OLTREPÒ PAVESE – BRONI – EDIFICI “DA SALVARE” INDIVIDUATI CON LA DIDATTICA A DISTANZA

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La diffusione del coronavirus sta modificando radicalmente il sistema scolastico italiano. Per la prima volta nella storia le scuole rimangono chiuse e si assiste ad una transizione epocale verso l’e-learning dopo anni di lezioni in aule e libri cartacei. In poche settimane, studenti e professori si sono ritrovati all’utilizzo obbligatorio di strumenti virtuali per poter portare avanti lezioni ed esami. Una rivoluzione straordinaria del sistema formativo nazionale che sicuramente condizionerà il suo modo di funzionare anche quando l’emergenza sarà alle spalle. Abbiamo incontrato il professor Filippo Pozzi che, alla sua prima esperienza didattica al Liceo di Broni, ha dovuto affrontare i problemi legati al nuovo tipo di coinvolgimento degli allievi attraverso la DAD (didattica a distanza)

Filippo Pozzi docente di Disegno e Storia dell’Arte presso il Liceo di Broni, da quando è iniziata la scuola ha avuto l’opportunità di svolgere didattica in presenza nelle sue classi? In quali classi insegna? «Ho effettuato la presa di servizio il 30 ottobre 2020 ma da quel momento fino allo stato attuale delle cose non ho ancora potuto vedere di persona i miei studenti a causa dell’emergenza sanitaria che stiamo affrontando. Faccio parte di quei docenti che hanno preso servizio direttamente in modalità didattica a distanza, la famosa DAD, con tutto ciò che ne consegue nel bene e nel male. Si tratta del primo anno in cui insegno questa materia e ne sono molto entusiasta, inoltre è la prima volta che lavoro in questo istituto. Insegno Disegno e Storia dell’Arte nelle classi di scienze applicate: 2BSA, 3ASA, 3BSA, 4ASA e 4BSA. Di certo questa distanza non aiuta a relazionarsi con i colleghi e gli studenti, soprattutto per chi come me non ha ancora avuto l’opportunità di svolgere didattica in presenza. Siamo separati dagli schermi e questa tecnologia informatica (meno male che esiste) ci permette sì di comunicare, ma devo dire che rispetto alla didattica in presenza è tutto molto freddo dato che si comunica con mail e video lezioni. La scuola non significa soltanto didattica, possiede una forte componente relazionale e sociale che in questo momento non riesce a svilupparsi ed è una conseguenza diretta della DAD. Questa modalità didattica per sua natura, non riesce a colmare il vuoto sociale e relazionale che in modo silente si sta creando. Resto comunque fiducioso per il futuro, auspicandomi che la situazione di emergenza sanitaria migliori al più presto, sarebbe un peccato che i ricordi scolastici degli studenti dei giorni nostri siano le video lezioni e non per esempio le gite o più in generale quel senso di appartenenza ad un gruppo».

Quali difficoltà ha incontrato ad insegnare la sua materia attraverso la DAD e che cosa si è inventato per cercare di coinvolgere al meglio i suoi alunni? «L’ostacolo maggiore sta nel comprendere le dinamiche del gruppo classe e il livello di partecipazione alle lezioni. Può capitare che uno studente sia collegato alla video lezione, ma di fatto potrebbe anche essere assente, dalle espressioni dei volti è un po’ più semplice capire se si ha di fronte qualcuno interessato o meno. Insomma la mancanza del linguaggio non verbale si fa sentire, in presenza la partecipazione è più attiva e la lezione è sicuramente più stimolante. Per questo motivo spesso cerco di coinvolgerli nella lettura delle opere d’arte mostrando a loro un dipinto, un complesso architettonico o una scultura e chiedendo di descrivere semplicemente ciò che si osserva. Di solito propongo questo esercizio senza aver ancora affrontato l’autore o l’opera, perché credo che le persone siano troppo abituate a guardare e non ad osservare. Il risultato ottenuto è che ciascun studente nota particolari e dettagli differenti dell’opera. Appena sono venuto a conoscenza di questo ruolo che mi è stata affidato non nascondo di aver avuto un leggero smarrimento per il fatto di essere la prima esperienza in materia; ma grazie ai miei studi pregressi in architettura del paesaggio, ho subito elaborato una proposta progettuale per gli studenti. Ho cercato di coinvolgerli ulteriormente proponendo un’indagine sulle emergenze storico-culturali del territorio. Ciascun studente aveva il compito di scegliere un edificio che reputasse rilevante (meglio se abbandonato o in disuso) nei pressi della propria abitazione o del proprio territorio comunale per poi analizzarlo sotto diversi aspetti. L’obiettivo era quello di realizzare una scheda o una presentazione per comprendere la tipologia dell’edificio, la proprietà, l’accessibilità, la fruizione, lo stato di conservazione ed il contesto che lo circonda. Era necessario recarsi sul posto per scattare delle fotografie oppure, solo per chi voleva cimentarsi, per realizzare dei disegni a mano libera. In alternativa si poteva eseguire un rilievo con la carta da lucido. Chi ha scelto un’emergenza lontana dalla propria residenza per motivi di interesse, o chi non aveva la possibilità di spostarsi, ha cercato il materiale fotografico su internet».

