OLTREPÒ PAVESE – CASTEGGIO – RICORDO DI UN AMICO: VINCENZO MARTINOTTI, IL MITICO “BORMAN” di Giuliano Cereghini

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C’era una volta un menestrello padano a nome Vincent Martin, suonava, cantava, con un sorriso triste che gli segnava il viso buono; Vincenzo non c’è più. O forse no, forse è solo un sogno. Purtroppo il mitico “Borman”, Vincent Martin per gli amanti del liscio, ci ha lasciato, non è un sogno!

Correva l’anno 1979, un secolo fa, Vincenzo mi avvicinò a Casteggio, mi chiamò con quella voce leggermente roca che durante le serate da ballo udivo dedicarmi qualche canzone del repertorio dei Lord, spesso la mitica “Cesarina”, mi guardò serio e mi disse: “Ho sentito che stai costruendo delle villette a Casteggio con una Cooperativa, c’è qualche possibilità?”. Fui felice di poter rispondere “Sì, si è appena ritirato un socio della Cooperativa Tre Noci e sarà mia premura accoglierti ed assegnarti un lotto di terreno”. Dopo pochi anni, ultimate le villette, ebbi il privilegio di averlo come vicino di casa, dopo averlo conosciuto come musicista componente del mitico complesso dei “Lord”. Faceva parte di questa formazione oltrepadana, e ne era parte importante. Vincenzo detto “Borman”, in un complesso senza capi, era comunque il riferimento di tutti gli orchestrali compagni d’avventura e del pubblico che a lui e a Giorgio si rivolgeva per le richieste musicali.

Divenne socio della Cooperativa di cui ero presidente, fu assegnatario di un lotto di terreno prospicente la piazza di via Brodolini a Casteggio e per i successivi quarant’anni, gradito vicino di casa. Bastava che mi avviassi allo sfalcio dell’erbetta del giardino, per vederlo spuntare dal fondo della piazza, con quella sua tipica andatura lenta e dondolante, con quel sorrisetto malizioso appena accennato. Ci scambiavamo qualche notizia, correvano battute salaci ma mai volgari. Mi guardava con quegli occhi chiari, leggermente a mandorla, all’orientale per intenderci, con la perenne scriminatura nei capelli castani ben curati e con un leggerissimo sorrisetto quasi impercettibile a segnare il volto buono di un uomo vero, introverso, sincero, galantuomo e gentiluomo. Ci raccontavamo fatti di vita, spesso del nostro passato lontano (tre anni ci dividevano). Mi ricordava i suoi inizi musicali con il complesso di “Ramon e gli evasi”, mitico gruppo dei primi anni settanta. Si erano affidati a un menager locale che, dopo alcune apparizioni (lui li chiamava “servizi”) in locali secondari del pavese, procurò un’importante scrittura in un locale milanese di viale Certosa. La grande occasione!

Ramon invitò i componenti del gruppo a rinnovare il guardaroba di scena, tra l’altro a loro spese. Investendo parte dei loro sudati risparmi, acquistarono un completino, giacchetta e pantaloni, a righe bianconere (gli evasi, appunto!). E venne il grande giorno, la grande serata: partenza per Milano alle prime ore del pomeriggio, con le due autovetture stipate all’inverosimile di strumenti musicali, orchestrali e speranze, tante speranze. Ridendo continuava a raccontare quell’avventura dei suoi anni giovanili: “nè sucës ät tut i culur; una ghitara lä suniva no, un ämplificatur l’era mut e, pär cumpletà l’opera, Ramon col so pas a dondolo pärchè l’era un pò sop, al sè sciäncà i calson sbäsändäs a cätà su un microfono balarê” (è successo di tutto, una chitarra elettrica non suonava, un amplificatore era muto e non amplificava e, per completare l’opera, Ramon con il suo passo dondolante data la leggera zoppia, s’era rotto i pantaloni della divisa abbassandosi improvvisamente, per raccogliere un microfono caduto dal supporto. Per colmo della sfortuna la rottura avvenne in una parte innominabile e non esistevano pantaloni di ricambio.

Per tutta la serata Ramon si mosse sul palco non girandosi mai, ma volgendo la parte ammalorata ai sui orchestrali che ridevano di gusto. Fu l’unico momento di ilarità; a Dio piacendo, la serata finì e dopo aver stivato gli strumenti di lavoro sulla seicento multipla del capo orchestra, si presentarono al proprietario del locale per il compenso pattuito per il “servizio”. Questi seduto ad una scarna scrivania sul retro del palchetto, li squadrò a lungo senza parlare.

Temettero un improvviso scoppio d’ira e un congedo a pedate, ma il vecchio milanese, trasse da un cassetto le banconote, le contò lentamente e consegno il magro compenso a Vincenzo che gli era prossimo. Ramon sollevato chiese se tutto fosse andato per il meglio e l’impresario sempre calmo, rispose: “l’unica roba giusta l’è la divisa a rig da cärcerà”. Si interruppe un attimo quasi a ripigliar fiato e continuò: “èco li l’è äl post c’ä duvrisäv frequentà; di dätrà fiê, cämbì mëste”. La sintesi del signore milanese fu chiara (l’unica cosa a posto era la divisa a righe da carcerati, simbolo del luogo dove avrebbero dovuto essere rinchiusi come musicisti. Ultimo consiglio: “cambiate mestiere”.

