Giovedì, 25 Aprile 2019

OLTREPÒ PAVESE - «DIETRO LA CRISI EDILIZIA ANCHE LA RINUNCIA ALLA BRONI-MORTARA»

Negli ultimi dieci anni è crollato il numero delle aziende che si occupano di costruzioni nel nostro territorio. Meno società, meno maestranze, meno esperienza: si sta perdendo un patrimonio di abilità e di conoscenze, quello che crea differenza fra un intervento realizzato bene e uno realizzato male. Fra un’infrastruttura duratura e una a rischio. Per comprendere le ragioni di questa situazione, i rischi connessi e le strategie per il rilancio, abbiamo scambiato alcune frasi con il presidente dell’Associazione Nazionale Costruttori Edili – Sezione di Pavia, dottor Alberto Righini. È un settore, quello dell’edilizia, che vive un momento di crisi prolungato. In Oltrepò, in particolare, si sta perdendo (o è già definitivamente perduta?) quella galassia di piccole imprese che ne rappresentavano la colonna vertebrale, anche da un punto di vista occupazionale.

Qual è la situazione, dal vostro punto di vista?

«È vero, abbiamo perso una parte importante del tessuto: sia grandi, sia piccole imprese. Con una modalità devastante, quasi come una sorta di terremoto. Una guerra. Abbiamo perso oltre il 50% delle imprese e oltre il 50% della forza lavoro, nella provincia di Pavia. Ed è effettivamente una situazione che si protrae da oltre dieci anni. La nostra è la provincia che ha subito di più, in Regione Lombardia, perché meno interessata da investimenti e priva di un occhio vigile per quanto riguarda l’infrastrutturazione del territorio».

Qualche esempio?

«Abbiamo detto di no a infrastrutture importanti come la Broni-Mortara, che noi abbiamo sempre sostenuto, e che poteva essere una via d’uscita importante, soprattutto perché non era oggetto di spesa pubblica ma vedeva investimenti privati. Poteva essere un vettore importante per il collegamento interno della nostra provincia, perché oltre a collegare tre autostrade, la A26, la A7 e la A21, poteva essere l’asse di una rete viaria importante, per un territorio che ha peculiarità diverse».

Quanto alla Broni-Mortara, tuttavia, le resistenze erano molte e alla fine hanno prevalso. Perché?

«Ancora oggi non ne capiamo il motivo. Ci si è nascosti dietro a un aspetto ambientalista, che per carità, è legittimo, ma purtroppo va a significare che non cambierà mai niente. In una zona come la Lomellina, con una forte industria, con il polo logistico di Mortara, francamente avere la viabilità di oggi è una follia. Soprattutto con un ente provinciale completamente destrutturato; allo sbando, oserei dire, che non ha la capacità né finanziaria né strutturale per provvedere alla manutenzione dell’esistente, né tantomeno di fare investimenti. Questo è il tema».

Fra le imprese che hanno chiuso, molte erano storiche, e alcune si occupavano specificamente delle strade. Non crede sia un grosso problema la perdita di know-how che la fine di queste realtà, non sostituite da altre, ha generato?

«Il vero problema è che le aziende non sono fatte di scavatori e attrezzature varie, ma di capitale umano. Quello si forma nel corso degli anni. Quando si va a destrutturare un intero sistema aziendale, si perde, come ha detto lei, il know-how di aziende che sono storiche, radicate negli anni. Che hanno detto la loro in un sistema territoriale come il nostro. Capisce che quando noi andiamo a perdere questo vuol dire che c’è un problema. Magari gli imprenditori non sono stati bravi, in alcuni casi… ma non può essere sempre così».

In effetti, non si può certo dare sempre colpa degli imprenditori…

«Direi proprio di no. Secondo me c’è stata una visione miope di sistema: il nostro territorio non è stato tutelato. Anche dall’imprenditoria locale. È stato reso possibile che questa diventasse una terra di conquista dove la regola è: ‘‘Facciamoci invadere da chiunque e non facciamo lavorare le imprese locali’’. Oggi ci vuole la forza e il coraggio di dire: si difenda il territorio, si faccia lavorare il territorio. Quello che non avviene, e continua a non avvenire».

Perché?

«Per tante ragioni. C’è un problema oggettivo che si rispecchia anche nella corruzione, probabilmente in un sistema corrotto di appalti. Perché nessuno fa mai questa analisi: quanto costano, alla fine, i lavori pubblici? Abbiamo esempi eclatanti nel nostro territorio di situazioni incredibili, ma vedo che la lezione non la imparano mai».

La colpa è della politica?

