OLTREPÒ PAVESE – «I SETTORI GIOVANILI RAPPRESENTANO LA PARTE PIÙ GENUINA DEL CALCIO»

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Mattia Giacobone, 41 anni, nato a Voghera, è docente universitario, osteopata e allenatore dal 1998, con due anni di esperienza nella Scuola Calcio Inter; ma la sua enorme passione per il calcio lo ha condotto a vestire anche i panni dello scrittore: in “Meglio di un film. Piacenza campione d’Italia – Parallelismo tra calcio e vita nella costruzione di un successo”. Giacobone racconta come lui e i suoi ragazzi under 15 del Piacenza siano riusciti a conquistare lo Scudetto nella passata stagione. L’attenzione, però, è rivolta in particolar modo all’aspetto psicologico dell’esperienza; non a caso l’allenatore ritiene che il rapporto tra sport e individuo sia in primo luogo intimamente personale ed emotivo. Infatti, la comunicazione con i propri compagni e l’attività fisica sono state un notevole supporto morale durante il periodo di quarantena che tutti abbiamo vissuto.

Come mai ha scelto proprio il formato del libro per celebrare il successo della squadra e l’itinerario che l’ha preceduto?

«Il 14 giugno del 2019 abbiamo vinto lo scudetto e i festeggiamenti sono proseguiti per praticamente un mese. Volevo che il ricordo di questo percorso e del trionfo finale rimanesse bene impresso. Di solito si usano foto e filmati delle partite, ma secondo me non sarebbero stati efficaci quanto le parole nero su bianco, che restano a mio giudizio il mezzo più incisivo per mantenere viva un’esperienza».

è interessante la scelta del sottotitolo: “Parallelismo tra calcio e vita nella costruzione di un successo”. Ce lo può spiegare?

«Durante la stesura ho inserito anche momenti di cui, in linea di massima, non si parla nel calcio: le conversazioni in spogliatoio, i discorsi pre-partita, i momenti di difficoltà. Insomma, tutta la parte introspettiva che io ritengo fondamentale soprattutto quando le forze in gioco sono simili, poiché la differenza la fa l’atteggiamento con cui ti poni verso l’allenamento e la partita. Il parallelismo tra il calcio e la vita viene messo in luce alla fine di ogni capitolo: ho paragonato ciascuna fase del nostro percorso ad una fase della vita umana. Ad esempio, la controparte del capitolo “Il ritiro” è la scuola, ossia un momento di formazione e preparazione. E così via per ogni capitolo, finché la stagione calcistica non diventa la vita intera di una persona, con i suoi successi – come è stato, fortunatamente, per noi – ma anche insuccessi e momenti di difficoltà, in cui è necessario impiegare tutte le proprie forze».

è un libro, quindi, rivolto a tutti; non solo agli appassionati dello sport e agli addetti ai lavori.

«Esatto. è in prima istanza l’avventura di un gruppo di persone, di amici, che si scambiano pensieri e aneddoti anche divertenti a pranzo o sul pullman – per esempio. Il tutto sullo sfondo del calcio, la passione che ci accomuna».

In Italia lo sport più praticato è il calcio e altrettanto popolare è in Oltrepò. Inoltre, prima di approdare nel Piacenza nel 2017, lei ha allenato il Pavia per sei anni ed ha cominciato la sua carriera nel ’98 con il Bressana, per cui conosce bene il calcio oltrepadano. Cosa ne pensa dei settori giovanili del nostro territorio?

