Lunedì, 25 Maggio 2020

OLTREPÒ PAVESE - PIERANGELO BOATTI, PATRON DI MONSUPELLO «L’OLTREPÒ RINUNCI A MEDIATORI E MAXI RESE IMPOSSIBILI SULLE NOSTRE COLLINE»

Pierangelo Boatti, patron di Monsupello, commenta con preoccupazione le ultime vicende legate all’Oltrepò del vino e scatta la sua istantanea relativa a situazione territoriale e scelte aziendali di un’impresa che ha scelto di puntare sul proprio marchio e su un posizionamento forte, a valore, in tutta Italia. 

Perché Monsupello ha scelto una strada individuale?

«La nostra azienda è partita facendo territorio più di ogni altra. Carlo Boatti è stato uno dei padri del Consorzio e poi animatore dell’associazione produttori del Classese, dedicata alla produzione di un Metodo Classico con un nome territoriale forte e percepibile. Purtroppo l’Oltrepò Pavese negli anni, anziché elevarsi, è sprofondato lungo il baratro di una massificazione al basso, fatta solo di volumi e basso prezzo. Quando la politica territoriale è diventata offrire vini che costassero meno di quelli delle altre zone di produzione pur di vuotare in fretta le cantine, noi non abbiamo avuto altra scelta per difendere ciò che avevamo costruito, con molto sacrificio. Ci siamo concentrati progressivamente sempre più sul nostro marchio, divenuto sinonimo in Italia di vini e spumanti blanc de noir Metodo Classico di qualità esclusivamente nel canale Horeca (wine bar, ristoranti, enoteche e catering). Le nostre etichette sono prodotte con scrupolo dalla vigna alla cantina e fino all’abbigliaggio. Non abbiamo scelto la strada più facile, abbiamo optato per un percorso che valorizzasse quanto di meglio potevamo offrire al mercato attraverso una vitivinicoltura altamente qualitativa, facendo di rese basse e identità in bottiglia il nostro valore aggiunto. Ci sarebbe piaciuto veder fare la stessa cosa a livello territoriale, purtroppo abbiamo assistito al fallimento di tutti i progetti qualità attuati in Oltrepò Pavese. I piccoli produttori locali e le poche medie aziende che remavano controcorrente sono rimasti vittime di concorrenza sleale e politiche miopi fatte di tantissime parole, qualche titolo e pochi fatti. Siamo andati da soli perché maxi rese e ammucchiate per interessi non fanno per noi».

Come ha riverberato l’ultimo scandalo sull’Oltrepò e sul posizionamento delle aziende?

«Malissimo. Ha certificato agli occhi dei professionisti del settore e dei consumatori una deriva che prosegue da anni, senza soluzione di continuità. Viviamo in una terra benedetta da madre Natura ma purtroppo condannata dagli uomini. Il caso Canneto Pavese, su cui farà piena luce la magistratura e non certo noi che siamo solo spettatori di uno spettacolo cui non volevamo assistere, si poteva però in qualche modo prevenire. Una terra storica e vocata come l’Oltrepò Pavese dovrebbe fare a meno di mediatori e maxi rese impossibili sulle nostre colline. Fino a quando si avrà paura di affermare nero su bianco quanto può davvero produrre un vigneto non ci sarà pace in Oltrepò e questo nome territoriale varrà sempre meno».

La politica ha fatto abbastanza per il territorio in questi anni sul fronte valorizzazione e promozione?

«No, perché si sono distribuite risorse a pioggia senza affermare forti principi meritocratici rispetto alle politiche poste in essere dalle aziende. Guardando le delibere di riparto dei fondi si nota chiaramente come i soggetti più finanziati dal sistema pubblico siano in fondo stati quelli che hanno fortemente concorso a mettere in ginocchio il territorio e a danneggiarlo in modo forte sotto il profilo reputazionale. L’Oltrepò aveva bisogno di avere a Riccagioia la sua San Michele all’Adige, ma si sono spesi tanti soldi a vuoto».

Cosa c’è in Oltrepò che non funziona sotto il profilo dell’assetto territoriale?

