INTER CLUB VOGHERA, «DOPO LA PANDEMIA CI SARÀ ANCORA PIÙ “FAME” DI ANDARE A VEDERE LE PARTITE»

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Inter Club Voghera: la serietà continua. Con queste parole potremmo presentare la realtà più importante del tifo organizzato dell’Oltrepò Pavese, che quest’anno compie 40 anni. Un traguardo importante che purtroppo è coinciso con la pandemia globale, e con un periodo quindi difficile, anche per le associazioni sportive, come per tutti. Abbiamo incontrato, come portavoce del Club, il segretario Giampaolo Zanini. Uno dei punti di riferimento dell’associazione, insieme al presidente Carlo Gardella.

Nei giorni scorsi, in un’intervista che ha fatto il giro del mondo, il noto manager del Wolverhampton, Nuno Espiritu Santo, ha lanciato l’allarme sul fatto che, con i lockdown che si susseguono, il calcio rischia di perdere una generazione di tifosi. Pur tenendo presente la gravità di questa pandemia, ma anche il fatto che prima o poi ne usciremo: qual è il polso della situazione? «In questo momento viene tutto dopo: prima bisogna affrontare questa drammatica situazione, accettarla e basta. Sono situazioni veramente critiche; ci siamo dentro e bisogna farsene una ragione. Detto questo, i tifosi penso abbiano preso bene tutte le limitazioni. Per quanto riguarda la nostra realtà: l’Inter Club, prima, aveva 240 abbonati allo stadio; da Voghera partivano come minimo 100 persone tutte le domeniche. Anche per andare a vedere la partita meno importante. Per dare un’idea: di solito partivamo con un pullman a due piani, spesso anche con due pullman. E tanti venivano anche con mezzi propri. Quindi siamo una realtà numerosa. Fatta questa premessa, vedo che un po’ tutti, in generale, se ne sono fatta una ragione; non c’è un particolare malcontento. Anzi, le dirò: penso che alla riapertura dello stadio non ci sarà nemmeno questo danno che lei mi paventa;  ci sarà ancora più fame di andare a vedere le partite. Forse sì, andrà persa una generazione di tifosi; ma la ragione va ricercata in un aspetto diverso, che non riguarda solo la pandemia.»

E in che cosa, allora? «Secondo la mia esperienza c’è sempre stato e ci sarà sempre qualcuno che si perde un po’ per strada. Anche fra quelli che negli anni passati erano frequentatori assidui, c’è sempre stato qualcuno che non ha potuto rinnovare l’abbonamento perché magari ha perso il lavoro, o per motivi di salute, di famiglia… per tante ragioni. Poi quelle ragioni, con il tempo, sono venute magari meno; ma quel tifoso può essersi abituato a vedere le partite sulla poltrona, a vivere il tifo in un altro modo. Insomma, le abitudini si sono sempre cambiate e si cambieranno sempre. Questo va messo in conto quando si ragiona di commercio, e il calcio è anche un commercio. Del resto, se dopo la pandemia qualcuno smetterà di venire allo stadio, altri invece inizieranno a farlo. Personalmente non penso troppo a cosa sarà dopo: io ci tornerò allo stadio, come tutti, se la salute me lo consentirà. La fame di farlo c’è. Comunque è troppo prematuro pensarci adesso.»

Meglio fare i conti con quello che si può fare o non fare oggi. «Oggi come oggi sappiamo che non si può andare allo stadio. E questo è grave per i bilanci delle società, perché rappresenta un ammanco. Del resto però, nel bilancio di una società, gli ingressi che derivano dallo stadio sono pari a circa il 10-15% degli ingressi. Il 60% giunge dai diritti televisivi. E questi aumenteranno, perché se la gente non può andare allo stadio probabilmente si abbonerà di più alle offerte televisive. Certo è che con gli stadi chiusi al pubblico (o con un pubblico di mille persone, come nelle prime partite del campionato) le partite sono surreali. Come surreali sono i risultati. Bastino guardare le statistiche dei goal realizzati nelle ultime partite a porte chiuse del campionato: sono il triplo rispetto a prima. È un altro calcio, ci piaccia o no. Noi tifosi aspettiamo, perché secondo noi il vero calcio è diverso. Ed è un calcio dove ci sono anche i tifosi.»

Non resta altro da fare che aspettare. «Ce la dobbiamo far piacere. Come dobbiamo farcela piacere soprattutto nella vita di tutti i giorni, nel lavoro. Il calcio viene dopo, ma comunque tutto passerà. I tifosi accettano tutto, e sono sempre pronti a ripartire. I tifosi accettano di non vincere per dieci, quindici anni di fila, di perdere sistematicamente, ma dalla delusione ripartono sempre. E saranno pronti a ritornare allo stadio quando si potrà farlo.»

