OLTREPÒ PAVESE – CASTEGGIO – PINUCCIO DELLA TORRE, UN GENTILUOMO TRA I TESSUTI

170

Caro Pinuccio, vorrei iniziare così una lettera per il mio amico. Caro Pinuccio, quanta tristezza nel vedere abbassata la serranda del tuo negozio in via Roma. “Tessuti Della Torre” sull’insegna e sulla tenda, ma la porta d’ingresso e la serranda che la protegge sono irrimediabilmente chiuse. Da tanti giorni ormai, troppi! Dopo centodue anni di aperture costanti e continuative, senza ferie o malattie, la vecchia serranda non apre più.

Il mitico omino di ferro che ogni mattina, piovesse o nevicasse, l’afa sciogliesse i sorrisi o il freddo gelasse anche i sentimenti, Pinuccio Della Torre, dopo aver preso il caffè al piano superiore con mamma prima e il fratello poi, cascasse il mondo alle otto era in negozio, alzava la scricchiolante serranda e al primo cliente che sbirciava dalla porta a vetri, apriva sorridendo accogliendolo con la cordialità riservata agli animi nobili.

Pinuccio era così: schivo, elegante in perenne giacca e cravatta anche con la canicola ferragostana, educato e rispettoso come pochi, sorridente e positivo sempre. Filippo Della Tore, per tutti Pinuccio, aveva ottantatre anni, settanta dei quali con la forbicina in mano a servir clienti, ad ascoltarli, a restar calmo anche se per scegliere uno scampolino, qualche signora dai modi subdoli ed affettati, gli smontava letteralmente il negozio. Sorrideva mentre riponeva le stoffe arrotolandole o piegandole con cura, dopo il passaggio dell’Attila in gonnella, sorrideva. Ti guardava con aria rassegnata e ti sorprendeva con “l’è al me masté!” (è la mia professione)

Amico di tutti: parenti, clienti, amici storici o semplici conoscenti; amico con il cuore, con il suo sentire buono, con un sorriso sincero non vuote parole o blandizie ipocrite.

Se n’è andato in silenzio com’era vissuto, la notte dell’11 Marzo di questo funesto 2020, rapito da una bestiaccia implacabile che ha colpito e terrorizzato il mondo intero. Pochi anni or sono, nel 2016, aveva ricevuto dalla Camera di Commercio di Pavia una targa per gli oltre cinquant’anni di attività svolta in un negozio che a quel tempo, stava per compiere i cento anni di vita. Nel 2018 il suo era diventato negozio Storico di Casteggio premiato dal Comune e dalla Camera di Commercio di Pavia per gli oltre 100 anni di attività.

L’avventura del negozio di tessuti Della Torre, era iniziata tanti, tanti anni prima, un mercoledì. Il sei Novembre 1918, alle ore otto il sarto Filippo Della Torre, detto Filipë, il nonno di Pinuccio, apriva per la prima volta il negozio in via Roma a Casteggio. Era il sei Novembre 1918: due giorni prima era ufficialmente terminata la prima guerra mondiale. Il 4 Novembre 1918 alle ore 12, veniva pubblicato il Bollettino di Guerra n. 1268: “La guerra contro l’Austria-Ungheria è finita. I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo, risalgono in disordine e senza speranze, le valli che avevano disceso con orgogliosa sicurezza”. Firmato Armando Vittorio Diaz, Capo di Stato Maggiore e Comandante Supremo del Regio Esercito.

Il lunedì verso sera il messo comunale aveva affisso copia del bollettino alla bacheca comunale di via Roma e Filippo il sarto, con altri curiosi, lo aveva letto con attenzione. Si era ripromesso di aprire il suo negozio a fine guerra e il tempo era venuto. La guerra era finalmente finita e Filipë, il giorno di mercato successivo, mercoledì, avrebbe aperto il negozio già allestito e pronto per la futura attività. Aveva preparato da giorni i mantelli (tabar o farië) e le mantelline (fariulë o mantlën) di panno nero o grigio che aveva confezionato tempo prima in attesa del grande giorno. Un grande tavolo rotondo occupava il centro del negozio, su uno scaffale a quattro ripiani di legno addossato alla parete, erano poggiati in bella vista, mantelli e mantelline.

