Oltrepò Pavese – Borgo Priolo – Cicognola – Silvano Pastori, un Cavaliere di Gran Croce tra i vigneti dell’Oltrepò. Di Giuliano Cereghini

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Autunno di un tragico anno, il 2020, l’anno del Covid. Un vecchio signore di ottantanove anni, Signore nei modi e nell’animo, leggermente curvo sotto il peso dei tanti anni, “troppi” come soleva dire, appoggiandosi ad un nodoso bastone con la volta, uscì di casa accecato dal sole che tramontava dietro la collinetta che sovrasta la grande casa patronale e la cantina. Un rapido e violento temporale di fine estate, aveva inzuppato uomini e cose per pochi attimi. Le foglie gialle e rosse dei vigneti sulla collina parevano laccate a nuovo e gli uccelletti superstiti avevano ricominciato i canti che diradavano nelle prime ombre della notte. Silvano guardava il tramonto, le lussureggianti foglie colorate, sentiva quasi a toccarlo il profumo del mosto della nuova annata e guardava con orgoglio il figlio e i nipoti intenti a ricoverare i trattori e i macchinari che l’improvviso temporale aveva sorpreso all’aperto. Silvano, S.E. Silvano Pastori, Cavaliere di Gran Croce dell’ordine al merito della Repubblica Italiana, ma ancor prima agricoltore e grande imprenditore agricolo, sentiva il profumo intenso dei suoi mosti, ne distingueva razza, colore sensibilità senza vederli, senza toccarli materialmente. Riflettendo pensava che la grande pandemia, la peste dell’anno che andava finendo, aveva prostrato gli uomini, in qualche caso li aveva pur vinti, ma nulla aveva potuto e nulla poteva contro l’esplosione sana della natura, i colori di un tramonto o la poesia di un mosto che fermentava. Silvano Pastori era nato a Borgo Priolo il 13 gennaio 1931 da Pastori Felice agricoltore e Setti Maria donna di casa dedita a crescere con lui, i fratelli Franco e Bruno. Nel 1962 a Cigognola, sposò Piaggi Lidia di un anno più giovane. Nel 2020 festeggiò i cinquantotto anni di matrimonio con la compagna di una vita, circondato, quasi soffocato dall’affetto del figlio Giancarlo, dalla nuora Paola e dagli adorati nipoti Marco e Felice. Nei lontani anni trenta, Silvano ottenne la licenza elementare seguendo i regolari studi di cinque anni. A quel tempo pochi trascorrevano tanti anni a scuola: il bisogno obbligava spesso ad interrompere dopo tre anni gli studi, per aiutare la famiglia nel vigneto o nei campi. Iniziò il duro lavoro dell’agricoltore ma per lui la fatica diventa uno stimolo a migliorarsi, l’odore della terra, il profumo della terra per gli uomini veri come lui e le giovani viti che entrano in produzione con i primi grappolini dorati, segnavano il miracolo che guidava la sua vita. Prima contadino (da contado medioevale, che nobiltà nell’appellativo ormai desueto e sostituito da un freddo termine quale agricoltore, coltivatore del campo), lavoratore secondo la tradizione ma ricercatore di nuove metodologie, poi trasformatore illuminato di un prodotto eccezionale quale sa’ essere l’uva della prima collina di Borgo Priolo o dei degradanti vigneti di Cigognola. Da contadino a imprenditore, con la stessa passione, con la stessa serietà, con la sola differenza di dover sapientemente guidare uomini e donne nel vigneto prima e nella cantina poi. Il figlio Giancarlo, perito agrario e la nuora biologa portano in azienda tecnica enologica e cultura industriale, ma il cuore dell’azienda, l’esperienza sul campo e i rapporti umani con clienti e fornitori, rimangono privilegi dell’arsadù per molti anni ancora. Con il tempo il figlio Giancarlo diventa il riferimento aziendale e i nipoti Marco, perito agrario e Felice, perito agrario ed enotecnico gli ideali continuatori di un’azienda ormai consolidata nel panorama oltrepadano. I suoi nipoti. Spesso lo incontravo a Casteggio, al mercato del mercoledì o la domenica, invariabilmente accompagnato da uno o entrambi i nipoti. Lo vedevo avanzare traballante sul marciapiede verso il Caffè de Paris. Il fratello Bruno e la moglie Cristina lo accoglievano offrendo come loro solito il caffè, allargavamo il circolo e si parlava del più e del meno. Ricordo gli sguardi verso i nipoti, come solo un nonno sa’ guardare l’unico futuro che conosce. Ricordo anche le risate, mai scomposte perchè lui era un uomo di classe, mai sguaiato sempre presente a sè stesso. Rideva quando io gli descrivevo le luminose capacità agricole del fratello noto imprenditore meccanico ma negato alla campagna in tutti i suoi aspetti anche ai più secondari quali l’orto o il prato verde. Rideva di gusto, rispettando il fratello e mai canzonandolo.

Chiedo a Bruno Pastori, fratello minore, di parlami del congiunto scomparso: «Mio fratello era una bravissima persona, sempre ordinato, elegante anche da giovane. A 18 anni chiedeva con insistenza un paio di scarpe bianche che, a quel tempo, pochi si potevano permettere. Lo chiamavamo “William” da giovane, ad indicare un giovane elegante sempre ben vestito. Grande imprenditore, nato agricoltore con poco terreno, ereditò da zio Pipen e ampliò l’azienda, sposò poi Lidia da Cigognola ed ampliò ulteriormente l’azienda agricola. Nell’immediato dopo guerra iniziò a commercializzare il vino e negli anni sessanta, iniziò ad imbottigliare».

