OLTREPÒ PAVESE – «A MONZA C’È ANCORA UN BAR DEL CENTRO CHE HA ESPOSTO LA MIA MAGLIA E LE MIE SCARPE»

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Il 22 febbraio 2020 alle ore 17.30 si è giocata Monza-Arezzo, partita della 27ma giornata di campionato di Serie C 2019/20. Inconsapevolmente nessuno poteva immaginare che quella sarebbe stata l’ultima partita di una stagione particolare, caratterizzata da una sospensione provvisoria degli incontri rivelatasi poi definitiva, con l’annullamento delle undici partite rimanenti a causa della pandemia Covid-9. Il Monza di Cristian Brocchi ha pareggiato 1-1 contro la squadra toscana, mantenendo comunque un vantaggio abissale di 16 punti sulla Carrarese, seconda in classifica. L’8 giugno 2020, con un Comunicato Ufficiale della FIGC, viene dichiarata la chiusura anticipata dei campionati di Serie C, che decreta la promozione dell’AS Monza in Serie B (l’ottava dal 1910), 19 anni dopo l’ultima partecipazione nella serie cadetta. Per il Monza è il quarto campionato di Serie C vinto, dopo quelli delle stagioni 1950-51, 1966-67 e 1975-76. Tra i protagonisti di quella storica prima promozione vi erano due giocatori oltrepadani: Carlo Colombetti di Broni, classe 1923 e Guido Soldani di San Cipriano Po, classe 1926.

Ora residente a Stradella, Soldani ha vestito la maglia brianzola per cinque stagioni, per un totale di 150 presenze e 37 goal. Abile nel gioco aereo, veniva impiegato principalmente come mezzala con compiti di regia. Sotto la guida di mister Annibale Frossi (oro olimpico da calciatore a Berlino ’36), nella sola stagione della promozione in B andò a segno ben 16 goal, risultando il secondo miglior marcatore e giocatore trainante della squadra. Della sua carriera ricorda tutto alla perfezione, come se quei decenni non fossero mai trascorsi: dagli inizi tra le fila della Stradellina con il compagno e amico Colombetti, passando per gli anni d’oro del Monza, del suo rapporto di amicizia e stima con l’allenatore Annibale Frossi e quella mancata promozione in Serie A che ancora oggi lascia una nota di amarezza…

Guido, ci racconti com’è iniziata la sua carriera calcistica?

«Sono nato a San Cipriano Po, dove iniziai a fare i primi tiri con la squadra del paese con la quale vinsi un campionato di seconda divisione. Nel 1944 mi trasferii alla Stradellina che militava in Serie C, in cui giocava anche Giuseppe Chiappella, che divenne Campione d’Italia nel 1955-56 con la Fiorentina».

Come è arrivato a giocare a Monza? Era stato notato da qualche talent scout?

«Andai a giocare nel Monza grazie a Sanguinetti, un commerciante di filati e tessuti di Stradella che si forniva da una ditta brianzola, della quale uno dei tre fratelli titolari era Giuseppe Borghi, il neopresidente della squadra».

All’epoca si sarebbe immaginato di raggiungere la Serie B?

«Ma figuriamoci! Io giocavo per passione. Ricordo ancora quella giornata: Sanguinetti mi chiese di passare in negozio perché doveva parlarmi. Arrivato da lui mi disse “Vuoi andare a giocare al Monza?” Io rimasi un po’ stupito e lui proseguì “Se vuoi puoi andare fin da subito…” e allora accettai. Successivamente Sanguinetti riuscì a portare a Monza anche Colombetti di Broni».

Come fu la vostra prima stagione nella serie cadetta?

«Non facile, ci salvammo all’ultima giornata con due punti di vantaggio sul Venezia, la prima delle retrocesse. Ma la stagione successiva fu diversa…».

Che rapporto aveva con il presidente Borghi?

