Mercoledì, 22 Gennaio 2020

I commenti del presidente e del direttore del Consorzio Tutela Vini Oltrepò Pavese per i fatti odierni avvenuti a Canneto Pavese. 

Luigi Gatti presidente del Consorzio: Siamo convinti che sia giusto e importante che siano fatte inchieste serie e controlli affinché si isolino i responsabili di un danno per tutto il mondo del vino italiano non solo per la Lombardia e L’Oltrepò Pavese. Il danno di immagine per il nostro territorio è evidente e lottiamo non da ieri proprio per contrastarlo, mettendoci sempre più passione e determinazione, ma va detto che questo territorio non si sente affatto rappresentato da chi lavora in modo scorretto. Il Consorzio continua a lavorare seriamente per promuovere e tutelare eccellenze e produttori seri che per fortuna sono tanti e che hanno davanti un programma fitto di importanti eventi di promozione nazionale e internazionale.

Carlo Veronese direttore del Consorzio: L’Oltrepo è una zona grandissima e può accadere che fra centinaia di aziende che lavorano ci sia chi opera in modo Scorretto. Noi dobbiamo lavorare con le altre centinaia di aziende che invece lavorano bene e seriamente e sfruttare questi fatti, che sono profondamente negativi per l’Oltrepò, per lavorare ancora meglio con chi vuole andare avanti e sono la maggior parte e promuovere il vino di qualità in giro per il mondo rappresentando una zona italiana che fa tanti grandi vini che hanno bisogno solo di essere conosciuti. Indubbiamente questo fatto è un grande danno di immagine ma sono certo che molte aziende ancora di più si rimboccheranno le maniche per promuovere la parte positiva di questo "territorio

L'operazione  di carabinieri e guardia di finanza  su ordine della procura di Pavia, con l'accusa per associazione a delinquere finalizzata alla frode in commercio e contraffazione di indicazioni geografiche o denominazioni di origine di prodotti agroalimentari. Sette le misure cautelari emesse dal Tribunale di Pavia: 5 arresti domiciliari e due obblighi di firma nei confronti rispettivamente di Claudio Rampini (mediatore), Alberto Carini (presidente della Cantina di Canneto), Carla Colombi (segretaria della Cantina di Canneto), Aldo Venco (enologo), Massimo Caprioli (enologo), Cesare Forlino (viticoltore conferitore di Canneto) Davide Orlandi (viticoltore conferitore di Canneto) responsabili, a vario titolo, dei reati di associazione a delinquere finalizzata alla frode e all’emissione di fatture fittizie.

Classe 1949, di estrazione Democristiana, ha iniziato la politica attiva nel 1997 nelle fila del CDU di Paolo Affronti. Di lì a breve il passaggio in Forza Italia, collaborando con Francesco Fiori quando quest’ultimo era Assessore Regionale all’Agricoltura. In quegli anni si divideva tra la passione per la politica, il lavoro all’Enel e l’attività sindacale. Nel 2000 diventa Segretario cittadino di Forza Italia. Da vent’anni in carica, di se stesso dice, dati alla mano, di essere il Segretario che non ha mai perso una tornata Amministrativa vogherese. Abbiamo incontrato Gianpiero Rocca.

Dato il trend nazionale “in contrazione” di Forza Italia, di che salute gode il Partito a Voghera?

«Il Partito in città è certo in ottima salute, direi! Infatti stiamo, a mio parere ma senza timore di smentita, portando avanti in ottima maniera l’amministrazione cittadina. è acclarato che comunque, in comuni come Voghera, al di là della tendenza dei partiti a livello nazionale, molto influisce la presenza significativa degli uomini sul territorio... Non è un’illusione, i fatti lo dimostrano. Siamo una forza e naturalmente, quando si tiene in mano un Partito, non è difficile raggiungere degli obiettivi se si seguono determinate regole. Non dogmi severissimi e fuori dal mondo... regole assolutamente normali».

Ha una buona previsione per la primavera 2020?

«Non le nego che la frattura del 2015 abbia “segnato” la Forza Italia cittadina, nel senso che con la spaccatura che c’è stata con il Dott. Torriani… anche se poi le cose sono andate come dovevano ed abbiamo vinto noi».

L’ex Sindaco Torriani è, mi passi il termine, “rientrato” al vostro fianco?

«Torriani è comunque sempre iscritto a Forza Italia: ci stiamo parlando... stiamo ragionando».

Anche con il Dott. Delio Todeschini?

«Lui ha fatto le sue scelte, mettiamola così. Nulla di personale, comunque...».

E con la Lega? C’è una possibilità di ricucitura?

«Con la Lega, posso dirle che… se incontro l’On. Lucchini ci salutiamo. Così come con altri esponenti di Partito. Io non ho rotture con nessuno».

Lei li ha cercati? O vice versa?

«No, io non cerco nessuno. Loro mi hanno cercato, qualche incontro c’è stato. Come dico “ai miei” nelle riunioni: “ragazzi, siamo una forza o  non siamo una forza? Abbiamo alle spalle 20 anni di governo”. Si può sempre fare meglio, ma comunque abbiamo fatto delle buone cose. ASM compresa, che è a posto... perché se guardiamo le altre città vediamo solo disastri assoluti. Ad esempio Pavia, senza andare lontano. Noi abbiamo tutto».

Pavia ha problemi con l’energia?

«Pavia non ha più nulla. Che cos’ha l’ASM di Pavia? Voghera ha tutto. Certo, non bisogna mettere in pericolo le società... Tutto sommato, questo a me sembra significhi governare bene. Io continuo a dire a chi è vicino a me che se abbiamo paura noi, gli altri che sono all’opposizione che cosa devono fare? Non è perché il trend nazionale subisce una variazione a noi sfavorevole che dobbiamo preoccuparci. Dobbiamo essere concentrati sulla realtà locale. Poi è normale tenere sotto controllo anche l’andamento nazionale. Ma stessa cosa deve fare anche chi è all’opposizione: sperano sul trend nazionale... e sulla città? Noi il supporto dalla città l’abbiamo, i nostri voti anche, di sicuro. Quando sarà il momento, si vedrà. Ed abbiamo una coalizione che io non rinnegherò mai!».

Qualche tempo fa si vociferava anche di contatti, oltre che con la Lega, anche con il Centrosinistra...

«Io parlo con tutti, anche perché molti sono amici al di là dell’appartenenza politica. Non mi affascina, comunque, l’idea di un compromesso storico».

Cosa pensa invece del Centrosinistra diviso tra Partito e Lista Civica?

«A differenza di qualche esponente del PD che vuole sempre mettere il becco nei fatti altrui, io vedo, osservo, e qui mi fermo; certo, non capisco questa divisione, poiché l’ho vissuta anch’io con Forza Italia, e significa portare entrambe le parti al minimo storico. Io ho buoni rapporti con tutti, anche con i 5 Stelle. Non ho mai avuto un alterco, ognuno fa la sua politica».

Ha in mente un candidato sindaco?

«Più di uno. Tutte persone di livello. Quando ci troveremo tutti insieme e gli altri partiti esprimeranno le loro esigenze, noi esprimeremo le nostre, a riguardo.