«L’eccessiva sudditanza al mondo post damigianaro confluito in quello delle maxi rese e della cisterna ha notevolmente danneggiato l’assetto territoriale. Per assurdo i progetti culturali e qualitativi sono sempre stati stoppati o comunque hanno sempre dovuto risalire le correnti. Qui chi ha intrapreso seriamente percorsi qualitativi e distintivi è stato sempre preso in giro dalla collettività. Non c’è mai stato rispetto verso i pionieri ed è anche per questo che non abbiamo avuto leader riconosciuti, capaci d’ispirare un’evoluzione positiva su scala territoriale. Qualcuno dice che Monsupello è un leader, per i risultati che ottiene ogni anno, per la notorietà nazionale del suo brand e per la critica positiva che genera, eppure alle ultime elezioni in Consorzio hanno preferito tenerla fuori dal consiglio di amministrazione. Per noi è stato forse meglio così, ma tutto accade per un motivo… e bisogna trarre le conclusioni».

Come mai ha sentito di lanciare un’associazione dei brand del blanc de noir?

«Perché lavorare con chi la pensa come te è più facile, coinvolgente e porta a risultati. L’idea è quella di costituire in Oltrepò Pavese, patria del Pinot nero, un’associazione, prima locale e poi nazionale, che raduni i produttori di Metodo Classico blanc de noir. Ci sono realtà accomunate dal vedere nella spumantistica base Pinot nero il vero volano a valore del territorio, al 45° parallelo, sinonimo nel mondo di terre di grandi vini, dove i terreni di tre ere geologiche e il microclima assicurano una maturazione fenolica delle uve senza eguali. Si stringeranno insieme aziende con filosofia, valori, visione e strategia comuni. Non è un passo contro nessuno. Non è un Consorzio, non è un Distretto e non è un club. Sarà una cabina di regia per il business. A noi serve generare economia attraverso qualcosa che ci distingue, elevare immagine e reputazione della nostra grande spumantistica in Italia e nel mondo. Prezzi delle uve, dei terreni e degli stessi vini non possono essere così bassi. Serve uno slancio d’orgoglio. L’unione con chi la vede come noi farà la forza di tutti. La politica non c’interessa, le poltrone nemmeno. Noi faremo impresa e marketing, esplorando scenari in cui Oltrepò non si sa nemmeno cosa voglia dire.  a nostra pubblicità saranno l’identità e la qualità in bottiglia. L’associazione punterà su Italia, internazionalizzazione, dialogo con gli opinion leader, incoming e missioni comuni. Ci sarà spazio anche per periodiche riunioni di confronto interno, con il supporto di una condotta tecnica qualificata, così come per degustazioni delle referenze dei competitor internazionali. Il pensiero del Duca Denari è stato troppo a lungo accantonato. Lui diceva che il blanc de noir Metodo Classico dell’Oltrepò aveva il profilo per dialogare, nel rispetto delle specificità, con la Champagne, per dare lustro all’Oltrepò nel mondo. Riattualizzeremo il suo pensiero, in chiave moderna».

Il Consorzio: perché scegliete di star fuori?

