Martedì, 21 Gennaio 2020

OLTREPÒ PAVESE - PREZZI DELLE UVE IN CADUTA LIBERA: ECCO PERCHÈ

Il prezzo delle uve è un tema scottante ricorrente in Oltrepò Pavese. è un dato di fatto che negli ultimi 40 anni il potere di acquisto di un quintale di uva sia crollato drasticamente, causando uno stallo nello sviluppo del territorio. Lo si può notare da un semplice calcolo pratico. Prendiamo come riferimento un cingolato di piccole dimensioni:  un Fiat 355C nuovo negli anni ‘70 costava tra 2.500.000 e i 3.500.000 di Lire. Oggi lo si acquista usato ad un prezzo oscillante tra i 3.500 e i 5.000 euro in base alle condizioni. Tramutando il valore in uva, partendo da un massimo di 5.000.000 di lire e dividendolo per un prezzo medio al quintale di 35.000 lire del 1977, bastavano 140 quintali di Pinot Nero per poter acquistare un trattore di piccole dimensioni. Oggi un cingolato nuovo da 75Cv costa 35.000 euro (iva esclusa), con un prezzo medio di Pinot Nero di 59,00€ al quintale. Quindi servono all’incirca 600 quintali di Pinot Nero per poterne acquistare uno. Angelino Mazzocchi, è un agronomo di Cigognola che per diversi anni è stato il tecnico del Centro Assistenza Valle Scuropasso. Ci ha fornito i dati di uno studio effettuato nel 2011 (e aggiornato con le ultime annate) con prezzi medi delle uve Pinot Nero, Riesling e Croatina dal 1973 al 2017, deflazionati.

Mazzocchi, in queste tabelle possiamo vedere i prezzi delle uve Pinot Nero, Riesling Italico e Bonarda, dal 1973 al 2017. Per quale motivo è stato effettuato questo studio?

«Questo studio venne presentato a Canneto Pavese nel giugno 2011, durante un convegno riguardante i costi di produzione nel campo vitivinicolo. I dati erano aggiornati alla vendemmia 2010 e riguardanti esclusivamente il Pinot Nero».

Chi se ne è occupato?

«I dati erano stati raccolti dal Centro Assistenza Valle Scuropasso  insieme al Prof. Gabriele Canali, docente di Economia Agroalimentare all’Università Cattolica di Piacenza».

Dalle tabelle e dai grafici che ci ha fornito possiamo invece vedere tre tipologie di uve: Pinot Nero, Riesling e Croatina (Bonarda DOC).

«Lo studio originariamente prevedeva i prezzi del Pinot Nero DOC fino al 2010, ma poi è stato aggiunto anche il Riesling DOC. Abbiamo aggiunto anche i prezzi riguardanti il Bonarda, grazie ad una ricerca effettuata da mio figlio per una tesi universitaria, elaborando i dati ISMEA. Bisogna però segnalare che i prezzi della tipologia Bonarda, almeno per i primi anni, riguardano una fascia di selezione alta perché la qualità più comune aveva prezzi un po’ più bassi. Certamente sono dati utili per valutare le oscillazioni di mercato. Invece per il Pinot Nero e il Riesling c’era un valore unico varietale».

Vedendo il grafico si nota un elevato picco per tutte e tre le tipologie nel 1979. Si ricorda più precisamente la motivazione di tale innalzamento?

«Si può subito notare che  in sei  anni dal 1973, prima annata presa in considerazione per lo studio, al 1979 i prezzi delle uve Pinot Nero e Riesling si sono quadruplicati, passando da 12.000-15.000 lire al quintale a 54.000 e 80.000 lire. Oggi, deflazionati,  corrisponderebbero a 169,00 e 221,00 euro al quintale. In questi sette anni c’era una richiesta di mercato fortissima che ha portato a questo forte aumento dei prezzi, con picchi tra il 1977 e 1979. Questa spinta era stata data dalle ditte piemontesi che venivano a ritirare il Pinot Nero per produrre metodo classico e Riesling per il metodo Charmat. Negli ultimi anni ci sono state comunque annate particolari in cui le nostre uve erano fortemente richieste. Un esempio recente riguarda l’annata 2017, in cui molte zone vinicole hanno subito grandinate e gelicidi. Anche da noi la produzione era calata del 30-40% ma le nostre uve erano richieste da vinificatori di altre zone per colmare le loro perdite. Eppure non ci sono stati picchi come nel 1977-1979».

Come mai in Oltrepò non funziona la banale “Legge della domanda e dell’offerta”?

«Si può dire che il triennio 1977-1979 è stato un caso più unico che raro, in cui questa legge di mercato ha realmente funzionato come dovrebbe sempre essere. La curva del grafico parla chiaro: ci sono stati sì altri picchi, certamente minori, ma i prezzi anche in caso di siccità o calamità naturali non sono mai aumentati nel modo corretto».

Come mai dal 1979-80 è iniziato il costante crollo dei prezzi? C’è stato qualche fattore scatenante particolare?

«La motivazione è semplice: dal 1980 la Gancia ha smesso di acquistare uve in Oltrepò perché i prezzi delle uve stavano aumentando troppo per i loro piani improntati principalmente sulla quantità. Iniziarono quindi il progetto “Pinot di Pinot” acquistando uve in altre zone meno vocate a prezzi decisamente inferiori».

Però negli anni ’80 lo spumante metodo classico dell’Oltrepò Pavese si vendeva bene e a prezzi non certamente bassi…

«Sì, certo. Lo spumante vinificato qui da noi si riusciva a vendere a buoni prezzi, ma di certo non si è seguito quel trend. Infatti il prezzo medio delle uve è rimasto inferiore ma più stabile per alcuni anni. Negli anni 2000 si denota un appiattimento dei prezzi di tutte e tre le tipologie».