Quando si dovrebbe votare?

«A maggio. Quindi penso che il candidato sindaco verrà annunciato a marzo. Sto preparando una bella squadra di persone che sulla città hanno consenso, giovani e meno giovani, ma tutti attratti dalla politica!».

Ci sono giovani ancora appassionati di politica?

«Qualcuno, ma pochi. Un giovane deve studiare, se ha voglia, altrimenti deve andare a lavorare. Dopodiché può sfogare le sue passioni, che siano il calcio, la politica o altro. Ma un giovane che si avvicina alla politica senza averne davvero l’intenzione reale d’impegno non farà strada. La politica non è un lavoro, o meglio, non lo è in prima istanza. è come quando dicono “Mah... queste città, dove non c’è lavoro”... ma non è la politica che crea lavoro: la politica deve mettere una città in condizioni tali che il lavoro possa esserci, che le aziende possano svilupparsi».

La criticità che riguarda la nostre strade?

«Le strade a Voghera non sono così brutte come è di comune opinione. La tangenziale che noi abbiamo voluto con tutte le nostre forze non ci è stata data: Il progetto c’è, è completato. Mi auguro un giorno di poterlo concretizzare. Questa che è attualmente in uso è della provincia, e continuo a sentire proclami che “la regione dà”, “il governo dà”, ma alla fine son bricioline... Insomma, di fondi non ne arrivano veramente. Noi non possiamo fare nulla a riguardo di questi 7 milioni di euro che servono a finire la tangenziale... se non sollecitare».

Cosa bisogna fare per avere i soldi dallo stato o dalla regione?

«C’è un progetto, ed il presidente Poma lo conosce bene. Quando sento parlare della Broni-Mortara... L’Oltrepò ha bisogno di altro! Servirebbe un altro ponte sul Po che vada a congiungersi con la tangenziale di Pavia. Tra Voghera e Pavia un collegamento diretto non c’è. La città avrebbe poi ancora bisogno di sfruttare la centrale energetica per quanto riguarda il vapore. Allora sì che si potrebbe completare, ottimizzare il piano di riscaldamento cittadino. Per ora ASM ne sta parlando con Gas de France, la società che ha la maggioranza della Centrale».

Bollette pazze di ASM?

«Per quanto riguarda ASM la situazione si sta normalizzando, anche per i vincitori del concorso».

È intervenuto nella diatriba di esposti alla procura?

«No, quelle cose non mi piacciono proprio. Ho cercato di farli andare d’accordo, che è la cosa essenziale. Io reputo il Dott. Bruno un buon amministratore, come anche il direttore, e come anche la presidentessa di Vendita e Servizi. Questa polemica in corso che non fa bene a nessuno».

Pensa che una polemica di questo tipo possa far perdere clienti ad ASM?

«Conosco bene ASM e la sua clientela, e dico che una cosa del genere non gioca certo a favore. Devo sottolinearle poi anche il fatto di aver portato l’Azienda fin qui, facendo i salti mortali e sempre ringraziando la cittadinanza, che è molto legata alla sua ditta... vede, è difficile resistere in questo settore quando si è piccoli così. Guardi solo Pavia, Vigevano... Noi siamo rimasti l’ultimo baluardo. C’è una concorrenza spaventosa. Ma un po’ come in tutti i settori».

Carlo Barbieri, al termine del secondo mandato consecutivo come Primo Cittadino, non potrà più candidarsi a Sindaco: pensa che continuerà comunque l’esperienza politica?

«Carlo Barbieri è in Consiglio Provinciale come Capogruppo: a differenza di tanti che cercano di allontanare le persone per poter avere la via libera, dopo 10 anni di esperienza da Sindaco, a mio parere è una risorsa... sta a lui dire come desidera farsi utilizzare».

Se lui le dicesse “mi piacerebbe entrare in lista con Forza Italia” lei lo inserirebbe?

«Certo, certo! Anzi! Sarebbe sicuramente il Capolista».

Quanto si avverte la mancanza di Giovanni Alpeggiani?

«Giovanni manca come amico, certo come politico… ma a me soprattutto come amico. In politica avevamo visioni un po’ diverse, litigavamo spesso, però ci confrontavamo anche molto. Gli dicevo sempre “Tu sei davvero uno degli ultimi socialisti”. Ha avuto spesso buone intuizioni, ma tra tutti abbiamo anche commesso errori... mi sto riferendo ora ad una situazione al di là della città».

Se ci sarà l’unione del Centrodestra, Lega compresa, il candidato sindaco potrebbe essere di Forza Italia?

«Le dirò... non necessariamente. Potrebbe essere un rappresentante “civico”, come un nome della Lega. Noi siamo aperti a tante soluzioni: sicuramente senza presentarci con “il cappello in mano”».

di Lele Baiardi

Il momento per il Pd vogherese è delicato. Dopo l’addio e la conseguente decisione di Pier Ezio Ghezzi di correre da solo le divisioni nel centrosinistra rischiano seriamente di compromettere la partita a tutto vantaggio del centrodestra. Il capogruppo in consiglio comunale Roberto Gallotti analizza la situazione.

Gallotti come vi state muovendo sul fronte delle alleanze in vista delle elezioni?

«Mi permetta di dire in premessa che non è solo il centrosinistra ad avere difficoltà: forse il centrodestra sa tenere le tensioni interne più nascoste, ma non si può negare che esistano forti contrasti anche al loro interno. Ne è testimonianza il caso Azzaretti, scoppiato in periodo elettorale con una motivazione che coinvolge uno dei partiti dell’alleanza teorica di centrodestra, la Lega. Parlando di noi alcuni passi si sono fatti, ci sono stati incontri con le forze dell’ampio perimetro del centrosinistra e del civismo con alterna fortuna per via dell’uscita di Ghezzi. Quando avremo finito questo giro di ascolto, che testimonia la volontà del Partito Democratico di riunire la più ampia coalizione possibile, dal mondo civico del centro democratico, ci riuniremo con questa coalizione e individueremo quello che saranno le idee innovative da mettere in campo per rompere definitivamente con il passato».

Ste benedette primarie alla fine si faranno o no?

«Credo che le primarie siano in generale un’ottima modalità per la ricerca del candidato sindaco, ma per quanto riguarda noi a questo punto le primarie di partito sono assolutamente inutili perché il PD ha una candidata sindaca unica in Ilaria Balduzzi. Per quanto riguarda le primarie di coalizione invece debbo rilevare che si stanno svolgendo in questi giorni riunioni a ritmo intenso alfine di chiudere al più presto questa partita nella speranza che la coalizione sia la più ampia possibile per avere più ampie possibilità di successo. In ogni caso bisogna agire in tempi brevi per ufficializzare la candidatura il più presto possibile dato che siamo già in ritardo rispetto alla tabella di marcia».

Lo strappo di Ghezzi l’ha fatta arrabbiare?

«Non mi permetto di giudicare i comportamenti degli altri, soprattutto se si tratta di una persona che stimo e con il quale sono legato da sincera amicizia da molti anni. Posso solo dire che se lo ha fatto avrà le Sue convinzioni che io ho osservato con il massimo rispetto. Posso solo dire che mi è dispiaciuto molto che abbia adottato questo comportamento, ma ripeto lo rispetto e proprio per questo i rapporti sono rimasti buoni pur non mantenendo contatti frequenti come in precedenza».