«Diciamo che ero il suo beniamino. A Monza veniva spesso un osservatore da Genova, ma io non lo sapevo fino a quando un dipendente della squadra mi avvisò di essere sotto la lente di Andrea Doria (Sampdoria, n.d.r.) e che il mio trasferimento era imminente. Mi dissero di presentarmi insieme al segretario a Genova, all’Hotel Acapulco, dove avremmo aspettato il presidente Borghi per firmare il trasferimento. Le carte erano tutte compilate, mancavano solo la mia firma e quella di Borghi, ma lui non si presentò. Nei giorni successici mi ritesserarono in squadra e mi aumentarono l’ingaggio, perché il presidente mi aveva preso in simpatia e non voleva che lasciassi la squadra. Era un signore: quando mi trovavo a Monza e si faceva tardi Borghi mi invitava a fermarmi a dormire a casa sua».

Quindi era un presidente molto legato alla sua squadra…

«Certamente, era bravo come il pane e di grande serietà. Il Monza era una squadra molto seria, non sgarrava mai con i pagamenti. Ricordo che proprio durante la stagione 1950-51 San Cipriano fu alluvionata e ci aiutò con soldi, vestiti e tutto quello che ci serviva».

Parliamo del suo allenatore dell’epoca, Annibale Frossi. Lui inventò un modulo di attacco a M che venne successivamente utilizzato da Puskas nella nazionale ungherese. Di cosa si trattava?

«Era un modulo innovativo in cui le due mezzale facevano i centravanti, il centravanti faceva lo stopper arretrato e davanti vi erano le due ali. In allenamento Frossi si arrabbiava spesso se non si rispettava il suo modulo, anche se si andava in rete. Questa tattica ci permise di vincere la Serie C perché gli avversari si trovavano spiazzati: ricordo ancora una partita contro il Fanfulla vinta per 2-0 in cui l’allenatore e la squadra erano completamente in confusione. Frossi era una grandissima persona, anche a livello umano: a mio parere, è stato il miglior allenatore di quel periodo. Diceva sempre che le partite più belle erano quelle che finivano 0-0 perché erano quelle più equilibrate, ma noi scoppiavamo a ridere».

Come vi allenavate?

«Facevamo un allenamento alla settimana. Io e Colombetti raggiungevamo la stazione di Pavia a bordo della mia moto per poi proseguire in treno fino a Monza. Addirittura, avevamo le chiavi che ci permettevano di entrare allo stadio direttamente dalla ferrovia, senza uscire dalla stazione!».

Qual è stata la partita che ricorda con la maglia del Monza?

«Le racconto un aneddoto: un giorno, mentre dallo stadio mi recavo con Colombetti all’Hotel Falcone, ci fermammo di fronte alla vetrina di un orologiaio. C’era esposto un bellissimo orologio d’oro che mi aveva particolarmente colpito e proprio in quel momento uscì dal negozio l’orefice per chiederci se potesse esserci d’aiuto. Io domandai il prezzo dell’orologio e lui, molto gentilmente mi rispose «Non costa nulla. Domenica si gioca contro il Vicenza – che era una delle squadre più forti – e lei se riesce a segnare e a farci vincere io giovedì glielo porto al campo. La domenica successiva vincemmo per 2-1 e segnai pure un goal, ma sinceramente non pensavo nemmeno più a quanto accaduto nei giorni prima. Invece l’orefice mantenne la promessa e, con mia grande sorpresa, si presentò all’allenamento portandomi una bella confezione contenente l’orologio in questione. Ma di partite con il Monza ne ricordo parecchie, anche quella contro il Genoa nel 1952-53…».

Cosa accadde in quel giorno?

«Era il maggio del 1953, mancavano quattro partite alla fine del campionato e il Genoa era in testa alla classifica. Noi seguivamo a pochi punti di distanza ed eravamo in piena lotta per la promozione. La partita era equilibrata e potevamo giocarci la vittoria. Ma al 56’ ci fu confusione nella nostra area: Lovati, il nostro portiere, chiamò la palla a Magni ma, trovandosi decentrato, finì per buttarla nella nostra rete. Perdemmo 1-0 e le tre partite successive furono due pareggi e una sconfitta. Finimmo il campionato quarti, a 3 punti dal Legnano, seconda classificata e promossa in Serie A. Se non avessimo perso in quel modo quella partita contro il Genoa avremmo certamente ottenuto la promozione».