Quale è stata la risposta degli allievi alle sue proposte? «Devo dire che sono rimasto molto stupito dai lavori di gran parte di loro, alcuni studenti addirittura si sono recati negli archivi comunali e parrocchiali per recuperare planimetrie e immagini storiche citando anche le fonti. Pochi hanno dimostrato difficoltà, forse alcuni per mancanza di entusiasmo e come dargli torto in questo periodo; altri forse non erano abituati ad affrontare progetti di natura creativa, ma tutto sommato in generale se la sono cavata bene. L’ostacolo principale per alcuni è stato quello di trovare le fonti da cui ricavare le informazioni sulle emergenze storico-culturali meno conosciute, in quel caso si sono avvalsi delle fonti orali ottenute dalle persone più anziane del posto. L’intento era quello di stimolare gli allievi per realizzare qualcosa di diverso dall’ordinario, ciascuno ha sviluppato un proprio percorso personale e progettuale dall’inizio alla fine. Questo progetto era un modo per fare lezione all’aperto senza la mia presenza; ma soprattutto è stata anche un’occasione per passeggiare nei pressi del proprio comune e prendere coscienza delle poco acclamante, ma numerose emergenze storico-culturali che si trovano nell’Oltrepò Pavese. Purtroppo non è stato possibile organizzare visite ai musei che attualmente sono ancora chiusi, ho voluto far comprendere a loro che alcune piccole opere d’arte seppur modeste, si trovano sotto i loro occhi a pochi passi da casa e la storia dell’arte può essere anche una materia molto concreta».

Quali monumenti e in quali paesi sono stati presi in considerazione dai ragazzi? «Le emergenze storico-culturali sono davvero numerose e variegate, devo dire che molte non le conoscevo affatto, sono contento che ci sia stato un arricchimento reciproco. L’indagine ha fatto emergere 50 strutture elencate qui in seguito: •Basilica Minore di San Pietro Apostolo a Broni, •Borgo storico di Golferenzo, •Campanile della Beata Vergine Maria Assunta a Portalbera, •Cantinone medievale a Pietra de Giorgi, •Cappella del Monte di San Contardo a Broni, •Cappella della Madonna del Rio Frate a Broni, •Cascina La Torretta e Cascina Campagna a Belgioioso, •Castello di Arena Po, •Castello di Borgonovo Val Tidone, •Castello di Canneto Pavese, •Castello di Castelletto di Branduzzo, •Castello di Cigognola, •Castello di Montalto Pavese, •Castello di Montecalvo Versiggia, •Castello di Montù Beccaria, •Castello di Mornico Losana, •Castello di Oliva Gessi, •Castello di Pinarolo Po, •Castello di Santa Giuletta, •Castello di Verde a Colli Verdi, •Castello di Volpara, •Castello di Zavattarello, •Chiesa dei Santi Cosma e Damiano a Mornico Losana, •Chiesa di S. Marcello in Montalino a Stradella, •Ex cantina sociale a Broni, •Ex ospedale a Stradella, •Ex ospedale Arnaboldi a Broni, •Ex scuola elementare Paolo Baffi a Broni, •Idroscalo a Pavia, •Mulino Mangiarotti a Broni, •Museo della fisarmonica “Mariano Dallapè” a Stradella, •Oratorio di Santa Maria della Neve a Casanova Lonati, •Palazzo Bellisomi a Montebello della Battaglia, •Palazzo Isimbardi a Stradella, •Parrocchia dei SS. Rocco e Martino a Redavalle, •Parrocchia del Ss. Nome di Maria a Santa Maria della Versa, •Parrocchia della Beata Vergine Maria Assunta a Portalbera, •Parrocchia N.S. di Fatima a Pometo, •Parrocchia Santi Nabore e Felice a Stradella, •Pieve della Madonna dell’Uva a Montecalvo Versiggia, •Pilastro storico di San Martino in Strada a Redavalle, •Rocca di Montalino a Stradella, •Rocca di Pietra de Giorgi a Pietra de Giorgi, •Santuario di Santa Maria della Passione a Torricella Verzate, •Torre di Soriasco a Santa Maria della Versa, •Torre di Stradella a Stradella, •Torre di Zenevredo a Zenevredo, •Via Francigena a Campospinoso, •Villa Naj a Stradella, •Villa Nuova Italia a Broni».

