OLTREPÒ PAVESE – AUTOCERTIFICAZIONI : L’INAPPLICABILITÀ DELLE SANZIONI

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Nell’Italia che si tinge di rosso, arancione e giallo ci sono un gruppo di avvocati del Foro di Pavia e una psicologa che hanno voluto uno studio e un evento online «Il lockdown della Costituzione» (disponibile on demand su Facebook) per rimarcare come da un lato da marzo ad oggi non si siano rispettati precisi dettami della Carta Costituzionale e come, dall’altro, si sia anche alimentata una psicosi che ha fatto ammalare di povertà e depressione uomini e donne fino a prima perfettamente sani. Non sono negazionisti, né hanno teso minimizzare l’emergenza sanitaria, ma hanno riflettuto sulle molte insensatezze del periodo. Si tratta degli avvocati Marcello Lugano, Claudia Marenzi, Antonio Rossi e Mario Villani insieme alla psicoterapeuta Michela Parodi. In particolare Marcello Lugano ha dedicato attenzione al tema dell’autocertificazione.

Avvocato Lugano, perché secondo lei le autocertificazioni sono state un esercizio privo di senso? «Parto da una premessa. Le traversie che il Governo ha dovuto affrontare in epoca di Covid-19 hanno portato ad un approdo normativo (ove per norma ci si riferisce unicamente alla decretazione d’urgenza) che porta, sotto diversi profili, a superare e quindi a violare diritti del cittadino di rango primario e costituzionale».

Come si è agito a livello governativo? «Con una successione temporale di normative spesso contrastanti che scade in una tendenza ad una regolamentazione compulsiva, a singhiozzo, a scaglioni. Ferma restando quella che molti interpreti hanno definito illegittimità totale della decretazione del Presidente del Consiglio dei Ministri (atto amministrativo come tale privo di potere d’impatto sui diritti primari), lo schema generale che si è seguito nell’istituire un meccanismo sanzionatorio diretto o indiretto nei confronti del cittadino è stato ed è oggetto di serrate critiche da parte degli operatori del diritto».

Cosa ha rappresentato tutto questo per i cittadini? «In pratica si è assistito e si assiste ad una decretazione a tratti non comprensibile, a tratti priva di sanzioni codificate, delegante a terzi soggetti un potere di verifica e di giudizio che appare quantomeno singolare. Se, come si è visto, si è corretto macroscopicamente il tiro con una schizofrenia normativa che ha dapprima sanzionato penalmente la violazione dei vari divieti (art. 650 c.p. Violazione di provvedimenti dell’autorità, palesemente inapplicabile per difetto di personalizzazione del provvedimento in senso tecnico), per poi operare (probabilmente per la prima volta nella storia della Repubblica e soprattutto a distanza di così poco tempo) una depenalizzazione ad opera della stessa fonte normativa che ha tradotto la condotta illecita in violazione sanzionata amministrativamente (e quindi nell’egida della Legge 689/81), il meccanismo delle “autocertificazioni” costituisce ulteriore involuzione del sistema, scaricando ancora una volta sul cittadino oneri e responsabilità che andrebbero poste a cura ed in capo all’organo accertatore».

Perché parla di “involuzione del sistema”? «Come molti sanno, i moderni sistemi giuridici e i moderni ordinamenti giudiziari sono basati e fondati su principi invalicabili che trovano fondamento nelle radici stesse del diritto, in fonti normative risalenti che costituiscono patrimonio della nostra civiltà, in fonti convenzionali che hanno recepito (con ratifica dei vari stati) detti principi, di fatto codificandoli. Per quanto riguarda il vecchio continente, fonte primaria e ratificata è certamente costituita dalla Convenzione Europea per la salvaguardia dei Diritti dell’Uomo, firmata in Roma il 4 novembre 1950, ratificata con legge dello Stato in data 26 ottobre 1955».

Può fare un esempio per aiutare tutti noi a capire di più? «Uno dei principi in oggetto, che nella specie è direttamente attinente, violato non tanto e non solo dalla decretazione emergenziale, quanto da quel coacervo di corollari sanzionatori che in qualche modo la assistono fungendo da gruccia che dovrebbe assisterla nella evidente zoppìa, è quella che trova espressione nella locuzione latina nemo tenetur se detegere: nessuno, in un moderno stato di diritto, può essere obbligato ad affermare la propria responsabilità. Oltreoceano omologo principio è sancito dal V emendamento della Costituzione degli Stati Uniti d’America. Stiamo parlando dei pilastri su cui poggia lo stato di diritto e in ultima istanza la stessa società civile».

Nel nostro Paese cosa è stabilito? «In Italia la prima fonte normativa che ha espressamente riconosciuto il suddetto principio è stata la Legge n. 932/1969, che ha modificato la stessa impostazione concettuale dell’interrogatorio in sede penale, normativizzando il diritto a difendersi e a non accusarsi e finanche – con operazione concettuale e garantistica ineccepibile – il diritto a mentire. La domanda che la decretazione ci pone a partire dal D.L. 19/2020, che viene considerato in qualche modo la madre di tutti i D.P.C.M., è se sia legittimo o meno che si chieda al cittadino di garantire per sé stesso, di confessare eventualmente una condotta illegittima, di certificare lo svolgimento di condotte al di fuori di qualsiasi previsione normativa. Va da sé che il presupposto logico giuridico per rispondere alla domanda è costituito da una analisi ontologica e deontologica articolata: quando una condotta è illecita?».