Sulla parete di fronte due lastre di legno sorreggevano pochi rotoli panno o di velluto e qualche pacchetto quadrato di pesante fustagno per pantaloni o gilet dalla enorme tasca interna in cui venivano riposti grandi portafogli a fisarmonica spesso desolatamente vuoti. Tutta la merce era da uomo: il sarto Della Torre era specializzato ed esperto nel realizzo di tabarri su misura ma, all’occorrenza, sapeva eseguire altri lavoretti quali pantaloni e gilet da uomo.

L’aria fresca di novembre pareva carezzargli il viso mentre rimirava dalla porta aperta del negozio, uomini cose ed animali che animavano lo storico mercato di Casteggio. Attendeva il primo cliente. Un conoscente di Montalto, si fermò sulla soglia, lo salutò e mentre con gli occhi indagava il nuovo negozio, chiese: “véndat i tabar?”

Centodue anni or sono il primo cliente del negozio Della Torre, acquistava da Filipë un tabarro! Lüis, l’agricoltore di Montalto, era sceso a valle ai primi chiarori dell’alba, con una giovenca alla cavezza; alle otto già l’aveva venduta, aveva intascato il gruzzoletto deciso ad investirne una parte nell’acquisto di un mantello per l’inverno. Sul far della sera risaliva la valle verso casa, avvolto nel pesante indumento che, di tanto in tanto, carezzava con il dorso della mano callosa. Sorrideva; aveva ben investito i danari ricavati dalla vendita della magra bestiola. Pensava a lei con nostalgia ma accarezzava volutamente il panno morbido del tabarro con gli occhi lucidi di felicità. Qualche ora prima, mentre il vecchio provava e riprovava mantelli e mantelline, la luce dei suoi occhi aveva convinto il sarto sulla giustezza della professione scelta e non  sbagliava.

La guerra avrebbe restituito soldati malvestiti, affamati e delusi da una vittoria che non aveva risolto i loro problemi anzi, ne aveva creati. Le calde mantelline di panno, in dotazione militare, erano state riconsegnate e rimpiante dai guerrieri delle trincee.

Appena a casa, rinunciando anche all’indispensabile, correvano da Filipë per un tabarro o una mantellina. Parevano esorcizzare il freddo, la povertà le delusioni, con un caldo indumento che li abbracciava senza nulla chiedere. Per la verità nonno Filippo “qualcosa” chiedeva, spesso a rate coincidenti con la vendita di frumento, fieno, uva o vino e persino uova del pollaio.

Soldi, tanti soldi, nulla veniva perso, senza cambiali o notai: bastava la parola. Nonno Filipë si sposò ed ebbe due figli Giusto e Guido. Guido Della Torre, a sua volta, sposò Igina Ciavini da Mornico (Cavigèra per la precisione). Dalla lunga e felice unione nacquero due figli. Il 16 Febbraio 1937 al primo viene posto nome Filippo. Mamma Igina temendo però il ripetersi del soprannome di nonno Filipë, non lo chiamerà mai Filippo ma Pinuccio, vezzeggiativo impossibile da storpiare come da abitudine paesana d’allora. Per tutti Pinuccio Della Torre, il mercante di stoffe.

La persona più buona, sorridente, gentile ed educata che chiunque possa incontrare.

Torniamo ai figli di Filipë, Giusto e Guido, rispettivamente zio e padre di Pinuccio.

Giusto, il primo dei fratelli, entrò nel negozio come sarto senza amare il mestiere: tentò di diversificare l’attività eseguendo vestiti da uomo, ma ebbe poca fortuna. Si narra di un suo amico che doveva sposarsi e che voleva un bel vestito, ben confezionato. Giusto rassicurò il malcapitato: prese le misure poggiando l’amico contro la parete e disegnando il contorno della figura con il gesso.