Poi andò a giocare a Piacenza…

«Nel 1953-54 andai in prestito al Piacenza che militava in Serie C, in cui giocai solo otto partite. Al rientro dal Piacenza mi proposero di trasferirmi all’Empoli o al Pavia, ma rifiutai preferendo la Vogherese in IV Serie. Qui rimasi solo due stagioni per poi trasferirmi in Sardegna al Monteponi Iglesias».

Come fu la sua esperienza in terra sarda?

«Il Monteponi Iglesias era una polisportiva alla quale faceva capo una società di miniere del Sulcis. Firmai un contratto di due anni, al termine del quale avrei potuto scegliere se rimanere come giocatore oppure essere assunto nelle miniere. Facevamo due partite in casa e due in trasferta continentale. Anche qui trovai una squadra onesta. Ricordo che stavo per imbarcarmi per andare a giocare una partita contro il Civitavecchia e mi arrivò la comunicazione di tornare a casa perché fui colpito da un grave lutto familiare. Quando arrivai a casa mi contattarono per chiedermi se fossi interessato a tornare a giocare, ma io scelsi di rimanere a Stradella: mi spedirono tutto quello che mi spettava, fino all’ultima lira, senza alcuna mia richiesta. A quei tempi c’era una grande serietà».

Quale ritiene sia il suo goal più bello?

«Lo segnai contro la Pro Vercelli, mentre ero nella Vogherese nella stagione 1955-56. La partita era stata sospesa l’8 gennaio 1956 per nebbia al minuto ’84 e il 19 gennaio si giocò il recupero. La palla mi cadde dal cielo, la stoppai, spalle voltate, finta di corpo e tiro di piatto dritto in rete di Colombo, che negli anni successivi diventò portiere della Juventus. Quel goal a Voghera lo ricordano ancora oggi: l’anno scorso, mentre facevo gli esami per il rinnovo della patente, ho incontrato un signore che, dopo avermi salutato, come prima cosa mi disse “Guido, ti ricordi il goal che segnasti alla Pro Vercelli?”».

È mai stato vicino a giocare in Nazionale?

«Venni convocato una volta sola, ma mi infortunai ad una caviglia in allenamento e non ebbi una seconda occasione».

Finita la sua carriera come giocatore rimase ancora nell’ambiente calcistico?

«Al mio ritorno allenai la Stradellina per un breve periodo e alcune squadre del settore giovanile, tra cui Sant’Angelo Lodigiano. Per qualche anno feci l’osservatore per il Varese, dove portai a far debuttare Ramella di Zinasco, con il quale raggiunse la Serie A nel 1973-1974. Fuori dall’ambito calcistico ero impiegato alla Robo di Stradella, dove lavorai per circa 40 anni».

Oggi segue ancora il calcio? Per quale squadra tifa?

«Sì, seguo ancora il calcio come appassionato. In passato ho tifato Bologna perché ci giocavano Giorcelli, mio ex compagno di squadra, e Gino Colombo. Oggi tifo Juventus e Atalanta».

Cosa pensa del calcio moderno?

«A me vien da ridere quando sento i commentatori delle partite che dicono: “Ha sbagliato il goal perché non ha tirato con il suo piede…”. I calciatori di oggi passano sei giorni nel campo ad allenarsi, noi facevamo una sola sessione di allenamento a settimana. Frossi sa cosa faceva? Lui ci osservava tutti, anche quando camminavamo normalmente. Se ci fosse stato qualcuno non ambidestro, lo avrebbe portato verso un muretto vicino al campo e lo avrebbe tenuto lì, a calciare con il piede più debole, finché lo riteneva opportuno. E oggi sentiamo dire che calciatori strapagati hanno sbagliato un goal perché hanno calciato con il piede sbagliato? Assurdo. In più avevamo divise di lana che con la pioggia diventavano pesantissime e palloni di cuoio che diventavano durissimi nelle partite invernali…».

Ai suoi tempi, avrebbe mai pensato che in un futuro il calciatore professionista avrebbe ottenuto ingaggi faraonici e una tale fama?