Dunque si parla semplicemente di “etica”? «Evidente che il concetto di etica non ha alcun pregio giuridico nella materia in questione, potendo al più essere considerato la base, l’oggetto mediato, persino una finalità cui la norma è teleologicamente diretta. Una condotta, sul piano normativo, è illegittima se e nella misura in cui collide con la previsione di obbligo ma non solo; è sempre necessario che sia legittima la norma che definisce la condotta stessa come doverosa, e, quindi, che sanziona una condotta antitetica. Il punto, di primissima importanza, trattato dai lavori di ricerca svolti dai miei colleghi, con riferimento alla normativa emergenziale, danno una risposta drasticamente quanto completamente negativa».

Cosa non funziona nel meccanismo dell’autocertificazione? «Con particolare riferimento alla tematica iniziale, ovvero la famosa autodichiarazione, nel gergo comune autocertificazione (divenuta oggetto di pubblico ludibrio per il susseguirsi nel tempo di una modulistica numerosa e mai statica anche nel tenore testuale…), la domanda è se sia corretto che si scarichi sul cittadino il dovere di autodenunciarsi. Al contempo occorre chiedersi se sia penalmente sanzionabile la condotta del cittadino che rifiuti di rispondere o che dichiari una cosa non accertata o non accertabile, o non conforme al vero. Una premessa ulteriore: per potersi parlare di “autocertificazione”, ovvero certificazione ad opera del cittadino, è necessario che egli sia chiamato a rendere una certificazione prevista da una legge. Nessuna legge dello Stato prevede alcunchè in subiecta materia».

Cosa prevede il Ministero? «È nella direttiva del Ministero degli Interni del 8/03/20 la genesi del meccanismo autodichiarativo poiché, richiamando gli artt. 46/47 del DPR 28/12/2000 n. 445, si impone di fatto un’autodichiarazione del cittadino nel senso indicato. La logica seguita va ovviamente interpretata secondo un’analisi di politica legislativa: il sistema, che non riesce a creare un circolo virtuoso e ad incentivare a spiegare, a premiare il rispetto delle regole, deve sempre necessariamente sanzionare, punire, andare alla ricerca stessa delle violazioni. Ecco, allora, che a fronte di una totale depenalizzazione delle condotte “vietate”, si introduce il deterrente della fattispecie penale per condotte di giustificazione, con l’avvertimento che la violazione può integrare due tipologie diverse di falso (in realtà nel modulo di autocertificazione si fa riferimento all’art. 495 c.p.). A mio parere è evidente che la patologia genetica che colpisce lo stesso meccanismo sanzionatorio e lo stesso “sistema delle regole” (ovvero il fatto che si verte in tema di materia sottoposta a riserva di legge trattandosi di beni di rango costituzionale) riverbera effetti travolgenti anche sull’autodichiarazione».

Il soggetto che si rifiuta di rendere autodichiarazione è punibile? Il soggetto che rilascia dichiarazioni non conformi al vero è punibile? «Di fatto non esiste la possibilità di ricondurre il silenzio nella tipizzazione di alcuna fattispecie penalmente sanzionabile, poiché si tratterebbe di una condotta omissiva atipica, e in realtà in nessuna delle fonti normative emergenziali si prevede una sanzione per la mancata autodichiarazione, posto che tale condotta sarebbe automaticamente sussunta nella violazione amministrativa base con sanzione amministrativa. Vi è in realtà poi da chiedersi se una dichiarazione non corrispondente ad un fatto accertato sia penalmente sanzionabile sotto il profilo della condotta codificata agli artt. 483 o 495 c.p.. L’art 495 c.p. punisce la condotta di chi dichiara o attesta falsamente al pubblico ufficiale l’identità, lo stato o altre qualità della propria o dell’altrui persona. La Corte di Cassazione si è lungamente occupata della struttura oggettiva del reato, giungendo a definirne nitidi ed invalicabili confini».

