Oltrepò Pavese – «I miei compagni mi dissero: “vai tu, noi aspettiamo il prossimo treno”… e invece guardate che fine hanno fatto»

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Purtroppo il bersagliere Colombi ci ha lasciato il 29 giugno scorso, pochi mesi dopo la pubblicazione di questa intervista. Solo undici giorni prima della sua scomparsa aveva ricevuto la Croce al Merito di Guerra. In occasione del suo 101esimo compleanno, l’UNIRR Stradella Oltrepò ha fatto visita a Luigi Colombi di Castana, classe 1920, reduce del 3° Reggimento Bersaglieri, XX° Battaglione, 8^ Compagnia. Lo abbiamo incontrato a casa sua, insieme alla moglie Maria e alle figlie Carla e Sandra. Seduto sul divano del suo soggiorno, Colombi parla con grande lucidità della sua esperienza sul fronte russo, approfondendo alcuni eventi storici a cui lui stesso ha partecipato in prima persona: uno su tutti la Battaglia di Natale del 1941 e la morte di Don Giovanni Mazzoni, evidenziando alcuni particolari che ha sempre raccontato a parenti e amici, ma mai in un’intervista ufficiale.

Luigi, lei viene da una numerosa famiglia di agricoltori «Sono l’ultimo di sei fratelli. Ho sempre dedicato la mia vita alla campagna, prima e dopo la guerra. Ho messo le mani nella terra in giovane età e non le ho più tolte finché sono stato in grado di poterla lavorare».

Giugno 1940: l’Italia entra in guerra. Che ordini vi diedero? «Ci mandarono sul fronte alpino occidentale, per attaccare i francesi posizionati in difesa della Linea Maginot Alpina, ma restammo pochi giorni. Successivamente, nella primavera del 1941 ci inviarono in Jugoslavia: il trasferimento avvenne interamente a bordo delle nostre biciclette, con le quali attraversammo tutta la Dalmazia. Rimasi sul fronte jugoslavo solo pochi mesi, poi ci fecero rientrare a Bardolino. Qui abbandonammo i nostri mezzi e partimmo per la Russia con lo CSIR. Era il luglio del 1941».

Vi comunicarono che stavate partendo per la Russia? Qual era il vostro umore? «Non ci dissero dove stavamo andando e non ci comunicarono nessun itinerario. Partimmo in treno e cantavamo spensierati».

Insieme a lei partì qualche altro suo amico per il fronte russo? «Ero il solo di Castana nel 3° Reggimento Bersaglieri, ma c’erano altri giovani del mio comune partiti per la Russia e molti di loro non fecero ritorno».

Lei partecipò ad una delle prime cruente battaglie della campagna di Russia: la Battaglia di Natale del 1941. Cosa ricorda? «Ricordo come fosse oggi quel Natale trascorso interamente coricato con la pancia sulla neve gelida, con i carri armati sovietici che avanzavano verso di noi e gli aerei che ci bombardavano dal cielo. Eravamo in difesa, di ricalzo alla compagnia, e avevo con me una mitragliatrice con pallottole perforanti, con la quale riuscii ad abbattere un aeroplano russo. Dalla mia postazione vedevo tutta la pianura e, davanti a me, i russi che avanzavano. Ma ad un certo punto arrestarono l’avanzata e si ritirarono».

Nel corso di quella battaglia perse la vita il Cappellano militare Don Mazzoni, che in quel momento si trovava insieme a lei, giusto? «Si trovava a meno di un metro di distanza da me! Ci ordinarono di spostarci verso una nuova posizione: in cinque arrivammo vicino ad una casa. Nel cortile di questa si trovavano alcuni nostri soldati: due riuscirono a scappare e a mettersi in salvo, mentre un terzo rimase a terra: urlava e chiedeva aiuto. “Venitemi a prendere, venitemi a prendere”. Don Mazzoni voleva raggiungerlo a tutti i costi ma io gli ripetevo “Non vada, la ammazzeranno!” e lui insisteva “Mi copra! Mi copra!”. Io gli urlai: “Altroché se la copro, ma i russi sono proprio lì davanti! Non le lasceranno spazio”. Ci dividemmo prendendo direzioni diverse e io riuscii a spostarmi per un bel pezzo senza essere colpito. Quando arrivai alla mia nuova postazione i miei compagni esclamarono “talchì Culomb c’al gà la mitraglia!”. Cercai di coprirlo, ma purtroppo fu invano. Don Mazzoni volle fare l’impossibile, fu inutile farlo ragionare. Ho ancora davanti agli occhi quelle immagini. Mi proposero per la Medaglia d’Argento a Valor Militare, ma rifiutai chiedendo che venissero Decorati coloro che persero la vita in quell’operazione. Don Mazzoni venne Decorato con una Medaglia d’Oro al Valor Militare per aver sacrificato la propria vita».

Secondo la storiografia Don Mazzoni sarebbe morto il giorno di Natale del 1941, ma lei ricorda diversamente…«Era il giorno di Santo Stefano, perché i carri armati russi avevano già avanzato il giorno di Natale. Ne sono certo».

Il 30 luglio 1942 il XX Battaglione occupa Serafimovic. Il suo comandante, il Colonnello Aminto Caretto, venne ferito mortalmente: fu un pluridecorato, la cui carriera viene ripercorsa da diverse biografie. Lei lo conobbe? Che ricordi ha? «Era corpulento, non tanto alto. Un brav’uomo, burbero ma dalla coscienza pulita. Non ho mai avuto occasione di parlargli direttamente, ma noi tutti avevamo una grande stima di lui. Venne ferito in un combattimento in cui ci furono diversi caduti, nel luglio del 1942. Alcuni soldati cercarono di nascondersi in di un bosco, ma i russi continuarono a sparare senza sosta. Non ero con lui quando lo ferirono, ma ricordo che mi dissero che rifiutò di essere curato».

