino fa il check-up sullo stato di salute del comparto e, al convegno sul mercato del vino promosso da Alleanza Cooperative Agroalimentari, delinea luci ed ombre sul mercato del made in Italy. ''Nell'export - ha detto il direttore generale di Ismea Raffaele Borriello - registriamo incrementi in valore del 3,3%, per un totale di 6,2 miliardi di euro, ma il quantitativo di vino esportato, circa 20 milioni di ettolitri, è diminuito dell'8% circa. Siamo ritornati in termini di quantità indietro di dieci anni e abbiamo perso il 10% in Germania, il 6,4% in Svizzera, il 19% in Francia. Senza contare che nel 2018 la Spagna ha fatto il pieno sui vini sfusi, e la Francia e gli Stati Uniti conservano i due posti più alti nella classifica globale della produzione dei fine wine, la fascia top di mercato''.

''Baricentro della produzione italiana - ha precisato l'analista di mercato Ismea Tiziana Sarnari - sono i vini 'commercial premium', la fascia media, purtroppo affollata dai competitor del Nuovo Mondo. Secondo proiezioni al 2025, l'Italia consoliderà il primato su questa fascia di mercato, mentre la Spagna si consoliderà sui vini sfusi e da tavola. Ma con la prossima Pac - ha concluso l'analista Ismea - non si potrà prescindere dalla sostenibilità ambientale, sociale ed economica che, insieme alla qualità, diventano il fulcro delle politiche Ue per il settore vino. Non va dunque ammainata la bandiera della qualità ma deve essere a 360 gradi''.

Ci sono abitudini che oggi ci sembrano ovvie, e ci chiediamo perché in passato non solo non fossero radicate nella vita quotidiana, ma neppure fossero venute in mente a nessuno. In realtà, molte di quelle abitudini non possono “funzionare” in assenza di condizioni che, anche quelle, ci sembrano ovvie ma non lo sono affatto. è il caso di quell’attività un tempo tipicamente femminile oggi più equamente distribuita tra i sessi che si chiama “fare la spesa”. Agli inizi degli anni ’60 la casalinga di Voghera  faceva la spesa al mercato e nei negozi di alimentari presenti in gran numero in città. Ma nel 1964 con l’apertura del primo supermercato in via Mazzini, il “Vegè” le modalità di acquisto dei generi alimentari iniziarono a subire dei profondi cambiamenti.

Abbiamo incontrato Linda Lugano che, dopo una prima esperienza fatta sul campo presso il supermercato Gulliver di Godiasco, fa ora  parte dell’ufficio category e comunicazione dei Supermercati Gulliver,  per fare il punto sull’andamento dei consumi alimentari in Oltrepò Pavese.

Franco Lugano, il fondatore, è stato il primo 55 anni fa ad introdurre il supermercato a Voghera, una grande intuizione visti i risultati ottenuti poi dalla vostra azienda negli anni, ci vuole raccontare un po’ la storia?

«Il nostro primo supermercato si chiamava “Vegè “ dal nome di una centrale di acquisto nata in Europa e sbarcata in Italia nel 1959, anno in cui la nostra azienda aderì per il mercato nazionale. La successiva apertura di supermercati di più ampie superfici aveva fatto nascere sempre a Voghera in via Cavour il primo punto vendita in Italia di affiliazione con la Standa, all’epoca primario gruppo nazionale nel mondo del tessile e del casalingo. Per facilitare la comunicazione univoca nelle varie città, la doppia insegna Vegè e Standa aveva creato problematiche di riconoscimento per i nostri supermercati e così, negli anni ’80, abbiamo avuto la necessità di creare un marchio proprio. Nasce così l’insegna “Gulliver” con l’immagine del gigante buono, Gulliver appunto, che difende il consumatore nella vita quotidiana».

Quanti supermercati avete aperto da allora sul territorio dell’Oltrepò pavese?