Esiste giurisprudenza in merito? «Con sentenza n. 7286/2015 il Supremo Collegio ha individuato la commissione del reato in parola specificando trattarsi della “condotta di colui che, privo di documenti di identificazione, fornisca ai carabinieri, nel corso di un controllo stradale, false dichiarazioni sulla propria identità, considerato che dette dichiarazioni – in assenza di altri mezzi di identificazione – rivestono carattere di attestazione preordinata a garantire al pubblico ufficiale le proprie qualità personali, e, quindi, ove mendaci, ad integrare la falsa attestazione che costituisce – per antonomasia – l’elemento distintivo del reato di cui all’art. 495 cod. pen., così come previsto nel testo modificato dalla legge n. 125 del 2008”. Tale indicazione viene ripresa nella pronuncia n. 29874/2017: “integra il reato di falsa attestazione o dichiarazione a un P.U. sulla identità o su qualità personali proprie o di altri (art. 495 cod. pen.) la condotta di colui che rende molteplici dichiarazioni, tutte fra loro diverse, in ordine alle proprie generalità, non rilevando, a tal fine, il fatto che non sia stato possibile accertare le vere generalità del dichiarante e che questi, in una sola delle molteplici occasioni, possa, eventualmente, avere detto il vero». È evidente che commetterebbe il reato in parola il cittadino che, ove fermato, dichiari false generalità, una residenza diversa da quella reale, uno stato civile frutto di fantasia, ma in nessuno caso una falsa dichiarazione attestante il “perché” si è in giro per la città. L’art. 495 c.p. presiede infatti alle necessità (il c.d. oggetto giuridico del reato) che un individuo sia identificato. La conclusione non cambia ove si affrontano le tematiche connesse all’art. 483 c.p., che afferisce alla condotta di chi attesti falsamente a pubblico ufficiale in un atto pubblico fatti dei quali l’atto è destinato a provare la verità».

Dunque l’autodichiarazione non è ammissibile? «La dottrina a mio avviso più attenta, esclude che l’autodichiarazione possa riguardare tale fattispecie, invero, è evidente che si ritornerebbe alla violazione del principio da cui si è partiti (nemo tenetur se detegere) ove si imponga al cittadino di autoaccusarsi. Sul punto si è autorevolmente rilevato che «non sempre è agevole stabilire in quali casi tale obbligo veramente sussista, una volta escluso che dallo stesso art. 483 sia ricavabile un generale dovere di veridicità nelle attestazioni che i privati fanno ai pubblici ufficiali» e che pertanto «in linea di principio il privato dovrà ritenersi tenuto a dichiarare il vero, ogni qual volta una norma giuridica ricolleghi specifici effetti a determinati fatti, allorché essi vengano da un privato attestati a un pubblico ufficiale che deve documentarne l’attestazione» (cfr. FIANDACA-MUSCO, Diritto penale pt. spec., vol. I, Zanichelli, 2008, p. 592). Il delitto in parola richiede peraltro quale elemento costitutivo integrante il c.d. “elemento oggettivo del reato” (o “tipicità della condotta”) un atto pubblico destinato a produrre effetti giuridici pubblici (gli esempi di quotidiano impatto sono l’atto notorio, la dichiarazione sostitutiva di notorietà, ecc.). Si è ritenuto, ad esempio, che nemmeno la falsa denuncia integri il reato di cui si parla. Solo per inciso si consideri che la giurisprudenza della Corte di Cassazione ha ritenuto non sussistente il reato all’art. 495 c.p. nella condotta di chi dichiari di aver smarrito la patente in realtà mai conseguita (Cass. pen. sez. V, 3.11.2011, n. 39610). È significativo che alcune Procure della Repubblica di Tribunali italiani abbiano, all’alba del coacervo di normative nel recente passato, chiesto l’archiviazione di procedimenti afferenti false dichiarazioni in autocertificazioni ritenuto che non integrassero i reati sopra citati».

Perché non si può punire chi dichiara eventualmente il falso? «Le ragioni di suddetta non punibilità risiedono nella “impossibilità di qualificare come attestazione penalmente valutabile la dichiarazione che non può ritenersi finalizzata a provare la verità dei fatti esposti”. In conclusione, parrebbe, a modesto avviso dello scrivente, che le considerazioni da affrontare siano le seguenti: la normativa emergenziale presenta anomalie di ogni tipo. Si consente, di fatto, ad un atto amministrativo emanato da un singolo soggetto istituzionale e immune da qualsivoglia controllo parlamentare, di imporre condotte che sono contrarie alla libera espressione e al libero esercizio di diritti di rango costituzionale. Si impongono obblighi dichiarativi che contrastano con la Costituzione, con norme trasnazionali, con una cultura della giurisdizione che guida la nostra legislazione dai tempi dell’impero romano. Forse è ancor più grave che si imponga al cittadino un obbligo di autodenuncia, di autoaccusa, violando un principio che trova sede nell’art. 24 della Costituzione (ivi è sancito il diritto inviolabile alla difesa)».

In conclusione tanti interrogativi e un sistema molto discutibile… «Al dubbio inerente alla legittimità delle richieste di autodichiarazione, si aggiunge l’oggettiva impossibilità giuridica che l’organo accertatore effettui sul momento indagini deputate ad appurare la veridicità dei fatti dichiarati. È certamente un dovere e un obbligo del cittadino quello di essere retto e sincero, non essendo eticamente e deontologicamente accettabile una condotta antitetica. Prima ancora, tuttavia, è certamente obbligo dello Stato quello di rispettare i diritti costituzionali del cittadino e di consentire ogni loro compressione, anche minima, solo per opera di una fonte normativa primaria promanata dal locus istituzionale che è espressione, in democrazia, della rappresentanza popolare, ovvero il Parlamento. Solo come annotazione sentimentale (finale e tristissima), occorre esprimere lo sconforto nell’assistere alla violazione di diritti che sono sanciti in una Costituzione che è ritenuta – a ragione – una delle migliori del mondo».

di Nicolò Tucci

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