Lunedì, 13 Luglio 2020
 

OLTREPÒ PAVESE - «CREDERE AI COMPLOTTI DÀ SICUREZZA, MENTRE LA SCIENZA NON REGALA CERTEZZE»

Simone Marini è un ricercatore vogherese attualmente in forze all’Università della Florida. Crea intelligenze artificiali in campo biomedico, in sostanza dei programmi per computer che analizzano dati di biologia e medicina e, per prove ed errori, imparano a interpretarli e ad elaborare delle previsioni. L’applicazione pratica di questo lavoro è arrivare, ad esempio, a comprendere se un paziente affetto da una certa malattia possa sviluppare o meno certe complicazioni. Dall’inizio della pandemia il suo lavoro di ricerca è incentrato, come quello di una grande parte della comunità scientifica, sullo studio del SARSCov-2, che tutti abbiamo imparato ormai a riconoscere come “il coronavirus”. Simone è uno di quegli scienziati che passano giorni e notti ad analizzare i dati molecolari di questo patogeno, scomponendoli, ordinandoli, confrontandoli nel tentativo di conoscerli al meglio per arrivare, il più in fretta possibile, a capire come impedire che ci faccia del male o, per lo meno, a complicargli la vita. Nel dettaglio, il compito specifico della ricerca del suo team è mappare l’evoluzione del virus, per caprie quali mutazioni vengono trasmesse e in quale parte del mondo si trovano. Ad esempio, per determinare che tipo di mutazione contenga il virus più diffuso a Milano. 

Marini, come si effettua dal punto di vista tecnico questa ricerca?

«In tutto il mondo gli scienziati isolano il virus da campioni biologici e ricavano il suo Rna, cioè il suo genoma, che è una sequenza di lettere. In soldoni, una specie di lunga parolona».

Che cosa emerge da questo tipo di studi?

«Se confrontiamo le varie “parolone” notiamo che ci sono alcune lettere diverse: queste lettere diverse sono mutazioni. La maggior parte delle mutazioni non ha alcun effetto sul comportamento del virus, però ci permettono di identificarlo e capire, grazie alle differenze, chi è “figlio” di chi. In altre parole, possiamo costruire una sorta di albero genealogico di questi virus collezionati da tutto il mondo che ci permetta di capire come si stanno evolvendo. Se poi associato al genoma si ha anche un’informazione sul comportamento del virus in relazione a chi lo contrae e al suo percorso clinico, si può capire quali mutazioni ne stanno modificando l’azione».

Ce lo spiega come fossimo bambini…

«Più semplicemente: se analizzo mille genomi e li paragono al decorso della malattia delle persone che ne erano infette posso stimare ad esempio che una determinata mutazione rende il virus più pericoloso di un’altra. Se ad esempio diverse persone che hanno avuto il virus con una stessa determinata mutazione sono decedute, potrò desumere che quel tipo di mutazione sia più pericolosa e studiando l’interazione tra le molecole, si può capire dove e come colpirla per renderla inoffensiva».

A che punto sono arrivate le vostre ricerche?

«Abbiamo già pubblicato risultati preliminari, altri articoli usciranno nei prossimi  mesi. Tra l’altro, una nostra lettera è stata pubblicata sui Proceedings of the Academy of Sciences (rivista di altissimo livello, ndr) in risposta ad un altro articolo dove dei colleghi sostenevano di aver trovato tre ceppi di coronavirus con diverso grado di pericolosità. Noi dimostriamo però che, facendo controlli statistici sui dati usati dai colleghi, risulta che sono troppo poco affidabili per poter trarre qualunque conclusione. Ovvio che c’è un gran bisogno di scoprire queste mutazioni per poter trovare nuove cure, isolare ceppi diversi del virus con caratteristiche peculiari, e così via. Il problema è che c’è da andarci con i piedi di piombo, e quando si fa un’affermazione, aver fatto tutto il possibile con i mezzi a disposizione per assicurarsi che sia vera. Il che purtroppo richiede tempo e risorse. Uno dei rischi che si corrono per la fretta è di “scoprire” cose sbagliate, che ovviamente è deleterio».

Non è però confortante…

«Certo, ma contrariamente a quanto tanti possono credere, non è compito della scienza quello di confortare. La scienza procede lentamente analizzando e confrontando dati, per arrivare attraverso un processo di deduzione a delle teorie che vengono pubblicate in studi che sono poi sottoposti al vaglio e alla critica di altri studiosi che dovranno confermarne o meno la validità. Non si possono regalare certezze».

Esiste però almeno una “certezza” maturata su questo virus?

«Direi che la quasi totalità degli studiosi concorda sulla sua naturalità, cioè che non sia stato creato in laboratorio».

Orde di complottisti staranno sussultando. Può spiegare in modo semplice da dove deriva questa sicurezza?

