Sabato, 24 Agosto 2019

«IN OLTREPÒ NON ABBIAMO BISOGNO DI RAGIONIERI, MA DI “FOLLI INNAMORATI” DEL TERRITORIO»

A Rovescala, comune di circa 900 anime, chiuderà lo sportello bancario presente in paese da tempo immemorabile. Un servizio che causerà non pochi problemi al commercio e alla popolazione, soprattutto anziana. Abbiamo intervistato Marco Pozzi, commerciante di 44 anni che, da più di vent’anni, gestisce con la sorella Silvana  un negozio di prodotti tipici nel paese. Nonostante le difficoltà del commercio nei piccoli paesi, ha deciso in controtendenza di allargare la propria attività, riaprendo il banco macelleria che mancava in Rovescala da più di 25 anni.

Marco, quando avete iniziato la vostra attività a Rovescala?

«Esattamente ventun’anni fa,  quando io avevo ventitrè anni e mia sorella sedici, aprendo una latteria con vendita di prodotti confezionati ed edicola, chiamata “Milk & News”. Gli inizi non sono stati di certo facili: era il luglio del 1998 e ho aperto l’attività accendendo un mutuo per comprarmi la licenza. L’anno successivo, con “Decreto Bersani”, è avvenuta la liberalizzazione delle licenza. Mi hanno stroncato subito! Non mi sono demoralizzato, mi sono rimboccato le maniche e sono andato avanti. Poco dopo ho iniziato ad inserire altri prodotti, tra cui pane e salumi. All’epoca eravamo tra i pochi della zona ad aver aperto anche la domenica mattina, perché era “zona turistica”, quando negli altri centri le attività commerciali invece erano chiuse. Però come “zona turistica” pagavamo anche più tasse… Ora gli orari sono più liberi. Circa undici anni fa ho trasferito l’attività in un altro negozio più ampio, aprendo “Pozzi di bontà”. L’obiettivo che ci eravamo prefissati era quello di essere sempre al top con la qualità, e penso di poter dire di esserci riuscito».

Da quando avete aperto, com’è cambiata Rovescala?

«Negli ultimi anni il paese è cambiato parecchio. Durante l’estate molti erano i giovani e i bambini che dalla città venivano portati in vacanza dai nonni.  Era un vera e propria località di villeggiatura. Ora, diminuendo gli anziani, parecchie case sono chiuse e trascurate, senza utenze per evitare di pagare più tasse come seconda casa. Bisognerebbe incentivare la riapertura di queste abitazioni, almeno nella stagione estiva. In vent’anni il numero di residenti è calato parecchio, di circa il 30%. Quando abbiamo iniziato c’erano due panetterie, una salumeria, un alimentari e un ortolano. Ora, dopo la chiusura dello storico panificio Molinelli, siamo rimasti solamente tre negozi. Rovescala è un paese che fino ad oggi ha garantito ogni tipo di servizio alla sua popolazione: oltre alle attività commerciali ci sono il comune, la banca, la posta, la farmacia e il medico. Tutti concentrati nel centro del paese, in soli 500 metri».

Come mai allora dopo venticinque anni ha deciso di riaprire anche la macelleria?

«Per l’amore che ho verso il mio paese mi sono sentito di dover dare questo servizio . Ho così scelto di avvalermi di un artista del mestiere in pensione che mi sta insegnando il lavoro e le nostre carni sono tutte di prima qualità, provenienti da un macello del Carmine. Io ho investito qui, vivo qui e ho fatto famiglia qui. Anche mia sorella, dopo un breve periodo di residenza a Broni, presto tornerà ad abitare con la sua famiglia a Rovescala. In questi vent’anni ho investito parecchio nella mia attività, facendo numerosi sacrifici. Certo, non è Milano e non ci sono quei numeri, ma il negozio mi ha sempre permesso di vivere una vita dignitosa, pagando gli investimenti iniziali. Se avessi dovuto guardare solo l’aspetto economico avrei accettato offerte che mi erano state fatte negli anni per lavorare altrove. Non so se ho fatto bene o male, ma ho scelto così. Io penso che una persona anziana o dei bambini possano vivere molto meglio in un paesino in cui ci sono tutti i servizi essenziali».