Quello con i Cinque Stelle vogheresi somiglia sempre di più al matrimonio che “non s’ha da fare”. A che punto sono le trattative con loro?

«Penso che le trattative con il Movimento 5 stelle non siano andate a buon fine a causa delle loro dinamiche interne che impedivano di partecipare ad eventuali primarie. Comunque nulla vieta un’eventuale collaborazione stretta futura anche in riferimento alle elezioni regionali dell’Emilia Romagna, che come si sa rappresentano uno spartiacque per la politica italiana».

Secondo lei qual è la strategia che vi offre maggiori possibilità di arrivare al ballottaggio?

«Non credo che esistano strategie che possano portare alla possibilità di un ballottaggio, non ritengo che esistano particolari ricette. Penso invece sia necessario fin da subito intervenire in tutte le zone o quartieri di Voghera con un porta a porta per un confronto con i cittadini che possa portare a nostra conoscenza i problemi delle famiglie e a loro i programmi del Pd per un deciso cambio di passo nella gestione della città, per tentare quel miglioramento che vent’anni di amministrazione di centrodestra non hanno saputo dare».

Su quali temi darete battaglia nei prossimi mesi?

«Tutti quei problemi dei cittadini di Voghera che molto spesso vengono colpevolmente dimenticati, soprattutto nei quartieri periferici dove l’Amministrazione è presente solamente in prossimità delle elezioni. Come Pd abbiamo presentato in questi giorni alcune interpellanze molto importanti su temi concreti: voglio citare quella che riguarda la pericolosità dell’incrocio tra via Negrotto Cambiaso e Strada Torrazza Coste che visto il nuovo incidente necessita di un intervento prima che ci scappi il  morto, senza tralasciare quella che riguarda il trasferimento della Farmacia di Viale Repubblica al Parco Baratta, operazione di vertice che lascerebbe un vasto territorio senza un servizio, perché di servizio pubblico si tratta. è in preparazione inoltre un’ulteriore interpellanze sulla gestione delle case comunali a cura di Aler che evidentemente, stante gli esigui fondi posti a disposizione, è attualmente molto deficitaria».

Lei ha svolto la sua attività lavorativa nella sanità e da sempre segue da vicino le vicende che riguardano l’ospedale. Quali sono le problematiche principali e qual è la situazione attuale del nosocomio di Voghera?

«è giusto rilevare un miglioramento strutturale di vari servizi, penso ad esempio alla prossima apertura del nuovo Pronto Soccorso, ma ritengo anche che si debba ragionare su temi molto importanti per il loro funzionamento: da questo punto di vista il rilievo della carenza di personale medico ed infermieristico è cronico, tanto è vero che esistono sempre difficoltà nell’attribuire le ferie costringendo in determinati periodi alla parziale chiusura dei Reparti».

Crede che con il nuovo Pronto soccorso si riuscirà a gestire meglio l’affluenza e rendere più veloce la gestione dei singoli casi?

«In questo caso il dubbio riguarda il personale medico ed infermieristico che lo dovrà far funzionare senza essere sottoposto ad un’attività stressante come non dovrebbe essere per quegli operatori. La mancata realizzazione in Regione Lombardia dei Presst (Presidi Territoriali) comporta il ricorso massiccio agli ospedali, soprattutto appunto al pronto soccorso, anche per i codici bianchi, il che genera gravi problemi di gestione del sistema sanitario nel suo complesso».

Come Pd avevate proposto qualche soluzione?

«Ci sono questioni che come Pd avevamo sollevato tempo fa senza aver avuto riscontri positivi: parlo del parto indolore, dei lavori che erano stati  promessi al Reparto di Psichiatria, che da anni soffre per una carenza strutturale vergognosa per la dignità delle persone che vi sono ricoverate. Un ultimo importante rilievo per quanto riguarda il prestigio dell’Ospedale: sono venuti a mancare due primari al Dipartimento Materno Infantile e ad Urologia e trattandosi di professionalità molto rilevanti per il valore dimostrato è auspicabile una loro sostituzione con personalità di spessore in grado di assicurare il prestigio necessario». 

  di Christian Draghi

Spumantitalia di Pescara (Hotel Esplanade, dal 23 al 26 gennaio 2020), sarà la prima grande vetrina dell’anno per celebrare e promuovere il metodo Oltrepò: in passerella le bollicine che rappresentano la Denominazione, un mondo e un brand di prodotto che vede protagonista di alto livello il Pinot nero d’Oltrepò, vitigno bandiera di un territorio che ha contribuito a fare la storia del metodo classico e del metodo Martinotti. Spumantitalia è la rassegna che ha creduto in questo racconto fra passato e futuro dei grandi vini italiani e ha voluto inserire il marchio del Consorzio in tutta la campagna di comunicazione dedicata alla sua grande rassegna dedicata alle bollicine. Il marchio del Consorzio Tutela Vini Oltrepò sarà protagonista attivo anche di un affascinante momento culturale chiamato Noir in Giallo, che prevede degustazioni di Pinot nero abbinati ed inseriti nelle presentazioni di due libri gialli. La data da segnare è il 24 gennaio 2020, alle ore 18,30, presso la Libreria Feltrinelli di Pescara. L’evento si intitola Noir in Giallo, cromie di vini e parole ed è un incontro fra l’effervescenza del Pinot nero e la scrittura noir, intrichi, passioni e suspense. Non è ancora finita: il magazine Bubble's, che è partner frizzante del festival spumantistico, premierà la sera del 24 le cantine Ca’ di Frara, La Versa, Monsupello e Prime Alture come Ambasciatori del brindisi italiano 2020. I vini delle aziende partecipanti saranno ammessi alla pre-selezione delle master class in programma. La domenica al banco di assaggio sarà allestita un'isola a brand Consorzio Oltrepò all'interno della quale saranno presenti le aziende che hanno aderito al Festival.

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Cella di Varzi, località situata a 700 metri di altitudine sull’ Appennino Pavese, ospita da oltre settan’anni il Tempio della Fraternità, affiancato da circa dodici dal museo dell’ aeronautica militare. Negli ultimi anni sono sorte alcune problematiche che vanno dal furto di alcuni preziosi cimeli alle strade dissestate che rallentano il flusso turistico e il rettore don Luigi Bernini, mandato sul posto dal vescovo 20 anni or sono perché si occupasse del suo paese natale, ci racconta la storia.

In che condizioni era il Tempio quando è arrivato a Cella?

«Praticamente stava cadendo a pezzi, sui cimeli cadeva la pioggia e venivano coperti come meglio si poteva. Fu necessario chiedere il contributo della Regione per il restauro della chiesa a quel punto non avevamo altra scelta».

Come fu accolta tale richiesta?

«Ci fu data la possibilità di ricostruire la chiesa ottenendo i contributi. Per l’esattezza abbiamo speso 750mila euro lavorando quindici anni per il restauro completo».

Quando e perché fu realizzato il tempio?