Grande imprenditore ma, come uomo, come lo definirebbe? «Un uomo generoso, giusto, ma molto generoso ed attento alle necessità dei poveri». La cognata Cristina aggiunge: «Era un uomo d’altri tempi, “un om d’una volta”, un gran bell’uomo distinto ed elegante che, vestito da lavoro, mai si sarebbe recato al mercato di Casteggio che frequentava abitualmente».

Un cavaliere di Gran Croce tra i vigneti d’Oltrepò lo definivo e sorrideva quando riprendevo qualcuno che lo salutava Commendator Pastori. Le sue onorificenze “al merito della Repubblica Italiana” iniziano nel lontano 2 giugno 1982: il Presidente Sandro Pertini lo nomina Cavaliere dell’ordine al merito della Repubblica Italiana. L’anno dopo lo stesso Presidente della Repubblica lo nomina Cavaliere Ufficiale. Il 27 dicembre 1986 il Presidente Francesco Cossiga lo nomina Commendatore. Il 22 Gennaio 1996 Papa Giovanni Paolo II, lo nomina Cavaliere dell’ordine di San Silvestro Papa. Il 29 maggio 2010 il Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro lo nomina Grande Ufficiale dell’ordine al merito della Repubblica Italiana. Il 2 giugno 1919 il Presidente della Repubblica Italiana, Sergio Mattarella, lo nomina Cavaliere di Gran Croce al merito della Repubblica Italiana. Per chi non pratica gli ordini cavallereschi, il Cavalierato di Gran Croce è la massima onorificenza civile dell’ordine al merito della Repubblica Italiana che è il primo degli ordini cavallereschi in Italia ed è presieduto dal Capo dello Stato. Questo il personaggio, tra i suoi vigneti con la sua gente ma apprezzato e riconosciuto da quattro Presidenti della Repubblica e da un Papa. Tralascio onorificenze della Camera di Commercio, della Regione Lombardia, dell’Arma di Cavalleria, della Banda musicale di Casteggio, dei Maestri del lavoro, della Federazione italiana Volontari della Libertà, dell’associazione Partigiani Osoppo-Friuli e persino del Club della Belle Epoque francese che lo nomina socio onorario il 30 Maggio 1987. Chiunque al posto suo avrebbe esibito ‘sto campionario con legittimo orgoglio e magari un pochino di superbia. Non Silvano: un signore d’altri tempi che viveva il suo lavoro, l’amicizia di molti, la devozione di alcuni, con la semplicità degli animi nobili. Ecco, Silvano pareva un Signore d’altri tempi capitato per caso in questa assurda società dove la visibilità e l’esibizionismo fanno perennemente premio alle azioni, alla concretezza della vita e alla signorilità d’animo. Ha lasciato una profonda traccia, il suo essere senza voler apparire incantava chiunque lo avvicinasse. Al suo funerale, Don Tonino Moroni, parente della moglie, citando i riconoscimenti a lui riconosciuti, ebbe a dire: «Le sue tante, meritate onorificenze sono solo la cornice di un gentiluomo che aveva le carte in regola come uomo, cittadino e cristiano. Ricordo in particolare la profonda amicizia che lo legava a Mons. Bongianino, allora Vescovo di Tortona ed alla di lui mamma che ospitava abitualmente nella tenuta di Borgo Priolo».

Don Tonino, lei che l’ha conosciuto da giovane, come lo definirebbe con una parola? «Silvano da giovane era un gran bell’uomo, un cavaliere nell’animo prima ancora di riceverne l’investitura dal capo dello Stato. Una bella persona, pulita, compendio di tutte le virtù umane e cristiane».

Il quadro che emerge dettaglia un uomo forte, distinto e generoso oltre che capace. Chiedo ai nipoti Felice e Marco, giovanissimi rampolli di casa Pastori, chi fosse nonno. All’unisono rispondono convinti: «è stato un grandissimo uomo, prima ancora che nonno. Ci ripeteva spesso “amate la vita e non abbiate mai paura ad affrontarla. Lavorate però godetevi ogni attimo della vostra esistenza perchè è prezioso e non ritorna”. Tanti i momenti spensierati con lui, la sua saggezza, i suoi insegnamenti, le crociere e le gite in tutti i paesi d’Italia che conosceva o voleva scoprire. Un grande uomo che vorremmo poter imitare almeno in parte».

Avete lavorato con vostro nonno? «Abbiamo iniziato a lavorare sin da bambini nell’azienda di papà Giancarlo con nonno che saltuariamente si presentava in campagna o in cantina».

Vostra nonna tribolava nell’accontentarlo a tavola? «Assolutamente no, a lui bastava un piatto di spaghetti al pomodoro e po’ di buona armonia e il suo pranzo era perfetto».

Oltre che dei nipoti di chi era innamorato? «Amava molto Claudio Villa e la sua voce tenorile, il Gigante John Wayne a cui un pochino rassomigliava anche nella camminata, il suo magico Milan di cui ricordava non solo i tre olandesi delle tante coppe dei campioni, ma persino il lontano trio Gre-No-Li. E da ultimo, ma non per ultima, la sua splendida Claudia Cardinale che considerava bravissima e bellissima».

Forse qualcuno può pensare che un Cavaliere di Gran Croce potesse essere sprecato tra i vigneti d’Oltrepò, che altri palcoscenici ben più prestigiosi potessero essere percorsi da un uomo siffatto, ma chi ha avuto la fortuna di conoscere Silvano Pastori, Signore nell’animo prima che nelle insegne, sa perfettamente che quella era sua dimensione: tra la sua gente, tra i profumi dei mosti e le brezze primaverili che accarezzavano i germogli dei tralci di vite. Sull’uscio di casa a rimirare la sua collina con il sole che scendendo dietro la collina, salutava gli uomini veri come lui dandogli appuntamento ai primi palpiti di un mattino fresco di rugiada.             

di Giuliano Cereghini

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