Che tipo di progetto ha elaborato con i ragazzi per l’eventuale recupero dei monumenti? «In questa prima fase i ragazzi si sono dedicati all’individuazione delle emergenze storico-culturali e ad un’analisi delle stesse. Successivamente si passerà alla fase progettuale dove ciascuno di loro dovrà elaborare delle idee, anche le più fantasiose, per poter recuperare o semplicemente ripensare a questa eredità che abbiamo ricevuto dal passato. Alcune strutture versano in cattive condizioni e hanno perso la loro funzione iniziale, diversi monumenti vengono vissuti e nel tempo sono cambiate soltanto le destinazioni d’uso. Dall’indagine è emerso che in alcuni casi manca la cartellonistica informativa oppure globalmente la situazione non è proprio decorosa. D’altro canto sono emersi alcuni esempi virtuosi di restauri e progetti di valorizzazione che utilizzeremo come riferimenti positivi. Pertanto chiederò ai ragazzi di meditare sulle nuove funzioni che potrebbero avere gli edifici in un’ottica post Covid-19 dove gli spazi aperti la faranno da padrone e il turismo lento/sostenibile prenderà sempre più piede. Sarà loro compito saper comunicare alla classe il proprio progetto (e perché no, agli enti su cui insistono queste strutture) e dimostrare che con la cultura si mangia eccome, ma credo che non ci saranno ostacoli su questo fronte».

Quindi un modo nuovo di apprendere ed essere coinvolti in prima persona sul territorio, una bella esperienza per i ragazzi. Si ritiene soddisfatto della metodologia che ha adottato e intende svilupparla ulteriormente per ottenere risultati migliori? «I risultati ottenuti sono andati oltre quelli attesi, mi reputo molto soddisfatto del loro impegno, soprattutto considerando la situazione di emergenza sanitaria in cui ci troviamo dove il futuro è ancora incerto, ma non bisogna farsi prendere troppo dallo sconforto, può essere deleterio e non possiamo permettercelo. L’obiettivo era quello di far uscire fisicamente i ragazzi dalle proprie abitazioni in un periodo di clausura, nel rispetto dei vari DPCM, per renderli partecipi di ciò che li circonda, ma l’intento era anche quello di farli spaziare con la mente per innescare in loro il processo creativo. Mi accontenterei di aver fatto incuriosire o appassionare anche solo uno studente alla materia e al tema dei beni culturali in generale. Ci tengo a dire che questi monumenti ci appartengono, sono molto fragili e necessitano di una continua tutela e capisco che le fonti economiche vanno cercate con il lanternino, ma bisogna farlo. Inoltre gli strumenti legislativi ci sono, a partire dall’Articolo 9 della Costituzione e non a caso sto affrontando con loro la Convenzione Europea del Paesaggio nell’ambito del progetto di Educazione Civica. Detto questo, vorrei lanciare un monito alle amministrazioni, ai gruppi culturali locali, ma a tutti in generale, con il fine di porre l’attenzione su questa tematica perché in un’ottica post Covid-19 potrebbe rivelarsi la nostra salvezza e dovremmo essere pronti».

di Gabriella Draghi

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