«Con la fine della seconda guerra mondiale un cappellano militare, don Adamo Accisa, rientrando in Italia dalla Grecia aveva chiesto al proprio vescovo di essere mandato in un posto dove potesse riprendersi nello spirito dopo tanto dolore. Fu mandato a Cella e nel 1952 cominciò a costruire questa chiesa per lanciare un messaggio di pace e lo fece raccogliendo da tutto il mondo le rovine della guerra. Cominciò a scrivere e a viaggiare, arrivò a Parigi dove conobbe quello che poi divenne Papa Giovanni XXIII, il quale all’epoca era Nunzio della Santa sede in Francia a Parigi. Anche lui era stato cappellano militare negli alpini durante la guerra e volle abbracciare l’idea di don Adamo Accosa con la promessa di mandare a Cella la prima pietra per la costruzione della chiesa».

Come avvenne poi tutto ciò?

«Nel 1952 Roncalli mandò una delegazione per consegnare una piccola lastra di marmo presa dalle macerie di una piccola chiesa distrutta durante lo sbarco in Normandia».

Quanto tempo ci volle per costruire il tempio?

«Ci vollero sei anni l’inaugurazione fu celebrata ne settembre del 1958. Da allora nella chiesa vediamo le armi trasformate in simboli di pace: per citarne una, il fonte battesimale ricavato dall’ otturatore di cannone in acciaio cecoslovacco della corazzata Andrea Doria facente parte della marina militare italiana». 

Quante persone hanno contribuito alla raccolta dei cimeli?

«Diverse persone, me in particolare. Ricordo anche Fausto Tommei, giornalista radiofonico famoso negli anni ’50, che trascorse un mese in America a cercare cimeli ricordi testimonianze da portare qui a Cella. Ci sono rovine Delle città di Hiroshima e Nagasaki e del campanile di Giotto di Firenze».

L’oggetto rosso posto sull’altare maggiore sembra una pallottola gigante da dove viene?

«Dall’ arsenale militare di la Spezia si tratta di un bossolo di cannone del peso di quattro quintali trasformato in tabernacolo».

Tra i tanti cimeli c’è n’è uno particolare ci riconduce al 12 novembre 2003 ci può dire chi ha portato qui questa pietra?

«È stata portata qui dai carabinieri in ricordo della strage di Nassirya è una pietra raccolta dalla palazzina crollata durante l’attentato dove persero la vita i loro colleghi. Le guerre purtroppo non sono ancora finite molte persone vengono da ogni parte del mondo per portare oggetti dei loro cari deceduti».

A parte i soldati e le guerre chi altro viene ricordato in questo luogo?

«Le vittime civili. Per esempio è stato portato un pezzo di carbone dalla miniera di Marcinelle in Belgio dove persero la vita duecento minatori di cui centoquaranta erano italiani. Sono arrivati frammenti Delle torri gemelle e altro ancora».

Corre voce che alcuni cimeli sono stati rubati, è vero?

«Purtroppo sì e quindi ci siamo organizzati per proteggere al meglio gli oggetti qui riposti dato che la chiesa è molto visitata».

Scendendo la scalinata fuori dalla chiesa si passa nel museo dell’ aeronautica militare. Da quando esiste e perché?

«È stato creato dall’associazione aeronautica militare di Pavia nel 2008. C’è fuori un F104 donato per ricordare tutti i piloti caduti dell’ aeronautica e sono bene in vista anche i componenti dell’ aereo, il motore e le pale. Questo museo è nato collegato al tempio e la scalinata è chiamata la “scalinata della civiltà” in quanto rappresenta le varie civiltà greche, romane e medievali. Aggiungiamo che qui le varie associazioni militari sono di casa con le loro cerimonie e raduni. Oltre all’aeronautica vengono anche i carabinieri e gli alpini, che nonostante la fine del servizio di leva obbligatorio sono pochi ma resistono».

Rispetto al passato l’affluenza si è ridotta. Perché e in che misura?

«Si deve dire che le strade non sono tenute molto bene dalla provincia e i pullman per venire qui devono passare da Fabbrica Curone in provincia di Alessandria e poi salgono mentre la strada provinciale è tenuta malissimo e non viene fatto nemmeno lo sfalcio degli argini. è una cosa vergognosa. Degli oltre cento pullman che venivano all’anno ora ne vengono una ventina.Le vie di comunicazione sono fondamentali per mantenere il flusso turistico, qui siamo sul confine con il Piemonte e la parte piemontese è tenuta bene, ma la parte Pavese lascia molto a desiderare».

di Stefania Marchetti

Il Comune di Voghera ha ottenuto un finanziamento statale da un milione e 100 mila euro che verrà utilizzato per lavori di adeguamento antisismico delle scuole cittadine e manutenzione del Ponte Rosso. La richiesta del settore Lavori Pubblici del Comune era avvenuta a settembre 2019, la comunicazione con esito positivo è arrivata nei giorni scorsi. «Sono politiche continuative di responsabilità, azioni di prevenzione necessarie che una amministrazione responsabile deve portare avanti. Il finanziamento statale, appena ricevuto, va a premiare i progetti presentati dagli uffici comunali sulla manutenzione dei manufatti e dei fabbricati della nostra città», dice il sindaco di Voghera Carlo Barbieri. «Sono soddisfatto del lavoro degli uffici per questo importante risultato destinato a aumentare la sicurezza scolastica e le strutture ad essa connesse. Questo contributo è già nelle case del Comune, ora stiamo lavorando per reperire un altro finanziamento da 700 mila euro. Finora abbiamo partecipato ad ogni tipo di bando, gli sforzi compiuti dagli uffici sono stati premiati», commenta il sindaco e assessore ai Lavori Pubblici Daniele Salerno. In particolare i finanziamenti stanziati sono così ripartiti:

 350mila euro destinati al completamento dei lavori per l’adeguamento antisismico della scuola di San Vittore

 440 mila euro destinati al completamento dei lavori per l’adeguamento antisismico della scuola Vanoni con particolare attenzione alle due palestre annesse in quanto inserite nel Piano di Protezione Civile come centri di raccolta per sfollati in caso di qualsiasi calamità

 220 mila euro destinati ad interventi di manutenzione del Ponte Rosso con il rifacimento dei giunti e delle impermeabilizzazioni del manufatto e la predisposizione dei guardrail protettivi

 70 mila euro per la prevenzione incendio al museo storico Beccari  14 mila euro per la verifica sfondellamento dei solai delle scuole De Amicis e Pascoli

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Stampano musicassette, hanno un nome impronunciabile, fanno un genere di nicchia e hanno dedicato il loro album a due etichette non più in attività. Eppure i Lhurgoyf, forse proprio perché fuori dal tempo, sono la prova vivente che la musica unisce le età e azzera le distanze. Tra i 44 anni del bassista e i 18 del batterista si annidano generazioni tenute insieme dal collante di una musica che nulla ha a che vedere con mode o gusti di tendenza. Formatisi nel 2017 sulle colline dell’Alto Oltrepò, hanno da subito assunto un piglio anticommerciale. La loro musica è “violenta”, puro heavy “vecchia scuola” rumoroso e inquietante quanto un urlo nel bosco nel cuore della notte. Fondatori della band sono Federico “Boss” De Carli (ex The Nerds) e Francesco Filippini (bassista dei Doctor Cyclops), entrambi in qualche modo pionieri dell’underground oltrepadano. Ad accompagnarli in questa nuova avventura, appena concretizzatasi nella pubblicazione del primo disco “Raw Matters”, ci sono il bassista Cristiano Trappoli e il giovanissimo batterista neo diciottenne Guglielmo Draghi. Li abbiamo incontrati in occasione del release party svoltosi sabato 7 dicembre a Salice Terme.

