OLTREPÒ DEL VINO: SBRAGHI I PREZZI IN ITALIA… E ALLORA PARTI PER L’AMERICA!

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Sembra «Lascia o Raddoppia», ma è solo un altro film di Totò ambientato tra Broni e Torrazza Coste. Sembra di capire questo dall’ascoltare le reazioni alle interviste rese dal direttore del Consorzio Tutela Vini Oltrepò Pavese. L’Oltrepò continua ad avere dalla sua parte i numeri ma quanto a strategie… sono ancora da allenatore nel pallone, a meno che la strada segnata non sia il contentino ai piccoli produttori per poi perseguire solo ed unicamente un percorso a misura di grandi imbottigliatori, quelli senza un ettaro di vigna e senza un euro di costi agricoli. Il Consorzio sembra dimenticare che risponde a 1500 aziende vitivinicole territoriali, perlopiù che producono sola uva, a parte le circa 350 che imbottigliano da poche migliaia di bottiglie a diverse centinaia di migliaia. In Oltrepò da 13mila ettari di vigne nasce il 55% del vino della Lombardia, eppure è la zona di produzione che se lo fa pagare meno di tutte le altre.  Il nuovo mercato target al tempo del Covid? Pensate forse alla riconquista di Milano o a campagne di posizionamento sui canali di vendita a valore in Italia? Credete che magari i timonieri del nuovo che avanza abbiano capito che solo il 5% delle imprese oltrepadane ha le caratteristiche per puntare sulla’export? No. Assolutamente. Il piano 2021 del Consorzio è orientato agli Stati Uniti, tra l’altro ancora impestati dal Covid-19. Inoltre si promette di far arrivare la stampa estera da Germania, Austria, Belgio, Danimarca e Francia sperando che i giornalisti e i degustatori portino mascherine e gel igienizzanti. A giugno il Consorzio sarà al Vinitaly, mentre a novembre al Merano Wine Festival. Ci sarà poi un concorso fotografico sul territorio della durata di un anno. Tutto un già visto, una minestra riscaldata che non ha prodotto risultati perché a mancare sono le fondamenta della strategia. Tutti i territori vitivinicoli di successo hanno puntato negli ultimi trent’anni sul binomio vino-territorio. Un vino, il suo territorio. Quando pensi a Franciacorta, Lugana, Valtellina e Barolo la focalizzazione è chiarissima. L’Oltrepò? Su cosa punta? Il direttore del Consorzio era stato chiamato per trovare il focus della strategia. «Gli sono bastati 2 anni in Oltrepò per perdere la bussola», ho sentito a un bar ben frequentato di Santa Maria della Versa. Mi sono documentato e in effetti non sono riuscito a dar torto agli avventori di quel bar con caffè e pettegolezzi d’asporto. Veronese che per ora come novità ha portato la barba lunga va ripetendo, più che da manager da politico della Prima Repubblica dei tempi della Democrazia Cristiana, che l’Oltrepò Pavese per la sua estensione «ha la possibilità di puntare su diversi vitigni». Il problema è che ultimamente il direttore del Consorzio Tutela Vini non parla più solo di Bonarda, Pinot nero, Sangue di Giuda, Buttafuoco, Cruasé e Metodo Classico DOCG bianco. Ora parla anche Muller Thurgau e Malvasia passita, spiegando che partendo dal top di gamma c’è posto per tutti… ma come? E quale sarebbe il top di gamma? Chi definisce che è top di gamma? Che numeri ha il top di gamma (non basta neanche per il Nord Italia, altroché gli USA)? E come si fa a districarsi in una Babele in cui tutto si chiama Oltrepò Pavese in etichetta? Una cosa il direttore crede sia assolutamente da accantonare: il Barbera. Suggerisce da diverso tempo di non piantarne più. Peccato che in 2 anni non abbia spiegato cosa piantare per essere ben remunerati dal mercato italiano, in primis, e poi all’estero. Lo slogan è ancora «Perle d’Oltrepò», che ricorda i tempi del presidente Paolo Massone e del direttore Carlo Alberto Panont quasi a fine corsa, poi sfracellatosi nel burrone della politica al Centro Riccagioia. Volumi prodotti alla mano resta da capire dove accompagnerà Veronese all’estero nel 2021 i grandi imbottigliatori, i loro cugini e rispettivi fornitori o sponsor, perché certe missioni estere ai piccoli produttori d’Oltrepò possono solo servire per il glamour mediatico, il selfie su Facebook e per non sentirsi per un giorno figli di un dio (e di un Consorzio) minore.

di Cyrano De Bergerac