Mi diceva prima che questa sensazione ce l’ha in particolare a riguardo dei tifosi interisti di Voghera…«I tifosi interisti di Voghera hanno sicuramente voglia di tornare allo stadio e se si potesse tornarci in sicurezza a marzo, ad aprile o in qualunque momento, secondo me ci ritorneranno senza dubbi. E parlo di noi interisti, che da dieci anni non vinciamo niente…»

E poi mi diceva anche che il rischio di disaffezionarsi un po’, se vogliamo anche per un cambio di abitudini, è sempre esistito. Però se è esistito, all’Inter Club di Voghera non ha mai preso grande piede, data la storicità del vostro sodalizio e i numeri degli associati. Possiamo dire senza timore di smentita che in città, ma in tutto l’Oltrepò, non esistono realtà analoghe alla vostra. Qual è il vostro segreto? «Noi siamo una realtà forte a Voghera, è vero. Una realtà fatta di 600 soci. La fortuna è che ci siano persone che in questa realtà dedicano tanto tempo e tanto amore. Ma non solo per la causa Inter, anche per cause di beneficenza e aggregazione umana.»

Ricordiamo allora anche le attività benefiche… «Cerchiamo tutti gli anni di fare attività di beneficenza. Il che significa magari chiudere un’annata e devolvere 3mila euro a una realtà che può essere la Chiesa dei Frati, oppure a favore di ragazzi in situazione di handicap, oppure per l’acquisto di defibrillatori da regalare a una scuola. L’abbiamo sempre fatto e sicuramente continueremo. Anche perché siamo un gruppo molto affiatato, ben fiorente. E ci siamo dal 1980.»

Questo sarebbe stato l’anno per un bel festeggiamento: il quarantennale dell’associazione. «Non è stato possibile a causa della situazione. Del resto il lockdown è cominciato presto per noi, perché l’Inter è stata la prima società a chiudere tutte le attività. Il nostro centro-coordinamento a Milano non ha mai ripreso a funzionare. Per noi anzi questo è un anno difficilissimo, perché non potendo ritrovarsi come prima e andare allo stadio manca un po’ il cuore delle nostre attività.»

Da dove provengono i vostri soci? Immagino principalmente da Voghera, ma non soltanto…«Abbiamo soci fino a Varzi, molti nel Tortonese, e poi nei paesi vicini a Voghera, come Casei, Corana, Cornale, Rivanazzano, Retorbido. Ci spingiamo anche nell’Oltrepò orientale.»

Qual è stato il record di partecipanti a un singolo match dell’Inter Club Voghera? «Siamo partiti anche con 3 pullman. Poi c’è il discorso dei biglietti, che procuriamo anche per tifosi che raggiungono lo stadio con mezzi propri. Per un Inter-Manchester ricordo di aver comperato non meno di 450 biglietti. Finì 0-0, ma ci presero a pallonate! Hodgson era l’allenatore. Comunque abbiamo fatto anche trasferte con centinaia di persone.»

Siete riusciti in qualche modo a mantenere i contatti fra gli associati in questo ultimo periodo di chiusura delle attività? «Sì, il 50% si è già reiscritto anche se il campionato è fermo. Circa 300 persone. Purtroppo non riusciamo a raggiungerli tutti: se qualcuno, leggendo il giornale, vuole iscriversi, quindi, ben venga!»

Come ci si iscrive? «Io sono il referente, come segretario del club. Prima si poteva partecipare alle riunioni il venerdì sera, alle quali si arrivava magari dopo un passaparola. Comunque c’è una mail – interclubvoghera1980@gmail.com – dove tutti ci possono contattare. Con l’iscrizione si ottengono una serie di gadget e di servizi.»

E naturalmente la possibilità di partecipare – quando si potrà – alle gare interne della squadra nerazzurra. «Non solo. Noi abbiamo partecipato a tutte le trasferte dell’Inter. Anche quando l’Inter ha giocato a Mosca o a Pechino, qualcuno di Voghera c’era. L’anno scorso abbiamo anche acquistato un pullmino, intestato all’Inter Club, proprio per partecipare alle trasferte. Purtroppo, fino a questo momento lo abbiamo sfruttato poco».

Secondo la sua impressione, i protocolli che fino a prima del lockdown regolavano gli accessi agli stadi in tempi di pandemia sono adeguati e potrebbero essere ripresi, quando si giungerà a una nuova fase che consentirà il rientro anche agli stadi? «A San Siro in mille persone probabilmente si poteva andare anche oggi. Lo stadio dispone di 15 cancelli, quindi rende possibile contingentare gli ingressi. Nell’ultima fase, a tutti quelli che entravano venivano effettuati dei rilievi con il termoscanner e con il saturimetro, inoltre venivano fornite mascherine chirurgiche a chi ne aveva una semplicemente in tessuto. Durante tutte le fasi dell’incontro veniva mantenuta fra gli spettatori la distanza dovuta, in modo che non ci fosse alcun tipo di contatto. Anche il momento dell’uscita era tranquillo, dato che si facevano uscire le persone a gruppi, incolonnate a due metri una dall’altro. Insomma, con un protocollo del genere mi pare che il pericolo sia molto basso. Il discorso è un altro: secondo me non ha senso tenere aperto per un pubblico di mille persone.»

di Pier Luigi Feltri