«Negli ultimi 2 anni molti esponenti istituzionali e della politica hanno bussato a tante porte per animare una sorta di pressing dello stare insieme. La domanda che ci si dovrebbe fare è… per fare cosa? Manca del tutto una visione territoriale comune. Si dice che tutti fanno lo stesso lavoro, pur nel rispetto dei ruoli, ma non è vero. Non c’è vera voglia di ripartire da zero, come sarebbe auspicabile. Qualcuno pensa si possa ripartire da politiche di promozione senza prima un prodotto all’altezza e senza un posizionamento a valore. Negli ultimi vent’anni si è distrutto il mercato del Bonarda dell’Oltrepò Pavese e nel 2019 abbiamo visto svendite della DOCG Metodo Classico Oltrepò Pavese presso catene di discount nazionali, anche appena prima delle festività natalizie, un momento magico per questo tipo di prodotto. Tutte cose di cui nessuno sente di essere colpevole e rispetto alle quali nessuno dice di avere strumenti per intervenire. Se questo è lo scenario che senso ha rientrare in un Consorzio dove comunque una cantina sociale e i suoi grandi clienti hanno un rapporto di reciproca dipendenza? Che valore avrà togliere un po’ di voti a un soggetto singolo quando il combinato disposto dei voti sarà ancora a favore del mondo della cisterna e degli ex della damigiana? Come si può rientrare in un Consorzio che pensa si possano produrre 200 quintali per ettaro sulle nostre colline? C’è poi un’altra ragione che affonda le radici ai tempi del Consorzio diretto da Carlo Alberto Panont, che definiva obbligatoria una tracciabilità sperimentale e non ancora riconosciuta dal ministero, spiegando che saremmo stati sanzionati. Io e Riccardo Albani ci opponemmo, creammo un comitato e io spesi 100.000 euro in consulenti legali a beneficio di un territorio che non seppe nemmeno dire “grazie”. Lo feci perché un’autorità non prendesse in giro tanti produttori. Fui fatto passare da pazzo, ma avevo ragione. Peccato che accesso agli atti, viaggi a Roma, carteggi con gli uffici competenti e braccio di ferro con la politica compiacente pesarono su di me e basta. Prima ti usano, poi ti buttano fuori e poi ti rivogliono? Per carità… ma chi ci crede?».

La storia di Monsupello cosa insegna?

«Che cambiare richiede tanti sacrifici, investimenti e idee chiare. Che fare squadra con staff, rete agenti e rete clienti non sono cose che si decidono il lunedì per il venerdì. Che tenere duro e non demordere, cioè il non seguire il canto delle sirene, sono le uniche cose importanti quando si fa impresa. Noi viviamo di vitivinicoltura, siamo contadini diventati imprenditori. Noi il mercato non l’abbiamo subito, ci siamo fatti largo tra tante grandi e agguerrite realtà con la forza dell’identità».

Qual è oggi il vostro posizionamento?

«Abbiamo oltre 100 agenti e 8.500 clienti nel settore Ho.Re.Ca. italiano. Esportiamo solo il 5% della nostra produzione, perché non abbiamo sufficiente prodotto e non vogliamo scendere a compromessi. Abbiamo scelto di crescere a valore e non a volumi; producendo 300.000 bottiglie ogni anno, 150.000 di Metodo Classico, abbiamo più margine di molti giganti con i piedi d’argilla. Non è stato facile arrivare qui, ci siamo riconvertiti anche noi ma l’abbiamo fatto in trent’anni, non in due minuti. Lavoriamo su prenotazione e con pagamenti anticipati, spediamo i nostri vini in tutte le province italiane e ai pubblici esercizi selezionati delle grandi città che partecipano allo storytelling del marchio Monsupello. La famiglia Boatti va avanti, fedele ai valori di sempre, senza improvvisare mai niente. Non ci sentiamo arrivati, sappiamo di aver sempre qualcosa da imparare e andiamo avanti con umiltà un passo alla volta».

Quali sono i vostri progetti futuri?

«Presenteremo a breve, nel corso di un evento dedicato, un nuovo Metodo Classico a cui lavoriamo da 6 anni. Noi che siamo nella terra del blanc de noir da Pinot nero, abbiamo sviluppato anche un progetto in serie limitatissima partendo dallo Chardonnay. Siamo convinti che il nostro Oltrepò sia la culla del Metodo Classico italiano e che come tale debba essere fatto brillare con tutte le sue potenzialità».

Doveste dare un consiglio alle imprese dell’Oltrepò di qualità, cosa vi sentireste di suggerire?

«Di non aspettarsi niente dall’esterno, perché la fortuna non esiste: nel fare impresa si devono fare ogni giorno precise scelte, con coraggio e lucida determinazione. Non bisogna mai salire su carrozzoni o inseguire falsi miti. Bisogna intraprendere un progetto aziendale con metodo e non abbandonarlo di fronte alle prime difficoltà. è solo perseverando che si ha ragione nel medio e lungo periodo. è solo con i sacrifici che si raggiungono grandi risultati».

di Silvia Colombini

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