«L’Oltrepò Pavese è vicino al punto di rottura: manca equilibrio tra le cooperative e le cantine private»

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Qualche mese fa avevamo intervistato Armando Colombi, direttore del Consorzio Club del Buttafuoco Storico, il quale ci aveva illustrato i nuovi progetti in cantiere. Dal primo marzo 2021 il Consorzio ha un nuovo presidente. Si tratta di Davide Calvi di Castana: classe 1984, titolare dell’azienda agricola di famiglia dal 2009, ha conseguito la Laurea in Enologia a Piacenza e la specialistica ad Asti. Dal 2015 ricopre l’incarico di presidente della Cia – Agricoltori italiani Pavia ed inoltre, da alcuni anni, è vicepresidente del Distretto del Vino di Qualità dell’Oltrepò Pavese. Appassionato di storia e tradizione locale, è uno dei cardini della compagnia teatrale dialettale G74 di Oliva Gessi. L’azienda Calvi di Castana è legata a filo doppio con nome del Buttafuoco Storico: il padre Valter è stato promotore, fondatore e primo presidente del Club.

Calvi, la sua è un’azienda storica di Castana: da quanto tempo producete vini? «A Castana il cognome Calvi è molto diffuso e per distinguere i vari ceppi una volta si faceva riferimento al capostipite della famiglia: il nostro ceppo si chiama Mariòn, che successivamente è diventato anche il nome del nostro Pinot Nero. La mia famiglia lavora vigneti a Castana almeno dal 1600, quando alcuni terreni risultavano intestati a Pietro Calvi di Palazzina, mio antenato. Da allora i vigneti sono rimasti pressoché gli stessi: inizialmente in enfiteusi perpetua e successivamente, con Napoleone, trasformati in proprietà. Siamo una piccola azienda vocata alla qualità, senza velleità di dimensioni e ingrandimento, ma con la sola volontà di espandersi verticalmente e non orizzontalmente».

Il vostro Buttafuoco prende il nome da una delle vigne più storicamente vocate per la produzione di questo vino…«Una svolta importante per la nostra azienda è avvenuta negli anni ’90, con l’acquisto di Vigna Montarzolo, una delle più importanti di Castana, fino ad allora inserita nella proprietà del Castello: questa vigna viene citata anche in alcune vecchie canzoni popolari di Castana. L’arenaria presente a Montarzolo viene nominata anche nei libri di geologia, e venne utilizzata per la costruzione della Basilica di San Michele Maggiore di Pavia, dove furono incoronati sette Re d’Italia. L’acquisto di Vigna Montarzolo è stata un po’ la “scintilla” che ha innescato la nascita del Club del Buttafuoco Storico…».

Suo padre Valter è stato tra i fondatori del Club: come nacque l’idea di costituire questo consorzio? «Il nome del Buttafuoco nasce da un fatto storico: nel 1859, durante la II guerra d’Indipendenza, un gruppo di marinai austriaci incaricati di traghettare le truppe sul Po, si ammutinarono e scomparvero sulle colline dell’Oltrepò. Dopo aver temuto il peggio, vennero ritrovati in una cantina nella nostra zona, sani e salvi ma completamente ubriachi per aver bevuto parecchie bottiglie di vino Buttafuoco. Negli anni successivi la Marina Imperiale battezzò una nave con questo nome, in onore di quell’ottimo vino. Da questa prima testimonianza sappiamo che il Buttafuoco è sempre rimasto limitato alla nostra zona, parallelamente al Sangue di Giuda. Nel secondo dopoguerra la commercializzazione del Buttafuoco è stata ripresa in grande stile dal Commendator Bianca Alberici, la quale ha riportato il nome in auge: aveva terreni meravigliosi, ampliamente vocati per questo vino. Agli inizi degli anni ’90 mio padre ha iniziato la vinificazione del primo Buttafuoco “Don Angelo”, una sorta di “numero zero”. Da lì è nata l’idea di coinvolgere altri amici, produttori e proprietari di terreni situati nelle zone più vocate. Si è trattato di un progetto innovativo, che parte da una da una filosofia, non da un pretesto commerciale, perché questo è il Buttafuoco Storico: è una filosofia di vita e di produzione».