Inizierei dal vostro nome, quasi impronunciabile e ancora più difficile da scrivere correttamente. Che cosa significa, perché lo avete scelto e a quale immaginario si riferisce?

Filippini: «Il nome è preso in prestito da una creatura bestiale del gioco di ruolo Magic The Gathering».

De Carli: «Così come il Lhurgoyf trae forza dai cadaveri di cui si nutre, noi prendiamo ispirazione da quella musica che le mode ed il mainstream hanno sepolto e dimenticato».

Come è nata l’idea di creare questa band? è stato facile trovare i componenti?

Filippini :«Chiedendo a Boss se gli andava di incontrarsi e discutere di un’idea e del materiale che avevo per le mani. C’è stata subito intesa ed abbiamo iniziato l’avventura con me al basso, Boss alla voce e Emanuele Dirotti alla batteria. Abbiamo inaugurato il progetto così, senza chitarra. Poi c’è stato il periodo in cui abbiamo affrontato dei live senza la presenza del basso. Allora era già subentrato alla batteria il sedicenne Guglielmo Draghi. Ora nel Lhurgoyf suono la chitarra e abbiamo completato il cerchio con l’ingresso di Cristiano Trappoli al basso. No, non è stato affatto semplice trovare componenti, ma abbiamo insistito e continuato a provare e scrivere».

Si capisce, non solo per il genere musicale che suonate, che di “commerciale” avete poco o nulla. Vi muovete nell’underground ed è evidente, ma quale motivazione artistica c’è dietro questa scelta?

De Carli: «Per me all’ascolto è fondamentale percepire immediatezza, che non significa però semplificazione: quale che sia il genere, cerco l’intenzione dietro alla musica, l’urgenza di espressione dell’artista, non voglio necessariamente il “prodotto perfetto”. Per questo pesco tantissimo dai periodi di transizione tra generi musicali, più che da scene consolidate, e mi piace pensare che sia difficile etichettare quello che suoniamo».

Parliamo del vostro primo lavoro, Raw Matters. Da quanti pezzi è composto e come sono nati?

Filippini: «Raw Matters è un Ep autoprodotto, in cui sono contenute 5 canzoni originali e una cover. I brani nascono probabilmente dall’esigenza di “scaricare a terra”, attraverso il coinvolgimento di tutto il corpo, in un bagno di suono. Chi si metterà in ascolto dell’Ep riceverà questo messaggio chiaro e distorto. Abbiamo deciso di dedicarlo a due etichette discografiche “fantasma” perché non più in attività come Nicotine Records e Scary Records, un gesto di riconoscenza per chi ha supportato l’underground per molti anni».

Dove è possibile trovarlo?

«Abbiamo stampato 50 musicassette che venderemo ai nostri concerti insieme a un codice per il download digitale».

Di cosa parlano i vostri testi? C’è un filo conduttore che li accomuna o sono “episodi” a sé stanti?

De Carli: «Alla base di tutto c’è una riflessione sulla violenza come elemento imprescindibile che permea tutto l’universo, considerandola in tutte le sue forme: fisiche, psicologiche, storiche, sociali ma anche naturali, dagli sconvolgimenti climatici alle catastrofi su scala cosmica».

Avete parlato di “violenza”. Il metal, specialmente nelle sue correnti più estreme, evoca fantasmi. Per lo più sono luoghi comuni, ma è innegabile che esoterismo, satanismo e violenza siano associati spesso a questa corrente musicale. Voi che la vivete da dentro ci vedete qualcosa di vero?

De Carli: «Io credo nella “potenza” di certe simbologie, in particolare quelle legate alla morte, che si presentano in ogni epoca e cultura: sono concetti universali che vanno a toccare gli strati più profondi ed ancestrali del nostro subconscio, e nessuno è immune al fascino che esercitano, positivo o negativo che sia».

L’Oltrepò è terra di vino, pifferi e fisarmoniche ma anche di boschi e montagne. Sarà quello il filo di collegamento con il metal... fatto sta che di band “heavy” ce ne sono parecchie. Come mai? Cosa c’è in questo territorio che evoca certi “spiriti”?

De Carli: «Sicuramente il clima fa la sua parte: nebbia, pioggia e fango non stimolano certo pensieri solari... poi credo che ci sia un’affinità mentale e spirituale con le avversità e le superstizioni proprie della vita “grama” condotta dagli antenati che abitavano le nostre montagne e colline, da cui ci sentiamo inconsapevolmente attratti».

Questa band è nuova, ma alcuni di voi sono “nel giro” da parecchio. Doctor Cyclops e Nerds ad esempio sono band che hanno girato l’Europa per anni. Che giudizio esprimete invece sulla scena musicale oltrepadana?

Filippini: «Semplicemente, in diversi Paesi esteri la gente non ha mai smesso di ascoltare musica in tutte le sue espressioni e in quei luoghi c’è spazio anche per questo tipo di musica. Quei palchi sono accomunati da uno stesso caratteristico odore: sono vivi e vissuti. Le persone che seguono questa scena in altri Stati non hanno mai smesso di fare rete, perché proprio dall’esistenza di quella stessa realtà dipende parte del loro piacere. Non si sono mai dovuti chiedere come fare per rimettere in moto il carrozzone!»

Quali sono le difficoltà maggiori che si incontrano a volere essere “band” da queste parti?

De Carli: «Senza dubbio è sempre più evidente l’isolamento in cui ci si trova nell’ambiente musicale. Nonostante negli ultimi anni sia cresciuto il numero di musicisti, anche giovani, di pari passo si è verificato un calo costante nell’interesse a dare vita ad una “scena” locale, intesa sia come partecipazione agli eventi live che come luogo di confronto di opinioni, scambio di informazioni e discussione in generale. Ognuno resta nel proprio spazio, chiuso e circoscritto, fatto di “mi piace” e “parteciperò”».

Esistono locali che appoggiano la scena underground?

De Carli: «Per fortuna in zona abbiamo un giro di locali che ancora scommettono sulla musica live, nonostante la risposta del pubblico sia spesso scarsa. Spaziomusica a Pavia, Bonnie & Clyde a Torricella, Wally’s Pub e Dazibao a Tortona sono dei punti di riferimento per l’underground musicale oltrepadano e meriterebbero un supporto maggiore. Ora Soqquadro di Salice Terme e Dagda di Retorbido pare abbiano aperto le porte ai gruppi locali».

Guglielmo, quando ha iniziato a suonare nei Lhurgoyf aveva 16 anni. Quello che suonate non è certo un genere musicale con cui oggi si entra in contatto facilmente. Bisogna andarselo a cercare. Come si è avvicinato a questo mondo?

