Giovedì, 14 Novembre 2019

OLTREPÒ PAVESE – CASTEGGIO - UNA APP PER CAPIRE SE SIAMO “ASSUMIBILI”: L’HA INVENTATA UN CASTEGGIANO

“L’abito non fa il monaco”, si diceva una volta. Con l’avvento dell’era digitale, però, la messa in piazza delle singole identità attraverso i social network ha reso l’immagine più “reale” ed importante che mai. Ed è così che la foto del nostro profilo facebook o instagram può diventare un biglietto da visita, spesso involontario, del nostro curriculum vitae. Ne consegue che, se state cercando lavoro, un selfie con il cocktail in mano e la bocca a sedere di gallina per le donne o una foto macia con la “siga” in bocca e l’aria stravolta per i maschietti  potrebbero risultare fatali.

Chi deve decidere del vostro futuro lavorativo nella maggior parte dei casi prima ancora del CV valuterà il vostro profilo facebook. “Sad but true (triste ma vero)” come cantavano i metallica? Forse, ma si parla di dati di fatto. è noto che chi deve assumere qualcuno prenderà una decisione probabilmente entro i primi 90 secondi di colloquio, mentre secondo i dati riportati dal sito cerca-lavoro Monster, l’85%  dei recruiter decide se a quel colloquio ci si arriverà dopo avere dato un’occhiatina ai risultati Google e ai profili dei social network.

Lo sa bene Umberto Callegari, casteggiano doc trapiantato a Londra, dove è diventato un manager di successo prestando le sue consulenze alle migliori ditte che si occupano di marketing. Pochi anni fa ha creato un’app che consente di misurare l’abilità alla guida. Oggi si è inventato Hireable, una società che ha sviluppato una nuova app, chiamata appunto “hireable analytics”, in grado di calcolare il livello di “assumibilità” (“hireability”, appunto, in inglese) di ciascuno. Lo scopo? «Migliorare vita, carriera e comprensione di sé».

Callegari, come è possibile misurare il tasso di “assumibilità” attraverso le immagini dei profili social?

«Lo strumento si basa sulla teoria della “saggezza della folla”, vincitrice del premio Nobel per l’economia nel 2013, secondo cui una massa di persone è in grado di fornire risposte più adeguate e più vicine alla realtà dei fatti, nel predire eventi complessi, rispetto a qualsiasi esperto. Con Hireable Analytics l’utente valuta ed è valutato dalla community in maniera anonima: si arriva così all’individuazione delle immagini profilo con maggiore possibilità di successo rispetto a un ruolo specifico in un determinato settore lavorativo».

In sostanza, gli altri ti dicono cosa pensano della tua immagine e viceversa. è corretto?

«Più o meno. Noi abbiamo tutti un’immagine che pensiamo essere la migliore o la più professionale di noi stessi, ma non esiste modo di misurare, fino ad oggi, se questa sia anche la realtà percepita dagli altri e quali siano le variazioni, ad esempio, nelle diverse industry e nei diversi contesti. Un altro elemento molto apprezzato dell’app è la possibilità di contribuire, con i propri giudizi, a dare alle altre persone una visione reale di se stesse nell’ambito professionale».

Non è un po’ limitante determinare se qualcuno è più o meno assumibile in base a delle foto?

«Qui si tratta di fare i conti su dati concreti. Piaccia o meno, le aziende decidono se assumere o anche solo prendere in considerazione qualcuno innanzitutto facendosi una idea di lui dai profili social. Viviamo in un momento storico in cui i dati rappresentano (o dovrebbero rappresentare) la via verso un costante miglioramento, personale e collettivo, ma, in modo incredibile anche oggi questi non sembrano considerati quando si sceglie la propria carriera o ci si trova a gestirla. Tutto è lasciato a processi molto poco scientifici ed in cui la prima impressione è fondamentale. Questo è vero sia quando siamo noi a dover decidere il nostro percorso professionale, sia in relazione al modo in cui le aziende gestiscono la loro variabile più importante: il people e talent management».

In sostanza, sta dicendo che un ottimo curriculum vitae non basta per fare impressione…

«Non più. Siamo vittima di preconcetti e idee disfunzionali (spesso inconsci) che tradizionalmente portano le aziende a valutare i candidati rifuggendo la diversità e ricercando conformismo ed il cultural fit come variabile per garantire stabilità. Siamo in un momento di transizione e la misurazione ed il possesso dei dati relativi a noi stessi in quanto professionisti è l’unica via per riuscire a tracciare e gestire un percorso professionale che ci porti successo e soprattutto soddisfazione personale».

Come funziona però, a livello pratico questa app?

«Si basa su un algoritmo in grado di determinare la qualità delle immagini profilo al fine di essere assunti da un’azienda. Riesce a farlo combinando il livello di warmth (dimensione personale) e quello di skill (competenza). Basta creare il profilo (ex novo oppure utilizzando Linkedin), si sceglie il nome, il job title, il settore e l’azienda per cui si lavora (nel caso stiate già lavorando e siate alla ricerca di un nuovo posto), data di nascita e gender (con la possibilità di selezionare non-binary). Si possono caricare fino a quattro foto da fare valutare, guardando i tutorial per sapere come muoversi e poi via, si inizia. Il primo step è fare rating degli altri profili. Ogni foto riceve un “Hireability score”, un punteggio dell’assumibilità fondato sulla triangolazione di foto, job title e settore».

Crede che questa app possa avere impatto anche sull’Oltrepò oppure siamo troppo “indietro”?

«Il tasso di “assumibilità”, che è solo il primo passo per noi in questo percorso, ti dice essenzialmente come sei percepito da chi ti vede ma non ti conosce, e questa è una variabile fondamentale qualsiasi cosa tu faccia: idraulico, salumiere, professionista, lavoratore dipendente o indipendente. Come vieni percepito determina il buon o il cattivo esito del tuo percorso, soprattutto a mio avviso in una zona che dovrebbe essere focalizzata ad accoglienza, turismo e servizi».

Come vede la situazione in Oltrepò da “lassù”?

«L’Oltrepò vive un momento di flessione da lungo periodo, ma esiste anche una prospettiva positiva e cioè che il rilancio della zona dipende da noi. Ed il modo più corretto di farlo è proprio attraverso la ricerca ed il possesso dei dati. Ci sono essenzialmente due strade: continuare a vagare in una stanza buia prendendo testate alla ricerca di un interruttore, o accendere la luce e trovare la porta».

   di Christian Draghi

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