MEDICI DELL’OSPEDALE BRONI-STRADELLA: «GRANDI, GRANDI, GRANDI!!!» di Giuliano Cereghini

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C’era una volta… iniziavano così le favole dei nostri nonni. Questi amabili vecchini inventavano inverosimili storielle pur di distrarre nipotine e nipotini, accompagnarli all’abbraccio di Morfeo o allo sfinimento vigile ma ormai incapace di reagire. Quelle rare volte che ne ascoltavamo il finale, eravamo felici di costatare che il bene vinceva sempre sul male, che la felicità era connaturata all’uomo e che l’orco cattivo, il perfido drago finivano sempre male, vinti dalla bontà di cavalieri erranti senza macchie o senza paure. Agli inizi del malefico anno 2020 (anno bisesto, anno funesto, ricordavano i saggi) eravamo immersi, grandi e piccini, in una favola di baci, abbracci, volti abbronzati e privi di mascherine, pantagruelici pranzi e cene scevre da distanze preordinate e sguardi malevoli ai trasgressori. Eravamo felici, sereni per meglio dire, e non lo sapevamo.

E vennero i primi giorni di marzo: notizie sempre più preoccupanti, i primi contagi, i primi ricoveri di amici o conoscenti, le prime drammatiche previsioni i primi consigli che a poco a poco, divennero ordini: mascherine, divieto di baci ed abbracci, distanze da tutti e da tutto ed in fine lockdown, altezzosa parola inglese che semplicemente significa confinamento ma, vuoi raffrontare l’imperiosità dell’inglese con l’Italiano! Gli italiani sono fenomeni malati di esterofilia persino in momenti tragici. Tremendamente seria la vicenda che improvvisamente travolge il mondo partendo dalla Cina, raggiungendo l’Europa prima e le Americhe poi. I primi morti, i primi conoscenti morti, le file interminabili di camion militari da Bergamo, una segregazione senza contatti umani relegati all’esterno della propria prigione dorata. I giorni che passano interminabili, eguali. Si legge, si scrive, si passano ore ed ore davanti a televisori che ripetono monotoni le solite drammatiche immagini, qualche raro intervento di scienziati preparati e una pletora di personaggi in cerca di facile notorietà e di plausi immeritati.

Il 19 marzo inviai una mail all’amico Prof. Ferrari Giovanni, Primario all’Ospedale di Broni-Stradella: «Caro amico, non ti chiamo per non rubare neppure un attimo da accadimenti che da lavoro si sono trasformati in una missione, una guerra. A te, ai tuoi colleghi ed a tutti i sanitari un grande sentito abbraccio. Auguri vivissimi a tutti i papà». Mi giunse la sua risposta: «Caro Giuliano, siamo in trincea, esausti e fra poco, depressi. Resistiamo, non so ancora per quanto. Grazie, anche a nome dei miei colleghi». Mi colpì molto il tono scarno, asciutto, quasi disperato delle tue parole. Uscendo per un attimo in giardino, mi abbagliò la splendida giornata di sole.

Vi sono momenti dove la felicità, il sole, l’esplosione contenuta dell’incipiente primavera, sembrano assurdità. La sera prima rischiarata da una splendida luna piena, pareva riconciliare uomini e cose, vita e morte, paure e depressioni. Peschi, mandorli, albicocchi fioriti offrivano colori e profumi ad una natura violentata che, pian piano, stava riconquistando spazi che uomini ottusi le avevano sottratto. Una lucertola incerta ai primi caldi per lei vitali, un cane che ti guarda pigro. Scodinzola felice incurante del virus, della vicinanza ad un padrone mascherato ed incerto. La natura, quella vera, quella che spesso gli uomini dimenticano, che ancora più spesso violentano vergognosamente. Per soldi, per potere, per stupidità propria di esseri umani superbi e vanagloriosi.