«Abbiamo bisogno di un sistema politico che difenda il territorio. Difenda veramente il territorio, come fanno altre provincie, per esempio Brescia o Bergamo. Che difendono il loro territorio nella legalità. Qui invece continuano a morire imprese, e sembra non interessi a nessuno. Ma lo sa qual è il tema?».

Me lo dica…

«Se chiude un’azienda che ha sette o otto dipendenti non interessa a nessuno. Se chiude quella che ne ha cento o duecento arrivano tutte le autorità, perfino il Papa e il Vescovo. Ma se chiudono dieci imprese che danno lavoro a dieci dipendenti ciascuna, in totale fanno comunque cento posti di lavoro in meno».

Possiamo dare dei numeri sulla perdita di posti di lavoro nel nostro territorio?

«In provincia di Pavia, dal 2008 ad oggi, si sono persi 5mila addetti, solo parlando di operai. Senza considerare gli impiegati, i tecnici, i geometri».

Molti comuni stanno varando piani urbanistici a zero consumo di suolo. Questo è encomiabile dal punto di vista ambientale. È però anche un freno allo sviluppo, secondo il vostro punto di vista, o esistono vie alternative da implementare e magari sovvenzionare, a margine di questa politica?

«Bisogna passare dalla rigenerazione urbana. Quando una provincia come quella di Pavia, e l’Oltrepò in particolare, ha delle aree dismesse, e per anni non vengono trattate, per i problemi più vari, alla fine arriva sempre il momento in cui quei problemi devono essere affrontati. Si dovrebbe andare a fare demolizioni e ricostruzioni: ma demolire per liberare il suolo, oggi, sembra un’utopia. È chiaro che farlo deve essere conveniente. A parte che ci sono zone e zone…».

In che senso?

«Se io devo far partire un’industria, non è che posso demolire un’area dismessa in centro città e costruirla lì: devo farla fuori. La programmazione, in questi anni, è stata gestita dalla politica, mica dagli imprenditori. Gli imprenditori, per fortuna o purtroppo, hanno costruito dove gli è stato permesso di farlo. Prendiamo ad esempio le logistiche: alcune aree sono state realizzate con coscienza, altre a caso. In alcuni casi sul confine fra due comuni, con i capannoni da una parte della linea e le villette dall’altra. Non è una cosa logica».

È vero che gli amministratori, spesso, non si parlano fra loro per giungere a programmazioni condivise. Ma in alcuni casi le decisioni sono un po’ ‘‘obbligate’’…

«Tutto passa da grossi investimenti infrastrutturali. Ma le faccio anche un altro esempio. Prendiamo il dissesto idrogeologico. L’Oltrepò ha presentato decine e decine di domane in Regione Lombardia, che ancora attendono di essere finanziate. Ad oggi l’Oltrepò ha portato a casa poco più di tre milioni di euro per il dissesto idrogeologico. Il Bresciano ne ha portati a casa oltre quindici. Facciamoci due domande…».

Al di là dell’urgenza di soluzioni definitive, lei pensa che sul nostro territorio le manutenzioni dei ponti, fino a questo momento, siano state affrontate in modo adeguato e tale da garantire uno standard minimo di sicurezza?

«C’è stato un monito, dato dal mio amico e collega presidente di Confindustria: bisogna fare presto. Non si può continuare a parlare di un ponte che ha cent’anni, come quello della Becca, o quello della Gerola, e non fare niente; anzi, continuare a dire: adesso faremo qualcosa, presto i lavori verranno finanziati… bisogna farli! Non può una provincia come la nostra avere tutti i ponti al collasso. Bisogna partire da quello. Ma sembra che nessuno ci dia retta a livello politico nazionale».

Forse non riuscite a fare abbastanza lobby, non venite considerati fondamentali per lo sviluppo del Paese, o magari non abbastanza appaganti dal punto di vista elettorale…

«Questo certamente. Ma nel momento in cui bisogna fare lobby – e lobby non è una parola brutta, perché è veramente necessario fare sistema territoriale - occorre che ci sia una politica, delle istituzioni che ci considerino. Se fossimo un territorio unito, non perderemmo la Camera di Commercio a vantaggio di due provincie inferiori alla nostra. È una follia. Ho chiesto più volte di convocare degli Stati Generali, ma degli Stati Generali veri, dove si prende un problema e lo si porta fino alla fine».

Stati generali del territorio, intende?

«Certo, ma non una passerella politica di circostanza. Un tavolo di lavoro operativo, dove si prende un problema per volta, lo si vede, lo si affronta e si risolve».

 di Pier Luigi Feltri

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