Che tipo di clientela c’è a Rovescala? Locale o di passaggio?

«Posso dire che un 80-90% è tutta clientela del paese, che garantisce una certa costanza nelle vendite. Principalmente clientela anziana. Poi c’è la clientela “estera”, quella che viene qui in zona a prendere il vino, soprattutto in primavera: persone che mi conoscono già e passano quelle due o tre volte all’anno per portarsi i nostri prodotti tipici in città. Con l’aggiunta della macelleria, visto che qui in zona ce ne sono poche, spero di poter allargare la mia clientela anche ai paesi limitrofi».

Dopo tanti anni a Rovescala chiuderà la storica banca. Che tipo di ripercussioni potranno esserci sul paese?

«La banca qui a Rovescala esiste da parecchi anni, si dice da prima della guerra. è un servizio che mancherà parecchio, soprattutto a chi è abituato ad avere il propri risparmi in paese. Ultimamente stanno girando anche voci sull’ipotetica chiusura dell’ufficio postale. Purtroppo sono segnali brutti. L’unica arma che abbiamo è quella di rimanere uniti come popolazione, portando avanti obbiettivi comuni. Io non voglio che il mio paese muoia. Innanzitutto dobbiamo volerci bene tra di noi e avere cura del territorio e degli immobili, come terreni e case. Perché è anche quello che da valore ad un territorio. Prendiamo come esempio Barolo e Barbaresco: cosa costa un ettaro di terreno in quella zona? Hanno saputo dare un valore al territorio e al proprio vino. Sono convinto che in un paese con il giusto valore immobiliare la banca non sarebbe mai stata chiusa. C’è anche un altro dato interessante: sei mesi fa Rovescala è stata citata da “Il Sole 24 ore” come Comune con il maggior numero di conti correnti dormienti. Questo dimostra che la popolazione tende a non investire, ma a mantenere liquidità».

Che rapporto avete voi commercianti con le associazioni locali?

«Fino a quattro anni fa ero stato vicepresidente della Pro Loco, ma ho dovuto dimettermi per questioni di tempo. Quando si prende un impegno bisogna anche essere in grado di saperlo mantenere. Qui a Rovescala abbiamo una Pro Loco e un Gruppo Alpini che funzionano benissimo, come anche l’Auser e la biblioteca. Queste associazioni aiutano parecchio la popolazione e il commercio del paese. Quest’anno la “Primavera dei vini” ha riscosso un grande successo e si è potuto anche notare che il livello dei vini in degustazione si è parecchio alzato».

Cosa servirebbe a questo territorio per ripartire?

«In Oltrepò non abbiamo bisogno di ragionieri, ma di “folli innamorati” per il territorio. Servono persone che riescano a “vedere oltre”, senza pensare a “Ce la farò? Non ce la farò?”. Abbiamo bisogno anche di sogni, perché secondo me le più grandi scoperte sono nate dai sogni, non con l’immediato intento di fare soldi: dopo il successo arriva la rendita. Servono visionari, come il Duca Denari. Lui amava il territorio e amava “La Versa”, non lo faceva solo per il denaro. Poi sono arrivati i ragionieri, l’hanno cacciato e abbiamo visto che fine abbiamo fatto. Lui voleva il “prestigio”, non voleva che fosse la cantina più ricca d’Italia, ma quella più sana e prestigiosa. Bisognava andare avanti con la sua mentalità, non ribaltare tutto. Il visionario vede cose che gli altri non vedono  e i risultati non si hanno subito, ma solo dopo anni. Si tende a giudicare negativamente nell’immediato, ma poi col tempo gli si deve dare ragione. Serve sinergia  di qualità tra produttori, commercianti e artigiani, oltrepassando i campanilismi. Sarà anche un’utopia, ma l’unica arma che abbiamo è rimanere uniti. Gli eroi sono quelli lavorano per migliorare il loro territorio. Io ho sofferto tanto per certe parole che non mi meritavo, ma ho tenuto duro. Vorrei insegnare a mia figlia l’amore per il territorio: vai pure in città o all’estero per imparare di più, ma poi torna per migliorare casa tua».

  di Manuele Riccardi

Il-periodico-FASTCON Verde-Ferrari_mezza-01-copy-copia
  1. Primo piano
  2. Popolari