OLTREPÒ PAVESE – «A MORNICO LOSANA, ATMOSFERA PERFETTA PER OGNI ARTISTA»

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Miriam Di Fiore, nata a Buenos Aires da genitori italiani, coltiva la passione per l’arte dall’età di cinque anni, quando si trasferisce a Miramar, piccola città sull’Oceano Atlantico. Una volta conseguita la Laurea in Ceramica e Educazione Artistica, apre nel 1985, a Milano, il suo primo studio, dove inizia a sperimentare con il vetro. Grande manipolatrice di ogni tipo di lavoro possibile in fusione, all’inizio si concentra su piccoli oggetti, passando successivamente al design e all’architettura d’interni, producendo grandi pezzi per porte e finestre.Tra il 1997 e il 1999 migliora la tecnica aggiungendo un effetto ottico di grande profondità nella creazione delle sue opere e nel 1999 Miriam espone per la prima volta a Murano; dal 2000 al 2013 lavora con la Mostly Glass Gallery, galleria d’arte negli USA . L’attività artistica di Miriam, si lega a quella didattica per l’infanzia a livello internazionale, iniziata nel 1986, che l’ha condotta dall’America all’Asia, fino ad arrivare all’Europa e all’Australia. Nel 2006 si trasferisce con il marito a Mornico Losana, paesino dell’Oltrepò Pavese, dove apre il suo laboratorio, fulcro di tutte le creazioni, in cui riceve allievi da ogni parte del mondo.

Miriam, da quanti anni ha intrapreso l’attività di “artista del vetro”?

«Ho iniziato ufficialmente nel 1985, data di fondazione della mia ditta artigiana, ma le prime sperimentazioni risalgono al 1976, in Argentina».

Che tipo di formazione ha seguito?

«Giovanissima, ho completato gli studi universitari di Ceramica e Disegno alla Scuola Nazionale di Ceramica di Mar del Plata. Un giorno vidi casualmente un oggetto in vetro fuso, prodotto nel laboratorio di vetrate artistiche della scuola e la mia mente esplose letteralmente al pensiero di lavorare quella materia a quei tempi molto misteriosa, dato che si trattava di un’arte relegata alle fornaci. La fusione del vetro è un’arte antichissima, abbandonata nei secoli a favore della soffiatura. Scoprire di avere la possibilità di modellare e trasformare il vetro usando i forni per la ceramica, è stata una vera rivoluzione nel mondo dell’artigianato e risale agli anni ’70; i primi sperimenti furono realizzati negli USA, successivamente si diffusero in Europa e in Sud America. Nella mia formazione mia madre (Aurelia Cuschiè Di Fiore, illustratrice argentina, pittrice, scultrice e poetessa ) è stata fondamentale. Sono cresciuta pasticciando tele nel suo studio, ascoltando musica classica e leggendo libri di Storia dell’Arte e Archeologia, materie che mia madre amava e condivideva con me, mia sorella e mio fratello, coltivando in noi il seme di una precoce cultura classica, la curiosità per la bellezza della natura e la meravigliosa creatività dell’animo umano».

Esiste nelle sue opere un legame molto profondo con la natura, in modo particolare con il bosco. Perchè?

«Sono nata a Buenos Aires ma, all’età di cinque anni, la mia famiglia si trasferì a Miramar, sulla costa atlantica, dove esiste un bosco enorme di pini marittimi, acacie e eucalipti, piantato all’inizio del ‘900 per fermare le dune e permettere la crescita della città. In questo bosco, che noi chiamavamo il Vivero, la mia infanzia è trascorsa gioiosa, a pieno contatto con la natura. Da allora, non esiste spazio, ambiente, territorio, che mi sia più congeniale del Bosco. Da sempre, già dalle mie prime opere in ceramica o pittura, il bosco è stato fonte di ispirazione e magico contenitore di metafore, su qualsiasi tema della mia esistenza».

Quali sono gli artisti dai quali prende ispirazione?

«Difficile a dirsi, dato che la mia principale fonte è sempre la natura. Naturalmente amo tutti i pittori impressionisti e i grandi paesaggisti di ogni tempo (Turner, John Constable, George Innes)».

Perchè ha deciso di aprire un laboratorio a Mornico Losana?

«Nel 1994 ho lasciato Milano per trasferirmi nel parco del Ticino, quindi ero già abituata alla vita fuori città, ma cercavo un luogo adatto ad avere un laboratorio “in casa”. Non volevo una casa isolata poichè, trascorrendo intere giornate da sola, meditavo di inserirmi in una comunità. Mornico è diventato il luogo ideale».