Di tanto in tanto si vendica, colpisce gli uomini che spesso sono la sua parte peggiore. Quella egoista, quella che brancola nel buio, che corre, corre senza conoscere la meta ed i danni che provoca. Quella che è disposta ad uccidere per soldi, per vendetta o per falsi sensi dell’onore. Gli altri animali uccidono per alimentarsi, per difendere i propri geni o la propria vita. Noi no, noi siamo superiori. Noi perseveriamo in scelte sbagliate, magari adducendo false motivazioni per poi ritrovarci soli, impauriti e tremebondi alla prima difficoltà seria alla spasmodica ricerca di colpevoli, di vie d’uscita vicine o lontane. Per chi sognava auto sportive rombanti, velieri chilometrici e soldi a palate, resta la tremenda paura di perdere la propria o la vita dei propri cari. Come dicevano i saggi marinai: quando il vento scuote le chiome degli alberi, se sei in alto mare, la piccola terra lontana sembra una gigantesca ancora di salvezza. 

Sul finire di marzo mi giunse un video splendido sulla vita dell’Ospedale di Broni-Stradella e sui suoi protagonisti. Questo video meraviglioso ha fatto il giro d’Europa. Le immagini, crude e drammatiche della lotta che tutti voi medici affrontavate con impegno, di grande forza e di impatto sul nostro io segregato, mi suggerirono di scriverti poche sentite righe: «Grandi, grandi, grandi!!!! Grazie di tutto l’impegno, del vostro amore per la professione, del credere nella vita che insegna a noi tutti, a credere nella nostra e in un domani che sembra incerto e lontano. Auguri di Buona Pasqua a te, alla tua famiglia biologica ed a quella del tuo Ospedale. Un augurio sincero e il grazie sincero da tutti noi».

Le giornate drammatiche si susseguirono l’une alle altre, le notizie pessimistiche si mischiavano a contenute speranze, la vita comunque continuava. La vita non fa mai passi indietro. Questa biblica tragedia era dominata dal silenzio: dopo tante ciacole, tanti dotti discorsi, tanto vociare, silenzio. Il silenzio avvolgeva le città, le strade, le case; uomini e cose parevano riflettere in silenzio, finalmente! La speranza è che il fragore del silenzio che ci avvolse, possa insegnare agli uomini a capirsi meglio, guardandosi negli occhi, senza falsi abbracci ma con silenziosa determinazione. Restava la clausura che ci pesava e ci torturava. A volte non riflettiamo a sufficienza. Molti in prima linea sarebbero felici di restarsene a casa, in clausura come noi. Medici, infermieri, carabinieri, poliziotti, uomini della protezione civile e della Croce Rossa, farmacisti, autisti e commercianti rischiavano la propria vita per alleviare le sofferenze degli altri e tentare di salvare vite che non appartenevano alla loro quotidianità, ai loro affetti, appartenevano solo al loro dovere di medici e di uomini responsabili.

I primi giorni di aprile portarono qualche speranza, qualche attesa positiva. Restava la fila di camion carichi di bare da Bergamo, la fine drammatica di una generazione di settanta-ottantenni. I figli dell’ultima guerra e dell’immediato dopoguerra se ne andavano vinti da una nuova guerra. Il timore vero è che si tratti solo di una prima battaglia di una lunga e drammatica guerra. Gli anziani ci raccontavano che dalle macerie e dalla miseria del dopo guerra, ne erano usciti più forti, migliori. I reduci avevano imparato a rispettarsi, ad aiutarsi, a volersi bene, a vivere i valori di una nuova avventura con l’entusiasmo di chi crede nella vita. Voglio sperarlo ma temo che questa generazione non sia forte come quella che ci sta lasciando. Ne usciremo. Temo impauriti e diffidenti, egoisti e tremebondi. O forse no, forse dimenticheremo tutto in fretta, purtroppo anche le cose buone di questa tragedia. Passeranno lunghi tempi prima di abbracciare il prossimo o stringere la mano di un amico senza diffidenze e sospetti. Un po’ di questa barbarie o della sua memoria, un po’ di coronavirus temo resterà dentro di noi: magari relegato in un angolino del nostro cuore ma lì ancorato, fermo e indistruttibile. Resteranno sicuramente alcuni esempi di dedizione, di lavoro, di esaltazione di valori umani semplici e nobili nel medesimo tempo. Nei momenti drammatici gli italiani esprimono gesti e comportamenti audaci e generosi. Voglio sperare che queste tragiche vicende insegnino a tutti a mettersi in discussione, a volte vincere, a volte no ma provarci sempre tutti insieme, guardandoci negli occhi rispettando i diversi da noi e rispettando la natura che soffre i nostri continui oltraggi.