«No, al Monza non si guadagnava un granché e non potevamo ancora considerarci tra i professionisti: solo dopo l’anno della promozione arrivarono alcuni industriali che investirono e iniziarono a darci qualche bonus. In Sardegna, invece, avevamo uno stipendio fisso al quale si aggiungevano premi di partita esagerati, quindi la motivazione era forte. Quando giocavo a Stradella, in Serie C, prendevo seimila lire al mese, senza premi partita: gli unici bonus erano qualche pranzo o cena in pizzeria dopo le gare. Erano altri tempi e un mondo diverso».

Essere un calciatore generava già quel fascino sulle ragazze come accade oggi?

«Figuriamoci! Ai miei tempi finita la partita tornavamo da Monza e verso le 11-11.30 andavamo a ballare al Sandalo Cinese. Ma non c’era tutta questa fama di oggi. Al cinema trasmettevano un riassunto settimanale delle partite giocate, di pochi minuti, in cui spesso capitava di vedermi. Ricordo che una volta allo Stradellino, entrai durante l’intervallo di un film con la caviglia fasciata in seguito ad un infortunio e tutti mi chiesero cosa mi fossi fatto, ma finì li. Ho letto nei giorni scorsi un articolo in cui si parlava di quanto ha guadagnato Cristiano Ronaldo e di tutte le sue proprietà: ora siamo all’esasperazione, è tutto troppo esagerato».

Quali sono i giocatori più forti con cui, o contro cui, lei ha giocato?

«Un giorno Anselmo Giorcelli, ex portiere del Monza, mi invitò a partecipare ad un torneo notturno in cui c’erano parecchi giocatori di Serie A. Qui ho avuto l’occasione di giocare insieme a Gino Capello, grande protagonista del Bologna degli anni ’50 e di vincere il torneo. Era fortissimo e anche un po’ spericolato. Per un certo periodo il Monza giocava in allenamento contro la Nazionale di calcio e per questo ho avuto modo di conoscere un po’ tutti migliori anche perché, finiti gli allenamenti, andavamo al ristorante tutti insieme».

Oltre a lei e Colombetti ricorda altri calciatori della zona che ebbero successo in quel periodo?

«Sì, di Stradella ricordo Giampiero Mangiarotti che arrivò fino in serie A con la Spal mentre, della generazione precedente, Ezio Sclavi, portiere di Lazio e Juventus: un vero fenomeno che riuscì a contendersi con Giampiero Combi la porta della Nazionale».

Oggi qual è il suo calciatore preferito?

«Dell’Inter mi piacciono molto Stefano Sensi, che ora è infortunato e Lautaro Martinez, mentre della Juventus Paulo Dybala, Cristiano Ronaldo e Rodrigo Bentancur. Apprezzo parecchio Domenico Berardi del Sassuolo, che conosco personalmente, e penso che se fosse andato alla Juventus sarebbe diventato ancora più forte».

È rimasto in contatto con i suoi ex compagni del Monza?

«Certo, ci trovavamo spesso per fare delle rimpatriate. Poi col passare degli anni ci siamo un po’ persi di vista. Su una rosa di quindici, sono certo che otto o nove di loro sono già scomparsi, chi da diverso tempo e chi recentemente. Mi piacerebbe sapere chi ha avuto la fortuna di poter arrivare alla mia età e magari poterlo rincontrare…».

Cosa pensa del Monza di oggi e di quest’ultima promozione?

«Ad essere onesto ad inizio campionato non pensavo che Brocchi ci sarebbe riuscito, ma è anche vero che la società ha fatto una costosa campagna acquisti, mettendogli a disposizione una squadra adatta a poter raggiungere la promozione. Certo, è stato un campionato un po’ particolare, interrotto con diverse partite d’anticipo, ma la superiorità e il distacco sulla seconda era rilevante. A Monza c’è ancora un bar del centro che ha esposto la mia maglia e le mie scarpe: questo mi riempie di gioia e ne sono orgoglioso perché so di non essere stato dimenticato».

di Manuele Riccardi