OLIVA GESSI – VIVE CON UN PANCREAS ARTIFICIALE E REALIZZA IL SUO SOGNO: LAVORARE LA TERRA

295

Sabina Defilippi ha dovuto crescere in fretta. A dodici anni le è stato diagnosticato il diabete, e la sua vita è cambiata per sempre. Ci sono voluti anni di visite, terapie e iniezioni per stabilizzare la sua situazione sanitaria e oggi, a soli diciotto anni, è pronta a conquistare il mondo. Modella e reginetta di bellezza, per il suo futuro ha deciso di puntare non sul fisico ma sulla sua terra, l’Oltrepò, e di prendere in mano la vecchia azienda agricola di famiglia ad Oliva Gessi. Si chiama “La fattoria di Didi”, e sarà ufficialmente attiva entro giugno.
Sabina, la tua è una scelta coraggiosa, tanto più se consideriamo gli anni difficili che hai passato. Anzi, cominciamo proprio da lì, dal giorno in cui hai scoperto i tuoi problemi di salute. «Avevo dodici anni, e nonostante fossi nel pieno del periodo dello sviluppo, continuavo a perdere peso, ad accusare nausea e stanchezza. Bevevo sei o sette litri di acqua al giorno e avevo continui cali di concentrazione. Stavamo ancora cercando di capire cosa potessi avere e un giorno, sentendomi peggio del solito, i miei hanno deciso di portarmi al pronto soccorso. Lungo la strada sono entrata in coma diabetico, e mi sono svegliata due giorni dopo in ospedale».
Un bello spavento, per una ragazzina di dodici anni. «Per la verità il vero spavento lo hanno avuto mamma e papà. Io ero tutto sommato tranquilla: per quel che mi ricordavo, mi ero soltanto addormentata. E il diabete era soltanto un termine medico, c’è voluto un po’ prima che capissi esattamente la portata del cambiamento che avrebbe comportato nella mia vita».
Cos’è successo dopo? «Tante visite, tante analisi, e ho cominciato con le puntura di insulina. Quattro, cinque, sei al giorno. E ho cambiato totalmente la mia alimentazione. Andavo ancora a scuola, ma con la fine delle medie ho scelto di studiare a casa. Era difficile relazionarmi con gli altri ragazzi, che in quell’età tendono ad essere cattivi: per loro ero strana, mi prendevano in giro. E comunque con le cure, le visite, i momenti di malessere più o meno frequenti era impossibile frequentare. Ho smesso anche di fare motocross: non andava bene per la coagulazione del sangue, e troppa adrenalina in circolo non faceva bene ai miei reni».
Come hai convissuto con la malattia? «A fasi alterne. All’inizio abbastanza bene, poi tra i quattordici e i quindici anni mi sono aggravata: la tiroide ha smesso di funzionare, e mi sono ritrovata ad aggiungere alle punture anche delle pastiglie che dovrò assumere a vita. Questo mi ha portato a un rifiuto intorno ai sedici anni, complice anche la piena adolescenza. Quando poi, lo scorso autunno, l’insulina ha smesso di funzionare, mi hanno sottoposta a un intervento per l’installazione del microinfusore, un pancreas artificiale che funziona tramite un sensore. Ora che non sono più costretta a bucarmi tutti i giorni vivo la mia patologia molto meglio. Sono abituata, e a volte mi sembra quasi di non averla».
In questi anni, nonostante i problemi di salute, ti sei sempre data da fare. Oltre ad esserti guadagnata il diploma di liceo scientifico ti sei anche aggiudicata diversi titoli ai concorsi di bellezza. «Sì, anche se all’inizio si è trattato di una pura casualità. Ho incontrato Simona Merli, che mi ha proposto di prendere parte a un concorso organizzato da lei. Si chiama “Stella della moda”, e ho preso parte senza farmi nessuna aspettativa: sono arrivata in finale e ho conquistato la fascia di miss Fotogenia. Negli anni successivi sono stata finalista per due volte a Gallipoli per Miss Mondo Italia, ho sfilato alla fashion week di Milano e ho posato per diversi fotografi professionisti. Oggi collaboro con Gd Model agency e partecipo come hostess per diverse fiere nazionali».
Mai pensato di farne un mestiere? «Non seriamente. Per me è sempre stato un hobby, un divertimento. Certo se si fosse presentata l’opportunità di fare qualcosa di più strutturato ci avrei pensato, mi avrebbe fatto piacere. Ma non è mai successo, e io non ho mai insistito in quella direzione. Quello della moda è un mondo complicato, e per la verità quello che mi interesserebbe fare con la mia immagine è più che altro lanciare un messaggio di positività: vorrei promuovere delle campagne a favore della ricerca sul diabete, per spiegare ai giovani che si può vivere una vita normale».
E l’idea dell’azienda agricola quando ti è venuta? «Dopo il diploma, pensando a cosa mi sarebbe piaciuto fare. La mia famiglia ha ereditato i terreni del nonno, che tanti anni fa aveva un’azienda agricola a Oliva Gessi: da tanti anni nessuno li lavorava più, e vederli abbandonati mi sembrava un peccato. Così ne ho parlato con papà: lui da ragazzo ha sempre lavorato in campagna, e soffriva più di me a vedere i nostri campi lasciati andare. Lui è creativo, è vulcanico, e mi ha subito incoraggiata. Mamma è stata più cauta: essendo molto apprensiva nei miei riguardi, l’idea che mi lanciassi così giovane in un’impresa simile l’ha un po’ spaventata. Però alla fine mi ha dato il suo appoggio, ed eccoci qui».
A che punto è “La fattoria di Didi”? «Siamo a posto dal punto di vista burocratico, e alcune colture (in particolare gli orticoli da campo) hanno già cominciato a produrre. Per tutto il resto, invece, stiamo (metaforicamente e fisicamente) preparando il terreno: coltiveremo lavanda, zafferano e piante officinali, e avremo suini e galline ovaiole. Entro giugno dovremo essere pienamente operativi».
Che tipo di azienda sarà la tua? «Mi orienterò sul biologico, e cercherò di non trattare le piante. Inizialmente non avremo la certificazione per chiamarci così, ma di fatto non utilizzeremo prodotti chimici, e cercheremo fin da subito di adeguarci alle norme previste per avere la denominazione. Mi piacerebbe con il tempo realizzare una fattoria didattica in cui ospitare le scuole, con tanti animali da accudire, e organizzare eventi di ogni tipo coinvolgendo gli altri produttori locali. Aperitivi in collina, degustazioni, mercatini: l’azienda si trova in uno degli angoli più belli dell’Oltrepò, e mi piacerebbe molto valorizzarlo con l’aiuto delle realtà che mi stanno intorno».
A proposito, come hanno reagito le aziende intorno a te quando hanno saputo che avresti aperto? «Non lo so, perché di fatto non l’ho ancora comunicato ufficialmente, fino ad ora siamo stati un po’ scaramantici e solo adesso abbiamo iniziato a parlarne. Io spero di poter portare avanti dei progetti di promozione del territorio, e mi auguro di trovare il sostegno e la collaborazione di chi fa questo mestiere da molto tempo prima di me. L’Oltrepò è un luogo meraviglioso che merita di essere conosciuto: per farlo, però, dobbiamo remare tutti nella stessa direzione».

di Serena Simula