Come mai?

«Qui ci sono varie motivazioni. C’è da prendere in considerazione anche l’introduzione dell’Euro, che ha un po’ scosso le conversioni dei prezzi e destabilizzato il mercato. Il potere d’acquisto legato al prezzo delle uve si è ridotto drasticamente dal 1979 ad oggi. Negli anni ’70, con 80.000 lire si pagavano circa tre giornate di lavoro in campagna: con i prezzi di un quintale di Pinot dei giorni nostri, a volte non si riesce a pagarne una. Questi sono conti alla portata di tutti. Lo sviluppo delle aziende si è così bloccato. A differenza degli anni’70 le aziende di oggi acquistano poche attrezzature nuove, non perché non ne hanno bisogno, ma perché non hanno la liquidità per permetterselo. Chi lo ha fatto recentemente si è avvalso di contributi europei, che sono stati essenziali per poter sviluppare un’azienda e permetterle il  rinnovamento tecnologico. Ora però non tutti lo fanno ancora, perché prima erano contributi in conto capitale e ora contributi in conto interessi. Quindi non ci sono più i vantaggi degli anni 2000».

L’ultimo prezzo massimo di Pinot Nero si è registrato nel 2003. Cosa accadde?

«Il 2003 segna la prima annata in cui Berlucchi ha acquistato uve Pinot Nero da spumantizzare presso un’azienda da lui affittata in Oltrepò. I prezzi del Pinot Nero da noi rilevati riguardano però le uve raccolte normalmente, non in cassetta. Ma questo ha influito comunque sui prezzi medi del Pinot. Il Pinot veniva raccolto in cassette di legno e portato in Piemonte fino al 1967. Dall’annata successiva si è solo raccolto normalmente. C’è stata poi qualche annata particolare richiesta in cassetta da Riccadonna, ma si tratta di pochi casi. Nelle annate successive ci sono stata aziende che pigiavano le loro uve in cassetta, ma il mercato era praticamente nulla. è stato Berlucchi a reinserire questo tipo di raccolta in grande scala sul mercato delle uve».

Dal 2010 possiamo notare un appiattimento delle tre tipologie, su prezzi che corrispondono ai minimi storici. Il 2010 è stato anche la prima annata a non essere pagata dalla storica Cantina La Versa, evento che ha destabilizzato il mercato delle uve in tutto questo decennio. Si tratta di una semplice casualità o i due fattori possono considerarsi “causa ed effetto”?

«Potrebbe anche essere, ma non è detto che i due eventi siano strettamente collegati. Senz’altro è una concausa. Un’altra causa importante riguarda un altro fattore, un po’ difficile da rilevare, ma che certamente ha influito: nel 2008 c’è stata la fusione tra la “Cantina di Casteggio” e l’”Intercomunale di Broni”, che ha creato “Terre d’Oltrepò”. In quell’anno il Pinot Nero valeva ancora 80,00€ al quintale, l’anno successivo 69,00€: questo è stato l’effetto della fusione. Broni pagava prezzi superiori rispetto a Casteggio, ma si è ritrovata a dover ritirare una quantità di uve maggiori che faceva fatica a collocare ad un prezzo importante, dovendo abbassare i prezzi d’acquisto ai soci. Ci terrei però a precisare che a mio parere il primo motivo di questi prezzi bassi sta nel fatto che questa zona non ha più avuto un ruolo importante a livello promozionale».

Come mai secondo lei non si è fatto nulla per arginare questa caduta libera dei prezzi?

«Negli anni ’80 si è cercato di creare un marchio nazionale per gli spumanti italiani, come avviene in Francia e in Spagna. Questo non si è mai realizzato perché non è stato possibile trovare un accordo. All’epoca noi lavoravamo con Cinzano e le iniziative per questo marchio nazionale arrivavano proprio dai piemontesi. L’accordo non si è mai raggiunto perché non c’era una visione d’intenti comune su quali zone geografiche inserire in questa “denominazione”. In quel periodo la Cinzano aveva iniziato ad acquistare Pinot Nero in Veneto, a prezzi più bassi per fare spumanti di valore inferiore, non metodo classico. Nella denominazione si voleva far rientrare anche il Veneto, ma loro erano contrari. Partì così il progetto “Alta Langa – Tradizione Spumante” a cui volevano aggregare l’Oltrepò Pavese. Qui non si ritenne giusto aderire a causa di perplessità sul disciplinare agronomico e alla contrarietà di “La Versa”, che aveva forte potere decisionale, in quanto aveva un proprio marchio forte sul mercato. Da qui ognuno è andato per proprio conto ed è iniziata l’ascesa del Franciacorta con l’arretramento dell’Oltrepò Pavese. Era si stato creato il marchio “Talento”, ma non è mai stato sviluppato e utilizzato a fondo».

Concludendo secondo Lei per aumentare i prezzi, o per lo meno arginarne la caduta, cosa si potrebbe fare? Bisognerebbe migliorare la promozione degli spumanti attraverso un marchio unico oppure sarebbe più opportuno agire sui disciplinari?

«Sicuramente bisognerebbe agire su entrambe le problematiche, ma se non c’è un’azione commerciale comune è anche inutile intervenire sui disciplinari. Sono già stati fatti parecchi tentativi negli anni scorsi che però non hanno ricevuto il giusto seguito. Un esempio su tutti è il Cruasè DOCG nato una decina di anni fa: un bel progetto su cui alla fine nessuno ha investito realmente. Un prodotto non si vende da solo, ma con la giusta spinta commerciale e promozionale».

di Manuele Riccardi

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