«è difficile dare una risposta univoca perché è un mondo parecchio ampio ed eterogeneo. In Oltrepò ci sono tante belle realtà calcistiche. Purtroppo negli anni ci sono state molte fusioni e fallimenti, ma ultimamente stanno rifiorendo alcune società che mirano ad essere dei riferimenti, tra cui anche quelle storiche come Voghera, Casteggio, Bressana, Broni. Ci tengo infatti a dire che è sempre positivo vedere ancora attive tante squadre con tanti settori giovanili, sia perché loro sono il fondamento del calcio – come per tutti gli sport, sia perché secondo me rappresentano la parte più genuina di questo sport, dove si gioca per pura passione e non per secondi fini. è giusto voler vincere, voler arrivare a determinati livelli, ma se parti da zero è perché sei spinto da una forte passione per lo sport che pratichi. E ciò non riguarda solamente i giocatori, ma anche tutto quel mondo “sommerso”  –  nonostante sia fondamentale – di direttori, custodi, dirigenti… il team che non scende in campo fa quel che fa perché desidera stare a contatto con il mondo del calcio. Opinione impopolare la mia, ne sono consapevole, ma sostengo che chiunque volesse praticare il proprio sport preferito a livello amatoriale dovrebbe farlo gratuitamente, permettendo alle proprie società di concentrare gli sforzi economici sulle strutture e le utenze per consentire agli adulti di praticare la propria passione nel migliore dei modi e, inoltre, lasciando che ulteriori investimenti siano effettuati per il bene dei giovani, mettendo loro a disposizione figure tecniche, pedagogiche e sanitarie preparate e competenti. Discorso diverso, con previsione di rimborsi spese o veri e propri stipendi, dovrebbe essere affrontato nelle categorie semi-professionistiche e professionistiche. Nella mia idea bisognerebbe arrivare a un punto in cui le priorità diventino veramente la passione per lo sport e il piacere dello stare in gruppo anche per gli adulti che praticano a livello dilettantistico».

Il lockdown ha avuto gravi conseguenze sociali, sanitarie ed economiche; purtroppo, ha inevitabilmente inficiato anche lo svolgimento delle attività sportive. è stato comunque possibile mantenere i contatti con la squadra e, nei limiti del possibile, continuare ad allenarsi anche a distanza?

«Sì, tra messaggi e videochiamate la squadra è rimasta sempre in contatto e unita. Da soli, a casa, è impossibile allenarsi, dal punto di vista tecnico, come in campo con i compagni; perciò, durante il lockdown, gli allenamenti online non sono stati utili tanto al mantenimento della forma fisica e delle abilità, ma penso abbiano avuto un ruolo più importante: sono stati un modo per chiacchierare, vederci da lontano e impiegare il tempo dei ragazzi con attività e competizioni casalinghe che li potessero distrarre, anche per poco tempo, dalla drammatica situazione che stavamo vivendo. Preparavamo cose come: “gara tecnica di palleggi solo col piede destro; avete tempo fino a domani per inviare il video”. Così ognuno aveva un pretesto per concentrarsi sul pallone e ottenere un risultato gratificante alla fine della giornata. Un altro esempio di mobilitazione in questo senso è quello della MoviSport di Voghera, di cui fa parte il mio vice allenatore Francesco Bertolini: l’associazione si è attivata tempestivamente organizzando delle mini-Olimpiadi online per i ragazzi. Quindi, sebbene messo a dura prova, lo sport è stato fondamentale in un momento tanto critico, in cui, costretti in casa o comunque a spostamenti limitatissimi, eravamo costantemente bombardati da informazioni e bollettini poco rassicuranti».

Per concludere, in quanto docente di Osteopatia a Torino e Scienze Motorie a Pavia: com’è stata la sua esperienza nell’ambito della Formazione a Distanza (FAD)?

«La mancanza di interazione ha messo tutti in difficoltà. Stiamo andando verso una vita di smartworking e digitalizzazione, ma sono dell’idea che vivere l’aula sia fondamentale per entrambi studente e insegnante. C’è tutto un apparato di rapporti interpersonali, linguaggio non verbale e interazione domanda-risposta che solo in aula, secondo me, viene mantenuto efficacemente. Se un concetto non viene capito vengono chieste spiegazioni e spesso si ricorre ad esempi: paradossalmente, in presenza, questi meccanismi si innescano più velocemente e facilmente che non in una video lezione, specie se è registrata e non in diretta. Chiaro che, inoltre, la capacità di rapportarsi con gli altri e la comprensione più o meno approfondita della materia di studio è discriminante nel mondo del lavoro. Il sistema scolastico universitario è stato tempestivo nell’adattarsi all’emergenza, ma se mi chiedessero di scegliere tra la FAD e la scuola in presenza, sceglierei tutta la vita la seconda».

di Cecilia Bardoni