«Il primo contatto con la musica metal è avvenuto quando mi è stato proposto di far parte del progetto Lhurgoyf. Prima non avevo mai ascoltato questo genere. Sono entrato in questo mondo ascoltando quello che mi veniva proposto, principalmente band quali Merciless ed Entombed. è un genere con cui non ho una reale affinità. Trovo che da questo conflitto sia fiorito un aspetto molto importante dei Lhurgoyf, ovvero l’incontro tra un cantato metal ed una sezione ritmica più orientata verso altri generi. In questi ultimi anni, grazie all’ambiente scolastico, dove sono regolarmente ascoltati gruppi dal new metal (Korn, Slipknot, Disturbed) al prog (Dream Theater, Leprous, Haken), ho maturato un interesse crescente verso questo genere».

di Christian Draghi

Superata la delusione per la sconfitta elettorale, l’ex sindaco e attuale leader dell’opposizione del comune di Cigognola Marco Fabio Musselli attacca la giunta Orioli, rea di aver sconfessato quanto di buono fatto dalla sua Amministrazione.

Musselli, è stata dura digerire la sconfitta?

«Il comune di Cigognola è uno dei comuni più virtuosi della Provincia di Pavia perché ci siamo sempre impegnati per migliorare la situazione economica e finanziaria ottenendo ottimi risultati; abbiamo lavorato molto per la cura del territorio, con particolare attenzione al dissesto idrogeologico,  sulla  manutenzione degli spazi pubblici (edifici, piazze, verde pubblico) e per la promozione territoriale con una serie molto importante di iniziative sia durante il periodo invernale sia durante il periodo estivo. Abbiamo dedicato anche una particolare attenzione al settore del sociale affinché nessuno si sentisse abbandonato di fronte alle difficoltà della vita. Forte della convinzione di aver operato bene per il mio Comune non mi aspettavo di perdere, anche se durante la campagna elettorale mi sono reso conto che le cose fatte passavano in secondo piano di fronte a promesse elettorali e attacchi all’amministrazione uscente che non avevano alcun fondamento di verità».

Quali fattori l’hanno maggiormente penalizzata, secondo lei?

«Sicuramente la situazione politica nazionale ha avuto una forte ricaduta anche sul livello locale: l’attuale Amministrazione ha potuto contare sulla presenza di Ministri e Parlamentari allora al Governo mentre io avevo fatto la scelta di presentarmi con una lista civica dove le appartenenze politiche erano secondarie rispetto all’azione amministrativa».

Continuerà a ricoprire un ruolo attivo all’interno del comune? Da che cosa sarà caratterizzata la minoranza consiliare nei prossimi 5 anni?

«In veste di consigliere comunale, rappresento pur sempre il 45% della popolazione che ha votato e quindi, insieme agli altri due consiglieri di minoranza vigileremo sull’operato di questa Amministrazione e faremo un’opposizione positiva e propositiva».

è stata la sua ultima candidatura?

«Non so cosa farò tra  quattro anni, ci penserò a tempo debito insieme al gruppo di persone che in questi anni hanno condiviso con me questo percorso»

Ritiene valida questa nuova amministrazione? Secondo lei ha delle potenzialità e quali sono?

«Devo dire che pur avendo amministratori che negli anni precedenti sono stati in consiglio comunale, non mi pare che riescano a mettere a frutto quello che avrebbero dovuto imparare, anzi, mi pare che per ora l’unico obiettivo sia quello di fare esattamente il contrario rispetto alle scelte della  precedente amministrazione anche se si tratta di situazioni che hanno dato risultati positivi, senza però avere la capacità di proporre soluzioni nuove. Sembra piuttosto che si sia tornati indietro nel tempo cancellando anni di buona ed efficiente amministrazione».

I rapporti tra maggioranza e minoranza sono buoni? Esiste un dialogo efficace tra le due controparti?

«I rapporti personali ovviamente sono buoni, perché siamo persone civili, ma i rapporti tra maggioranza e minoranza sono molto difficoltosi perché c’è una totale chiusura della maggioranza nei nostri confronti».

Condivide qualcuna delle scelte fatte dall’attuale amministrazione?

«Assolutamente no, siamo proprio su posizioni diverse per quanto riguarda l’idea di come deve funzionare un Comune e di come si debbano utilizzare le risorse».

Ci sono problemi argomento di dibattito?

«Ci sono molti problemi a partire dal bilancio appena presentato che non contiene nulla di quanto promesso in campagna elettorale. Nonostante, come dicevo, l’attuale vice sindaco sia stato consigliere di minoranza nella precedente amministrazione, quindi avrebbe dovuto conoscere la situazione finanziaria del Comune, in campagna elettorale hanno promesso di togliere l’addizionale comunale (irpef) che vale circa 50mila euro ma ovviamente non sono in grado di farlo perché non è così semplice recuperare questa somma da altri capitoli di bilancio. Inoltre, mentre la mia giunta  aveva rinunciato agli emolumenti facendo risparmiare al Comune circa 20mila euro all’anno (100mila in 5 anni) l’attuale non lo farà e quindi devono recuperare altre risorse per coprire anche questa posta di bilancio. Non c’è traccia quindi di nessun nuovo progetto, un bilancio che prevede solo ordinaria amministrazione. L’unica opera in cantiere è stata finanziata con fondi arrivati alla fine del mio mandato, destinati a opere di efficientamento energetico e sviluppo sostenibile e si è pensato bene di fare più di mille metri quadrati di parcheggio in asfalto (quindi certamente non ecocompatibile) al servizio della scuola dell’infanzia che secondo noi non ne aveva alcuna necessità in quanto già dotata di parcheggio. Su questa vicenda abbiamo presentato una diffida a procedere con i lavori in quanto, per avere il benestare dal Ministero per l’utilizzo dei fondi, si è esposta la situazione in modo fuorviante lasciando credere che ci fosse la necessità di una messa in sicurezza per tutelare i bambini durante l’ingresso e l’uscita dalla scuola materna».

Ritiene che la nuova amministrazione li stia affrontando in modo risolutivo e che dia il peso adeguato ad ognuno di essi?

«Ritengo che la nuova Amministrazione non abbia ancora capito quanto  tempo, attenzione e dedizione  siano necessari per fare un buon lavoro ed ottenere dei risultati. Certo, possono sempre accontentarsi di fare solo ordinaria amministrazione, con la situazione che abbiamo lasciato possono vivere di rendita almeno per i prossimi due anni....».

di Cecilia Bardoni

Quasi tutti ormai conoscono la Pet Therapy e i benefici che il rapporto con un amico a quattro zampe può apportare anche alla salute di persone malate. L’associazione “ConFido in un Sorriso” dal 2011 opera con lo scopo primario di diffondere la bellezza insita nell’interazione dell’umano con il cane e negli ultimi anni ha rafforzato la collaborazione con diverse scuole primarie d’Oltrepò. La coordinatrice dei progetti è la dottoressa Silvia Razzini.

Dottoressa, che tipo di progetti proponete nelle scuole?