Il tempo passava, il dramma si stemperava in giusta preoccupazione, la vita pian piano, riprendeva ritmi normali. Il primo luglio leggo sui giornali fenomeni di denunce nei confronti di chi sino a pochi giorni prima, veniva definito eroe o santo. Non denunce individuali, comprensibili in alcuni casi di comportamenti anomali, ma comitati, comitati nati per difendere non è chiaro chi o che cosa. Ho imparato dalla vita, che sotto l’egida di “comitato” si nascondono spesso interessi politici, economici o di vendetta. Tutta la mia comprensione ai drammi umani di chi ha perduto persone care, magari più d’una ma trasformare un’intera categoria in fannulloni scansafatiche, insensibili e menefreghisti, da colpire denigrare e chiamare a ristorni economici e non, mi sembra davvero troppo. Dove sono finiti i santi, gli eroi che combattevano senza mezzi, con attrezzature inadeguate un nemico sconosciuto e subdolo? Mistero. Oggi ripeto, massimo rispetto per morti, giusta possibilità di fare emergere singoli sparuti comportamenti anomali, ma generalizzare no! Questo non è da persone civili. I comitati riserviamoli per le operazioni elettorali o per la promozione di prodotti tipici, non per colpire chi ha combattuto una guerra nobile e pericolosa per sè e per i propri figli. (Una dottoressa dell’Ospedale di Stradella non ha abbracciato per 40 giorni, marito e figliola di tre anni per paura di contagio: dormiva le poche ore di sonno che il lavoro massacrante le lasciava, in un albergo di Stradella).

Per mia sfortuna non dimentico. Armato dell’inseparabile per tutti, cellulare, ho riscritto al mio amico Prof, Ferrari: «In un triste momento in cui il popolino dimentica i suoi eroi e li denuncia, abbraccio te e tutti i tuoi colleghi e collaboratori che, a rischio della vostra stessa vita, avete offerto il meglio della vostra professionalità e della vostra passione. Mi rendo disponibile per un pranzo con salami e coppe da commozione, risotto al limone e cinghialino con le olive a quanti tu vorrai invitare. Ci terrei molto e sarà il mio modo per dirvi grazie». Detto, fatto: mercoledì 15 luglio alle 20,30, presso la splendida sede degli alpini di Stradella, coadiuvato dagli Alpini Roberto, capo gruppo e Ginetto suo aitante, dal mio magico ed inseparabile Domenico, ho cucinato per una ventina di sanitari guidati dal loro Primario Prof Ferrari Giovanni, Giugi per me e tutti gli amici della valle Ardivestra. Ho cucinato per medici e infermieri amici che hanno persino ritenuto omaggiarmi una splendida cravatta che conserverò come il cimelio più prezioso della mia arte culinaria. Pensavano di sorprendermi, sono riusciti nel loro intento, ma a mia volta ho sorpreso loro e l’amico Ferrari, con una pergamena di cui riporto il testo:  «All’ Ecc. mo Prof. Giovanni Ferrari Profitto dell’ospitalità degli Alpini, per dire grazie a te e a tutto il personale sanitario dell’Ospedale di Stradella, dai Primari al personale di servizio, unendovi in un grande abbraccio purtroppo oggi impedito dalla mala bestia che ancora ci perseguita. Grazie a tutti voi, uomini e donne speciali, che avete combattuto una guerra non dichiarata, non voluta ma tremendamente pericolosa e subdola. Grazie a tutti voi, grandi interpreti della responsabilità che nei peggiori accadimenti di questa travagliata vita, contraddistingue i veri professionisti, operatori preparati e votati a sacrifici ritenuti impossibili. Magari non santi o eroi, sicuramente grandi lavoratori.