Miracolosamente la giacca ne usci di misura o quasi, pendeva leggermente da un lato. I pantaloni presentavano due “piccoli” inconvenienti: erano molto lunghi e non chiudevano alla cintura. Giusto sorridendo, tranquillizzò lo sposo, realizzò un ampio risvolto non richiesto e con due robuste spille da balia chiuse quasi ermeticamente i pantaloni. Dopo quest’avventura sartoriale si convinse che la stoffa non faceva per lui. Con i soldi di famiglia acquistò la fornace sorta in periferia di Casteggio, iniziò un’attività nuova, fece un sacco di denari, spese il sacco di soldi di prima ed altro avuto delle banche, fallì dopo una vita di follie e, purtroppo, mori giovane in un incidente d’auto.

Con lui finirono in fumo i risparmi familiari come ebbe a confidarmi Pinuccio senza una parola cattiva nel ricordo dello zio. Guido, il padre Guido, si occupò con passione del negozio: lo allargò acquisendo i locali adiacenti del sarto Casarini, lo abbellì, ampliò il campionario a disposizione dei clienti aggiungendo grandi quantità di stoffe e tessuti per uomo e donna, biancheria da corredo per giovani spose o stagionate vedove in cerca di nuove avventure.

Pinuccio mentre ancora frequentava le Medie prima e le Commerciali a Voghera poi, già lavorava in negozio innamorato di una professione che pareva nata per lui. Ampliò ulteriormente il negozio ed aggiunse tagli su tagli di stoffa per uomini, donne, giovani e bambini. Telerie, biancheria e tagli di stoffe pregiate, sino a divenire un punto di riferimento nel settore della Provincia di Pavia ed oltre. Mentre imperava la confezione ed i commercianti di stoffa di Voghera e Pavia chiudevano i rispettivi negozi, Pinuccio resisteva imperterrito in giacca e cravatta, con un radioso sorriso sulle labbra a supporto della qualità delle sue stoffe, con la pazienza di chi ha scelto di rapportarsi di continuo con le donne.

Esseri superiori, regine delle case che governavano con autorità (ärsädur), decise nelle grandi scelte della vita ma perennemente in imbarazzo tra due tinte quasi simili, un rigato o un quadretto appena accennato, la qualità del materiale o il relativo costo.

Tre svaghi innocenti che non intaccavano mai la canonica apertura del negozio: la caccia con il cane da ferma che praticava la domenica pomeriggio e nella mattinata di lunedì, la pesca per pochi mesi all’anno e qualche gita negli amati boschi alla ricerca di profumati boleti che esibiva con orgoglio al ritorno, oltre, s’intende, una cappatina al bar ogni sera che il buon Dio manda sulla terra. 

Per oltre cinquant’anni con i vicini di casa, mai una parola più forte di un’altra, mai uno sguardo torvo, una sgarberia o un rimprovero. Mai una cattiveria o una maldicenza anzi, pronto ad apprezzare il frutto dei suoi comportamenti da signore.  All’amata Lucia moglie e compagna di lavoro diceva: “sum bën furtunà a vegh di vsën insì” (siamo fortunati ad avere questi vicini). Siamo noi i fortunati Pinuccio, ovunque tu sia so che mi stai ascoltando, come hai sempre ascoltato tutti nella vita. Ovunque tu sia ringrazio te e il buon Dio d’avermi concesso il privilegio di conoscerti, di esserti stato vicino di casa, di aver goduto del tuo rispetto e della tua amicizia, di aver scambiato con te qualche battuta che alleggeriva il ritmo frenetico e folle di una vita che spesso ci riserva soluzioni tragiche come la tua.

Ti starai impegnando a caccia o a pesca nei beati territori celesti, richiamerai con insistenza un cane che non ti vuole obbedire, commenterai sorridendo con Milanés, Geni e Bunë tuoi storici compagni d’avventure, senza mai perdere il tuo aplomb di signore vero. Se ti riesce, rivolgi il tuo sguardo in via Brodolini al 27 e 29, al tuo springer spaniel che ancora mugula non appena sente il rumore di una Panda.

Rivolgi uno sguardo buono alla tua Lucia, a Paolo e Sabrina, ai tuoi vicini Giuliano e Teresa ed a tutti i tanti amici che ringraziano il Buon Dio d’averti conosciuto, di aver avuto il piacere di vederti e sentire la tua voce calma e gentile. Grazie amico, di esserci stato, grazie di essere ancora nei cuori e nella memoria di chi non può dimenticare un gentiluomo in giacca e cravatta.

di Giuliano Cereghini