Un legame casuale quello con l’Oltrepò?

«Il legame con l’Oltrepò non c’era ancora, se non nelle innumerevoli gite in moto con mio marito. Solo ora, il legame è diventato indissolubile. Ci siamo trasferiti nel 2007, dopo una lunga ricerca del luogo “ideale”, non eccessivamente lontano dal suo lavoro, ma immerso in un paesaggio speciale. Mornico è un luogo bellissimo, le colline sono armoniche, i vigneti perfettamente inseriti nel paesaggio, le persone cordiali e l’atmosfera tranquilla, perfetta per ogni artista. Ogni giorno mi sembra di essere in vacanza; l’Oltrepò è un territorio unico e speciale».

A che movimento appartengono le sue opere e quali le tematiche affrontate?

«Nel mondo del vetro artistico, non ci sono veri e propri “movimenti”. Ci sono “tecniche”: la soffiatura, il casting, la Pate de Verre, la fusione, il vetro a lume… queste tecniche spesso s’intrecciano nelle creazioni, seguendo le necessità dell’opera. Ci sono artisti che sviluppano le opere con l’aiuto di altri artigiani, e quelli che amano creare in autonomia. A quest’ultima categoria appartengo io. Preferisco infatti essere considerata un’artefice, piuttosto che un’artista. Nel mio caso, il lavoro manuale si lega al fattore intellettuale. Il “piacere” non sta nell’immaginare l’opera, ma nel realizzarla. Le mie tematiche sono due: quella principale, il bosco, in tutte le sue forme (sono una persona che pensa che gli alberi siano esseri estremamente superiori ad ogni altro essere sulla nostra terra) e l’altra più intima, più privata, che si lega all’infanzia: la felicità e la difesa dei bambini, che dovrebbero essere il principale obiettivo di una società evoluta».

Che tecniche di lavorazione utilizza?

«Il vetro è un materiale molto difficile: ha delle regole fisse, inderogabili, che non puoi ignorare. La materia, con le sue leggi, è più importante dell’idea, cosi la mia vera Arte forse risiede nel fare in modo che al vetro “piaccia” lavorare con me e non si opponga mai alle mie richieste, ai miei desideri. Alla fine degli anni ’80, dopo aver lavorato con un grandissimo Maestro, Narciso Quagliata, creatore di una tecnica chiamata Light Painting Glass, ho sviluppato una tecnica molto particolare, la Di Fiore’s Technique, che permette di creare immagini con un’incredibile sensazione di profondità ottica. Si tratta di comporre l’immagine in livelli successivi, cominciando dall’orizzonte di fondo, fondendo il vetro e crescendo lentamente verso la superficie dell’immagine, aggiungendo materiale ad ogni infornata, fino ad ottenere l’immagine completa, sviluppata in una sequenza continua di materia e spazio. Il colore è dato da granelli di vetro di nove misure diverse; le linee sono fili di vetro fusi e modellati alla fiamma. L’effetto finale è un luminoso dipinto tridimensionale fatto soltanto di vetro puro».

Una tecnica che l’ha introdotta nel mondo dell’insegnamento…

«Esatto, insegno questa tecnica dal 2001, sia nel mio studio che in moltissime altre scuole nel mondo. Ogni anno trascorro circa due mesi all’estero in qualità di docente; sono stata negli USA, in Sud America, Australia, Europa».

In quanto tempo vengono realizzate le sculture?

«Il mio lavoro è molto lungo. Un oggetto relativamente piccolo richiede almeno venticinque giorni di lavoro e sette infornate. Alcune opere hanno richiesto sei mesi, qualche volta ho impiegato quasi un anno. Il rischio è molto alto, perché pur utilizzando un vetro realizzato per fusione (il Bullseye Glass americano, con più di settanta colori compatibili, che si possono fondere insieme perché dotati dello stesso coefficiente di dilatazione e contrazione) la viscosità non è costante e alcuni colori sono molto sensibili a cambiamenti fisico chimici dovuti alla ripetuta esposizione alle alte temperature. Può accadere di perdere l’opera dopo moltissime ore di lavoro. Grazie al cielo, mi capita molto raramente…».

Dove sono esposte?

«Le mie opere si trovano in moltissime tra le migliori collezioni private di Vetro D’Arte, specialmente negli Stati Uniti ed in undici importanti musei: ricordiamo la Collezione Bellini-Pezzoli, i Musei del Castello Sforzesco di Milano, il Ringlin Museum di Satrasota, il Flint Museum del Flint Institut of Arts (Michigan), il Museo del Vidrio de Alcorcon (Madrid), il Museo dell’Arte Vetraia Altarese (Altare, Italia), diversi musei negli USA, il Museo Nacional del Vidrio, la collezione di Vetro Contemporanea (La Granja de San Ildefonso, Segovia)».