«Insieme a Francesca Rana (alla quale è stato assegnato il premio Young Ambassador da parte dei Lions per l’anno 2017) abbiamo  realizzato due progetti molto interessanti presso le primarie di Verrua Po e di Mezzanino. Attraverso il racconto “ Giacomino nel villaggio del Silenzio” abbiamo voluto offrire ai bimbi le conoscenze di base per una comunicazione efficiente e “sicura” con i cani conosciuti e sconosciuti. Al progetto hanno partecipato i quattro zampe Isotta, Elsa e Jo, che hanno riscosso un notevole successo tra i bimbi e gli insegnanti. Dopo il progetto, ogni classe ha presentato dei bellissimi lavori, che sono stati premiati alla fine dell’anno scolastico».

Si tratta delle prime collaborazioni in Oltrepò?

«No, negli ultimi anni abbiamo organizzato diversi progetti nella zona dell’Oltrepò, anche grazie alla collaborazione con il Lions Club di Stradella, Broni e Montalino. In particolare, presso la Fondazione Cella abbiamo organizzato progetti al CSS di Vescovera e presso la RSA (sede di Broni e Arena Po). Abbiamo in programma altri interventi nel territorio di Stradella e Portalbera di cui non conosciamo ancora i termini precisi, ma che siamo sicuri arriveranno a compimento consentendo ai destinatari di godere della gioia dei nostri cani».

Esiste un progetto che coinvolge il reparto di pediatria dell’ospedale di Voghera. Di cosa si tratta?

«Il progetto è nato dalla nostra collaborazione con Il Lions Club di Stradella, Broni e Montalino. Con questo intervento attuato sia nello scorso anno che in questo, grazie al consenso dei sanitari e dei vertici dell’Azienda Ospedaliera di Voghera, abbiamo voluto testimoniare quanto sia bello ed importante, per i piccoli pazienti, ricevere la visita di simpatici quattro zampe. I nostri cani sono stati veri portatori e donatori di sorrisi per i bimbi che, dopo un ini-zio un po’ timoroso, hanno poi apprezzato e goduto nel giocare con Isotta e Chicca, le nostre cagnoline particolarmente docili e sensibili (perciò adatte all’ambiente ospedaliero). Questo progetto  ha rappresentato una bellissima novità nel panorama ospedaliero della Provincia di Pavia. Speriamo che il successo avuto dai nostri pelosetti costituisca un buon precedente per porre in essere collaborazioni future».

Come si svolge una seduta di Pet Therapy?

«Innanzitutto una seduta di Pet Therapy non deve mai superare i 45 minuti di lavoro effettivo con il cane. Le modalità variano molto a seconda dei soggetti coinvolti. Di base, ogni seduta viene iniziata con un momento di presentazione e di accudimento da parte del paziente nei confronti del cane (carezze, spazzolatura offerte del cibo), successivamente se le capacità dell’assistito lo permettono si può passare ad una fase di interazione, dove l’umano è invitato ad impartire semplici comandi al cane, che in risposta obbedisce. In realtà, tutte le attività appena descritte sono propedeutiche e preparatorie al percorso emozionale che coinvolge il paziente mentre sta operando con il cane (ricordi, sensazioni, allegria, entusiasmo)».

Quali sono i fondamenti di base della Pet Therapy?

«Le attività di Pet Therapy possono essere suddivise in: attività assistita dall’animale, terapia assistita dall’animale ed educazione assistita dall’animale. Il fondamento alla base di tutto il lavoro è comunque il benessere apportato dall’animale all’uomo, non tralasciando ovviamente il benessere animale, nel senso che l’animale impiegato nelle attività deve essere sempre tenuto sotto controllo a livello fisico e psicologico».

Che tipo di percorso educativo segue l’animale, per arrivare a svolgere il ruolo di “terapeuta”?

«Il cane, che può  essere di qualsiasi razza, deve fin da piccolo essere abituato all’interazione in qualsiasi ambiente, in particolare negli ambienti nei quali andrà a lavorare da grande, deve essere abituato a particolari manipolazioni, alla sopportazione di alcuni rumori ma innanzi tutto deve maturare un’esperienza di relazione con la persona che diventerà il suo “coadiutore”; il cane e il coadiutore devono diventare un “binomio perfetto” nel quale l’uno riuscirà a scorgere nello sguardo dell’altro le intenzioni, ed è questa una delle parti più interessanti del lavoro».

Quali sono i cani che utilizzate nel vostro percorso?

«Attualmente i cani coinvolti nelle nostre attività sono tre Labrador di 6 anni: Chicca, Jo e Amos, una giovane bassotta di nome Eva e la nostra mascotte Isotta, che è una meticcia di dieci anni che ha “formato “quasi tutti gli altri colleghi che si sono succeduti nel tempo. Colonna portante del nostro branco è stata Elsa, una meravigliosa Golden Retriever, attualmente a riposo perchè ha raggiunto il limite di età. La salute dei nostri cani è costantemente monitorata dal dottor Garbagnoli della Clinica Veterinaria Sant’Anna di San martino Siccomario, il cui super Labrador Jo collabora con noi come terapista a quattro zampe».

Quali sono i benefici che si ottengono, a livello psicologico, nel rapporto con il cane?

«La Pet Therapy si identifica come un intervento sussidiario che aiuta, rinforza, arricchisce e coadiuva le tradizionali terapie e può essere impiegata su pazienti di qualsiasi età e affetti da diverse patologie, con l’obiettivo di migliorare la qualità di vita dell’individuo. La sua efficacia in termini di maggior benessere psicofisico è scientificamente dimostrata: in particolare sono stati dimostrati benefici sugli stati di ansia e depressione e sugli stati di forte stress psicofisico, come può essere un ricovero ospedaliero. Sono stati altresì dimostrati i correlati fisiologici della percezione di maggior benessere, attraverso indicatori quali un miglioramento della pressione sanguigna, della frequenza cardiaca e dei livelli di immunoglobulina, nonché una generale migliore percezione della salute psicofisica. Il contatto con l’animale, in definitiva, aiuta a ridurre lo stress e a sentirsi più sereni e distesi».

Avete esteso l’attività anche alle case di cura, occupandovi degli anziani. Esistono degli effetti positivi sulle malattie neurodegenerative?

«L’attività di Pet Therapy con gli anziani ha da sempre ottenuto un forte consenso in quanto risveglia in loro tanti ricordi e soprattutto permette di soddisfare quella voglia di “accudimento” che contraddistingue gli esseri umani nella tarda età. Anche coloro che sono affetti da particolari patologie degenerative possono godere degli effetti positivi del contatto con il cane, che agisce a livello emozionale. Naturalmente la Pet Therapy non è una terapia sostitutiva, ma una co-terapia che coadiuva i benefici della medicina tradizionale».

Concludiamo parlando dell’associazione. Quali figure operano al suo interno?