«Nel territorio dell’Oltrepò siamo presenti a Voghera con 8 punti vendita, Broni (2 punti vendita), Stradella, Casteggio, Montù Beccaria, Bressana Bottarone, Lungavilla, Godiasco Salice Terme. Ma partendo dal territorio dell’Oltrepò, ci siamo espansi anche in Lombardia e nelle regioni limitrofe come il Piemonte, la Liguria e l’Emilia Romagna. Attualmente abbiamo 90 punti vendita: 72 diretti e 18 affiliati e contiamo solo in Oltrepò circa 250 dipendenti».

Siete riusciti negli anni a conquistare la fiducia di quella che ai tempi  era  la “casalinga di Voghera” e che oggi si identifica di più con una donna che lavora e che spesso e volentieri ha poco tempo per fare la spesa. Quali sono i vostri punti di forza?

«Devo dire prima di tutto che i nostri punti vendita si distinguono per qualità dei prodotti, correttezza nei confronti del cliente e convenienza. Abbiamo cercato pur nelle grandi dimensioni di mantenere il contatto diretto con il cliente, di farlo sentire a proprio agio mentre fa la spesa. I nostri punti di forza sono il reparto freschi: ortofrutta, macelleria e gastronomia».

Attualmente il consumatore è diventato più esigente, sempre più incline a ricercare il prodotto  di qualità, a Km0, vuole sapere la provenienza di ciò che mangia. Il cliente oltrepadano  è orientato a questo genere di acquisti?

«Certamente, i nostri clienti richiedono,  soprattutto per i prodotti freschi, le produzioni del territorio e, nel corso degli anni posso dirle che abbiamo attivato diverse collaborazioni con produttori locali.  Da più di 40 anni abbiamo rapporti di collaborazione con stalle selezionate del nord-ovest di Italia che allevano per conto nostro le migliori razze bovine. Solo dopo un’attenta selezione macelliamo i capi migliori e grazie al nostro sistema di tracciabilità il cliente può sapere da dove proviene la carne acquistata, razza età sesso dell’animale e nome dell’allevamento d’origine. La frutta e la verdura in stagione provengono da tanti piccoli produttori locali e per quanto riguarda il pane e i prodotti da forno giornalmente piccoli laboratori della zona consegnano le loro migliori produzioni quali pane, pizza, focacce e biscotti. Anche per i formaggi tipici, collaboriamo con un caseificio di Rivanazzano Terme ed uno di Stradella che ha come obiettivo la valorizzazione della filiera casearia oltrepadana, producendo con latte da fieno 100% italiano. Dal territorio provengono poi parte dei vini, prodotti dolciari, insomma tutto quello che di meglio viene prodotto in zona».

Negli ultimi anni la concorrenza è diventata sempre più agguerrita e sono stati aperti grandi supermercati e discounts in Voghera e sul territorio. Come vi siete organizzati per affrontare questo tipo di problema?

«Certo è diventato sempre più importante sia il posizionamento del prezzo di vendita sia una costante attività promozionale. Abbiamo perciò dato vita ad un progetto molto importante il “Salvaspesa” con prodotti scontati tutti i giorni, intrapreso attività di fidelizzazione quali lo sconto 10% ai pensionati proposto tutti i mercoledì e altre convenzioni aventi per oggetto sconti personalizzati con enti e/o amministrazioni locali. Nel 2016 abbiamo avviato un progetto importante con l’ingresso nel gruppo di acquisti “Sun” che ha permesso, con il marchio Consilia, di puntare sullo sviluppo dei prodotti a marchio che rappresentano un settore fondamentale per la crescita del fatturato ed una leva di marketing per aumentare la fidelizzazione dei clienti».

I vostri punti vendita sono inseriti principalmente nei centri storici delle città ormai purtroppo aperti in un tessuto urbano sempre più svuotato dalle chiusure di negozi colpiti da una crisi irreversibile e dai grossi centri commerciali fuori città. Qual è il vostro punto di vista sulle chiusure domenicali?