Calvi, la sua sarà una presidenza un po’ anomala, iniziata nel corso di una pandemia che potrebbe protrarsi ancora per parecchi mesi… «Purtroppo, questa è una realtà che andrà affrontata e valutata un passo alla volta. Dato che ci sarà il rischio di non poter svolgere eventi in presenza per diverso tempo, cercheremo di puntare maggiormente sui social, cercando di tenere sempre coinvolti i nostri amici e clienti».

Come descriverebbe “Vignaioli del Buttafuoco Storico 2016”? «Un vino meraviglioso, con 16 gradi svolti di alcol, senza alcun residuo zuccherino. Eccezionale, assolutamente da provare».

Ad oggi, qual è la posizione che il “Club del Buttafuoco Storico” (e di conseguenza il vostro vino) ricopre all’interno del territorio? «Dopo anni di lavoro e di crescita costante il nostro consorzio si è affermato come attore fondamentale del nostro territorio: non si può parlare di Oltrepò Pavese senza parlare di “Buttafuoco Storico”. Nonostante gli ultimi scandali, che vedono coinvolte altre cantine e altri vini, ci troviamo ancora in un terreno fertile per intraprendere un dialogo tra associazioni. C’è ancora la possibilità di fare rete e solo andando avanti insieme sostenendo le nostre eccellenze possiamo riuscire a valorizzare l’Oltrepò. Chi fino ad oggi ha voluto puntare su un solo vino, ha sempre fallito. Un territorio di 13.500 ettari vitati non può essere rappresentato da una sola tipologia. Il Buttafuoco è certamente un vino cardine del nostro territorio, ma non può rappresentarlo integralmente».

Quindi lei è favorevole alle zonazioni e alle sottozone? «Mi baso semplicemente su un principio territoriale: anche mio padre, negli anni precedenti, ha combattuto molto per questo. Il nostro territorio è già diviso in zone e sottozone, e non si tratta di una scoperta recente ma del periodo post fillosserico: la bonarda di Rovescala, il moscato di Volpara, il pinot nero per il metodo classico in Valle Versa e Valle Scuropasso, il riesling italico di Oliva Gessi, sono solo alcuni esempi di prodotti eccellenti vinificati in sottozone già di fatto esistenti da parecchi devenni».

In veste di presidente di Cia Pavia, qual è la sua opinione riguardo il recente scandalo che si è nuovamente abbattuto sulla cantina Terre d’Oltrepò? «Non entro nel merito della questione. Come Cia siamo fiduciosi nell’operato della magistratura e siamo sicuri che la cantina riuscirà a chiarire la propria posizione».

Cosa si auspica per il futuro dell’Oltrepò Pavese? «Un’attenzione maggiore riguardo le cantine sociali. Va ritrovato un punto di equilibrio tra le cooperative e le cantine private, perché entrambe sono importanti per il territorio. L’Oltrepò Pavese è vicino al punto di rottura: i prezzi attuali delle uve non consentono una remuneratività corretta delle aziende agricole. Dagli studi svolti insieme a Regione Lombardia emergono dati allarmanti: stiamo svalutando le uve rispetto ai costi di produzione, sottopagando gli agricoltori che non potranno andare avanti a lavorare in queste condizioni ancora per molti anni. Io sono molto preoccupato di questo, perché è venuta a meno la sostenibilità aziendale. Il sistema di produzione e di vendita che oggi ha tenuto in piedi l’Oltrepò, fondato sulla vendita dello sfuso, ci ha dimostrato essere fallace e di non essere più in grado di sostenere il territorio. Bisogna puntare sulle produzioni di qualità ed eccellenza.

di Manuele Riccardi

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