«All’interno dell’associazione operano tutte le professionalità richieste per porre in essere “attività assistite dal cane”, termine tecnico che sostituisce il termine “pet therapy”, secondo quanto disposto dalle linee nazionali in materia di attività assistita dal cane, emanate con decreto del marzo 2016. In particolare, in questo ultimo periodo operiamo io e la Dott.ssa Alessandra Maffina, coadiutori del cane e referenti di progetto quali professionalità riconosciute dall’Istituto Zooprofilattico delle Venezie, riconosciuto quale Ente nazionale in materia di attività assistite dall’animale. I nostri progetti sono elaborati e condivisi da qualche tempo con la Dott.ssa Alessia Silvani, psicologa. Ciò non toglie che altri professionisti vengano chiamati in causa qualora la particolarità del progetto lo richieda… La nostra psicologa si occupa di osservare le interazioni tra gli utenti ed i cani ed interviene in caso di necessità, fornendo indicazioni specialistiche. Ad esempio, nell’intervento col bambino, osserva sia le interazioni che i bambini hanno tra loro che quelle tra i bambini ed il cane e può fornire, qualora ravvisasse ad esempio difficoltà comportamentali, le corrette strategie per gestire tali difficoltà».

di Federica Croce

«è sbagliato dire che la provenienza dei maiali non è importante per fare un salame buono». Parola di un allevatore, Marco Cavalleri, che ha deciso di puntare tutto sulla qualità, riducendo il suo allevamento del 70% pur di riuscire a garantire ai suoi clienti materia prima per produrre un salame top di gamma. La sua azienda è storica, si trova a Valverde nel comune di Colli Verdi e quando l’ha rilevata contava circa 1000 capi di suini. Nel tempo li ha ridotti, fino ad arrivare all’attuale numero di 300. La comunità montana d’Oltrepò ha da poco pubblicato un bando, denominato Agriseed, per sostenere gli allevamenti autoctoni di maiali al fine di rilanciare la filiera del salame di Varzi Cucito Dop, un prodotto artigianale d’eccellenza che ha subìto negli ultimi anni un autentico collasso (dai 10mila pezzi del 2005 si è scesi a 100). Voci critiche hanno fatto notare che i finanziamenti previsti per gli allevatori tocchino la quota massima di 25mila euro, cifra da alcuni ritenuta risibile. C’è poi chi ha fatto notare come il luogo in cui gli animali vengono allevati non sia così determinante al fine di ottenere un prodotto di qualità.

Cavalleri, che da poco ha iniziato anche una piccola produzione, non è d’accordo: «Avere maiali allevati in un certo modo e in un determinato luogo valorizza tutta quanta la filiera e il fatto di allevarli in loco rappresenta un quid in più per la qualità».

Quali sarebbero i vantaggi di avere una filiera a chilometro zero?

«La qualità del prodotto diventa assoluta solo se una serie di fattori coincidono. Non dico che non si possa fare un salame buono prendendo la carne o i maiali da fuori, ma se si vuole riportare in auge il Cucito allora bisogna tenere conto che si tratta di un prodotto che deve rispettare degli standard d’eccellenza. La materia prima, in questo caso la carne, è fondamentale e perché la qualità sia massima occorre che gli animali non solo siano allevati e trattati a dovere, ma anche che non subiscano stress nel trasporto: un conto è portarli al macello facendo 15 km, un conto stiparli nei camion per qualche centinaio. Lo stress incide sulla morbidezza della carne. Altro esempio: nel periodo del calore sarebbe meglio non trasportare neppure l’animale, perché il sangue in quel periodo assorbe meno le spezie e i prodotti che saranno utilizzati per la preparazione del salame. Un’accortezza che solo piccoli allevamenti possono permettersi di seguire. Chi ha 20mila maiali di sicuro non cura certi dettagli».

Questo implica che, per forza di cose, non si possano fare grandi numeri e , di conseguenza, nemmeno business…

«Non si fa business con il Cucito, si crea un prodotto d’eccellenza che dà valore al territorio e a tutta la filiera».

Come mai però questo tipo di salame, fiore all’occhiello della norcineria oltrepadana, è passato dai fasti del passato al rischio di estinzione?

«Perché produrlo ha costi molto alti e una resa bassa. Il prodotto a fine stagionatura arriva a perdere anche il 50% del peso originario. Va da sé che tenere in cantina un prodotto che in sei mesi cala della metà rappresenta per un’azienda che ci deve campare un danno economico non trascurabile. Negli anni i consumi sono cambiati: si utilizzano maiali più leggeri, da 160 kg, macellati più giovani, anche a 9 mesi e con una stagionatura ridotta, assecondando il gusto del mercato. Allevare maiali ha un costo che incide non poco sul prodotto finito. Per questo molti, per cercare di “fare business”, hanno smesso di allevare e comprano carne già macellata».

Che caratteristiche hanno i maiali allevati da voi?

«Quelli destinati alla produzione del Cucito vivono 12-15 mesi e hanno un peso minimo di 230 chili. Abbiamo un 30% in più di spese: il costo supera i 2 euro al chilo, ma la qualità è di gran lunga superiore».

Perché questa produzione sia sostenibile economicamente quanto dovrebbe costare un Cucito?

«Per un’azienda che deve essere perfettamente in regola con tutti gli adempimenti burocratici direi non meno di 40 euro al chilo».

Lei che ne pensa del bando Agriseed pubblicato dalla comunità montana?

«Credo che sia una buona iniziativa, che si muove nella direzione giusta».

C’è chi l’ha criticata, ritenendola poco incisiva in termini economici.

«Non cambierà le sorti del territorio forse, ma è un primo passo. è vero che magari 25mila euro in termini assoluti non sono molti per incidere su un’attività, tanto che non credo sorgeranno nuovi allevamenti, però sarà possibile potenziare quelli esistenti. Se i piccoli allevatori potessero arrivare ad avere 30 o 40 maiali ciascuno da dedicare alla produzione del Cucito sarebbe già un enorme passo avanti e questo con i fondi della comunità montana si può arrivare a farlo. Se poi qualcuno si aspetta di avviare un’attività per fare business con il portafoglio di qualcun altro sbaglia prospettiva. Chi vuole fare l’imprenditore deve investire».

L’accorso di filiera prevede che i maiali allevati siano poi destinati alle imprese appartenenti al Consorzio Tutela, di cui però fanno parte solo 9 soci produttori. Molti altri ancora restano fuori. Crede che in questo modo più aziende saranno incentivate a consorziarsi?

«Questo non lo so. Personalmente al momento non rifornisco aziende del Consorzio e ho chiesto lumi in comunità montana al proposito perché intendo aderire al bando. Mi è stato detto che non è obbligatorio conferire i propri maiali ad aziende del Consorzio, bensì a chi è iscritto alla filiera certificata Dop, indipendentemente che sia socio consorziato o meno».

Perché crede che produttori anche storici, come Bertorelli di Menconico o Dedomenici di Casanova Staffora, si siano allontanati dal Consorzio e che altri esitino a entrarci?

«Per quanto riguarda i primi, penso che essendo loro anche allevatori e non solo produttori abbiano lasciato perché non volevano essere equiparati a chi invece compra carne già macellata. Per quanto riguarda i produttori che stentano a consorziarsi credo che giochi un ruolo importante la consapevolezza di quanto sia complicato avere a che fare con la burocrazia e con i costi e gli “ostacoli” che magari si hanno nel doversi conformare a dei regolamenti molto precisi».

di Christian Draghi

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