«Partiamo specificando che, per rimanere fedele all’approccio scientifico, preferisco non parlare di “sicurezza”, ma dire piuttosto che è assai improbabile che questo virus sia stato manipolato. Detto ciò posso dire che analizzando il genoma, ovvero il famoso “parolone”, possiamo vedere se ci sono state delle inserzioni di pezzi di altri virus, oppure se il genoma stesso ha delle caratteristiche tipiche di altri virus cresciuti in laboratorio, e queste non ci sono. C’è poi un altro aspetto importante: il modo in cui questo virus interagisce con l’organismo umano ricorda sì quello di altri suoi “parenti”, ma ha delle caratteristiche che lo rendono unico. Ora, se fosse stato creato in laboratorio, avrebbe avuto davvero poco senso creare qualcosa di nuovo dal nulla anziché affidarsi a qualcosa di già esistente e funzionante. Se voglio uccidere qualcuno, creo un’arma totalmente nuova di cui non posso determinare l’efficacia o ne riutilizzo una delle migliaia che già ho e so che funzionano?».

C’è però anche chi, con i galloni sul petto, ha sostenuto che si tratti sicuramente di un virus manipolato…

«Se si riferisce a Luc Montagnier (Nobel per la medicina nel 2008 ndr), posso dire che non mi risulta abbia pubblicato studi in proposito. Quella che gira è una sua intervista in cui sostiene, a riprova della presunta manipolazione, la presenza di segmenti di Hiv e cita uno studio indiano al proposito. Uno studio che è stato ritirato e ampiamente bocciato dalla comunità scientifica perché si basa su elementi che in scienza definiamo “non significativi”: quelle che venivano indicate come sovrapposizioni fra il genoma del SarsCov2 e l’HIV sono cioè di una proporzione irrilevante. è come se dicessero che io e lei siamo collegati perché abbiamo le sopracciglia dello stesso colore. Chiaramente se lo dice un Nobel è comprensibile che qualcuno gli dia credito, ma la comunità scientifica è formata da milioni di persone e si basa sul consenso. Per assurdo, qualcuno potrebbe anche negare l’esistenza della gravità, ma fino a che non pubblica uno studio che, al vaglio della comunità, sia ritenuto valido, la sua resta un’opinione».

E le affermazioni di Trump e il suo staff sulle responsabilità della Cina?

«Sono parole che al momento non hanno alcuna evidenza a loro supporto. Poi, se domani qualcuno trova e mostra davvero prove inconfutabili e si guadagna la ragione bene, è così che funziona la scienza. Mi lasci però dire una cosa».

Cioè?

«Chi vuole credere ai complotti difficilmente può essere convinto del contrario. Alla fine troverà sempre una motivazione per sostenere la sua convinzione ed è tra l’altro un meccanismo psicologico comprensibile».

In che senso?

«è un ricerca di sicurezza. Dà più forza e rende tutto più facile credere nell’esistenza di un “grande cattivo” che muove i fili piuttosto che vivere con il dubbio come regola e accettare l’indifferenza di madre natura che può di punto in bianco buttare fuori un virus in grado di ucciderci». 

Lasciamo quindi perdere i complotti, ma parliamo di vaccino. C’è chi sostiene che, trattandosi di un coronavirus e cioè di un virus mutante, possa risultare inutile…

«Specifico che sono bioinformatico e non virologo, ma chi lavora in quel campo dice che ci sono probabilità molto buone di poter arrivare a un vaccino e decenti probabilità che questo virus non muti così in fretta al punto che possa renderlo vano».

Tempistiche?

«Quelle di cui si sente parlare le reputo credibili, un anno-un anno e mezzo».

Che idea si è fatto della situazione della Lombardia? Il disastro da noi è attribuibile a una mutazione del virus che lo ha reso più “cattivo” o sono da ricercare altrove?

«Sul virus ancora non posso esprimermi perché gli studi non sono ancora arrivati a un punto che consenta una visuale abbastanza ampia. è probabile che ci siano delle concause, una delle quali è che l’emergenza sia stata gestita male da noi. Questo lo dicono esperti su riviste importanti (la Harvard Business Review, per esempio), paragonando i casi di Lombardia e Veneto».

Quali sono stati gli errori principali fatti qui?

«Non sono sicuro, non ho sotto mano dei dati statistici riguardo alle politiche intraprese a ogni livello. Per quello che ho visto, direi che la Lombardia ha chiuso dopo e testato meno».

In America com’è la situazione?

«Peggiore che in Italia, il problema è stato ignorato anche quando era chiaro che sarebbe arrivato. Ci sono anche state una serie di scelte infelici, come quella di voler produrre i propri test, che poi sono rivelati difettosi nella prima fase».

Avete trovato un farmaco davvero efficace? 

«Uno sicuro non ancora, ma ripeto: si procede per test e ci vuole molto tempo per determinare se un tipo di cura funziona o no».

Della cura al plasma iperimmune che dice?

«Che sta dimostrandosi valida, ma la difficoltà è applicarla su larga scala».

Cosa dobbiamo aspettarci per i prossimi mesi?

«Questa è una domanda più che altro filosofica. Dobbiamo adottare le misure protettive di cui si parla e sostanzialmente pesare mano a mano i rischi che andiamo a prendere».

di Christian Draghi

 
 
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