Come inizio non era male, ma ben altro occorre per fiaccare la pervicace determinazione di un baldo oltrepadano. L’occasione si ripresentò con i Lord. Il complessino era stato fondato anni prima da un cantante-batterista a nome Giorgio Saviotti da Borgoratto Mormorolo. Scarso batterista ma grandissima voce solista, decise di rifondare il complesso con elementi validi che ne elevassero il tono e le prestazioni. Giorgio dei miei anni giovanili, anche lui rapito di recente da quel maledetto Virus che ha funestato il mondo nella primavera del malefico anno bisestile 2020. L’ho sentito cantare sessanta anni or son, mentre servivo messa a Borgoratto, parroco don Ettore Cazzullo. Ragazzino di una decina d’anni, intonava elegie sacre con una potenza di voce e un’intonazione degna di un grande tenore.

Vincenzo Martinotti venne scelto tra i primi, chitarra basso e voce solista di buona impostazione. Poi Vedaschi da Pietra de Giorgi, valido fisarmonicista maniaco della sua lucida e imbrillantinata capigliatura. Seguirono Guido al sax e clarino, Roberto alla batteria e da ultimo il tastierista di Casteggio Nando “Calson”. Dopo qualche anno, il complesso si completò con l’ingresso di Gianni Girani da Voghera, reduce da una formazione di buona levatura “Il Magazzino dei Ricordi” altrimenti detti “I Funanboli”, grande chitarrista e ottima voce, portò una ventata di gioventù e di musicalità beat (tuttora sulla cresta dell’onda con lo pseudonimo di Giangi). Non ricordo la data di inizio e fine della loro avventura, forse venti, forsanche trent’anni di “servizi” a rallegrare feste patronali, balli all’aperto (al bäräcón) e sale da ballo.

I mitici Lord, modesti, bravi, professionali e di una cordialità contagiosa. E Lui, Vincenzo detto “Borman”, (non ho mai saputo perchè) ad annunciare i pezzi, ad armeggiare con sintonizzatori ed attrezzi vari, a segnalare gli ultimi giri di valzer e polchettine scatenate, quasi a ridare forza e fiato a ballerini cianotici per l’impegno ma decisi a terminare la singolar tenzone, per non sfigurare con la ballerina di turno. Grande Vincenzo: “ultimi due giri, forsa Giusèp ch’ä tä glä fè”.

E la voce di Giorgio, tenore naturale, con un’estensione e una potenza vocale che spaziava dalla leggera Cesarina a Granada, a O sole mio o a Lucean le Stelle. Magico e indimenticabile. E Gianni, con i ritmi modernissimi o americaneggianti e la sua particolare interpretazione di “Io Vagabondo” dei Nomadi, melodia che accarezzava l’anima ed i sogni degli astanti. Dopo gli applausi fragorosi Vincenzo, prima di annunciare il seguito diceva “questo è l’inno dei Lord, vagabondi e in bulätä!”.

Martinotti era l’anima del gruppo, modesto e professionale qualche rara canzoncina (Piccolo fiore) e il coordinamento continuo di giovani esuberanti. In una formazione senza capi, di fatto lui svolgeva tale funzione: contratti, programmi, spese ed incassi. Era lui il riferimento dei compagni d’avventura anche negli atteggiamenti da assumere con il pubblico. Con il suo basso intonato, dettava i tempi e il ritmo ai fanatici del ballo liscio; serio e scrupoloso sul lavoro, quanto estroverso e sempre pronto alla battuta appena sceso dal palco.

Qualche giorno dopo la sua improvvisa dipartita, una comune amica di Casteggio con le lacrime agli occhi, mi raccontò che ogni volta che si incontravano, lui con noncuranza iniziava a cantare “Piccolo fiore dove vai..”. Piangeva la Signora, lacrime sincere, quelle dovute ai migliori affetti della nostra vita, e commuoveva noi che l’ascoltavamo. Dopo i Lord, era iniziata la carriera di Vincent Martin solista. Provava nello scantinato della villetta di via Brodolini in Casteggio. Ascoltando le note delle sue ricercatissime basi, mi avvicinavo alla sua personale sala d’ascolto. Mi salutava e profittava dell’occasione per farmi ascoltare in anteprima qualche nuovo pezzo. Compiaciuto dai miei complimenti si congedava invitandomi “Sabät sö ä… vem ä truâ”. Quante volte ti ho dato ascolto, Vincenzo! Nelle serate estive dei bar di Casteggio, a Sant’Eusebio il 15 Agosto per la festa della porchetta, a Pietra de’ Giorgi, patria della tua Piera Vedaschi, per la festa del salame o al centro anziani di Casteggio con la stessa passione ed entusiasmo di un ragazzo innamorato della musica. Mi sembra impossibile che non ci sia più: non è vero, non se n’è andato, è sempre tra noi con la sua musica, il suo sorriso triste, la sua voce roca. Lo vedo lassù montare gli strumenti, accordarli, provare il microfono, sorridere e dare inizio alla sua favola musicale.

Le favole non muoiono mai: restano nella parte migliore del nostro cuore, nella parte bambina dell’anima. Resterai con noi Vincent, nei nostri ricordi, nei sogni migliori della nostra tribolata vita e un giorno, racconteremo ai nostri nipoti: “c’era una volta un uomo buono che suonava la tastiera, che raccontava le favole in musica per divertire grandi e piccini, che sussurrava parole dolci con la sua voce roca. Ora è lassù al quinto piano, come diceva Corinna Ferrari quando le case di piani ne avevano solo tre, suona e canta, felice di vedere Angeli e Arcangeli, ballare rapiti da un valzerino che non finirà, non finirà mai. Come il tuo ricordo, il ricordo di un uomo buono, sorridente e sfortunato, con i capelli chiari scomposti dalla brezza che accarezza i ricordi di chi ti ha voluto bene, che sussurra al vento le note della tua musica. Che rimanda ad una speranza antica, come il tuo ricordo, il ricordo di un uomo buono”.

di Giuliano Cereghini