Quali sono gli oggetti che si prestano all’operato? Esistono dei materiali che possono essere recuperati e riutilizzati per dar vita a una nuova opera?

«Moltissime mie opere sono realizzate utilizzando oggetti in disuso, talvolta semidistrutti, che ho fatto dialogare con il vetro. Questi oggetti (preferibilmente in legno, materia prima molto importante nelle mie opere, di solito recuperati nella spazzatura) hanno ispirato la scelta dell’immagine. Tutti i miei boschi di vetro sono luoghi che conosco profondamente, che sono stati importanti nella mia vita. Non lavoro mai su un paesaggio che non mi appartiene e l’oggetto vecchio, abbandonato, rotto, rappresenta la fonte d’ispirazione principale per la metafora con cui voglio raccontare una storia. Antichi cassetti orfani dal mobile originario, pezzi di strumenti musicali, tavole da lavare, coltelli a mezza luna arrugginiti, mestoli di legno, giocattoli…Oggi vengono buttati via senza nemmeno la memoria del loro uso. Mi fanno pensare a contenitori di storia e di oblio. Molte volte ho provato orgoglio, quasi un senso di rivincita, quando un vecchio cassetto salvato dal fuoco o dalle muffe, ha rivelato un’indicibile bellezza ancora contenuta nel suo legno; ospitando il ricordo del bosco,  diventando opera d’arte, è ora esposto, protetto per sempre, in un museo del fare umano. Recuperare vecchi oggetti, passati da molte mani, mi ha permesso di parlare di temi a me cari: il rispetto per la vita, umana in primo luogo, con il fine di combattere questa tendenza alla velocità estrema, del buttare tutto senza riparare niente, incluse le nostre relazioni».

Ha mai collaborato con artisti importanti nel panorama internazionale?

«Sì, ma solo qualche volta. Il mio lavoro è troppo lento e costoso, devo seguire troppe regole tecniche. Gli artisti contemporanei raramente amano i condizionamenti che impongono le tecniche della fusione del vetro, così come le intendo io. Ho collaborato con il grande Maestro soffiatore muranese Vittorio Ferro, con il mio Maestro Narciso Quagliata, con Keith Rowe, Maestro soffiatore australiano e con una bravissima artista guatemalteca: Elsie Wunderlich, che ha realizzato opere bellissime nel mio laboratorio, innamorandosi di Mornico e dell’Oltrepò Pavese».

Sono previsti dei corsi di formazione per praticare questo mestiere?

«Come ho detto prima, insegno da moltissimi anni, in Italia e all’estero. Ogni anno, nella bella stagione, organizzo corsi di alta formazione nel mio studio e sono moltissimi gli artisti e appassionati che sono venuti a Mornico negli ultimi undici anni. Nei miei corsi sono previste anche attività culturali per la promozione del nostro territorio, con gite per ammirare e conoscere i nostri paesaggi, i vigneti, i luoghi di cultura come i castelli e le ville d’epoca e anche assaggi dei nostri stupendi vini. Inoltre, con la fantastica collaborazione della Pro Loco di Mornico, abbiamo organizzato gioiose esperienze di cucina tradizionale dell’Oltrepò».

A suo parere, come il Covid sta influenzando il settore culturale e artistico?

«Questa emergenza ha totalmente fermato qualsiasi attività, tranne quella online.

Tutti i miei corsi sono logicamente sospesi, così come le mostre, il mercato è fermo. è mia opinione che passerà molto tempo, prima di tornare alla normalità. L’arte è molto utile ed importante ma viene dopo altre necessità, come cibo ed energia. Moltissimi artisti sono oggi senza alcun introito economico; ma un’artista non smette mai di esserlo anche se per un periodo deve assoggettarsi a un altro lavoro per pura necessità. Quando la tempesta passerà, spero che tutte le persone che dedicano la loro vita a qualsiasi forma d’arte riescano a tornare sulla loro strada maestra e a riprendere il loro cammino creativo. La creatività umana è la risorsa di specie più grande che possediamo, è quello che ci differenza dagli altri animali ed è una risorsa infinita. Confido nella natura, che mette tutto al posto giusto. La natura ama l’equilibrio, e in tutto ciò che fa contiene bellezza, anche quando noi non possiamo vederla. L’arte, in tutte le sue forme, fa parte del lato positivo del fare umano. Penso che, col tempo, tornerà naturalmente a occupare il suo posto nel mondo» 

di Federica Croce