Grazie per quello che avete fatto e per come l’avete fato: per l’impegno, la dedizione totale ad un lavoro spesso misconosciuto, a volte ingrato. Per verità la maggior parte dei “coniglietti spauriti” che si affidavano alle vostre cure sapienti, oggi vi sono riconoscenti e vi ammirano. Alcuni, pochi in verità, reagiscono in modo sconsiderato dimenticando la drammaticità di eventi improvvisi e sconosciuti. Voglio umanamente sperare che sia il grande dolore per alcune perdite a muovere le loro azioni e non altri scopi decisamente meno nobili. Forse non ricordano quei momenti o peggio, dimenticano o vogliono dimenticare, reagendo in modo sconsiderato. Non bisogna dimenticare, tutto ciò che dimentichiamo è stato vissuto male. Il ricordo, nel bene e nel male, è elegia di vita, è una carezza leggera al nostro sentire, a tutto ciò che ha sfiorato la nostra vita segnandola nel bene o nel male. Anche a nome di chi dimentica facilmente, grazie a tutti voi, grazie di esistere, di esserci, di esserci stati, tosti e generosi come sanno essere i seguaci veri di Ippocrate. 

Ma il mio grazie più grande, quello che arriva dal profondo del cuore, va a chi in quel periodo tragico ha rinunciato all’abbraccio di un bimbo di pochi anni, alla carezza di un marito o di un genitore. Va a chi ha stretto la mano di una vecchina sola, accompagnandola al suo tragico destino, a chi con uno sguardo a risposto sorridendo al muto sguardo disperato di chi abbandonava la vita in solitudine. Ecco, in quei momenti, con quei gesti semplici spesso rubati al vostro giusto riposo, un po’ eroi lo eravate, un po’ santi, buoni samaritani ed eroi lo eravate veramente!

Racconteremo ai nipotini: c’era una volta un drago cattivo, rotondo e con gli occhietti maliziosi. Mieteva vittime innocenti senza pietà e senza tregua. Giunsero infine tanti cavalieri vestiti di bianco, combatterono e vinsero la cattiveria della fiera. Vincerete, vinceremo noi con voi e racconteremmo questa favola a lieto fine. Che il buon Dio vi conservi in buona salute, pronti in trincea per combattere e vincere una guerra che non abbiamo cercato, non abbiamo voluto. Grazie di cuore Professore, grazie ai tuoi medici a tutti i sanitari, un grande abbraccio ante-Covid e una stretta di mano a uomini veri». Con la loro cravatta, conserverò il ricordo di una splendida serata, di un gruppo di amici affiatati ed allegri che per tutta la serata non hanno mai accennato a quel tempo tragico, a quella tragedia vissuta, quasi a rimuoverla, dimenticare fatiche, paure e ricordi di un passato che ancora opprime le loro notti. Temo, tornando all’allegria della serata, di dovermi ripetere prima dell’inverno, come da bonaria minaccia del Primario. Spero per festeggiare la definitiva sconfitta della mala bestia, in caso contrario con tutte le precauzioni del caso ma con tanto piacere. Sul finire di Luglio il sindaco di Stradella, Alessandro Cantù, ha conferiro il 5 settembre, la benemerenza civica “Santi Nabore e Felice”, al personale medico dell’Ospedale oltre che ad altri sanitari che sono stati in prima linea nella battaglia contro il Covid. Una buona notizia anche dalla politica!

di Giuliano Cereghini