Com’era la vita al fronte quando non si combatteva? «Eravamo dei giovani ragazzi lasciati allo sbando. Un po’ stavamo nelle baracche e un po’ nelle trincee: insomma, dove capitava. Io avevo una grossa mitragliatrice, mentre il mio compagno portava il treppiedi. I russi avevano delle armi più piccole e più maneggevoli. A differenza loro, noi mitraglieri dovevamo piazzarci e aspettare il nostro compagno con il treppiedi. In questo lasso di tempo i russi avevano già aperto il fuoco e questo loro vantaggio causava a noi diverse perdite».

Il 17 novembre il 3° Bersaglieri venne schierato sul Don, nella zona di Meskow. Qui, il 19 dicembre 1942 combatté l’ultima battaglia sul fronte. Ridotti all’osso i bersaglieri si sacrificarono dinanzi alla schiacciante superiorità sovietica, permettendo lo sfondamento e l’inizio del ripiegamento. Lei fortunatamente non partecipò a questa battaglia catastrofica…«A primi di novembre, la mia compagnia venne ritirata dalla prima linea perché ridotta a pochissime unità. Un giorno di metà dicembre ci radunarono in un cortile di Kantemirowka per riorganizzarci. Da questo paese sarebbero partite le tradotte per far rientrare in Italia il nostro battaglione. A breve sarebbe partita una prima tradotta con circa 500 soldati, gli altri sarebbero partiti la settimana successiva. Tra noi soldati iniziarono discorsi del tipo “vai tu, io aspetto… Ma no, vai tu… io rientro la prossima settimana” e così via… Si preferì dare spazio ai feriti o a chi si trovava in condizioni peggiori. Verso sera, in fila uno ad uno, salimmo sul carro bestiame e lo occupammo. Non partimmo la sera stessa, ma l’indomani mattina. Per tutta la notte si udì uno strano rumore e il suolo vibrò in modo continuo: erano i russi che stavano iniziando l’attacco. Mai avrei immaginato ciò che stava per accadere: erano i russi che stavano avanzando e distruggevano tutto quello che trovarono sulla loro strada».

Il rientro quanto durò? «Partiti da Kantemirowka impiegammo 15 giorni per arrivare al Brennero. Arrivati a Vipiteno ci lavarono, ci disinfettarono e ci vestirono con divise nuove. Quelle che indossavamo, da settimane, erano piene di pidocchi. Cose da matti… I pidocchi erano l’ultimo dei nostri problemi. Ci tennero in quarantena per alcuni giorni e poi ci rilasciarono. Mi diedero venti giorni di licenza e poi avrei dovuto ripresentarmi alla sede del reggimento. Ma tornato a casa feci in modo di temporeggiare, entrando e uscendo da un ospedale all’altro. D’altronde non era una scusa: al fronte la mia salute ne aveva risentito. In più bastava dire ai dottori che ero appena rientrato dalla Russia che loro rilasciavano diversi giorni di prognosi, senza nessuna remora».

Cosa ne fu di quel che rimaneva del 3° Reggimento Bersaglieri? «Al rientro dalla Russia, ciò che rimaneva del mio reggimento venne inviato in Emilia. Girarono notizie che saremmo stati mandati a Napoli o in Sud Italia. Ma poi arrivò l’armistizio e il reggimento venne sciolto».

Quando è tornato in Italia, vi arrivavano notizie in merito a ciò che stava accadendo in Russia? «Assolutamente no: nessuno ci diceva detto nulla. Lo abbiamo scoperto da soli nei mesi successivi».

Come visse l’8 settembre? «Quel giorno non potevo crederci, ma mi trovai a fare una scelta. Come si dice da noi: “O mangia la mnèstra o salta dà la fnèstra…”. Quindi continuai a farmi prolungare la convalescenza: avevo fisicamente bisogno di riprendermi dopo due anni in Russia. Con l’armistizio ci trovammo in una situazione ancora più brutta: italiani contro italiani, che fino a pochi giorni prima avevano entrambi combattuto per la stessa causa. Era una situazione strana, difficile da spiegare oggi e inspiegabile anche all’epoca».

Che scelta fece? «Non risposi alla chiamata del RSI. Rimasi a casa a lavorare con la mia famiglia e ogni tanto venivo avvisato dell’arrivo delle Bande Nere, per potermi organizzare e rifugiarmi al sicuro. Una volta la Sicherheits scaricò contro di me una raffica, ma riuscii a scappare in mezzo ai vigneti. Quel giorno una donna di Casa Rovati, frazione di Castana, venne rapita e nello stesso contesto un partigiano venne ucciso. In un’altra occasione, mentre io e mio fratello stavamo andando con il cavallo a macinare del frumento, fummo fermati da Gipei (Giuseppe Vercesi, ndr), il capo delle brigate nere della zona. Ci chiese i documenti e, dopo averli esaminati, insinuò che fossero falsi. Erano stati stampati dai tedeschi, quindi avrebbero dovuto essere regolari. Non ci trovammo in una bella situazione, ma riuscimmo ad uscirne senza conseguenze».

Di Castana aveva altri amici che sono andati in Russia? «Sì, ce ne sono stati diversi che sono partiti per la Russia, in altri reggimenti. Mi ricordo di Lucchini Paolo, classe 1922: non ho più saputo niente di lui».

di Manuele Riccardi

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