«La nostra preoccupazione per le ricadute del provvedimento sulle chiusure domenicali deciso dal governo è molto importante  anche perché il mondo del commercio vive una transizione tutt’altro che facile, con consumi stagnanti e l’e-commerce che guadagna terreno. Chiediamo solo di avere la libertà di aprire non l’obbligo, le parlo di Gulliver: su 72 supermercati oggi la domenica ne teniamo aperti il 90%, la domenica rappresenta il secondo giorno per fatturato della settimana. Sappiamo fari i conti e sappiamo del resto che aprire costa però vogliamo offrire in un mondo in continua evoluzione  ai consumatori un servizio dove c’è domanda e dove genera ricchezza. Dati nazionali ci danno ragione e il 65% dei consumatori lo hanno capito. Mi chiedo allora: la rovina delle famiglie sono i supermercati aperti nei festivi o la mancanza di lavoro? C’è gente che fa la fila per lavorare la domenica, perché quei 200€ in più a fine mese su uno stipendio medio da 1200€ non sono pochi; non c’è imposizione, c’è la rotazione, nei nuovi contratti la domenica è un giorno lavorativo come un altro, retribuito con una importante maggiorazione del 30%. Se dovessimo chiudere la domenica, le persone non sono noccioline: rischiamo a livello nazionale fino a 40.000 licenziamenti. Mettendo in difficoltà i clienti dando un ulteriore vantaggio all’online e danneggiare a chi ha investito e chi vorrebbe farlo ancora».

Quali progetti avete per il futuro? Pensate ci sia ancora spazio per l’espansione?

«Nel corso del 2019 abbiamo dato vita ad un importante progetto di ristrutturazione che vedrà coinvolti una decina di punti vendita e l’apertura di due nuovi supermercati. In questi punti vendita ad esempio Via Carlo Emanuele a Voghera e Godiasco, sono state apportate sostanziali modifiche nel layout generale del supermercato con particolare attenzioni ai reparti ortofrutta, gastronomia e macelleria con l’inserimento dei banchi take-away  per agevolare le esigenze di una spesa più veloce. Inoltre questo  ha permesso di allargare la nostra proposta di assortimento nelle categorie di forte crescita, quali ad esempio tutto il mondo dei salutistici, biologici, prodotti della cura della persona di alta qualità, il mondo del baby food e del pet food».

di Gabriella Draghi

La revisione al ribasso della crescita ha messo drammaticamente in luce non solo il rallentamento in atto della nostra economia e la difficoltà di mantenere in ordine i nostri conti pubblici, ma anche un probabilissimo aumento della pressione fiscale che, nel 2019 rischia, di sfiorare il 43%. Lo dice la Cgia. "Nel dicembre scorso il ministero dell’Economia aveva previsto una crescita dell’1% del Pil che avrebbe contribuito a far salire di poco la pressione fiscale del 2019, esattamente al 42,3%. Ora, con un Pil che quasi sicuramente supererà di poco lo zero, il peso fiscale è destinato ad aumentare in misura più consistente rispetto alle previsioni. In questo momento, tuttavia, è ancora prematuro stabilirne la portata: per avere maggiore contezza dovremo aspettare i dati della trimestrale di cassa. L’asticella, comunque, è destinata a salire ed è molto probabile che si attesterà appena sotto la soglia del 43%", spiega l'associazione di Mestre.

"Sia chiaro: ciò non vuol dire che le famiglie e le imprese pagheranno più tasse. La pressione fiscale, infatti, è data dal rapporto tra le entrate fiscali e quelle contributive sul Pil. Se si abbassa sensibilmente il denominatore - precisa comunque la Cgia - è quasi certo che il risultato del rapporto è destinato ad aumentare in maniera significativa".

"Con una pressione fiscale che negli ultimi decenni è salita costantemente senza che ciò abbia comportato un incremento dei servizi offerti a famiglie e aziende - segnala il segretario della Cgia, Renato Mason - si sono sacrificati i consumi e gli investimenti. Inoltre, è diventato sempre più difficile fare impresa, creare lavoro e redistribuire ricchezza. Alle piccole e piccolissime imprese, in particolar modo, il calo dei consumi delle famiglie ha creato non pochi problemi finanziari, costringendo molte partite Iva a chiudere definitivamente l’attività".

Gli unici soggetti economici che subiranno un deciso aumento del carico fiscale saranno le banche, le assicurazioni e le grandi imprese. Se per i primi due soggetti l’aggravio di imposta nel 2019 sarà pari a 1,8 miliardi di euro, per i secondi il maggior gettito peserà per 2,5 miliardi di euro.

"Non è da escludere - fa sapere la Cgia - che gli istituti di credito riversino sulla clientela i maggiori costi causati dall’inasprimento fiscale. Come? Ritoccando all’insù le commissioni bancarie che, ricordo, incidono ormai per il 40 per cento circa dei ricavi netti delle banche. In buona sostanza, bisognerà fare molta attenzione affinché i costi dei conti correnti, i servizi bancomat/carte di credito, le operazioni di incasso/pagamento, la collocazione dei titoli e le gestioni patrimoniali non subiscano aumenti ingiustificati".

Ad aggravare la situazione va segnalato anche il probabile mancato gettito di alcune voci introdotte nell’ultima legge di Bilancio che ci allontanerebbe dagli obiettivi di deficit e del debito presi con Bruxelles. Uno scostamento che potrebbe indurre l’Unione europea a imporci una manovra correttiva entro la fine dell’estate. Ricordiamo, infatti, che a seguito della sentenza della Corte Costituzionale, rischiano di mancare all’appello 4 miliardi di gettito dalla rottamazione delle cartelle esattoriali. Dalla privatizzazione di beni dello Stato le casse pubbliche dovrebbero incassare 18 miliardi di euro. Obiettivo che, a oggi, sembra sovrastimato. Senza contare che con l’introduzione della fatturazione elettronica il fisco punta a incassare un gettito aggiuntivo di 2 miliardi; importo che ai più sembra difficilmente raggiungibile.

NEL PASSATO - L’Ufficio studi della Cgia, infine, ha ricostruito la serie storica della pressione fiscale in Italia. Negli ultimi 40 anni è salita di quasi 11 punti percentuali. Se nel 1980 era al 31,4 per cento, quest’anno dovrebbe attestarsi almeno al 42,3. In questo arco temporale, la punta massima è stata raggiunta nel 2012-2013, quando in entrambi gli anni il prelievo ha raggiunto la soglia del 43,6 per cento. Livello raggiunto a seguito dell’inasprimento della tassazione imposto dal governo Monti che ha reintrodotto la tassa sulla prima casa, ha aumentato i contributi Inps sui lavoratori autonomi, ha inasprito il prelievo fiscale sugli immobili strumentali e ha ritoccato all’insù il bollo auto.

L'Italia del vino conferma, secondo dati Ismea, nel 2018 il suo ruolo di leader mondiale nella produzione e consolida la posizione di esportatore. Produce 55 milioni di ettolitri con un incremento del 31% su base annua, di cui quasi 20 milioni venduti all'estero. E con un valore record dell'export di 6,2 miliardi, mantiene il secondo gradino del podio dei maggiori fornitori mondiali alle spalle della Francia. Ismea evidenzia la crescita del 70% in valore delle esportazioni nell'ultimo decennio, consolidata dal 3,3% dello scorso anno.

A trainare le esportazioni del settore nel 2018, precisa Ismea, sono stati i vini Dop con un aumento del 13% in volume e del 12% in valore, a fronte di una battuta d'arresto degli Igp (-23% le quantità e -15% il giro d'affari) e di volumi inferiori per i vini comuni (-22%). Anche sul fronte dei consumi interni, i vini e soprattutto gli spumanti fanno registrare un andamento positivo, essendo stati tra i pochi prodotti che hanno mostrato, nel 2018, un deciso segno più negli acquisti delle famiglie, con +5,4% la spesa degli spumanti e +4,6% i vini fermi.

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